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2019-06-16
In 40 anni dimezzate le auto made in Italy
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Nel 1989 sono state addirittura due milioni (1.971.969 per la precisione), mentre nel 2013 la miseria di 388.465. E le cose non è che oggi vadano meglio: l'Istat ha detto che ad aprile del 2019 la produzione di automobili è calata del 17,1% rispetto allo stesso mese del 2018 (meno 1% a maggio secondo l'Anfia, l'Associazione nazionale filiera industria automobilistica) e nei primi quattro mesi il calo è stato del 14,7%. Chiaro adesso perché Fca è alla ricerca di un partner? Perché se è vero (come è vero, l'ha detto Marchionne) che al mondo resteranno appena 6 produttori di automobili, vuol dire che Fca, se non prende l'iniziativa, è destinata a scomparire, ovvero a essere una preda di produttori più grandi di lei. E deve sposarsi presto, prima che i volumi scendano sotto il livello oltre al quale produrre automobili non è più conveniente. Anche perché i prezzi si abbassano. Non è più come nel 1925: le 45.800 autovetture prodotte erano destinate a una ristrettissima élite. Ma quando il mercato è maturo, come è oggi, la guerra si fa sui prezzi e sull'innovazione. E Fca, in entrambi i casi, non è leader.
Comunque il passato del comparto non è stato sempre rose e fiori. Anzi… È vero che nel 1977 le catene di montaggio italiane hanno sfornato quasi 1,5 milioni di vetture, ma due anni prima il settore aveva fatto segnare un crollo del 17,7%, non compensato dal +9% dell'anno successivo. A parte il 1981 (quando ci fu un calo del 10,9%) sono stati gli Anni Ottanta il periodo d'oro dell'automotive italiano: +16,45% nel 1986, +4,42% nel 1987, +10,37% nel 1988, +5,20% nel 1989. Gli Anni Novanta sono stati quelli dell'austerity produttiva: -4,50% nel 1990, -11,44% nel 1991, -10,21% nel 1992, -24,25% nel 1993. E se il primo giugno del 2004 gli Agnelli non si fossero affidati alle cure di Sergio Marchionne, il calo della produzione che si è registrato negli anni 2000 sarebbe stato ancora più pesante. Basta guardare i numeri del grafico sopra che dimostrano che il manager con il maglioncino è stato sì il salvatore della società, ma i volumi produttivi, anche con lui alla guida di Torino, hanno continuato a calare.
Insieme ai volumi, si è modificata anche la tipologia di vetture fabbricate nel nostro Paese. Il 38,1% di quelle uscite dalla catena di montaggio nel 1977 aveva una cilindrata compresa tra i 501 a 1000 cc; un altro 39,2% era rappresentato dalle auto fino a 1500 cc; quelle fino ai 2000 cc erano il 22,1% mentre le vetture più potenti, oltre i 2000 cc, erano appena lo 0,3% del totale. Erano gli anni delle auto di piccolo taglio, come la Fiat 126, uno dei modelli sui quali la Fiat ha campato per anni (insieme alla Panda e alla Punto). Poi siamo diventati tutti un po' più ricchi, i costi di produzione sono scesi e la concorrenza si è fatta violenta. Così nel 2017 (ultimi dati ufficiali disponibili nel dettaglio) quelle fino a 1000 cc hanno rappresentato solo il 3,2% del totale della produzione mentre quelle oltre i 2000 sono ormai salite al 30%. Ma, sia chiaro, i volumi di 40 anni fa, quelli non li vedremo mai più.
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Non ci sono più le macchine di una volta, nel senso che una volta erano molte di più. Nel 1977 ne sono uscite dalle fabbriche italiane un milione e 440.000, nel 2018 appena 671.000. Meno della metà. Nel 1989 sono state addirittura due milioni (1.971.969 per la precisione), mentre nel 2013 la miseria di 388.465. E le cose non è che oggi vadano meglio: l'Istat ha detto che ad aprile del 2019 la produzione di automobili è calata del 17,1% rispetto allo stesso mese del 2018 (meno 1% a maggio secondo l'Anfia, l'Associazione nazionale filiera industria automobilistica) e nei primi quattro mesi il calo è stato del 14,7%. Chiaro adesso perché Fca è alla ricerca di un partner? Perché se è vero (come è vero, l'ha detto Marchionne) che al mondo resteranno appena 6 produttori di automobili, vuol dire che Fca, se non prende l'iniziativa, è destinata a scomparire, ovvero a essere una preda di produttori più grandi di lei. E deve sposarsi presto, prima che i volumi scendano sotto il livello oltre al quale produrre automobili non è più conveniente. Anche perché i prezzi si abbassano. Non è più come nel 1925: le 45.800 autovetture prodotte erano destinate a una ristrettissima élite. Ma quando il mercato è maturo, come è oggi, la guerra si fa sui prezzi e sull'innovazione. E Fca, in entrambi i casi, non è leader. Comunque il passato del comparto non è stato sempre rose e fiori. Anzi… È vero che nel 1977 le catene di montaggio italiane hanno sfornato quasi 1,5 milioni di vetture, ma due anni prima il settore aveva fatto segnare un crollo del 17,7%, non compensato dal +9% dell'anno successivo. A parte il 1981 (quando ci fu un calo del 10,9%) sono stati gli Anni Ottanta il periodo d'oro dell'automotive italiano: +16,45% nel 1986, +4,42% nel 1987, +10,37% nel 1988, +5,20% nel 1989. Gli Anni Novanta sono stati quelli dell'austerity produttiva: -4,50% nel 1990, -11,44% nel 1991, -10,21% nel 1992, -24,25% nel 1993. E se il primo giugno del 2004 gli Agnelli non si fossero affidati alle cure di Sergio Marchionne, il calo della produzione che si è registrato negli anni 2000 sarebbe stato ancora più pesante. Basta guardare i numeri del grafico sopra che dimostrano che il manager con il maglioncino è stato sì il salvatore della società, ma i volumi produttivi, anche con lui alla guida di Torino, hanno continuato a calare.Insieme ai volumi, si è modificata anche la tipologia di vetture fabbricate nel nostro Paese. Il 38,1% di quelle uscite dalla catena di montaggio nel 1977 aveva una cilindrata compresa tra i 501 a 1000 cc; un altro 39,2% era rappresentato dalle auto fino a 1500 cc; quelle fino ai 2000 cc erano il 22,1% mentre le vetture più potenti, oltre i 2000 cc, erano appena lo 0,3% del totale. Erano gli anni delle auto di piccolo taglio, come la Fiat 126, uno dei modelli sui quali la Fiat ha campato per anni (insieme alla Panda e alla Punto). Poi siamo diventati tutti un po' più ricchi, i costi di produzione sono scesi e la concorrenza si è fatta violenta. Così nel 2017 (ultimi dati ufficiali disponibili nel dettaglio) quelle fino a 1000 cc hanno rappresentato solo il 3,2% del totale della produzione mentre quelle oltre i 2000 sono ormai salite al 30%. Ma, sia chiaro, i volumi di 40 anni fa, quelli non li vedremo mai più.
«The Hunting Wives» (Netflix)
Sophie O’Neill credeva di aver raggiunto lo status che più desiderava, quando, insieme al marito e al figlio, ha lasciato Chicago, la sua carriera, tanto invidiabile quanto fagocitante, per trasferirsi altrove: in un piccolo paesino del Texas, una bella casa nel mezzo di una comunità rurale, pacifica, placida. Credeva di aver scelto la libertà. Invece, quel nuovo inizio così atipico, lontano dai rumori della città, rivela ben presto altro, la noia, la ripetitività eterna dell'uguale. Sheila si scopre sola, triste, annoiata, di una noia che solo Margot Banks, socialite parte di una cricca segretamente conosciuta come le Mogli Cacciatrici, sa combattere. Sono i suoi rituali segreti, le feste, i ritrovi di queste donne a ridestare Sheila, restituendole la voglia di vivere che pensava aver lasciato nella ventosa Chicago. Sheila è rapita da Margot, e passa poco prima che la relazione delle due diventi qualcosa più di una semplice amicizia: un amore figlio della curiosità, della volontà di sperimentare quel che in gioventù s'è tenuto lontano. Il tutto, però, all'interno di una comunità che questo tipo di relazioni dovrebbe scongiurare. C'è il Texas repubblicano e conservatore, a far da sfondo alla serie televisiva, costruita - come il romanzo - a mezza via tra due generi. Da un lato, il dramma, l'intrigo amoroso. Dall'altro, il giallo, scoppiato nel momento in cui il corpo di un'adolescente viene trovato senza vita nell'esatto punto in cui sono solite ritrovarsi le Mogli Cacciatrici.
Allora, le strade narrative di Nido di vipere divergono. Sheila è colta nelle sue contraddizioni, specchio di una società di cui l'autrice e gli sceneggiatori cercano di cogliere l'ipocrisia. La critica sociale prosegue insieme al racconto privato di questa mamma di Chicago, coinvolta, parimenti, in un'indagine di polizia. Nega, Sheila, cerca di provare la propria innocenza. Ma il giallo fa il suo corso, e non è indimenticabile quel che è stato scritto: la storia di Sheila, il suo dramma di donna, colto tanto nell'esistenza individuale quanto in quella collettiva, non sono destinata a riscrivere le sorti della serialità televisiva. Eppure, qualcosa affascina in questa serie tv, passatempo decoroso per le vacanze imminenti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 dicembre 2025. Ospite la vicecapogruppo di Fdi alla Camera Augusta Montaruli. L'argomento del giorno è: "Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino".