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2019-02-12
In Abruzzo la Lega si mangia i grillini. Il centrodestra a un soffio dal 50%
Ansa
Boom della Lega che spinge al trionfo il centrodestra, crollo del M5s, timidi segnali di vita (stentata) dal pianeta centrosinistra. La sintesi del voto di domenica scorsa in Abruzzo è questa: il centrodestra vede modificati i rapporti di forza al suo interno, ma stravince le elezioni in una regione che è una specie di «Ohio italiano». Gli elettori abruzzesi, infatti, hanno la tendenza a cambiare il loro voto a seconda dell'offerta politica: negli ultimi 25 anni, la coalizione di governo uscente ha sempre perso le regionali.
Il nuovo governatore è il senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio, che ottiene il 48% dei voti, mentre la coalizione che lo sosteneva va addirittura oltre, toccando la stratosferica quota del 49,2%. Al secondo posto si classifica il centrosinistra a guida Giovanni Legnini: il 31,28% è un risultato tutto sommato apprezzabile, considerato il totale sbando del Partito democratico, fermo all'11,1%. Le sette liste civiche a sostegno di Legnini raggranellano un altro 20% e consentono all'ex vicepresidente del Csm di superare, di più di dieci punti, il M5s, grande sconfitto delle elezioni abruzzesi, con il candidato a presidente Sara Marcozzi fermo al 20,2% e la lista inchiodata al 19,7%.
Pur essendo due elezioni molto diverse, è importante segnalare le variazioni dei partiti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. Il centrodestra, nel suo complesso, guadagna ben 13,7 punti rispetto al voto dello scorso anno. La Lega raddoppia (dal 13,9 al 27,5%); Forza Italia perde un terzo dei voti (dal 14,5 al 9,1%); Fratelli d'Italia cresce (dal 5 al 6,5%). Il centrosinistra nel suo complesso recupera rispetto alle politiche, passando dal 20 al 30%, ma il Pd cala dal 14,3 all'11%. Il M5s crolla: lo scorso 4 marzo in Abruzzo prese il 39,8%, l'altra sera si è fermato al 19,7%, meno della metà, con un'emorragia del 20% dei voti.
Che è successo? Come è stato possibile per il M5s dimezzare i consensi in meno di un anno? Certo, le elezioni regionali, caratterizzate da una lotta alla preferenza che vede storicamente il M5s più debole, sono diverse dalle politiche, ma la batosta è talmente eclatante che non può essere derubricata a un incidente di percorso. Il M5s paga la ambiguità di essere il principale partito di governo ma di apparire come l'alleato minore della Lega (sembra passato un secolo, ma vale la pena di ricordare che lo scorso 4 marzo il M5s prese il 32,6% e la Lega il 17,3%). Inutile girarci intorno: mentre Matteo Salvini agisce da premier di fatto, Luigi Di Maio procede a rimorchio, deve fare i conti con l'ala radical chic di Roberto Fico che gli fa la guerra e finisce per apparire un leader dimezzato e senza una strategia.
Lo studio dei flussi elettorali realizzato dall'Istituto Cattaneo analizza nel dettaglio questi elementi basandosi sui risultati nei due principali centri della regione, Pescara e Teramo: «Il M5s», scrive l'Istituto Cattaneo, «è certamente lo sconfitto di queste elezioni perché perde voti (in valore assoluto e in percentuale) non solo rispetto all'exploit del 4 marzo ma anche rispetto alle regionali di cinque anni fa, segno di una incapacità di radicamento territoriale. Potremmo dividere gli elettori M5s del 4 marzo in quattro gruppi. Ci sono i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito (38% a Pescara, 29% a Teramo). Ci sono i disillusi, che passano all'astensione (28% a Pescara, 17% a Teramo). Ci sono i traghettati (22% a Pescara, 34% a Teramo), che passano al centrodestra, conquistati probabilmente dal dinamismo dell'azione politica dell'alleato concorrente di governo Matteo Salvini. Poiché il bacino da cui proviene è molto ampio», prosegue l'Istituto, «il flusso dei traghettati costituisce una quota molto pesante del voto per il candidato del centrodestra. Se guardiamo i flussi in entrata per Marsilio vediamo infatti che a Pescara se il 68% proviene da chi votò centrodestra il 4 marzo, il 24% (quasi un quarto, dunque) è costituito da elettori che lo scorso anno scelsero il M5s. A Teramo la componente ex grillina tra gli elettori di Marsilio è ancora più consistente. Ci sono, infine, i pentiti (12% a Pescara, 20% a Teramo), che passano (tornano) al centrosinistra: dei quattro è il gruppo più piccolo, anche se si tratta di un flusso che potrebbe avere un significato politico di un certo peso».
Dunque, gli esperti non hanno dubbi: un'ampia fetta dell'elettorato del M5s percepisce Salvini come il proprio leader, mentre i grillini «progressisti» non si accontentano dei post su Facebook di Fico, ma si astengono o tornano a votare a sinistra.
Il Pd delira. Parla di successo ma in 5 anni si è dimezzato
«È bizzarro vedere festeggiare il Pd perché è arrivato secondo». Proprio così, come ha detto Matteo Salvini durante la conferenza stampa sul voto in Abruzzo, il Pd festeggia. O semplicemente tira un sospiro di sollievo forse perché ha salvato la pelle, ma non la faccia: è uscito sconfitto con un risultato molto deludente e con un candidato salvato dalle liste civiche con dentro socialisti, cattolici, progressisti e altro.
Al nuovo governatore Marco Marsilio, esponente di Fratelli d'Italia e candidato della coalizione di centrodestra, è andato il 48% dei voti e ha staccato di quasi 17 punti Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e candidato del centrosinistra, fermo al 31,3%, seguito dalla candidata del M5s Sara Marcozzi, al 20%.
«Il 30% ottenuto in due mesi mi sembra un risultato importante», ha comunque sostenuto Legnini, «è un punto di partenza e vorrei ricordare che l'anno scorso in Abruzzo il centrosinistra compreso Leu ha conseguito un risultato del 17,6%. Noi abbiamo avuto dieci punti in più ma non è stato sufficiente». Numeri alla mano, Legnini ha preso 195.394 voti, perdendone 124.493 rispetto al candidato di centrosinistra delle passate elezioni regionali, quel Luciano D'Alfonso che vinse nel 2014 con il simbolo del Pd e che si è dimesso il 4 marzo preferendo Palazzo Madama alla Regione. Guardando i flussi per partito e non in base alla coalizione, si scopre che il Pd si è fermato all'11,1% (in provincia dell'Aquila all'8,8%), mentre le altre sette liste (Legnini presidente, Abruzzo insieme, Avanti Abruzzo, Abruzzo in Comune, Centro democratico +Abruzzo, Progressisti per Legnini, Centristi x l'Europa-Solidali e popolari) hanno ottenuto circa il 20%. Alle politiche, il Pd aveva ottenuto il 14,3%, mentre alle regionali 2014 era il primo partito con il 25,5%.
Nonostante i numeri impietosi, i capi dem hanno gridato al successo. «Grazie a Giovanni Legnini e al Pd per l'impegno straordinario in Abruzzo», ha scritto su Twitter il candidato segretario Maurizio Martina. «Siamo l'unica alternativa alla destra. La propaganda 5 stelle sbatte contro la realtà. Un nuovo centrosinistra aperto al civismo è la strada da percorrere per tornare a vincere fianco a fianco».
Matteo Ricci, responsabile enti locali del Pd, non ha guardato alla débâcle ma ha commentato l'esito del voto così: «In bocca al lupo al nuovo presidente dell'Abruzzo. Vittoria netta della destra. Crollano i 5 stelle. Il centrosinistra riparte da un +12% rispetto alle politiche (dove la coalizione aveva preso circa il 17%, ndr) grazie a Giovanni Legnini. Pdnetwork è a disposizione di un nuovo centrosinistra. Alle primarie del Pd ora serve una bella partecipazione e una leadership forte».
«Legnini va ringraziato per la sua generosità e lungimiranza, ha fatto qualcosa che solo i grandi e le persone perbene fanno, sapendo che era impossibile vincere ha iniziato a metter su i primi mattoni per la ricostruzione del centrosinistra», ha continuato sulla stessa linea il piddino Francesco Boccia «Mentre Matteo Renzi lo aveva distrutto perché non c'erano più alleati, Legnini ricostruisce. Questo 31% deve farci riflettere, penso che sarà una riflessione importante per Nicola Zingaretti, unico candidato in grado di ricostruire una grande alleanza di centrosinistra attraverso un Pd che deve essere molto più forte».
Anche per il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, di Leu, «la coalizione unitaria di centrosinistra di Legnini, dai progressisti ai cattolici, dai liberali ai socialisti e a forze civiche, è un'indicazione politica per future elezioni».
Di Battista non tira la volata al M5s. La base trema in vista delle europee
Nessuna autocritica, soltanto accuse a candidati e concorrenti. La grillina Sara Marcozzi, arrivata terza nelle elezioni regionali abruzzesi, appena chiuse le urne già parlava di «sconfitta della democrazia» perché si era «permesso di partecipare a otto liste create poco prima delle elezioni». Nessuna analisi dei numeri che pure testimoniano un'amara verità: la disfatta del M5s e il fallimento di una classe dirigente scesa in campo per la campagna elettorale. Compresi il vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.
Il Movimento, che alle politiche del 4 marzo 2018 conquistò l'Abruzzo con il 39,9% e 303.006 voti, questa volta si ferma intorno al 20%, perdendo quasi 200.000 voti. È stato doppiato dalla coalizione di centrodestra, che con il 48% ha fatto prendere la Regione a Marco Marsilio di Fdi.
Ammette la sconfitta, anche se con una frase non proprio cristallina, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Certamente c'è un po' di delusione perché se avessimo vinto avremmo dato una enorme mano a quella popolazione». La nega invece il capogruppo alla Camera Francesco D'Uva: «Il risultato del M5s è perfettamente in linea con le precedenti elezioni regionali». Più realista il sottosegretario Stefano Buffagni: «La Lega grazie a noi vive di luce riflessa. Noi facciamo le cose, ma Salvini è più bravo a vendere. Non trovo scuse».
E mentre il Movimento va verso la richiesta di un'assemblea chiarificatrice, i mugugni della fronda interna contro i leader si fanno sempre più intensi. «Spostarsi a destra non paga. Abbiamo lasciato troppo spazio a Salvini, alle sue modalità comunicative. E gli elettori hanno scelto l'originale», ha detto la senatrice Elena Fattori, «Non lo chiamerei un crollo ma un segnale. Io dico da sempre che il Movimento è una realtà particolare, ha uno spirito eclettico e come tale va tutelato». Secondo la Fattori comunque il risultato non impatterà sul voto per l'autorizzazione a procedere contro il ministro dell'Interno: «Io voterò sì, ma l'orientamento generale è per votare no».
Non mancano gli attacchi ai big, Dibba incluso, da poco tornato dal suo viaggio in Sud America per far ritrovare smalto al partito. «Gli elettori vogliono vedere i fatti. Le star andavano bene all'opposizione» dice il deputato Davide Galantino. Sulla stessa lunghezza d'onda anche la frondista Paola Nugnes: «Se si voleva, in qualche modo, usare Di Battista per aumentare i consensi, mitigare le perdite, ribilanciare le posizioni, se ne è fatto un uso pessimo. Non credibile da nessun punto di vista. O si è sottovalutata la gente o si è sovrastimata la capacità comunicativa di un messaggio privo di contenuto».
Controcorrente Gianluigi Paragone, che ha parlato di un «voto marginale» e aggiunto: «Subito dopo le politiche non abbiamo vinto in Molise e in Friuli: il voto delle amministrative è marginale e si prendono in considerazione aspetti della quotidianità, è un voto che riguarda soprattutto la sanità».
Il deputato Giorgio Trizzino invece ha accusato la Lega di aver puntato «scientificamente fin dal primo momento a indebolire ideologicamente e politicamente il M5s. Ha imposto i temi ideologici della chiusura razziale e della sicurezza, compromettendo l'identità plurale, sociale e tollerante del M5s». E se la senatrice Daniela Donno ha definito gli italiani «un popolo autolesionista e di dissidenti», l'ex pentastellato Gregorio De Falco, espulso a fine dicembre, ha detto: «È l'effetto da un lato di aver abbandonato la propria funzione moralizzatrice e dall'altro di aver preso una deriva verso finalità più consone alla destra. Sarebbe il caso a questo punto di fermarsi a riflettere e discutere in maniera democratica all'interno del movimento».
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Marco Marsilio stravince. Il Carroccio, che nel 2014 non si era nemmeno presentato, è il primo partito con il 27,5% Il M5s in 11 mesi perde un voto su due. Risultato peggiore pure rispetto alle precedenti consultazioni locali.I dem si fermano all'11% ed evitano il flop grazie all'ammucchiata di liste civiche.Critiche anche a Luigi Di Maio: «Sbagliato spostarsi a destra». Chiesta un'assemblea.Lo speciale contiene tre articoli.Boom della Lega che spinge al trionfo il centrodestra, crollo del M5s, timidi segnali di vita (stentata) dal pianeta centrosinistra. La sintesi del voto di domenica scorsa in Abruzzo è questa: il centrodestra vede modificati i rapporti di forza al suo interno, ma stravince le elezioni in una regione che è una specie di «Ohio italiano». Gli elettori abruzzesi, infatti, hanno la tendenza a cambiare il loro voto a seconda dell'offerta politica: negli ultimi 25 anni, la coalizione di governo uscente ha sempre perso le regionali. Il nuovo governatore è il senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio, che ottiene il 48% dei voti, mentre la coalizione che lo sosteneva va addirittura oltre, toccando la stratosferica quota del 49,2%. Al secondo posto si classifica il centrosinistra a guida Giovanni Legnini: il 31,28% è un risultato tutto sommato apprezzabile, considerato il totale sbando del Partito democratico, fermo all'11,1%. Le sette liste civiche a sostegno di Legnini raggranellano un altro 20% e consentono all'ex vicepresidente del Csm di superare, di più di dieci punti, il M5s, grande sconfitto delle elezioni abruzzesi, con il candidato a presidente Sara Marcozzi fermo al 20,2% e la lista inchiodata al 19,7%.Pur essendo due elezioni molto diverse, è importante segnalare le variazioni dei partiti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. Il centrodestra, nel suo complesso, guadagna ben 13,7 punti rispetto al voto dello scorso anno. La Lega raddoppia (dal 13,9 al 27,5%); Forza Italia perde un terzo dei voti (dal 14,5 al 9,1%); Fratelli d'Italia cresce (dal 5 al 6,5%). Il centrosinistra nel suo complesso recupera rispetto alle politiche, passando dal 20 al 30%, ma il Pd cala dal 14,3 all'11%. Il M5s crolla: lo scorso 4 marzo in Abruzzo prese il 39,8%, l'altra sera si è fermato al 19,7%, meno della metà, con un'emorragia del 20% dei voti. Che è successo? Come è stato possibile per il M5s dimezzare i consensi in meno di un anno? Certo, le elezioni regionali, caratterizzate da una lotta alla preferenza che vede storicamente il M5s più debole, sono diverse dalle politiche, ma la batosta è talmente eclatante che non può essere derubricata a un incidente di percorso. Il M5s paga la ambiguità di essere il principale partito di governo ma di apparire come l'alleato minore della Lega (sembra passato un secolo, ma vale la pena di ricordare che lo scorso 4 marzo il M5s prese il 32,6% e la Lega il 17,3%). Inutile girarci intorno: mentre Matteo Salvini agisce da premier di fatto, Luigi Di Maio procede a rimorchio, deve fare i conti con l'ala radical chic di Roberto Fico che gli fa la guerra e finisce per apparire un leader dimezzato e senza una strategia.Lo studio dei flussi elettorali realizzato dall'Istituto Cattaneo analizza nel dettaglio questi elementi basandosi sui risultati nei due principali centri della regione, Pescara e Teramo: «Il M5s», scrive l'Istituto Cattaneo, «è certamente lo sconfitto di queste elezioni perché perde voti (in valore assoluto e in percentuale) non solo rispetto all'exploit del 4 marzo ma anche rispetto alle regionali di cinque anni fa, segno di una incapacità di radicamento territoriale. Potremmo dividere gli elettori M5s del 4 marzo in quattro gruppi. Ci sono i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito (38% a Pescara, 29% a Teramo). Ci sono i disillusi, che passano all'astensione (28% a Pescara, 17% a Teramo). Ci sono i traghettati (22% a Pescara, 34% a Teramo), che passano al centrodestra, conquistati probabilmente dal dinamismo dell'azione politica dell'alleato concorrente di governo Matteo Salvini. Poiché il bacino da cui proviene è molto ampio», prosegue l'Istituto, «il flusso dei traghettati costituisce una quota molto pesante del voto per il candidato del centrodestra. Se guardiamo i flussi in entrata per Marsilio vediamo infatti che a Pescara se il 68% proviene da chi votò centrodestra il 4 marzo, il 24% (quasi un quarto, dunque) è costituito da elettori che lo scorso anno scelsero il M5s. A Teramo la componente ex grillina tra gli elettori di Marsilio è ancora più consistente. Ci sono, infine, i pentiti (12% a Pescara, 20% a Teramo), che passano (tornano) al centrosinistra: dei quattro è il gruppo più piccolo, anche se si tratta di un flusso che potrebbe avere un significato politico di un certo peso». Dunque, gli esperti non hanno dubbi: un'ampia fetta dell'elettorato del M5s percepisce Salvini come il proprio leader, mentre i grillini «progressisti» non si accontentano dei post su Facebook di Fico, ma si astengono o tornano a votare a sinistra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-abruzzo-la-lega-si-mangia-i-grillini-il-centrodestra-a-un-soffio-dal-50-2628667620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-delira-parla-di-successo-ma-in-5-anni-si-e-dimezzato" data-post-id="2628667620" data-published-at="1779090355" data-use-pagination="False"> Il Pd delira. Parla di successo ma in 5 anni si è dimezzato «È bizzarro vedere festeggiare il Pd perché è arrivato secondo». Proprio così, come ha detto Matteo Salvini durante la conferenza stampa sul voto in Abruzzo, il Pd festeggia. O semplicemente tira un sospiro di sollievo forse perché ha salvato la pelle, ma non la faccia: è uscito sconfitto con un risultato molto deludente e con un candidato salvato dalle liste civiche con dentro socialisti, cattolici, progressisti e altro. Al nuovo governatore Marco Marsilio, esponente di Fratelli d'Italia e candidato della coalizione di centrodestra, è andato il 48% dei voti e ha staccato di quasi 17 punti Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e candidato del centrosinistra, fermo al 31,3%, seguito dalla candidata del M5s Sara Marcozzi, al 20%. «Il 30% ottenuto in due mesi mi sembra un risultato importante», ha comunque sostenuto Legnini, «è un punto di partenza e vorrei ricordare che l'anno scorso in Abruzzo il centrosinistra compreso Leu ha conseguito un risultato del 17,6%. Noi abbiamo avuto dieci punti in più ma non è stato sufficiente». Numeri alla mano, Legnini ha preso 195.394 voti, perdendone 124.493 rispetto al candidato di centrosinistra delle passate elezioni regionali, quel Luciano D'Alfonso che vinse nel 2014 con il simbolo del Pd e che si è dimesso il 4 marzo preferendo Palazzo Madama alla Regione. Guardando i flussi per partito e non in base alla coalizione, si scopre che il Pd si è fermato all'11,1% (in provincia dell'Aquila all'8,8%), mentre le altre sette liste (Legnini presidente, Abruzzo insieme, Avanti Abruzzo, Abruzzo in Comune, Centro democratico +Abruzzo, Progressisti per Legnini, Centristi x l'Europa-Solidali e popolari) hanno ottenuto circa il 20%. Alle politiche, il Pd aveva ottenuto il 14,3%, mentre alle regionali 2014 era il primo partito con il 25,5%. Nonostante i numeri impietosi, i capi dem hanno gridato al successo. «Grazie a Giovanni Legnini e al Pd per l'impegno straordinario in Abruzzo», ha scritto su Twitter il candidato segretario Maurizio Martina. «Siamo l'unica alternativa alla destra. La propaganda 5 stelle sbatte contro la realtà. Un nuovo centrosinistra aperto al civismo è la strada da percorrere per tornare a vincere fianco a fianco». Matteo Ricci, responsabile enti locali del Pd, non ha guardato alla débâcle ma ha commentato l'esito del voto così: «In bocca al lupo al nuovo presidente dell'Abruzzo. Vittoria netta della destra. Crollano i 5 stelle. Il centrosinistra riparte da un +12% rispetto alle politiche (dove la coalizione aveva preso circa il 17%, ndr) grazie a Giovanni Legnini. Pdnetwork è a disposizione di un nuovo centrosinistra. Alle primarie del Pd ora serve una bella partecipazione e una leadership forte». «Legnini va ringraziato per la sua generosità e lungimiranza, ha fatto qualcosa che solo i grandi e le persone perbene fanno, sapendo che era impossibile vincere ha iniziato a metter su i primi mattoni per la ricostruzione del centrosinistra», ha continuato sulla stessa linea il piddino Francesco Boccia «Mentre Matteo Renzi lo aveva distrutto perché non c'erano più alleati, Legnini ricostruisce. Questo 31% deve farci riflettere, penso che sarà una riflessione importante per Nicola Zingaretti, unico candidato in grado di ricostruire una grande alleanza di centrosinistra attraverso un Pd che deve essere molto più forte». 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La grillina Sara Marcozzi, arrivata terza nelle elezioni regionali abruzzesi, appena chiuse le urne già parlava di «sconfitta della democrazia» perché si era «permesso di partecipare a otto liste create poco prima delle elezioni». Nessuna analisi dei numeri che pure testimoniano un'amara verità: la disfatta del M5s e il fallimento di una classe dirigente scesa in campo per la campagna elettorale. Compresi il vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Il Movimento, che alle politiche del 4 marzo 2018 conquistò l'Abruzzo con il 39,9% e 303.006 voti, questa volta si ferma intorno al 20%, perdendo quasi 200.000 voti. È stato doppiato dalla coalizione di centrodestra, che con il 48% ha fatto prendere la Regione a Marco Marsilio di Fdi. Ammette la sconfitta, anche se con una frase non proprio cristallina, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Certamente c'è un po' di delusione perché se avessimo vinto avremmo dato una enorme mano a quella popolazione». La nega invece il capogruppo alla Camera Francesco D'Uva: «Il risultato del M5s è perfettamente in linea con le precedenti elezioni regionali». Più realista il sottosegretario Stefano Buffagni: «La Lega grazie a noi vive di luce riflessa. Noi facciamo le cose, ma Salvini è più bravo a vendere. Non trovo scuse». E mentre il Movimento va verso la richiesta di un'assemblea chiarificatrice, i mugugni della fronda interna contro i leader si fanno sempre più intensi. «Spostarsi a destra non paga. Abbiamo lasciato troppo spazio a Salvini, alle sue modalità comunicative. E gli elettori hanno scelto l'originale», ha detto la senatrice Elena Fattori, «Non lo chiamerei un crollo ma un segnale. Io dico da sempre che il Movimento è una realtà particolare, ha uno spirito eclettico e come tale va tutelato». Secondo la Fattori comunque il risultato non impatterà sul voto per l'autorizzazione a procedere contro il ministro dell'Interno: «Io voterò sì, ma l'orientamento generale è per votare no». Non mancano gli attacchi ai big, Dibba incluso, da poco tornato dal suo viaggio in Sud America per far ritrovare smalto al partito. «Gli elettori vogliono vedere i fatti. Le star andavano bene all'opposizione» dice il deputato Davide Galantino. Sulla stessa lunghezza d'onda anche la frondista Paola Nugnes: «Se si voleva, in qualche modo, usare Di Battista per aumentare i consensi, mitigare le perdite, ribilanciare le posizioni, se ne è fatto un uso pessimo. Non credibile da nessun punto di vista. O si è sottovalutata la gente o si è sovrastimata la capacità comunicativa di un messaggio privo di contenuto». Controcorrente Gianluigi Paragone, che ha parlato di un «voto marginale» e aggiunto: «Subito dopo le politiche non abbiamo vinto in Molise e in Friuli: il voto delle amministrative è marginale e si prendono in considerazione aspetti della quotidianità, è un voto che riguarda soprattutto la sanità». Il deputato Giorgio Trizzino invece ha accusato la Lega di aver puntato «scientificamente fin dal primo momento a indebolire ideologicamente e politicamente il M5s. Ha imposto i temi ideologici della chiusura razziale e della sicurezza, compromettendo l'identità plurale, sociale e tollerante del M5s». E se la senatrice Daniela Donno ha definito gli italiani «un popolo autolesionista e di dissidenti», l'ex pentastellato Gregorio De Falco, espulso a fine dicembre, ha detto: «È l'effetto da un lato di aver abbandonato la propria funzione moralizzatrice e dall'altro di aver preso una deriva verso finalità più consone alla destra. Sarebbe il caso a questo punto di fermarsi a riflettere e discutere in maniera democratica all'interno del movimento».
Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.