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2022-12-18
L'industria dello sci italiano: storia di un'eccellenza di ieri, che vive ancora oggi
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Gustav Thoeni con gli Spalding-Persenico nel 1975 (Ansa)
Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi.
Lamborghini
Nasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.
Freyrie
Anche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.
Persenico-Spalding
Siamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard.
Maxel
Nasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.
Carpani, l’eccellenza italiana oggi.
Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
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I marchi «made in Italy» fecero la storia dello sci nel mondo ed equipaggiarono grandi campioni già tra le due guerre. L'epoca d'oro negli anni Sessanta e Settanta. L'eredità è rimasta, come nel caso dell'emiliana Carpani.Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi. LamborghiniNasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.FreyrieAnche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.Persenico-SpaldingSiamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard. MaxelNasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.Carpani, l’eccellenza italiana oggi.Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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