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2021-07-31
Indagato il capo dei pm di Milano
Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (Ansa)
L'ultima scossa del terremoto che sta sconquassando la magistratura italiana sembra l'anticipazione della profetica frase «finiranno per arrestarsi fra loro». Nel tardo pomeriggio di ieri viene diffusa la notizia che il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (il quale andrà in pensione il prossimo novembre, ieri è scaduto il termine per la presentazione delle candidature alla quinta commissione per la sua successione), è indagato dalla Procura di Brescia, competente ad inquisire i colleghi meneghini, per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata della dichiarazioni rilasciate da Piero Amara. Nella procura guidata da Francesco Prete inoltre sono stati recentemente iscritti nel registro degli indagati il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, entrambi con l'accusa di rivelazione di segreto di ufficio, i due sarebbero i protagonisti della diffusione dei verbali di interrogatorio del «pentito» Amara. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Greco non avrebbe avviato tempestivamente le indagini in seguito alle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dal legale siciliano, interrogato per la vicenda del cosiddetto complotto Eni, su una fantomatica associazione segreta in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. Indagini poi aperte, solo 5 mesi dopo, con le iscrizioni il 12 maggio di Amara, del suo collaboratore Alessandro Ferraro e dell'ex socio Giuseppe Calafiore. La notizia dell'avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della Procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Il reato che il suo collega Francesco Prete e il pm Donato Greco gli hanno contestato è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 del codice penale, 1° comma).
Ieri a surriscaldare un clima già teso ha contribuito pure l'udienza disciplinare dello stesso Storari di fronte al collegio del Csm. Per il pm milanese la procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, ha chiesto il trasferimento di ufficio e di funzioni. Alla base del procedimento i dissidi che Storari ha avuto con i suoi superiori, in particolare con lo stesso Greco e con il procuratore aggiunto Laura Pedio, sulla gestione del fascicolo scaturito dalle dichiarazioni dell'ex consulente esterno di Eni Amara. Occorre tener presente che Storari ai suoi capi aveva chiesto l'arresto di Amara, con l'accusa di calunnia. Il confronto tra Storari e i membri del collegio disciplinare, composto dal presidente Emanuele Basile, Filippo Donati, Giovanni Zaccaro, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Carmelo Celentano, è durato circa tre ore. Per scoprire se Storari verrà allontanato da Milano occorrerà aspettare ancora qualche giorno, dato che l'udienza disciplinare riprenderà il 3 agosto. Dunque il prossimo martedì, sempre a porte chiuse, Palazzo dei Marescialli stabilirà il futuro della toga milanese, ma la decisione verrà resa nota, tramite un'ordinanza, solo nei giorni successivi. Al termine dell'udienza bocca cucita per Storari, il suo legale Paolo Della Sala, ha invece concesso ai cronisti presenti solo una dichiarazione: «Greco indagato? Non commentiamo, prendiamo atto di quanto accade e ci difendiamo per quanto ci viene contestato». Ieri a Piazza Indipendenza è andata in scena un'altra udienza disciplinare molto attesa, quella nei confronti degli ex cinque consiglieri, (Corrado Criscuoli, Antonio Lepre, Paolo Cartoni, Gianluigi Morlini e Luigi Spina) presenti alla riunione dell'hotel Champagne, svoltasi nella notte fra l'8 e il 9 maggio 2019. Sono servite sei ore ai rappresentanti della Procura generale della Cassazione per completare la requisitoria nei confronti degli ex membri di Palazzo Marescialli: per tutti e cinque è stata richiesta la misura della sospensione dalla funzione (Spina, Lepre e Morlini due anni, pena massima, un anno per Criscuoli e Cartoni). Come detto, nonostante tutti fossero presenti alla riunione dell'hotel Champagne, tra l'8 e il maggio 2019 (alla quale parteciparono anche Luca Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri), l'accusa ha modulato le richieste in base al ruolo ricoperto dagli incolpati all'epoca dei fatti.
Tra le novità di giornata occorre segnalare anche quella inerente la Procura di Roma. Il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva presentata dall'attuale procuratore capo, Michele Prestipino, che aveva impugnato la sentenza a lui sfavorevole dell'11 maggio scorso con cui si confermava la decisione del Tar del Lazio.
Dunque il Csm dovrà eseguire la sentenza che ha annullato la nomina del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma e accolto le censure proposte dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Come detto, i giudici amministrativi con i verdetti dello scorso maggio, avevano rigettato gli appelli presentati dal Csm e da Prestipino e confermato la valutazione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina dello stesso attuale capo dei pm romani.
C’è un pasticcio sulle date di Davigo: quand’è che ha saputo dei verbali?
La ricostruzione della consegna dei verbali del finto pentito Piero Amara sulla loggia Ungheria da parte del pm milanese Paolo Storari, per una presunta inerzia investigativa dei suoi capi, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, continua ad avere molti punti oscuri.
In particolare a non tornare sono le date. Da mesi i giornali scrivono che Storari avrebbe consegnato a Davigo i verbali nell'aprile del 2020, mentre, come vedremo, lo stesso ex consigliere del Csm, in una testimonianza resa a Perugia il 19 ottobre 2020 alla vigilia del pensionamento coatto, sembra retrodatare di un mese la conoscenza del loro contenuto, e in particolare quella della presunta appartenenza alla loggia Ungheria del suo ex pupillo, il consigliere di Autonomia e indipendenza Sebastiano Ardita. Lo stesso che, nella testa dell'ex campione di Mani pulite, lo avrebbe ingannato facendogli incontrare per due volte il pm Stefano Fava, sospettato di essere un sodale di Luca Palamara, e facendogli votare il 23 maggio 2019 come procuratore di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola, candidato di Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo presunto confratello di Ardita nella fantomatica loggia.
Di certo c'è che nel marzo del 2020 Davigo si rimangia il sostegno a Viola e punta le sue fiches su Michele Prestipino, rompendo con Ardita e con Nino Di Matteo, i quali si astengono.
Da allora Piercavillo sostiene di non parlare più con Ardita, ma forse per un motivo diverso rispetto all'apparente spaccatura sulla scelta del procuratore capitolino.
Davigo dopo aver richiesto e ottenuto copia dei verbali da Storari ad aprile anziché depositarli formalmente al Csm ha iniziato a farli girare nei corridoi, mostrandoli a questo o a quello, finanche nella tromba delle scale del parlamentino, per stigmatizzare il comportamento di Ardita.
Però non ne ha parlato solo in modo carbonaro nei corridoi di Palazzo dei marescialli per mesi (quanti?), sino alla vigilia della cacciata dallo scranno consiliare, ma sembrerebbe averli usati per mandare messaggi in codice nel verbale delle dichiarazioni che ha reso a Perugia nell'ambito dell'inchiesta su Luca Palamara. Leggiamo. Domanda: «Ha parlato con il dottor Ardita dell'esposto presentato dal dottor Stefano Fava contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone?». Risposta: «Ho parlato con Ardita dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone, una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni , gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nel gestire tale esposto. Lui mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Domanda: «Perché Ardita era preoccupato?». Risposta: «Io non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio». Nei mesi scorsi ci eravamo chiesti a quale segreto facesse riferimento Davigo il 19 ottobre e oggi risulta abbastanza chiaro che stesse collegando la vicenda Palamara alla storia dei verbali di Amara e della loggia Ungheria, di cui, secondo l'avvocato siracusano, Ardita faceva parte. Ed eccoci alla questione della possibile retrodatazione della conoscenza dei verbali da parte di Davigo. I pm perugini hanno chiesto una seconda volta all'ex campione di Mani pulite perché Ardita fosse preoccupato e la replica è stata la seguente: «Questa è la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020».
Ovviamente il segreto riguardava una Procura diversa da quella di Perugia e oggi è facile immaginare che il riferimento fosse agli interrogatori di Amara fatti dalla Procura di Milano.
In passato noi avevamo collegato, come detto, la data di marzo allo scontro per la votazione del procuratore di Roma, ma probabilmente a spaccare il fronte di Autonomia e indipendenza era stata la notizia delle dichiarazioni del «pentito» su Ardita. Se così fosse, la soffiata di Storari sarebbe arrivata almeno un mese prima rispetto alla consegna dei verbali a Davigo. In quel mese di buco il consigliere ha sollecitato il pm per avere le carte?
E quando Storari sceglie di informare Davigo, lo fa perché la questione Ardita e il voto per Viola erano già stati motivo di discussione tra i due? Chissà se adesso che è indagato a Brescia per rivelazione di notizie riservate Davigo deciderà di riferire a quale segreto d'ufficio si riferisse a Perugia e spiegherà quando seppe della loggia Ungheria e del suo ipotetico collegamento con Ardita.
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Francesco Greco nei guai per le confessioni di Piero Amara. Davanti al disciplinare del Csm le toghe dell'hotel Champagne.A Perugia Piercamillo Davigo oppose il segreto per fatti precedenti alla consegna «ufficiale».Lo speciale contiene due articoli.L'ultima scossa del terremoto che sta sconquassando la magistratura italiana sembra l'anticipazione della profetica frase «finiranno per arrestarsi fra loro». Nel tardo pomeriggio di ieri viene diffusa la notizia che il procuratore capo di Milano, Francesco Greco (il quale andrà in pensione il prossimo novembre, ieri è scaduto il termine per la presentazione delle candidature alla quinta commissione per la sua successione), è indagato dalla Procura di Brescia, competente ad inquisire i colleghi meneghini, per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata della dichiarazioni rilasciate da Piero Amara. Nella procura guidata da Francesco Prete inoltre sono stati recentemente iscritti nel registro degli indagati il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, entrambi con l'accusa di rivelazione di segreto di ufficio, i due sarebbero i protagonisti della diffusione dei verbali di interrogatorio del «pentito» Amara. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Greco non avrebbe avviato tempestivamente le indagini in seguito alle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dal legale siciliano, interrogato per la vicenda del cosiddetto complotto Eni, su una fantomatica associazione segreta in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. Indagini poi aperte, solo 5 mesi dopo, con le iscrizioni il 12 maggio di Amara, del suo collaboratore Alessandro Ferraro e dell'ex socio Giuseppe Calafiore. La notizia dell'avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della Procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Il reato che il suo collega Francesco Prete e il pm Donato Greco gli hanno contestato è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 del codice penale, 1° comma). Ieri a surriscaldare un clima già teso ha contribuito pure l'udienza disciplinare dello stesso Storari di fronte al collegio del Csm. Per il pm milanese la procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, ha chiesto il trasferimento di ufficio e di funzioni. Alla base del procedimento i dissidi che Storari ha avuto con i suoi superiori, in particolare con lo stesso Greco e con il procuratore aggiunto Laura Pedio, sulla gestione del fascicolo scaturito dalle dichiarazioni dell'ex consulente esterno di Eni Amara. Occorre tener presente che Storari ai suoi capi aveva chiesto l'arresto di Amara, con l'accusa di calunnia. Il confronto tra Storari e i membri del collegio disciplinare, composto dal presidente Emanuele Basile, Filippo Donati, Giovanni Zaccaro, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Carmelo Celentano, è durato circa tre ore. Per scoprire se Storari verrà allontanato da Milano occorrerà aspettare ancora qualche giorno, dato che l'udienza disciplinare riprenderà il 3 agosto. Dunque il prossimo martedì, sempre a porte chiuse, Palazzo dei Marescialli stabilirà il futuro della toga milanese, ma la decisione verrà resa nota, tramite un'ordinanza, solo nei giorni successivi. Al termine dell'udienza bocca cucita per Storari, il suo legale Paolo Della Sala, ha invece concesso ai cronisti presenti solo una dichiarazione: «Greco indagato? Non commentiamo, prendiamo atto di quanto accade e ci difendiamo per quanto ci viene contestato». Ieri a Piazza Indipendenza è andata in scena un'altra udienza disciplinare molto attesa, quella nei confronti degli ex cinque consiglieri, (Corrado Criscuoli, Antonio Lepre, Paolo Cartoni, Gianluigi Morlini e Luigi Spina) presenti alla riunione dell'hotel Champagne, svoltasi nella notte fra l'8 e il 9 maggio 2019. Sono servite sei ore ai rappresentanti della Procura generale della Cassazione per completare la requisitoria nei confronti degli ex membri di Palazzo Marescialli: per tutti e cinque è stata richiesta la misura della sospensione dalla funzione (Spina, Lepre e Morlini due anni, pena massima, un anno per Criscuoli e Cartoni). Come detto, nonostante tutti fossero presenti alla riunione dell'hotel Champagne, tra l'8 e il maggio 2019 (alla quale parteciparono anche Luca Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri), l'accusa ha modulato le richieste in base al ruolo ricoperto dagli incolpati all'epoca dei fatti. Tra le novità di giornata occorre segnalare anche quella inerente la Procura di Roma. Il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva presentata dall'attuale procuratore capo, Michele Prestipino, che aveva impugnato la sentenza a lui sfavorevole dell'11 maggio scorso con cui si confermava la decisione del Tar del Lazio. Dunque il Csm dovrà eseguire la sentenza che ha annullato la nomina del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma e accolto le censure proposte dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Come detto, i giudici amministrativi con i verdetti dello scorso maggio, avevano rigettato gli appelli presentati dal Csm e da Prestipino e confermato la valutazione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina dello stesso attuale capo dei pm romani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/indagato-capo-pm-milano-greco-2654304939.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-un-pasticcio-sulle-date-di-davigo-quande-che-ha-saputo-dei-verbali" data-post-id="2654304939" data-published-at="1627684697" data-use-pagination="False"> C’è un pasticcio sulle date di Davigo: quand’è che ha saputo dei verbali? La ricostruzione della consegna dei verbali del finto pentito Piero Amara sulla loggia Ungheria da parte del pm milanese Paolo Storari, per una presunta inerzia investigativa dei suoi capi, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, continua ad avere molti punti oscuri. In particolare a non tornare sono le date. Da mesi i giornali scrivono che Storari avrebbe consegnato a Davigo i verbali nell'aprile del 2020, mentre, come vedremo, lo stesso ex consigliere del Csm, in una testimonianza resa a Perugia il 19 ottobre 2020 alla vigilia del pensionamento coatto, sembra retrodatare di un mese la conoscenza del loro contenuto, e in particolare quella della presunta appartenenza alla loggia Ungheria del suo ex pupillo, il consigliere di Autonomia e indipendenza Sebastiano Ardita. Lo stesso che, nella testa dell'ex campione di Mani pulite, lo avrebbe ingannato facendogli incontrare per due volte il pm Stefano Fava, sospettato di essere un sodale di Luca Palamara, e facendogli votare il 23 maggio 2019 come procuratore di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola, candidato di Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo presunto confratello di Ardita nella fantomatica loggia. Di certo c'è che nel marzo del 2020 Davigo si rimangia il sostegno a Viola e punta le sue fiches su Michele Prestipino, rompendo con Ardita e con Nino Di Matteo, i quali si astengono. Da allora Piercavillo sostiene di non parlare più con Ardita, ma forse per un motivo diverso rispetto all'apparente spaccatura sulla scelta del procuratore capitolino. Davigo dopo aver richiesto e ottenuto copia dei verbali da Storari ad aprile anziché depositarli formalmente al Csm ha iniziato a farli girare nei corridoi, mostrandoli a questo o a quello, finanche nella tromba delle scale del parlamentino, per stigmatizzare il comportamento di Ardita. Però non ne ha parlato solo in modo carbonaro nei corridoi di Palazzo dei marescialli per mesi (quanti?), sino alla vigilia della cacciata dallo scranno consiliare, ma sembrerebbe averli usati per mandare messaggi in codice nel verbale delle dichiarazioni che ha reso a Perugia nell'ambito dell'inchiesta su Luca Palamara. Leggiamo. Domanda: «Ha parlato con il dottor Ardita dell'esposto presentato dal dottor Stefano Fava contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone?». Risposta: «Ho parlato con Ardita dell'esposto contro Ielo e non contro Pignatone, una volta uscite le intercettazioni. Siccome lo avevo visto agitato dopo la pubblicazione delle intercettazioni , gli chiesi di indicarmi se aveva avuto un ruolo nel gestire tale esposto. Lui mi disse che il suo ruolo era stato istituzionale». Domanda: «Perché Ardita era preoccupato?». Risposta: «Io non posso spiegare interamente la vicenda, in quanto coperta in parte da segreto d'ufficio». Nei mesi scorsi ci eravamo chiesti a quale segreto facesse riferimento Davigo il 19 ottobre e oggi risulta abbastanza chiaro che stesse collegando la vicenda Palamara alla storia dei verbali di Amara e della loggia Ungheria, di cui, secondo l'avvocato siracusano, Ardita faceva parte. Ed eccoci alla questione della possibile retrodatazione della conoscenza dei verbali da parte di Davigo. I pm perugini hanno chiesto una seconda volta all'ex campione di Mani pulite perché Ardita fosse preoccupato e la replica è stata la seguente: «Questa è la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020». Ovviamente il segreto riguardava una Procura diversa da quella di Perugia e oggi è facile immaginare che il riferimento fosse agli interrogatori di Amara fatti dalla Procura di Milano. In passato noi avevamo collegato, come detto, la data di marzo allo scontro per la votazione del procuratore di Roma, ma probabilmente a spaccare il fronte di Autonomia e indipendenza era stata la notizia delle dichiarazioni del «pentito» su Ardita. Se così fosse, la soffiata di Storari sarebbe arrivata almeno un mese prima rispetto alla consegna dei verbali a Davigo. In quel mese di buco il consigliere ha sollecitato il pm per avere le carte? E quando Storari sceglie di informare Davigo, lo fa perché la questione Ardita e il voto per Viola erano già stati motivo di discussione tra i due? Chissà se adesso che è indagato a Brescia per rivelazione di notizie riservate Davigo deciderà di riferire a quale segreto d'ufficio si riferisse a Perugia e spiegherà quando seppe della loggia Ungheria e del suo ipotetico collegamento con Ardita.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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