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2022-12-18
L'industria dello sci italiano: storia di un'eccellenza di ieri, che vive ancora oggi
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Gustav Thoeni con gli Spalding-Persenico nel 1975 (Ansa)
Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi.
Lamborghini
Nasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.
Freyrie
Anche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.
Persenico-Spalding
Siamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard.
Maxel
Nasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.
Carpani, l’eccellenza italiana oggi.
Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
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I marchi «made in Italy» fecero la storia dello sci nel mondo ed equipaggiarono grandi campioni già tra le due guerre. L'epoca d'oro negli anni Sessanta e Settanta. L'eredità è rimasta, come nel caso dell'emiliana Carpani.Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi. LamborghiniNasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.FreyrieAnche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.Persenico-SpaldingSiamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard. MaxelNasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.Carpani, l’eccellenza italiana oggi.Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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