True
2021-07-31
Indagato il capo dei pm di Milano
Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (Ansa)
L'ultima scossa del terremoto che sta sconquassando la magistratura italiana sembra l'anticipazione della profetica frase «finiranno per arrestarsi fra loro». Nel tardo pomeriggio di ieri viene diffusa la notizia che il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (il quale andrà in pensione il prossimo novembre, ieri è scaduto il termine per la presentazione delle candidature alla quinta commissione per la sua successione), è indagato dalla Procura di Brescia, competente ad inquisire i colleghi meneghini, per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata della dichiarazioni rilasciate da Piero Amara. Nella procura guidata da Francesco Prete inoltre sono stati recentemente iscritti nel registro degli indagati il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, entrambi con l'accusa di rivelazione di segreto di ufficio, i due sarebbero i protagonisti della diffusione dei verbali di interrogatorio del «pentito» Amara. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Greco non avrebbe avviato tempestivamente le indagini in seguito alle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dal legale siciliano, interrogato per la vicenda del cosiddetto complotto Eni, su una fantomatica associazione segreta in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. Indagini poi aperte, solo 5 mesi dopo, con le iscrizioni il 12 maggio di Amara, del suo collaboratore Alessandro Ferraro e dell'ex socio Giuseppe Calafiore. La notizia dell'avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della Procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Il reato che il suo collega Francesco Prete e il pm Donato Greco gli hanno contestato è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 del codice penale, 1° comma).
Ieri a surriscaldare un clima già teso ha contribuito pure l'udienza disciplinare dello stesso Storari di fronte al collegio del Csm. Per il pm milanese la procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, ha chiesto il trasferimento di ufficio e di funzioni. Alla base del procedimento i dissidi che Storari ha avuto con i suoi superiori, in particolare con lo stesso Greco e con il procuratore aggiunto Laura Pedio, sulla gestione del fascicolo scaturito dalle dichiarazioni dell'ex consulente esterno di Eni Amara. Occorre tener presente che Storari ai suoi capi aveva chiesto l'arresto di Amara, con l'accusa di calunnia. Il confronto tra Storari e i membri del collegio disciplinare, composto dal presidente Emanuele Basile, Filippo Donati, Giovanni Zaccaro, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Carmelo Celentano, è durato circa tre ore. Per scoprire se Storari verrà allontanato da Milano occorrerà aspettare ancora qualche giorno, dato che l'udienza disciplinare riprenderà il 3 agosto. Dunque il prossimo martedì, sempre a porte chiuse, Palazzo dei Marescialli stabilirà il futuro della toga milanese, ma la decisione verrà resa nota, tramite un'ordinanza, solo nei giorni successivi. Al termine dell'udienza bocca cucita per Storari, il suo legale Paolo Della Sala, ha invece concesso ai cronisti presenti solo una dichiarazione: «Greco indagato? Non commentiamo, prendiamo atto di quanto accade e ci difendiamo per quanto ci viene contestato». Ieri a Piazza Indipendenza è andata in scena un'altra udienza disciplinare molto attesa, quella nei confronti degli ex cinque consiglieri, (Corrado Criscuoli, Antonio Lepre, Paolo Cartoni, Gianluigi Morlini e Luigi Spina) presenti alla riunione dell'hotel Champagne, svoltasi nella notte fra l'8 e il 9 maggio 2019. Sono servite sei ore ai rappresentanti della Procura generale della Cassazione per completare la requisitoria nei confronti degli ex membri di Palazzo Marescialli: per tutti e cinque è stata richiesta la misura della sospensione dalla funzione (Spina, Lepre e Morlini due anni, pena massima, un anno per Criscuoli e Cartoni). Come detto, nonostante tutti fossero presenti alla riunione dell'hotel Champagne, tra l'8 e il maggio 2019 (alla quale parteciparono anche Luca Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri), l'accusa ha modulato le richieste in base al ruolo ricoperto dagli incolpati all'epoca dei fatti.
Tra le novità di giornata occorre segnalare anche quella inerente la Procura di Roma. Il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva presentata dall'attuale procuratore capo, Michele Prestipino, che aveva impugnato la sentenza a lui sfavorevole dell'11 maggio scorso con cui si confermava la decisione del Tar del Lazio.
Dunque il Csm dovrà eseguire la sentenza che ha annullato la nomina del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma e accolto le censure proposte dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Come detto, i giudici amministrativi con i verdetti dello scorso maggio, avevano rigettato gli appelli presentati dal Csm e da Prestipino e confermato la valutazione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina dello stesso attuale capo dei pm romani.
C’è un pasticcio sulle date di Davigo: quand’è che ha saputo dei verbali?
La ricostruzione della consegna dei verbali del finto pentito Piero Amara sulla loggia Ungheria da parte del pm milanese Paolo Storari, per una presunta inerzia investigativa dei suoi capi, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, continua ad avere molti punti oscuri.
In particolare a non tornare sono le date. Da mesi i giornali scrivono che Storari avrebbe consegnato a Davigo i verbali nell'aprile del 2020, mentre, come vedremo, lo stesso ex consigliere del Csm, in una testimonianza resa a Perugia il 19 ottobre 2020 alla vigilia del pensionamento coatto, sembra retrodatare di un mese la conoscenza del loro contenuto, e in particolare quella della presunta appartenenza alla loggia Ungheria del suo ex pupillo, il consigliere di Autonomia e indipendenza Sebastiano Ardita. Lo stesso che, nella testa dell'ex campione di Mani pulite, lo avrebbe ingannato facendogli incontrare per due volte il pm Stefano Fava, sospettato di essere un sodale di Luca Palamara, e facendogli votare il 23 maggio 2019 come procuratore di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola, candidato di Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo presunto confratello di Ardita nella fantomatica loggia.
Di certo c'è che nel marzo del 2020 Davigo si rimangia il sostegno a Viola e punta le sue fiches su Michele Prestipino, rompendo con Ardita e con Nino Di Matteo, i quali si astengono.
Da allora Piercavillo sostiene di non parlare più con Ardita, ma forse per un motivo diverso rispetto all'apparente spaccatura sulla scelta del procuratore capitolino.
Davigo dopo aver richiesto e ottenuto copia dei verbali da Storari ad aprile anziché depositarli formalmente al Csm ha iniziato a farli girare nei corridoi, mostrandoli a questo o a quello, finanche nella tromba delle scale del parlamentino, per stigmatizzare il comportamento di Ardita.
Però non ne ha parlato solo in modo carbonaro nei corridoi di Palazzo dei marescialli per mesi (quanti?), sino alla vigilia della cacciata dallo scranno consiliare, ma sembrerebbe averli usati per mandare messaggi in codice nel verbale delle dichiarazioni che ha reso a Perugia nell'ambito dell'inchiesta su Luca Palamara. Leggiamo. Domanda: «Ha parlato con il dottor Ardita dell'esposto presentato dal dottor Stefano Fava contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone?». Risposta: «Ho parlato con Ardita dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone, una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni , gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nel gestire tale esposto. Lui mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Domanda: «Perché Ardita era preoccupato?». Risposta: «Io non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio». Nei mesi scorsi ci eravamo chiesti a quale segreto facesse riferimento Davigo il 19 ottobre e oggi risulta abbastanza chiaro che stesse collegando la vicenda Palamara alla storia dei verbali di Amara e della loggia Ungheria, di cui, secondo l'avvocato siracusano, Ardita faceva parte. Ed eccoci alla questione della possibile retrodatazione della conoscenza dei verbali da parte di Davigo. I pm perugini hanno chiesto una seconda volta all'ex campione di Mani pulite perché Ardita fosse preoccupato e la replica è stata la seguente: «Questa è la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020».
Ovviamente il segreto riguardava una Procura diversa da quella di Perugia e oggi è facile immaginare che il riferimento fosse agli interrogatori di Amara fatti dalla Procura di Milano.
In passato noi avevamo collegato, come detto, la data di marzo allo scontro per la votazione del procuratore di Roma, ma probabilmente a spaccare il fronte di Autonomia e indipendenza era stata la notizia delle dichiarazioni del «pentito» su Ardita. Se così fosse, la soffiata di Storari sarebbe arrivata almeno un mese prima rispetto alla consegna dei verbali a Davigo. In quel mese di buco il consigliere ha sollecitato il pm per avere le carte?
E quando Storari sceglie di informare Davigo, lo fa perché la questione Ardita e il voto per Viola erano già stati motivo di discussione tra i due? Chissà se adesso che è indagato a Brescia per rivelazione di notizie riservate Davigo deciderà di riferire a quale segreto d'ufficio si riferisse a Perugia e spiegherà quando seppe della loggia Ungheria e del suo ipotetico collegamento con Ardita.
Continua a leggereRiduci
Francesco Greco nei guai per le confessioni di Piero Amara. Davanti al disciplinare del Csm le toghe dell'hotel Champagne.A Perugia Piercamillo Davigo oppose il segreto per fatti precedenti alla consegna «ufficiale».Lo speciale contiene due articoli.L'ultima scossa del terremoto che sta sconquassando la magistratura italiana sembra l'anticipazione della profetica frase «finiranno per arrestarsi fra loro». Nel tardo pomeriggio di ieri viene diffusa la notizia che il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (il quale andrà in pensione il prossimo novembre, ieri è scaduto il termine per la presentazione delle candidature alla quinta commissione per la sua successione), è indagato dalla Procura di Brescia, competente ad inquisire i colleghi meneghini, per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata della dichiarazioni rilasciate da Piero Amara. Nella procura guidata da Francesco Prete inoltre sono stati recentemente iscritti nel registro degli indagati il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, entrambi con l'accusa di rivelazione di segreto di ufficio, i due sarebbero i protagonisti della diffusione dei verbali di interrogatorio del «pentito» Amara. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Greco non avrebbe avviato tempestivamente le indagini in seguito alle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dal legale siciliano, interrogato per la vicenda del cosiddetto complotto Eni, su una fantomatica associazione segreta in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. Indagini poi aperte, solo 5 mesi dopo, con le iscrizioni il 12 maggio di Amara, del suo collaboratore Alessandro Ferraro e dell'ex socio Giuseppe Calafiore. La notizia dell'avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della Procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Il reato che il suo collega Francesco Prete e il pm Donato Greco gli hanno contestato è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 del codice penale, 1° comma). Ieri a surriscaldare un clima già teso ha contribuito pure l'udienza disciplinare dello stesso Storari di fronte al collegio del Csm. Per il pm milanese la procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, ha chiesto il trasferimento di ufficio e di funzioni. Alla base del procedimento i dissidi che Storari ha avuto con i suoi superiori, in particolare con lo stesso Greco e con il procuratore aggiunto Laura Pedio, sulla gestione del fascicolo scaturito dalle dichiarazioni dell'ex consulente esterno di Eni Amara. Occorre tener presente che Storari ai suoi capi aveva chiesto l'arresto di Amara, con l'accusa di calunnia. Il confronto tra Storari e i membri del collegio disciplinare, composto dal presidente Emanuele Basile, Filippo Donati, Giovanni Zaccaro, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Carmelo Celentano, è durato circa tre ore. Per scoprire se Storari verrà allontanato da Milano occorrerà aspettare ancora qualche giorno, dato che l'udienza disciplinare riprenderà il 3 agosto. Dunque il prossimo martedì, sempre a porte chiuse, Palazzo dei Marescialli stabilirà il futuro della toga milanese, ma la decisione verrà resa nota, tramite un'ordinanza, solo nei giorni successivi. Al termine dell'udienza bocca cucita per Storari, il suo legale Paolo Della Sala, ha invece concesso ai cronisti presenti solo una dichiarazione: «Greco indagato? Non commentiamo, prendiamo atto di quanto accade e ci difendiamo per quanto ci viene contestato». Ieri a Piazza Indipendenza è andata in scena un'altra udienza disciplinare molto attesa, quella nei confronti degli ex cinque consiglieri, (Corrado Criscuoli, Antonio Lepre, Paolo Cartoni, Gianluigi Morlini e Luigi Spina) presenti alla riunione dell'hotel Champagne, svoltasi nella notte fra l'8 e il 9 maggio 2019. Sono servite sei ore ai rappresentanti della Procura generale della Cassazione per completare la requisitoria nei confronti degli ex membri di Palazzo Marescialli: per tutti e cinque è stata richiesta la misura della sospensione dalla funzione (Spina, Lepre e Morlini due anni, pena massima, un anno per Criscuoli e Cartoni). Come detto, nonostante tutti fossero presenti alla riunione dell'hotel Champagne, tra l'8 e il maggio 2019 (alla quale parteciparono anche Luca Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri), l'accusa ha modulato le richieste in base al ruolo ricoperto dagli incolpati all'epoca dei fatti. Tra le novità di giornata occorre segnalare anche quella inerente la Procura di Roma. Il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva presentata dall'attuale procuratore capo, Michele Prestipino, che aveva impugnato la sentenza a lui sfavorevole dell'11 maggio scorso con cui si confermava la decisione del Tar del Lazio. Dunque il Csm dovrà eseguire la sentenza che ha annullato la nomina del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma e accolto le censure proposte dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Come detto, i giudici amministrativi con i verdetti dello scorso maggio, avevano rigettato gli appelli presentati dal Csm e da Prestipino e confermato la valutazione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina dello stesso attuale capo dei pm romani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/indagato-capo-pm-milano-greco-2654304939.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-un-pasticcio-sulle-date-di-davigo-quande-che-ha-saputo-dei-verbali" data-post-id="2654304939" data-published-at="1627684697" data-use-pagination="False"> C’è un pasticcio sulle date di Davigo: quand’è che ha saputo dei verbali? La ricostruzione della consegna dei verbali del finto pentito Piero Amara sulla loggia Ungheria da parte del pm milanese Paolo Storari, per una presunta inerzia investigativa dei suoi capi, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, continua ad avere molti punti oscuri. In particolare a non tornare sono le date. Da mesi i giornali scrivono che Storari avrebbe consegnato a Davigo i verbali nell'aprile del 2020, mentre, come vedremo, lo stesso ex consigliere del Csm, in una testimonianza resa a Perugia il 19 ottobre 2020 alla vigilia del pensionamento coatto, sembra retrodatare di un mese la conoscenza del loro contenuto, e in particolare quella della presunta appartenenza alla loggia Ungheria del suo ex pupillo, il consigliere di Autonomia e indipendenza Sebastiano Ardita. Lo stesso che, nella testa dell'ex campione di Mani pulite, lo avrebbe ingannato facendogli incontrare per due volte il pm Stefano Fava, sospettato di essere un sodale di Luca Palamara, e facendogli votare il 23 maggio 2019 come procuratore di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola, candidato di Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo presunto confratello di Ardita nella fantomatica loggia. Di certo c'è che nel marzo del 2020 Davigo si rimangia il sostegno a Viola e punta le sue fiches su Michele Prestipino, rompendo con Ardita e con Nino Di Matteo, i quali si astengono. Da allora Piercavillo sostiene di non parlare più con Ardita, ma forse per un motivo diverso rispetto all'apparente spaccatura sulla scelta del procuratore capitolino. Davigo dopo aver richiesto e ottenuto copia dei verbali da Storari ad aprile anziché depositarli formalmente al Csm ha iniziato a farli girare nei corridoi, mostrandoli a questo o a quello, finanche nella tromba delle scale del parlamentino, per stigmatizzare il comportamento di Ardita. Però non ne ha parlato solo in modo carbonaro nei corridoi di Palazzo dei marescialli per mesi (quanti?), sino alla vigilia della cacciata dallo scranno consiliare, ma sembrerebbe averli usati per mandare messaggi in codice nel verbale delle dichiarazioni che ha reso a Perugia nell'ambito dell'inchiesta su Luca Palamara. Leggiamo. Domanda: «Ha parlato con il dottor Ardita dell'esposto presentato dal dottor Stefano Fava contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone?». Risposta: «Ho parlato con Ardita dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone, una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni , gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nel gestire tale esposto. Lui mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Domanda: «Perché Ardita era preoccupato?». Risposta: «Io non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio». Nei mesi scorsi ci eravamo chiesti a quale segreto facesse riferimento Davigo il 19 ottobre e oggi risulta abbastanza chiaro che stesse collegando la vicenda Palamara alla storia dei verbali di Amara e della loggia Ungheria, di cui, secondo l'avvocato siracusano, Ardita faceva parte. Ed eccoci alla questione della possibile retrodatazione della conoscenza dei verbali da parte di Davigo. I pm perugini hanno chiesto una seconda volta all'ex campione di Mani pulite perché Ardita fosse preoccupato e la replica è stata la seguente: «Questa è la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020». Ovviamente il segreto riguardava una Procura diversa da quella di Perugia e oggi è facile immaginare che il riferimento fosse agli interrogatori di Amara fatti dalla Procura di Milano. In passato noi avevamo collegato, come detto, la data di marzo allo scontro per la votazione del procuratore di Roma, ma probabilmente a spaccare il fronte di Autonomia e indipendenza era stata la notizia delle dichiarazioni del «pentito» su Ardita. Se così fosse, la soffiata di Storari sarebbe arrivata almeno un mese prima rispetto alla consegna dei verbali a Davigo. In quel mese di buco il consigliere ha sollecitato il pm per avere le carte? E quando Storari sceglie di informare Davigo, lo fa perché la questione Ardita e il voto per Viola erano già stati motivo di discussione tra i due? Chissà se adesso che è indagato a Brescia per rivelazione di notizie riservate Davigo deciderà di riferire a quale segreto d'ufficio si riferisse a Perugia e spiegherà quando seppe della loggia Ungheria e del suo ipotetico collegamento con Ardita.
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
Continua a leggereRiduci
I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
Continua a leggereRiduci
Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
Continua a leggereRiduci
Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
Continua a leggereRiduci