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2022-12-18
L'industria dello sci italiano: storia di un'eccellenza di ieri, che vive ancora oggi
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Gustav Thoeni con gli Spalding-Persenico nel 1975 (Ansa)
Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi.
Lamborghini
Nasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.
Freyrie
Anche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.
Persenico-Spalding
Siamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard.
Maxel
Nasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.
Carpani, l’eccellenza italiana oggi.
Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
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I marchi «made in Italy» fecero la storia dello sci nel mondo ed equipaggiarono grandi campioni già tra le due guerre. L'epoca d'oro negli anni Sessanta e Settanta. L'eredità è rimasta, come nel caso dell'emiliana Carpani.Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi. LamborghiniNasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.FreyrieAnche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.Persenico-SpaldingSiamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard. MaxelNasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.Carpani, l’eccellenza italiana oggi.Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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