Il Parlamento discuterà un provvedimento per ripristinare la naturale distinzione tra maschio e femmina. Il premier: «La differenza biologica è fondamentale». Sembra incredibile ma affermarlo è rivoluzionario.
La notizia, in effetti, è oltre il limite del surreale. Ma dà la misura del livello di distanza dalla realtà a cui è giunta la civiltà occidentale. Il fatto è che oggi il Parlamento britannico discuterà di che cosa sia il sesso. Il dibattito prenderà le mosse da due petizioni presentate nei mesi scorsi che nel complesso hanno raccolto circa 250.000 firme e puntano a definire con precisione il campo d’azione dell’Equality act, una sorta di legge sulle pari opportunità che risale al 2010. In buona sostanza, quello che i cittadini chiedono è che siano definiti con chiarezza termini come «sesso, maschio, femmina, uomo e donna». In particolare, i promotori delle petizioni vorrebbero fosse specificato che la parola sesso significa «sesso biologico e non “sesso stabilito da un certificato di riconoscimento del genere”». Perché si rendano necessarie tali precisazioni è presto detto: da quando nel Regno Unito è stato approvata una legge chiamata Gender recognition act, è concessa l’autodeterminazione di genere. Ciascuno può definirsi maschio o femmina a piacimento anche se non ha subito interventi chirurgici.
Come noto, tutto ciò negli anni ha creato non pochi problemi, poiché maschi trans che si identificano come donne possono avere accesso a bagni, spogliatoi e addirittura prigioni femminili. Sull’argomento si è espresso in questi giorni anche il primo ministro britannico Rishi Sunak, il quale ha fatto sapere di essere intenzionato a cambiare la legge per far sì che le donne possano accedere senza problemi a bagni e spogliatoi, preservando i cosiddetti safe spaces (spazi sicuri). «Sono stato molto chiaro sul fatto che quando si tratta di questioni come questa, il sesso biologico è di fondamentale importanza», ha detto Sunak. Si tratta, a ben vedere, di dichiarazioni importantissime e molto coraggiose, visti i tempi. Nell’arco di una settimana, le autorità britanniche hanno preso posizioni in decisa controtendenza sui temi gender. Prima hanno fatto sapere che ai minorenni non saranno più somministrati in automatico i bloccanti della pubertà, cioè i trattamenti ormonali che preludono al percorso che conduce al cambio di sesso vero e proprio.
Ora arrivano le frasi di Sunak sull’importanza del sesso biologico. E non è tutto. Come riporta Feministpost.it, «anche la ministra dell’Istruzione Gillan Keegan sta preparando nuove regole per proteggere i bagni femminili e maschili nelle scuole (contro i bagni neutri imposti dalla consulenza Lgbtq), oltre a nuove linee guida sui pronomi a scuola e un’inchiesta indipendente sull’attuale insegnamento dell’educazione sessuale. Il lavoro è cominciato dopo che un gruppo di genitori ha fatto causa al ministero dell’Istruzione per aver lasciato che i loro figli venissero indottrinati all’identità di genere». Certo, si potrebbe pensare che questi provvedimenti dipendano dall’orientamento conservatore dell’esecutivo inglese, ma la realtà è piuttosto diversa. Negli ultimi anni nel Regno Unito sono state condotte numerose inchieste indipendenti sull’impatto sociale delle norme ispirate all’ideologia gender, e tutte hanno messo in evidenza una situazione preoccupante: aumento esponenziale dei cambiamenti di sesso fra i più giovani, cancellazione degli spazi sicuri per le donne, cause intentate contro strutture mediche come la gender clinic del centro Tavistock che - prima di essere chiusa mesi fa - ha spinto superficialmente alla transizione ragazzini che poi ci hanno ripensato, ricavandone manco a dirlo conseguenze devastanti. Insomma, in terra britannica si sono spinti molto avanti sulla strada della fluidità di genere. Lo hanno fatto, negli anni passati, sulla spinta dell’ideologia, e hanno scoperto a proprie spese che cosa possano produrre queste teorie una volta imposte a livello massivo. Dunque adesso, come avviene in altre nazioni del Nord Europa che hanno seguito percorsi analoghi, stanno procedendo a una rapida e necessaria retromarcia. Se in Italia fosse possibile ragionare lucidamente su questi argomenti, dalle vicende inglesi si dovrebbero trarre importanti insegnamenti. Invece quel che avviene qui è drammaticamente diverso. Dal mondo anglosassone abbiamo importato tutte le follie gender, ma fingiamo di non vedere i disastri che hanno prodotto. Da queste parti si continuano a presentare come «diritti» le spinte ideologiche alla distruzione della differenza sessuale. Ieri tutti i giornali progressisti si sono spellati le mani applaudendo la «resistenza al governo di destra» condotta dai manifestanti del pride di Roma, e ovviamente hanno sorvolato sulle rivendicazioni politiche di quella manifestazione. Le associazioni Lgbt che la animano chiedono esplicitamente l’autodeterminazione di genere, la carriera alias, il superamento delle distinzioni biologiche fra maschi e femmine (il cosiddetto «binarismo»).
Sono le stesse istanze che il Regno Unito ha accolto negli anni passati, spacciandole appunto come diritti, ricavandone danni non piccoli. Non a caso Oltremanica non sono soltanto i conservatori a chiedere un cambio di rotta, ma anche larghe fette della sinistra più lucida e dialogante. Anche qui da noi, come abbiamo raccontato, ci sono politici che non sanno più dire che cosa sia una donna. Ma per fortuna non abbiamo ancora raggiunto il livello di mistificazione che si è imposto altrove. Siamo ancora in tempo per tirare il freno di emergenza ed evitare i disastri capitati altrove: quando non sapremo più dire che cosa sia una donna e che cosa sia il sesso sarà decisamente troppo tardi.





