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2021-07-31
Indagato il capo dei pm di Milano
Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (Ansa)
L'ultima scossa del terremoto che sta sconquassando la magistratura italiana sembra l'anticipazione della profetica frase «finiranno per arrestarsi fra loro». Nel tardo pomeriggio di ieri viene diffusa la notizia che il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (il quale andrà in pensione il prossimo novembre, ieri è scaduto il termine per la presentazione delle candidature alla quinta commissione per la sua successione), è indagato dalla Procura di Brescia, competente ad inquisire i colleghi meneghini, per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata della dichiarazioni rilasciate da Piero Amara. Nella procura guidata da Francesco Prete inoltre sono stati recentemente iscritti nel registro degli indagati il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, entrambi con l'accusa di rivelazione di segreto di ufficio, i due sarebbero i protagonisti della diffusione dei verbali di interrogatorio del «pentito» Amara. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Greco non avrebbe avviato tempestivamente le indagini in seguito alle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dal legale siciliano, interrogato per la vicenda del cosiddetto complotto Eni, su una fantomatica associazione segreta in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. Indagini poi aperte, solo 5 mesi dopo, con le iscrizioni il 12 maggio di Amara, del suo collaboratore Alessandro Ferraro e dell'ex socio Giuseppe Calafiore. La notizia dell'avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della Procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Il reato che il suo collega Francesco Prete e il pm Donato Greco gli hanno contestato è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 del codice penale, 1° comma).
Ieri a surriscaldare un clima già teso ha contribuito pure l'udienza disciplinare dello stesso Storari di fronte al collegio del Csm. Per il pm milanese la procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, ha chiesto il trasferimento di ufficio e di funzioni. Alla base del procedimento i dissidi che Storari ha avuto con i suoi superiori, in particolare con lo stesso Greco e con il procuratore aggiunto Laura Pedio, sulla gestione del fascicolo scaturito dalle dichiarazioni dell'ex consulente esterno di Eni Amara. Occorre tener presente che Storari ai suoi capi aveva chiesto l'arresto di Amara, con l'accusa di calunnia. Il confronto tra Storari e i membri del collegio disciplinare, composto dal presidente Emanuele Basile, Filippo Donati, Giovanni Zaccaro, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Carmelo Celentano, è durato circa tre ore. Per scoprire se Storari verrà allontanato da Milano occorrerà aspettare ancora qualche giorno, dato che l'udienza disciplinare riprenderà il 3 agosto. Dunque il prossimo martedì, sempre a porte chiuse, Palazzo dei Marescialli stabilirà il futuro della toga milanese, ma la decisione verrà resa nota, tramite un'ordinanza, solo nei giorni successivi. Al termine dell'udienza bocca cucita per Storari, il suo legale Paolo Della Sala, ha invece concesso ai cronisti presenti solo una dichiarazione: «Greco indagato? Non commentiamo, prendiamo atto di quanto accade e ci difendiamo per quanto ci viene contestato». Ieri a Piazza Indipendenza è andata in scena un'altra udienza disciplinare molto attesa, quella nei confronti degli ex cinque consiglieri, (Corrado Criscuoli, Antonio Lepre, Paolo Cartoni, Gianluigi Morlini e Luigi Spina) presenti alla riunione dell'hotel Champagne, svoltasi nella notte fra l'8 e il 9 maggio 2019. Sono servite sei ore ai rappresentanti della Procura generale della Cassazione per completare la requisitoria nei confronti degli ex membri di Palazzo Marescialli: per tutti e cinque è stata richiesta la misura della sospensione dalla funzione (Spina, Lepre e Morlini due anni, pena massima, un anno per Criscuoli e Cartoni). Come detto, nonostante tutti fossero presenti alla riunione dell'hotel Champagne, tra l'8 e il maggio 2019 (alla quale parteciparono anche Luca Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri), l'accusa ha modulato le richieste in base al ruolo ricoperto dagli incolpati all'epoca dei fatti.
Tra le novità di giornata occorre segnalare anche quella inerente la Procura di Roma. Il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva presentata dall'attuale procuratore capo, Michele Prestipino, che aveva impugnato la sentenza a lui sfavorevole dell'11 maggio scorso con cui si confermava la decisione del Tar del Lazio.
Dunque il Csm dovrà eseguire la sentenza che ha annullato la nomina del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma e accolto le censure proposte dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Come detto, i giudici amministrativi con i verdetti dello scorso maggio, avevano rigettato gli appelli presentati dal Csm e da Prestipino e confermato la valutazione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina dello stesso attuale capo dei pm romani.
C’è un pasticcio sulle date di Davigo: quand’è che ha saputo dei verbali?
La ricostruzione della consegna dei verbali del finto pentito Piero Amara sulla loggia Ungheria da parte del pm milanese Paolo Storari, per una presunta inerzia investigativa dei suoi capi, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, continua ad avere molti punti oscuri.
In particolare a non tornare sono le date. Da mesi i giornali scrivono che Storari avrebbe consegnato a Davigo i verbali nell'aprile del 2020, mentre, come vedremo, lo stesso ex consigliere del Csm, in una testimonianza resa a Perugia il 19 ottobre 2020 alla vigilia del pensionamento coatto, sembra retrodatare di un mese la conoscenza del loro contenuto, e in particolare quella della presunta appartenenza alla loggia Ungheria del suo ex pupillo, il consigliere di Autonomia e indipendenza Sebastiano Ardita. Lo stesso che, nella testa dell'ex campione di Mani pulite, lo avrebbe ingannato facendogli incontrare per due volte il pm Stefano Fava, sospettato di essere un sodale di Luca Palamara, e facendogli votare il 23 maggio 2019 come procuratore di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola, candidato di Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo presunto confratello di Ardita nella fantomatica loggia.
Di certo c'è che nel marzo del 2020 Davigo si rimangia il sostegno a Viola e punta le sue fiches su Michele Prestipino, rompendo con Ardita e con Nino Di Matteo, i quali si astengono.
Da allora Piercavillo sostiene di non parlare più con Ardita, ma forse per un motivo diverso rispetto all'apparente spaccatura sulla scelta del procuratore capitolino.
Davigo dopo aver richiesto e ottenuto copia dei verbali da Storari ad aprile anziché depositarli formalmente al Csm ha iniziato a farli girare nei corridoi, mostrandoli a questo o a quello, finanche nella tromba delle scale del parlamentino, per stigmatizzare il comportamento di Ardita.
Però non ne ha parlato solo in modo carbonaro nei corridoi di Palazzo dei marescialli per mesi (quanti?), sino alla vigilia della cacciata dallo scranno consiliare, ma sembrerebbe averli usati per mandare messaggi in codice nel verbale delle dichiarazioni che ha reso a Perugia nell'ambito dell'inchiesta su Luca Palamara. Leggiamo. Domanda: «Ha parlato con il dottor Ardita dell'esposto presentato dal dottor Stefano Fava contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone?». Risposta: «Ho parlato con Ardita dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone, una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni , gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nel gestire tale esposto. Lui mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Domanda: «Perché Ardita era preoccupato?». Risposta: «Io non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio». Nei mesi scorsi ci eravamo chiesti a quale segreto facesse riferimento Davigo il 19 ottobre e oggi risulta abbastanza chiaro che stesse collegando la vicenda Palamara alla storia dei verbali di Amara e della loggia Ungheria, di cui, secondo l'avvocato siracusano, Ardita faceva parte. Ed eccoci alla questione della possibile retrodatazione della conoscenza dei verbali da parte di Davigo. I pm perugini hanno chiesto una seconda volta all'ex campione di Mani pulite perché Ardita fosse preoccupato e la replica è stata la seguente: «Questa è la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020».
Ovviamente il segreto riguardava una Procura diversa da quella di Perugia e oggi è facile immaginare che il riferimento fosse agli interrogatori di Amara fatti dalla Procura di Milano.
In passato noi avevamo collegato, come detto, la data di marzo allo scontro per la votazione del procuratore di Roma, ma probabilmente a spaccare il fronte di Autonomia e indipendenza era stata la notizia delle dichiarazioni del «pentito» su Ardita. Se così fosse, la soffiata di Storari sarebbe arrivata almeno un mese prima rispetto alla consegna dei verbali a Davigo. In quel mese di buco il consigliere ha sollecitato il pm per avere le carte?
E quando Storari sceglie di informare Davigo, lo fa perché la questione Ardita e il voto per Viola erano già stati motivo di discussione tra i due? Chissà se adesso che è indagato a Brescia per rivelazione di notizie riservate Davigo deciderà di riferire a quale segreto d'ufficio si riferisse a Perugia e spiegherà quando seppe della loggia Ungheria e del suo ipotetico collegamento con Ardita.
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Francesco Greco nei guai per le confessioni di Piero Amara. Davanti al disciplinare del Csm le toghe dell'hotel Champagne.A Perugia Piercamillo Davigo oppose il segreto per fatti precedenti alla consegna «ufficiale».Lo speciale contiene due articoli.L'ultima scossa del terremoto che sta sconquassando la magistratura italiana sembra l'anticipazione della profetica frase «finiranno per arrestarsi fra loro». Nel tardo pomeriggio di ieri viene diffusa la notizia che il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (il quale andrà in pensione il prossimo novembre, ieri è scaduto il termine per la presentazione delle candidature alla quinta commissione per la sua successione), è indagato dalla Procura di Brescia, competente ad inquisire i colleghi meneghini, per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata della dichiarazioni rilasciate da Piero Amara. Nella procura guidata da Francesco Prete inoltre sono stati recentemente iscritti nel registro degli indagati il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, entrambi con l'accusa di rivelazione di segreto di ufficio, i due sarebbero i protagonisti della diffusione dei verbali di interrogatorio del «pentito» Amara. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Greco non avrebbe avviato tempestivamente le indagini in seguito alle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dal legale siciliano, interrogato per la vicenda del cosiddetto complotto Eni, su una fantomatica associazione segreta in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. Indagini poi aperte, solo 5 mesi dopo, con le iscrizioni il 12 maggio di Amara, del suo collaboratore Alessandro Ferraro e dell'ex socio Giuseppe Calafiore. La notizia dell'avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della Procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Il reato che il suo collega Francesco Prete e il pm Donato Greco gli hanno contestato è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 del codice penale, 1° comma). Ieri a surriscaldare un clima già teso ha contribuito pure l'udienza disciplinare dello stesso Storari di fronte al collegio del Csm. Per il pm milanese la procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, ha chiesto il trasferimento di ufficio e di funzioni. Alla base del procedimento i dissidi che Storari ha avuto con i suoi superiori, in particolare con lo stesso Greco e con il procuratore aggiunto Laura Pedio, sulla gestione del fascicolo scaturito dalle dichiarazioni dell'ex consulente esterno di Eni Amara. Occorre tener presente che Storari ai suoi capi aveva chiesto l'arresto di Amara, con l'accusa di calunnia. Il confronto tra Storari e i membri del collegio disciplinare, composto dal presidente Emanuele Basile, Filippo Donati, Giovanni Zaccaro, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Carmelo Celentano, è durato circa tre ore. Per scoprire se Storari verrà allontanato da Milano occorrerà aspettare ancora qualche giorno, dato che l'udienza disciplinare riprenderà il 3 agosto. Dunque il prossimo martedì, sempre a porte chiuse, Palazzo dei Marescialli stabilirà il futuro della toga milanese, ma la decisione verrà resa nota, tramite un'ordinanza, solo nei giorni successivi. Al termine dell'udienza bocca cucita per Storari, il suo legale Paolo Della Sala, ha invece concesso ai cronisti presenti solo una dichiarazione: «Greco indagato? Non commentiamo, prendiamo atto di quanto accade e ci difendiamo per quanto ci viene contestato». Ieri a Piazza Indipendenza è andata in scena un'altra udienza disciplinare molto attesa, quella nei confronti degli ex cinque consiglieri, (Corrado Criscuoli, Antonio Lepre, Paolo Cartoni, Gianluigi Morlini e Luigi Spina) presenti alla riunione dell'hotel Champagne, svoltasi nella notte fra l'8 e il 9 maggio 2019. Sono servite sei ore ai rappresentanti della Procura generale della Cassazione per completare la requisitoria nei confronti degli ex membri di Palazzo Marescialli: per tutti e cinque è stata richiesta la misura della sospensione dalla funzione (Spina, Lepre e Morlini due anni, pena massima, un anno per Criscuoli e Cartoni). Come detto, nonostante tutti fossero presenti alla riunione dell'hotel Champagne, tra l'8 e il maggio 2019 (alla quale parteciparono anche Luca Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri), l'accusa ha modulato le richieste in base al ruolo ricoperto dagli incolpati all'epoca dei fatti. Tra le novità di giornata occorre segnalare anche quella inerente la Procura di Roma. Il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva presentata dall'attuale procuratore capo, Michele Prestipino, che aveva impugnato la sentenza a lui sfavorevole dell'11 maggio scorso con cui si confermava la decisione del Tar del Lazio. Dunque il Csm dovrà eseguire la sentenza che ha annullato la nomina del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma e accolto le censure proposte dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Come detto, i giudici amministrativi con i verdetti dello scorso maggio, avevano rigettato gli appelli presentati dal Csm e da Prestipino e confermato la valutazione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina dello stesso attuale capo dei pm romani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/indagato-capo-pm-milano-greco-2654304939.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-un-pasticcio-sulle-date-di-davigo-quande-che-ha-saputo-dei-verbali" data-post-id="2654304939" data-published-at="1627684697" data-use-pagination="False"> C’è un pasticcio sulle date di Davigo: quand’è che ha saputo dei verbali? La ricostruzione della consegna dei verbali del finto pentito Piero Amara sulla loggia Ungheria da parte del pm milanese Paolo Storari, per una presunta inerzia investigativa dei suoi capi, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, continua ad avere molti punti oscuri. In particolare a non tornare sono le date. Da mesi i giornali scrivono che Storari avrebbe consegnato a Davigo i verbali nell'aprile del 2020, mentre, come vedremo, lo stesso ex consigliere del Csm, in una testimonianza resa a Perugia il 19 ottobre 2020 alla vigilia del pensionamento coatto, sembra retrodatare di un mese la conoscenza del loro contenuto, e in particolare quella della presunta appartenenza alla loggia Ungheria del suo ex pupillo, il consigliere di Autonomia e indipendenza Sebastiano Ardita. Lo stesso che, nella testa dell'ex campione di Mani pulite, lo avrebbe ingannato facendogli incontrare per due volte il pm Stefano Fava, sospettato di essere un sodale di Luca Palamara, e facendogli votare il 23 maggio 2019 come procuratore di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola, candidato di Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo presunto confratello di Ardita nella fantomatica loggia. Di certo c'è che nel marzo del 2020 Davigo si rimangia il sostegno a Viola e punta le sue fiches su Michele Prestipino, rompendo con Ardita e con Nino Di Matteo, i quali si astengono. Da allora Piercavillo sostiene di non parlare più con Ardita, ma forse per un motivo diverso rispetto all'apparente spaccatura sulla scelta del procuratore capitolino. Davigo dopo aver richiesto e ottenuto copia dei verbali da Storari ad aprile anziché depositarli formalmente al Csm ha iniziato a farli girare nei corridoi, mostrandoli a questo o a quello, finanche nella tromba delle scale del parlamentino, per stigmatizzare il comportamento di Ardita. Però non ne ha parlato solo in modo carbonaro nei corridoi di Palazzo dei marescialli per mesi (quanti?), sino alla vigilia della cacciata dallo scranno consiliare, ma sembrerebbe averli usati per mandare messaggi in codice nel verbale delle dichiarazioni che ha reso a Perugia nell'ambito dell'inchiesta su Luca Palamara. Leggiamo. Domanda: «Ha parlato con il dottor Ardita dell'esposto presentato dal dottor Stefano Fava contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone?». Risposta: «Ho parlato con Ardita dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone, una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni , gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nel gestire tale esposto. Lui mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Domanda: «Perché Ardita era preoccupato?». Risposta: «Io non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio». Nei mesi scorsi ci eravamo chiesti a quale segreto facesse riferimento Davigo il 19 ottobre e oggi risulta abbastanza chiaro che stesse collegando la vicenda Palamara alla storia dei verbali di Amara e della loggia Ungheria, di cui, secondo l'avvocato siracusano, Ardita faceva parte. Ed eccoci alla questione della possibile retrodatazione della conoscenza dei verbali da parte di Davigo. I pm perugini hanno chiesto una seconda volta all'ex campione di Mani pulite perché Ardita fosse preoccupato e la replica è stata la seguente: «Questa è la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020». Ovviamente il segreto riguardava una Procura diversa da quella di Perugia e oggi è facile immaginare che il riferimento fosse agli interrogatori di Amara fatti dalla Procura di Milano. In passato noi avevamo collegato, come detto, la data di marzo allo scontro per la votazione del procuratore di Roma, ma probabilmente a spaccare il fronte di Autonomia e indipendenza era stata la notizia delle dichiarazioni del «pentito» su Ardita. Se così fosse, la soffiata di Storari sarebbe arrivata almeno un mese prima rispetto alla consegna dei verbali a Davigo. In quel mese di buco il consigliere ha sollecitato il pm per avere le carte? E quando Storari sceglie di informare Davigo, lo fa perché la questione Ardita e il voto per Viola erano già stati motivo di discussione tra i due? Chissà se adesso che è indagato a Brescia per rivelazione di notizie riservate Davigo deciderà di riferire a quale segreto d'ufficio si riferisse a Perugia e spiegherà quando seppe della loggia Ungheria e del suo ipotetico collegamento con Ardita.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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