In un anno falliti 30.000 ristoranti. Entro l’estate altri 50.000 crac
(Giovanni Mereghetti/UCG/Universal Images Group via Getty Images)
Ai pochi incassi si sommano inflazione e tasse. Nel turismo la ripresa è un miraggio. Luigi Scordamaglia: «Basta quarantene».

Il presidente del Consiglio farebbe bene a passare in officina a farsi sistemare il contagiri: gli segnala una ripresa che non si vede. Nell’ultima conferenza stampa – Quirinale free – Mario Draghi ha detto: «Le stime confermano una crescita economica tra il 4 e il 4,5%». A guardare i dati del Paese reale pare una retromarcia. Sicuramente non l’hanno servita al ristorante -ne sono falliti 30.000 – e in un Paese di fatto in lockdown causa quarantene Luigi Scordamaglia di Filiera Italia avverte: o liberate i lavoratori dalle quarantene o addio fatturato. Quando si dice che l’obbligo vaccinale risolve tutti i mali.

Le uniche cifre -contagi a parte – che salgono in Italia per ora sono la pressione fiscale e l’inflazione che appare come la minaccia più seria, pure del Covid, anche se nessuno (apparentemente) se ne cura. Si è accesa la spia della stagflazione – è come se l’economia fosse intubata: crescono i prezzi, cala la domanda – e c’è un simil effetto green pass; si sono tutti convinti che si può fare debito come non ci fosse un domani. Forse non è così e come la carta verde ha favorito i contagi così il credere che il debito sia comunque disponibile – è convinzione ad esempio del ministro agli statali Renato Brunetta – finirà per portare l’Italia al default. In fallimento ci sono già 30.000 tra ristoranti e alberghi e la stima è che non arriveranno a mangiare l’uovo di Pasqua almeno altre 50.000 imprese.

Per dirlo basta osservare le cifre. Nel periodo gennaio-novembre 2021 le entrate fiscali ammontano a 441,5 miliardi; sono 47,8 miliardi in più (+12,2%) rispetto agli undici mesi dell’anno precedente. L’inflazione a dicembre è salita al 3,9 % – in Europa è al 5, in Germania al 5,2, negli Usa al 7% al massimo da 40 anni e sperare che i tassi restino fermi è folle, ma tassi in su significa debito più caro – però a novembre l’Istat ha stimato un calo dei consumi dello 0,4% in valore e dello 0,6% in volume con una marcatissima flessione nell’alimentare (-0,9% in valore e -1,2% in volume).

Cosa significa questo? Che il potere d’acquisto degli italiani si sta erodendo a causa del combinato disposto inflazione più tasse e che la domanda è in contrazione. Una prova indiretta arriva dal rapporto Cerved sul bilancio di welfare delle famiglie. Ci stanno raccontando da mesi che a causa del Covid gli italiani non possono curarsi. C’è anche questo, ma il Cerved aggiunge un’altra verità: nel 2021, le famiglie italiane hanno speso 136,6 miliardi per prestazioni di welfare, oltre 5.000 euro a famiglia, pari al 17,5% del reddito netto, ma le famiglie anche per mancanza di soldi hanno rinunciato alle prestazioni: il 50,2% nella sanità, il 56,8% nell’assistenza agli anziani, il 58,4% nell’assistenza ai bambini, il 33,8% nell’istruzione.

Pure la Confcommercio ha fatto il suo bilancio. Conferma che nel 2021 c’è stato un rimbalzo del Pil del 6,2% (nel 2020 abbiamo perso il 9). Ma i consumi sono cresciuti solo del 5,1 e recupereranno i livelli pre pandemia solo nel 2023. Per ristorazione e alberghi la perdita dei consumi è rispettivamente del 27,3% e del 35% rispetto a due anni fa; per i servizi culturali e ricreativi del 21,5%; per i trasporti del 16% e per l’abbigliamento e le calzature del 10,5%. E siccome questo settore rappresenta il 19 % del Pil è difficile immaginare riprese da Formula uno.

Arrivano Federalberghi e il Mio guidato da Paolo Bianchini (Movimento imprese ospitalità aderente a Confturismo) a spegnere qualsiasi entusiasmo. Per l’organizzazione guidata da Bernabò Bocca sono sparite 148 milioni di presenze turistiche. Gli alberghi hanno perso rispetto al 2019 un pernottamento su tre e quelli degli stranieri sono dimezzati. L’Istat sostiene che nei prime nove mesi dello scorso anno si è recuperato il 22,3% di clienti rispetto al 2020, ma si è perso 38,4% sul 2019. Un disastro confermato da Paolo Bianchini: «Il 40% dei ristoranti italiani è sull’orlo del fallimento, 30.000 hanno già chiuso. Ovviamente godono solo le catene straniere che spacciano calorie. Nel complesso il settore ha perso il 49% del fatturato rispetto al 2019. Dall’8 dicembre 2021 al 6 gennaio 2022, quindi nell’ultimo mese, il settore Horeca ha fatturato il 54% in meno rispetto allo stesso periodo 2019-2020. Il governo deve non solo darci i ristori, ma ripristinare la cassaintegrazione, sospendere i pagamenti fiscali per un anno, abbassare l’Iva al 5% e riattivare il contributo affitti oppure da qui all’estate spariranno altre migliaia di imprese».

Una sofferenza che in campo alimentare riguarda le campagne – i produttori di patate hanno deciso di non raccogliere, non conviene – e l’industria. Filiera Italia, di cui è consigliere delegato Luigi Scordamaglia, afferma: «La produzione agroalimentare e l’export rischiano di essere messi in ginocchio dalle assenze per quarantene Covid che in alcuni casi possono interessare anche il 30% dei lavoratori del settore». Sono a rischio 150 miliardi di fatturato di cui 50 dall’export. Ma c’è la ripresa. A dir la verità, per ora al ristorante non l’hanno servita.

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