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2019-02-12
In Abruzzo la Lega si mangia i grillini. Il centrodestra a un soffio dal 50%
Ansa
Boom della Lega che spinge al trionfo il centrodestra, crollo del M5s, timidi segnali di vita (stentata) dal pianeta centrosinistra. La sintesi del voto di domenica scorsa in Abruzzo è questa: il centrodestra vede modificati i rapporti di forza al suo interno, ma stravince le elezioni in una regione che è una specie di «Ohio italiano». Gli elettori abruzzesi, infatti, hanno la tendenza a cambiare il loro voto a seconda dell'offerta politica: negli ultimi 25 anni, la coalizione di governo uscente ha sempre perso le regionali.
Il nuovo governatore è il senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio, che ottiene il 48% dei voti, mentre la coalizione che lo sosteneva va addirittura oltre, toccando la stratosferica quota del 49,2%. Al secondo posto si classifica il centrosinistra a guida Giovanni Legnini: il 31,28% è un risultato tutto sommato apprezzabile, considerato il totale sbando del Partito democratico, fermo all'11,1%. Le sette liste civiche a sostegno di Legnini raggranellano un altro 20% e consentono all'ex vicepresidente del Csm di superare, di più di dieci punti, il M5s, grande sconfitto delle elezioni abruzzesi, con il candidato a presidente Sara Marcozzi fermo al 20,2% e la lista inchiodata al 19,7%.
Pur essendo due elezioni molto diverse, è importante segnalare le variazioni dei partiti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. Il centrodestra, nel suo complesso, guadagna ben 13,7 punti rispetto al voto dello scorso anno. La Lega raddoppia (dal 13,9 al 27,5%); Forza Italia perde un terzo dei voti (dal 14,5 al 9,1%); Fratelli d'Italia cresce (dal 5 al 6,5%). Il centrosinistra nel suo complesso recupera rispetto alle politiche, passando dal 20 al 30%, ma il Pd cala dal 14,3 all'11%. Il M5s crolla: lo scorso 4 marzo in Abruzzo prese il 39,8%, l'altra sera si è fermato al 19,7%, meno della metà, con un'emorragia del 20% dei voti.
Che è successo? Come è stato possibile per il M5s dimezzare i consensi in meno di un anno? Certo, le elezioni regionali, caratterizzate da una lotta alla preferenza che vede storicamente il M5s più debole, sono diverse dalle politiche, ma la batosta è talmente eclatante che non può essere derubricata a un incidente di percorso. Il M5s paga la ambiguità di essere il principale partito di governo ma di apparire come l'alleato minore della Lega (sembra passato un secolo, ma vale la pena di ricordare che lo scorso 4 marzo il M5s prese il 32,6% e la Lega il 17,3%). Inutile girarci intorno: mentre Matteo Salvini agisce da premier di fatto, Luigi Di Maio procede a rimorchio, deve fare i conti con l'ala radical chic di Roberto Fico che gli fa la guerra e finisce per apparire un leader dimezzato e senza una strategia.
Lo studio dei flussi elettorali realizzato dall'Istituto Cattaneo analizza nel dettaglio questi elementi basandosi sui risultati nei due principali centri della regione, Pescara e Teramo: «Il M5s», scrive l'Istituto Cattaneo, «è certamente lo sconfitto di queste elezioni perché perde voti (in valore assoluto e in percentuale) non solo rispetto all'exploit del 4 marzo ma anche rispetto alle regionali di cinque anni fa, segno di una incapacità di radicamento territoriale. Potremmo dividere gli elettori M5s del 4 marzo in quattro gruppi. Ci sono i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito (38% a Pescara, 29% a Teramo). Ci sono i disillusi, che passano all'astensione (28% a Pescara, 17% a Teramo). Ci sono i traghettati (22% a Pescara, 34% a Teramo), che passano al centrodestra, conquistati probabilmente dal dinamismo dell'azione politica dell'alleato concorrente di governo Matteo Salvini. Poiché il bacino da cui proviene è molto ampio», prosegue l'Istituto, «il flusso dei traghettati costituisce una quota molto pesante del voto per il candidato del centrodestra. Se guardiamo i flussi in entrata per Marsilio vediamo infatti che a Pescara se il 68% proviene da chi votò centrodestra il 4 marzo, il 24% (quasi un quarto, dunque) è costituito da elettori che lo scorso anno scelsero il M5s. A Teramo la componente ex grillina tra gli elettori di Marsilio è ancora più consistente. Ci sono, infine, i pentiti (12% a Pescara, 20% a Teramo), che passano (tornano) al centrosinistra: dei quattro è il gruppo più piccolo, anche se si tratta di un flusso che potrebbe avere un significato politico di un certo peso».
Dunque, gli esperti non hanno dubbi: un'ampia fetta dell'elettorato del M5s percepisce Salvini come il proprio leader, mentre i grillini «progressisti» non si accontentano dei post su Facebook di Fico, ma si astengono o tornano a votare a sinistra.
Il Pd delira. Parla di successo ma in 5 anni si è dimezzato
«È bizzarro vedere festeggiare il Pd perché è arrivato secondo». Proprio così, come ha detto Matteo Salvini durante la conferenza stampa sul voto in Abruzzo, il Pd festeggia. O semplicemente tira un sospiro di sollievo forse perché ha salvato la pelle, ma non la faccia: è uscito sconfitto con un risultato molto deludente e con un candidato salvato dalle liste civiche con dentro socialisti, cattolici, progressisti e altro.
Al nuovo governatore Marco Marsilio, esponente di Fratelli d'Italia e candidato della coalizione di centrodestra, è andato il 48% dei voti e ha staccato di quasi 17 punti Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e candidato del centrosinistra, fermo al 31,3%, seguito dalla candidata del M5s Sara Marcozzi, al 20%.
«Il 30% ottenuto in due mesi mi sembra un risultato importante», ha comunque sostenuto Legnini, «è un punto di partenza e vorrei ricordare che l'anno scorso in Abruzzo il centrosinistra compreso Leu ha conseguito un risultato del 17,6%. Noi abbiamo avuto dieci punti in più ma non è stato sufficiente». Numeri alla mano, Legnini ha preso 195.394 voti, perdendone 124.493 rispetto al candidato di centrosinistra delle passate elezioni regionali, quel Luciano D'Alfonso che vinse nel 2014 con il simbolo del Pd e che si è dimesso il 4 marzo preferendo Palazzo Madama alla Regione. Guardando i flussi per partito e non in base alla coalizione, si scopre che il Pd si è fermato all'11,1% (in provincia dell'Aquila all'8,8%), mentre le altre sette liste (Legnini presidente, Abruzzo insieme, Avanti Abruzzo, Abruzzo in Comune, Centro democratico +Abruzzo, Progressisti per Legnini, Centristi x l'Europa-Solidali e popolari) hanno ottenuto circa il 20%. Alle politiche, il Pd aveva ottenuto il 14,3%, mentre alle regionali 2014 era il primo partito con il 25,5%.
Nonostante i numeri impietosi, i capi dem hanno gridato al successo. «Grazie a Giovanni Legnini e al Pd per l'impegno straordinario in Abruzzo», ha scritto su Twitter il candidato segretario Maurizio Martina. «Siamo l'unica alternativa alla destra. La propaganda 5 stelle sbatte contro la realtà. Un nuovo centrosinistra aperto al civismo è la strada da percorrere per tornare a vincere fianco a fianco».
Matteo Ricci, responsabile enti locali del Pd, non ha guardato alla débâcle ma ha commentato l'esito del voto così: «In bocca al lupo al nuovo presidente dell'Abruzzo. Vittoria netta della destra. Crollano i 5 stelle. Il centrosinistra riparte da un +12% rispetto alle politiche (dove la coalizione aveva preso circa il 17%, ndr) grazie a Giovanni Legnini. Pdnetwork è a disposizione di un nuovo centrosinistra. Alle primarie del Pd ora serve una bella partecipazione e una leadership forte».
«Legnini va ringraziato per la sua generosità e lungimiranza, ha fatto qualcosa che solo i grandi e le persone perbene fanno, sapendo che era impossibile vincere ha iniziato a metter su i primi mattoni per la ricostruzione del centrosinistra», ha continuato sulla stessa linea il piddino Francesco Boccia «Mentre Matteo Renzi lo aveva distrutto perché non c'erano più alleati, Legnini ricostruisce. Questo 31% deve farci riflettere, penso che sarà una riflessione importante per Nicola Zingaretti, unico candidato in grado di ricostruire una grande alleanza di centrosinistra attraverso un Pd che deve essere molto più forte».
Anche per il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, di Leu, «la coalizione unitaria di centrosinistra di Legnini, dai progressisti ai cattolici, dai liberali ai socialisti e a forze civiche, è un'indicazione politica per future elezioni».
Di Battista non tira la volata al M5s. La base trema in vista delle europee
Nessuna autocritica, soltanto accuse a candidati e concorrenti. La grillina Sara Marcozzi, arrivata terza nelle elezioni regionali abruzzesi, appena chiuse le urne già parlava di «sconfitta della democrazia» perché si era «permesso di partecipare a otto liste create poco prima delle elezioni». Nessuna analisi dei numeri che pure testimoniano un'amara verità: la disfatta del M5s e il fallimento di una classe dirigente scesa in campo per la campagna elettorale. Compresi il vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.
Il Movimento, che alle politiche del 4 marzo 2018 conquistò l'Abruzzo con il 39,9% e 303.006 voti, questa volta si ferma intorno al 20%, perdendo quasi 200.000 voti. È stato doppiato dalla coalizione di centrodestra, che con il 48% ha fatto prendere la Regione a Marco Marsilio di Fdi.
Ammette la sconfitta, anche se con una frase non proprio cristallina, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Certamente c'è un po' di delusione perché se avessimo vinto avremmo dato una enorme mano a quella popolazione». La nega invece il capogruppo alla Camera Francesco D'Uva: «Il risultato del M5s è perfettamente in linea con le precedenti elezioni regionali». Più realista il sottosegretario Stefano Buffagni: «La Lega grazie a noi vive di luce riflessa. Noi facciamo le cose, ma Salvini è più bravo a vendere. Non trovo scuse».
E mentre il Movimento va verso la richiesta di un'assemblea chiarificatrice, i mugugni della fronda interna contro i leader si fanno sempre più intensi. «Spostarsi a destra non paga. Abbiamo lasciato troppo spazio a Salvini, alle sue modalità comunicative. E gli elettori hanno scelto l'originale», ha detto la senatrice Elena Fattori, «Non lo chiamerei un crollo ma un segnale. Io dico da sempre che il Movimento è una realtà particolare, ha uno spirito eclettico e come tale va tutelato». Secondo la Fattori comunque il risultato non impatterà sul voto per l'autorizzazione a procedere contro il ministro dell'Interno: «Io voterò sì, ma l'orientamento generale è per votare no».
Non mancano gli attacchi ai big, Dibba incluso, da poco tornato dal suo viaggio in Sud America per far ritrovare smalto al partito. «Gli elettori vogliono vedere i fatti. Le star andavano bene all'opposizione» dice il deputato Davide Galantino. Sulla stessa lunghezza d'onda anche la frondista Paola Nugnes: «Se si voleva, in qualche modo, usare Di Battista per aumentare i consensi, mitigare le perdite, ribilanciare le posizioni, se ne è fatto un uso pessimo. Non credibile da nessun punto di vista. O si è sottovalutata la gente o si è sovrastimata la capacità comunicativa di un messaggio privo di contenuto».
Controcorrente Gianluigi Paragone, che ha parlato di un «voto marginale» e aggiunto: «Subito dopo le politiche non abbiamo vinto in Molise e in Friuli: il voto delle amministrative è marginale e si prendono in considerazione aspetti della quotidianità, è un voto che riguarda soprattutto la sanità».
Il deputato Giorgio Trizzino invece ha accusato la Lega di aver puntato «scientificamente fin dal primo momento a indebolire ideologicamente e politicamente il M5s. Ha imposto i temi ideologici della chiusura razziale e della sicurezza, compromettendo l'identità plurale, sociale e tollerante del M5s». E se la senatrice Daniela Donno ha definito gli italiani «un popolo autolesionista e di dissidenti», l'ex pentastellato Gregorio De Falco, espulso a fine dicembre, ha detto: «È l'effetto da un lato di aver abbandonato la propria funzione moralizzatrice e dall'altro di aver preso una deriva verso finalità più consone alla destra. Sarebbe il caso a questo punto di fermarsi a riflettere e discutere in maniera democratica all'interno del movimento».
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Marco Marsilio stravince. Il Carroccio, che nel 2014 non si era nemmeno presentato, è il primo partito con il 27,5% Il M5s in 11 mesi perde un voto su due. Risultato peggiore pure rispetto alle precedenti consultazioni locali.I dem si fermano all'11% ed evitano il flop grazie all'ammucchiata di liste civiche.Critiche anche a Luigi Di Maio: «Sbagliato spostarsi a destra». Chiesta un'assemblea.Lo speciale contiene tre articoli.Boom della Lega che spinge al trionfo il centrodestra, crollo del M5s, timidi segnali di vita (stentata) dal pianeta centrosinistra. La sintesi del voto di domenica scorsa in Abruzzo è questa: il centrodestra vede modificati i rapporti di forza al suo interno, ma stravince le elezioni in una regione che è una specie di «Ohio italiano». Gli elettori abruzzesi, infatti, hanno la tendenza a cambiare il loro voto a seconda dell'offerta politica: negli ultimi 25 anni, la coalizione di governo uscente ha sempre perso le regionali. Il nuovo governatore è il senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio, che ottiene il 48% dei voti, mentre la coalizione che lo sosteneva va addirittura oltre, toccando la stratosferica quota del 49,2%. Al secondo posto si classifica il centrosinistra a guida Giovanni Legnini: il 31,28% è un risultato tutto sommato apprezzabile, considerato il totale sbando del Partito democratico, fermo all'11,1%. Le sette liste civiche a sostegno di Legnini raggranellano un altro 20% e consentono all'ex vicepresidente del Csm di superare, di più di dieci punti, il M5s, grande sconfitto delle elezioni abruzzesi, con il candidato a presidente Sara Marcozzi fermo al 20,2% e la lista inchiodata al 19,7%.Pur essendo due elezioni molto diverse, è importante segnalare le variazioni dei partiti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. Il centrodestra, nel suo complesso, guadagna ben 13,7 punti rispetto al voto dello scorso anno. La Lega raddoppia (dal 13,9 al 27,5%); Forza Italia perde un terzo dei voti (dal 14,5 al 9,1%); Fratelli d'Italia cresce (dal 5 al 6,5%). Il centrosinistra nel suo complesso recupera rispetto alle politiche, passando dal 20 al 30%, ma il Pd cala dal 14,3 all'11%. Il M5s crolla: lo scorso 4 marzo in Abruzzo prese il 39,8%, l'altra sera si è fermato al 19,7%, meno della metà, con un'emorragia del 20% dei voti. Che è successo? Come è stato possibile per il M5s dimezzare i consensi in meno di un anno? Certo, le elezioni regionali, caratterizzate da una lotta alla preferenza che vede storicamente il M5s più debole, sono diverse dalle politiche, ma la batosta è talmente eclatante che non può essere derubricata a un incidente di percorso. Il M5s paga la ambiguità di essere il principale partito di governo ma di apparire come l'alleato minore della Lega (sembra passato un secolo, ma vale la pena di ricordare che lo scorso 4 marzo il M5s prese il 32,6% e la Lega il 17,3%). Inutile girarci intorno: mentre Matteo Salvini agisce da premier di fatto, Luigi Di Maio procede a rimorchio, deve fare i conti con l'ala radical chic di Roberto Fico che gli fa la guerra e finisce per apparire un leader dimezzato e senza una strategia.Lo studio dei flussi elettorali realizzato dall'Istituto Cattaneo analizza nel dettaglio questi elementi basandosi sui risultati nei due principali centri della regione, Pescara e Teramo: «Il M5s», scrive l'Istituto Cattaneo, «è certamente lo sconfitto di queste elezioni perché perde voti (in valore assoluto e in percentuale) non solo rispetto all'exploit del 4 marzo ma anche rispetto alle regionali di cinque anni fa, segno di una incapacità di radicamento territoriale. Potremmo dividere gli elettori M5s del 4 marzo in quattro gruppi. Ci sono i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito (38% a Pescara, 29% a Teramo). Ci sono i disillusi, che passano all'astensione (28% a Pescara, 17% a Teramo). Ci sono i traghettati (22% a Pescara, 34% a Teramo), che passano al centrodestra, conquistati probabilmente dal dinamismo dell'azione politica dell'alleato concorrente di governo Matteo Salvini. Poiché il bacino da cui proviene è molto ampio», prosegue l'Istituto, «il flusso dei traghettati costituisce una quota molto pesante del voto per il candidato del centrodestra. Se guardiamo i flussi in entrata per Marsilio vediamo infatti che a Pescara se il 68% proviene da chi votò centrodestra il 4 marzo, il 24% (quasi un quarto, dunque) è costituito da elettori che lo scorso anno scelsero il M5s. A Teramo la componente ex grillina tra gli elettori di Marsilio è ancora più consistente. Ci sono, infine, i pentiti (12% a Pescara, 20% a Teramo), che passano (tornano) al centrosinistra: dei quattro è il gruppo più piccolo, anche se si tratta di un flusso che potrebbe avere un significato politico di un certo peso». Dunque, gli esperti non hanno dubbi: un'ampia fetta dell'elettorato del M5s percepisce Salvini come il proprio leader, mentre i grillini «progressisti» non si accontentano dei post su Facebook di Fico, ma si astengono o tornano a votare a sinistra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-abruzzo-la-lega-si-mangia-i-grillini-il-centrodestra-a-un-soffio-dal-50-2628667620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-delira-parla-di-successo-ma-in-5-anni-si-e-dimezzato" data-post-id="2628667620" data-published-at="1773512353" data-use-pagination="False"> Il Pd delira. Parla di successo ma in 5 anni si è dimezzato «È bizzarro vedere festeggiare il Pd perché è arrivato secondo». Proprio così, come ha detto Matteo Salvini durante la conferenza stampa sul voto in Abruzzo, il Pd festeggia. O semplicemente tira un sospiro di sollievo forse perché ha salvato la pelle, ma non la faccia: è uscito sconfitto con un risultato molto deludente e con un candidato salvato dalle liste civiche con dentro socialisti, cattolici, progressisti e altro. Al nuovo governatore Marco Marsilio, esponente di Fratelli d'Italia e candidato della coalizione di centrodestra, è andato il 48% dei voti e ha staccato di quasi 17 punti Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e candidato del centrosinistra, fermo al 31,3%, seguito dalla candidata del M5s Sara Marcozzi, al 20%. «Il 30% ottenuto in due mesi mi sembra un risultato importante», ha comunque sostenuto Legnini, «è un punto di partenza e vorrei ricordare che l'anno scorso in Abruzzo il centrosinistra compreso Leu ha conseguito un risultato del 17,6%. Noi abbiamo avuto dieci punti in più ma non è stato sufficiente». Numeri alla mano, Legnini ha preso 195.394 voti, perdendone 124.493 rispetto al candidato di centrosinistra delle passate elezioni regionali, quel Luciano D'Alfonso che vinse nel 2014 con il simbolo del Pd e che si è dimesso il 4 marzo preferendo Palazzo Madama alla Regione. Guardando i flussi per partito e non in base alla coalizione, si scopre che il Pd si è fermato all'11,1% (in provincia dell'Aquila all'8,8%), mentre le altre sette liste (Legnini presidente, Abruzzo insieme, Avanti Abruzzo, Abruzzo in Comune, Centro democratico +Abruzzo, Progressisti per Legnini, Centristi x l'Europa-Solidali e popolari) hanno ottenuto circa il 20%. Alle politiche, il Pd aveva ottenuto il 14,3%, mentre alle regionali 2014 era il primo partito con il 25,5%. Nonostante i numeri impietosi, i capi dem hanno gridato al successo. «Grazie a Giovanni Legnini e al Pd per l'impegno straordinario in Abruzzo», ha scritto su Twitter il candidato segretario Maurizio Martina. «Siamo l'unica alternativa alla destra. La propaganda 5 stelle sbatte contro la realtà. Un nuovo centrosinistra aperto al civismo è la strada da percorrere per tornare a vincere fianco a fianco». Matteo Ricci, responsabile enti locali del Pd, non ha guardato alla débâcle ma ha commentato l'esito del voto così: «In bocca al lupo al nuovo presidente dell'Abruzzo. Vittoria netta della destra. Crollano i 5 stelle. Il centrosinistra riparte da un +12% rispetto alle politiche (dove la coalizione aveva preso circa il 17%, ndr) grazie a Giovanni Legnini. Pdnetwork è a disposizione di un nuovo centrosinistra. Alle primarie del Pd ora serve una bella partecipazione e una leadership forte». «Legnini va ringraziato per la sua generosità e lungimiranza, ha fatto qualcosa che solo i grandi e le persone perbene fanno, sapendo che era impossibile vincere ha iniziato a metter su i primi mattoni per la ricostruzione del centrosinistra», ha continuato sulla stessa linea il piddino Francesco Boccia «Mentre Matteo Renzi lo aveva distrutto perché non c'erano più alleati, Legnini ricostruisce. Questo 31% deve farci riflettere, penso che sarà una riflessione importante per Nicola Zingaretti, unico candidato in grado di ricostruire una grande alleanza di centrosinistra attraverso un Pd che deve essere molto più forte». 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La grillina Sara Marcozzi, arrivata terza nelle elezioni regionali abruzzesi, appena chiuse le urne già parlava di «sconfitta della democrazia» perché si era «permesso di partecipare a otto liste create poco prima delle elezioni». Nessuna analisi dei numeri che pure testimoniano un'amara verità: la disfatta del M5s e il fallimento di una classe dirigente scesa in campo per la campagna elettorale. Compresi il vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Il Movimento, che alle politiche del 4 marzo 2018 conquistò l'Abruzzo con il 39,9% e 303.006 voti, questa volta si ferma intorno al 20%, perdendo quasi 200.000 voti. È stato doppiato dalla coalizione di centrodestra, che con il 48% ha fatto prendere la Regione a Marco Marsilio di Fdi. Ammette la sconfitta, anche se con una frase non proprio cristallina, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Certamente c'è un po' di delusione perché se avessimo vinto avremmo dato una enorme mano a quella popolazione». La nega invece il capogruppo alla Camera Francesco D'Uva: «Il risultato del M5s è perfettamente in linea con le precedenti elezioni regionali». Più realista il sottosegretario Stefano Buffagni: «La Lega grazie a noi vive di luce riflessa. Noi facciamo le cose, ma Salvini è più bravo a vendere. Non trovo scuse». E mentre il Movimento va verso la richiesta di un'assemblea chiarificatrice, i mugugni della fronda interna contro i leader si fanno sempre più intensi. «Spostarsi a destra non paga. Abbiamo lasciato troppo spazio a Salvini, alle sue modalità comunicative. E gli elettori hanno scelto l'originale», ha detto la senatrice Elena Fattori, «Non lo chiamerei un crollo ma un segnale. Io dico da sempre che il Movimento è una realtà particolare, ha uno spirito eclettico e come tale va tutelato». Secondo la Fattori comunque il risultato non impatterà sul voto per l'autorizzazione a procedere contro il ministro dell'Interno: «Io voterò sì, ma l'orientamento generale è per votare no». Non mancano gli attacchi ai big, Dibba incluso, da poco tornato dal suo viaggio in Sud America per far ritrovare smalto al partito. «Gli elettori vogliono vedere i fatti. Le star andavano bene all'opposizione» dice il deputato Davide Galantino. Sulla stessa lunghezza d'onda anche la frondista Paola Nugnes: «Se si voleva, in qualche modo, usare Di Battista per aumentare i consensi, mitigare le perdite, ribilanciare le posizioni, se ne è fatto un uso pessimo. Non credibile da nessun punto di vista. O si è sottovalutata la gente o si è sovrastimata la capacità comunicativa di un messaggio privo di contenuto». Controcorrente Gianluigi Paragone, che ha parlato di un «voto marginale» e aggiunto: «Subito dopo le politiche non abbiamo vinto in Molise e in Friuli: il voto delle amministrative è marginale e si prendono in considerazione aspetti della quotidianità, è un voto che riguarda soprattutto la sanità». Il deputato Giorgio Trizzino invece ha accusato la Lega di aver puntato «scientificamente fin dal primo momento a indebolire ideologicamente e politicamente il M5s. Ha imposto i temi ideologici della chiusura razziale e della sicurezza, compromettendo l'identità plurale, sociale e tollerante del M5s». E se la senatrice Daniela Donno ha definito gli italiani «un popolo autolesionista e di dissidenti», l'ex pentastellato Gregorio De Falco, espulso a fine dicembre, ha detto: «È l'effetto da un lato di aver abbandonato la propria funzione moralizzatrice e dall'altro di aver preso una deriva verso finalità più consone alla destra. Sarebbe il caso a questo punto di fermarsi a riflettere e discutere in maniera democratica all'interno del movimento».
Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
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(Ansa)
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
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(IStock)
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
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