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2022-12-18
L'industria dello sci italiano: storia di un'eccellenza di ieri, che vive ancora oggi
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Gustav Thoeni con gli Spalding-Persenico nel 1975 (Ansa)
Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi.
Lamborghini
Nasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.
Freyrie
Anche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.
Persenico-Spalding
Siamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard.
Maxel
Nasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.
Carpani, l’eccellenza italiana oggi.
Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
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I marchi «made in Italy» fecero la storia dello sci nel mondo ed equipaggiarono grandi campioni già tra le due guerre. L'epoca d'oro negli anni Sessanta e Settanta. L'eredità è rimasta, come nel caso dell'emiliana Carpani.Lo dicevano le statistiche, quelle del 1973. Gli sci nati in Italia avevano avuto un lungo «boom», partito dal miracolo economico del decennio precedente, quando gli sport invernali divennero alla portata di molti e gli impianti di risalita crebbero esponenzialmente anche in piccole o piccolissime stazioni. I numeri di allora parlavano chiaro e fotografavano un mercato fiorente, che valeva intorno ai 200 miliardi di lire: la produzione italiana degli sci era quasi decuplicata in poco più di un decennio e dalle circa 40 mila paia di sci del 1960 si era passati alle oltre 350 mila del 1972. Oltre al mercato interno, anche l'export dei marchi nazionali era più che rilevante, con 115 mila paia vendute all'estero. Nell'epoca d'oro dell'industria dello sci mondiale della prima metà degli anni Settanta, si era venuto a formare una sorta di monopolio rappresentato dalle «sette sorelle »: tra queste c'erano le italiane Persenico Spalding (prima con 140 mila paia), Maxel (40 mila), Lamborghini (30 mila), Roy (30 mila), Vittor Tua (30 mila) e Freyrie (25 mila). Queste cifre da record, che proiettavano l'Italia tra le realtà industriali maggiori nel settore, erano il risultato di una tradizione che dall'artigianato passò a partire dal secondo dopoguerra ad una dimensione industriale all'avanguardia nella qualità e nella ricerca di materiali sempre più sofisticati. La storia di quattro marchi che segnarono le nevi con il tricolore e quella di chi ne ha raccolto l'eredità e l'eccellenza, seppure con numeri più bassi. LamborghiniNasce a Udine nei primi anni del novecento dalla mano artigianale di Giacomo Lamborghini. La crescita dell’azienda fu spinta dalle commesse degli Alpini durante la Grande Guerra, che si combatteva a poca distanza dalla sede della ditta. I primi modelli, con puntale per le pelli di foca, erano solidi manufatti in legno di hickory. Gli sci Lamborghini passarono alla storia perché furono utilizzati al Polo Nord dai soccorritori in occasione dell’incidente del dirigibile Italia del generale Alberto Nobile. Nel 1932 alla morte del fondatore, l’attività passa nelle mani di Jacopo Linussio, erede dell’omonimo impero tessile nato nel Settecento per poi entrare negli anni Settanta nel gruppo industriale guidato da Rino Snaidero. Nel 1964 l’azienda aveva già in catalogo sci di metallo e fiberglass, già dal 1956 materiali presenti nella produzione dell’azienda con stabilimento a Tolmezzo, in Carnia. Dal legno massiccio agli sci in materiale composito, la Lamborghini ha prodotto modelli mitici come il «Fuego» (Ghiaccio e Competition) in metallo prodotti dalla fine degli anni sessanta attraverso diverse evoluzioni tecniche, fino ad arrivare all’uso di materiali tecnologicamente all’avanguardia come le strutture macrocellulari utilizzate per le ali del jet supersonico Concorde.FreyrieAnche il marchio lombardo, nato ad Eupilio in provincia di Como, era nato dall’industria tessile della zone: quello della seta. Fu il frutto della riconversione industriale da parte del nipote del fondatore, durante gli anni della crisi del settore. Emilio Freyrie inizia a costruire i primi sci nel 1927. La prima innovazione fu quella di un brevetto per gli sci pieghevoli, che ai tempi dello sport invernale ancora senza impianti furono un successo. Nel 1929 i Freyrie sono già ai piedi degli atleti italiani, mentre l’innovazione procedeva con l’introduzione del compensato stratificato, brevetto acquisito in Norvegia. Dagli anni Cinquanta la Freyrie, nata a poca distanza dal lago di Como, inizia a produrre i suoi primi sci nautici. Alla morte di Emilio, l’azienda passa nelle mani del figlio Leonardo che ne accentua la spinta innovatrice in senso tecnologico e dei materiali. Negli anni Sessanta la Freyrie cresce fino a diventare una delle più grandi aziende di sci d’Europa con modelli come il «Trimetal», sci metallico con il primo puntale antivibrazioni. Nelle competizioni, oltre ai successi in Coppa Europa e negli assoluti italiani, la ditta comasca si specializza in una delle gare più seguite del decennio, il Kilometro lanciato, dove Freyrie trionfava con Pietro Albertelli che l’11 luglio 1976 a Les Arcs con un paio di Freyrie di serie ai piedi toccava i 190,577 km/h, record imbattuto per i seguenti 24 anni. tra gli sci più innovativi creati nel decennio d’oro quelli in fiberglass scatolato. la Freyrie chiuderà i battenti nei primi anni Ottanta, terminando la produzione di sci da discesa e cedendo il marchio di quelli da sci nautico, produzione vincente negli anni successivi dopo la cessione alla Amf-Mares.Persenico-SpaldingSiamo a Chiavenna in Valtellina nel 1908, quando l’artigiano del legno Raimondo Persenico aprì il suo laboratorio. Sciatore e alpinista frequentatore abituale della vicina Sankt Moritz, nel 1929 iniziava la produzione di sci, entrando in pochissimo tempo nel mondo dell’agonismo. L’azzurro Erminio Sartorelli, con i Persenico, trionfava nel 1932 sulle piste di Lake Placid, emulato quattro anni dopo dal fratello Giacinto alle olimpiadi invernali del 1936 a Chamonix. Durante la Seconda guerra mondiale, come fu per i Lamborghini 25 anni prima, gli Alpini furono equipaggiati con gli sci del marchio valtellinese. Nel dopoguerra la Persenico si farà notare in campo internazionale per un modello particolarmente performante, i «Derby 020», in legno stratificato e laccato. Fu questo sci che attrasse l’attenzione dell’americana Questor, proprietaria del marchio Spalding che in breve entrerà in società con Persenico. Gli anni Settanta saranno per il marchio valtellinese i più esaltanti, legati soprattutto al «re della valanga azzurra» Gustav Thoeni. Il modello di punta è il «Sideral», in fibra di vetro. La fabbrica, sponsor del 40% degli azzurri di sci alpino nella seconda metà del decennio, arrivò ad impiegare 500 addetti fino al declino degli anni Ottanta, dopo essere passata dagli americani a una finanziaria canadese. Nel 1987, l’ultimo guizzo. Rilevata dal valtellinese Elio Pedretti, la ex Persenico indovinò in quegli anni la strategia industriale entrando nel nascente mondo dello snowboard. MaxelNasce come spin-off della storica Mazzucchelli di Castiglione Olona (Varese), azienda fondata nel 1849. Antica azienda specializzata nella lavorazione della celluloide, per la quale lavorò anche Italo Cremona diventato in seguito il re del giocattolo in plastica, fu una delle prime ad applicare i polimeri come Maxel, marchio nato alla fine degli anni ’60. Altamente tecnologizzata, la Maxel visse la sua epoca d’oro negli anni Settanta con il largo utilizzo di materiale plastico secondo il know how della casa madre Mazzucchelli. Trasferita in seguito in Valle d’Aosta, fu a lungo gestita da Ezio Pedroncelli, e fornitrice tra gli altri del campione della valanga azzurra Erwin Stricker. Il modello di punta, tra i migliori sul mercato fu lo sci da gara X2, progettato secondo la tecnologia allora battezzata «tri-plast» per la presenza di resine Abs poliuretaniche ed epossidiche.Carpani, l’eccellenza italiana oggi.Le dimensioni dell’industria dello sci in Italia si sono drasticamente ridotte a partire dagli anni Novanta. Quasi tutti i marchi storici sono spariti, e il mercato globale si è fortemente concentrato si pochi colossi esteri (Head, Atomic tra i maggiori). Questa riduzione non significa tuttavia la mera sparizione della qualità e dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’industria nostrana. Ne è un esempio sopra tutti la Carpani di Lizzano in Belvedere (Bologna), che Elena Carestia (maestra di sci, allenatrice e ski tester) ci indica come erede della tradizione made in Italy nella costellazione degli artigiani italiani per diverse caratteristiche che fanno ripensare alle eccellenze del passato industriale nostrano, non solo per l’estrema attenzione alla qualità produttiva ma anche per la presenza in Coppa del Mondo che - come ci ricorda il fondatore Filippo Carpani - mancava ad un marchio italiano da quarant’anni. Maestro di sci e figlio di maestro di sci, Carpani inizia nel 1996 con la produzione di piastre per lo sci in particolare per l’agonismo. La svolta verso la progettazione e la produzione di sci avviene all’alba del nuovo millennio quando, assieme al socio e maestro di sci Antonio Guidi, la Carpani si lancia nell’avventura forte di un know-how tecnologico consolidato e di una maniacale attenzione alla qualità costruttiva spinta verso l’alto dall’impostazione «racing» dei prodotti. Durante il percorso non mancano all’azienda dell’Appennino bolognese consulenze d’eccellenza come quella di Luciano Panati, proveniente dalle glorie tutte italiane della Spalding-Persenico, un fil rouge che lega la Carpani alla tradizione consolidata nel passato dello sci «made in Italy». L’utenza agonistica, che ha compreso anche la fornitura di sci in Coppa del Mondo all’atleta ceca Adriana Yelinkova, che con i Carpani ai piedi ha ottenuto risultati lusinghieri nella stagione 2020-2021. Nel palmarès, molti successi nelle coppe Fis Master e Olimpiadi Master (anche paralimpiche). Ma Carpani non è solo agonismo. Ai prodotti pensati per le gare, come ci ha raccontato Filippo Carpani, si affianca una gamma per una clientela di sciatori «esigenti» alla ricerca di un prodotto tailor-made che abbia tuttavia la sicurezza e le caratteristiche di uno sci nato da materiali di primissima qualità e da una realtà che non ha nulla a che invidiare dal punto di vista produttivo ai top di gamma di marchi internazionali. Ultimamente la gamma Carpani si è estesa anche alle specialità cresciute negli ultimi anni nella pratica dello sci, vale a dire l’all-mountain e il freeride, che l’azienda emiliana ha sviluppato con lo stesso spirito rivolto alla qualità maniacale nella produzione e dei materiali come quella raggiunta dalla gamma degli sci da gara per un volume produttivo che varia ad oggi dalle 700 alle 1.000 paia all’anno. Tutti ingredienti che, se uniti, ci fanno pensare che quell’epoca d’oro dello sci fatto in Italia non è certo sparita del tutto.
iStock
Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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