I tumulti del 31 gennaio a Torino (Ansa). Nel riquadro, l'immagine divenuta nota del poliziotto linciata dai dimostranti
La mano lieve dopo la devastazione contiene un messaggio chiarissimo: i violenti non saranno puniti, i tutori della legge invece stiano in campana, perché con loro le toghe saranno inflessibili. È la resa della giustizia e la Caporetto della tutela dei cittadini.
Tre arrestati, tre rilasciati. Tutti a casa, come nel film di Luigi Comencini. E in fondo anche qui si celebra un 8 settembre: è la vergognosa resa della giustizia italiana. E, di conseguenza, della nostra sicurezza. Se, di fronte a un manipolo di violenti teppisti, che forse sarebbe meglio definire terroristi, di fronte all’assalto a Torino che lo stesso giudice definisce un’operazione di «guerriglia urbana», di fronte a quello che il ministro dell’Interno ha ritenuto un attacco al cuore dello Stato, se di fronte a tutto questo non sappiamo far altro che arrestare tre (dicasi tre) violenti per liberarli dopo due giorni, bene, allora vuol dire che siamo fottuti.
Perdete ogni speranza o voi che leggete: già sembrava incredibile che su centinaia e centinaia di guerriglieri organizzati che hanno compiuto ogni tipo di reato sotto gli occhi delle telecamere ci fossero soltanto tre fermati; già sembrava incredibile che a questi tre fermati non fosse contestato il tentato omicidio (ma che diavolo sarà mai prendere a martellate in testa un poliziotto, se non tentato omicidio?). Già sembrava incredibile tutto ciò. Ma se poi anche quei tre se ne tornano a casetta loro, a farsi coccolare da mammà, magari mentre rivedono insieme i filmini dell’assalto a Torino sul maxi schermo dolby surround, non c’è più niente da dire. Solo da alzare le mani. Hanno vinto loro. Ha perso lo Stato.
Eppure è ciò che è successo. Spiace dirlo: è andata così. Il violento di Grosseto, Angelo Simionato, quello che ha partecipato all’aggressione al poliziotto e per farsi notare meglio s’è tenuto addosso il suo bel giaccone rosso, è stato mandato ai domiciliari. I due torinesi, Matteo Campaner e Pietro Desideri, addirittura sono tornati liberi, soltanto con l’obbligo di firma. Ancora un po’ e gli davano pure un premio. Ma certo, perché no? Avanti di questo passo ci arriveremo: perché disturbarsi a portare in carcere chi sfascia la testa ai poliziotti? Conferiamo loro una medaglia. Un riconoscimento. Una gratifica in denaro. Magari anche una targa alla Camera dei deputati, che tanto già c’è quella di Carlo Giuliani. È così che si fermano le violenze, no? È così che si fermano i terroristi, non vi pare? Del resto se Askatasuna era un «bene comune», quelli che fanno la guerra per difenderlo devono essere per forza dei benemeriti. Eroi nazionali.
Verrebbe quasi voglia di sorridere di fronte alla follia della scarcerazione che segue la follia dei mancati arresti. Dopo quello che è successo a Torino uno s’aspettava retate nei centri sociali, fermi di massa, manette per decine di persone. Invece no: ne arrestano tre. E li lasciano subito andare fuori. E meno male che siamo nello Stato autoritario, meno male che siamo nell’era della repressione. A me pare che l’unica repressione in atto sia quella del buon senso. Mandare tutti a casa, a pochi giorni da quella devastazione, è infatti come dare un segnale preciso. Come dire che chiunque può andare in piazza a spaccare la testa ai poliziotti, chiunque può dichiarare guerra allo Stato, chiunque può armarsi fino ai denti e devastare scientificamente una città, senza che gli succeda nulla. Scarcerazione garantita. Lotta dura e impunità senza paura. Ora e sempre strafottenza. Come dicevo, verrebbe quasi voglia di sorridere, ma stavolta è difficile.
Stavolta è difficile perché il pensiero corre a ciò che rischiano gli agenti quando usano la forza non per attaccare lo Stato, come hanno fatto i delinquenti di Torino, ma per difenderlo. Loro finiscono nei guai. I delinquenti no. Loro sì. L’altro giorno a Milano un cinese fuori controllo ha seminato il terrore per le vie della città, ha rapinato, minacciato, poi ha pestato una guardia giurata, gli ha rubato la pistola e ha aperto il fuoco sui poliziotti che si sono salvati solo perché avevano l’auto blindata. Loro hanno risposto e ora sono indagati. E noi siamo sicuri che la giustizia con loro sarà severissima, come è stata severissima con il carabiniere di Roma intervenuto per salvare un collega in pericolo (tre anni di condanna, più maxi risarcimento alla famiglia del delinquente) e così come è stata severissima con il poliziotto di Milano che ha sparato a un pusher che gli puntava contro una pistola di notte nel bosco di Rogoredo (indagato addirittura per omicidio volontario). Gli agenti imparino: la prossima volta anziché rischiare (con uno stipendio da fame) per difendere i cittadini, vadano in giro a spaccare il cranio a qualche collega. Troveranno sicuramente magistrati più compiacenti.
E così ci avviamo a una nuova stagione di guerra completamente disarmati. Perché questo è l’effetto finale di questa follia giudiziaria. Hai un bel preparare decreti sicurezza su decreti sicurezza, hai un bel prevedere misure severe e accertamenti preventivi, ma se poi passa l’idea che chi rompe non paga, o meglio che chi devasta vince, allora che servono le strette del governo? E a che serve modificare le leggi se poi vengono applicate così? E se vengono applicate così non si scoraggeranno forse le forze dell’ordine? E se si scoraggiano le forze dell’ordine chi garantirà i cittadini? Chi difenderà lo Stato? Da Askatasuna a scatafascio il passo è breve. Ieri sui muri di Torino apparivano scritte che inneggiavano l’uccisione dei poliziotti: «+sbirri morti, + orfani, + vedove». E noi ci sentiamo in pericolo come non mai. I guerriglieri hanno già messo nel mirino le Olimpiadi Milano/Cortina. Da oggi sono previsti tre giorni di mobilitazioni. Non sappiamo se colpiranno ancora. Ma già sappiamo che se lo faranno ci sarà un giudice che li lascerà tornare subito a casa. In pratica, un via libera alla delinquenza. Con il timbro del tribunale.
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Riduci
Sergio Mattarella (Ansa)
Al presidente, che per il «Corriere» è un «raffinato giurista» con la Carta nel cuore, non vanno giù le misure di Giorgia Meloni contro le violenze di piazza. Eppure gli stessi principi li ha lasciati calpestare durante la pandemia, con green pass e repressione.
A quanto pare Sergio Mattarella è preoccupato. Per la guerriglia scatenata da bande di manifestanti violenti a Torino? Per la decisione della magistratura di scarcerare alcuni dei partecipanti agli scontri? Oppure per il mancato accoglimento da parte dell’opposizione dell’offerta di varare insieme misure che assicurino agli italiani di non essere ostaggio di rapinatori, spacciatori e stupratori? Niente di tutto questo. A impensierire il capo dello Stato è il decreto Sicurezza che il governo si appresta a varare.
Il Corriere della Sera di ieri ci ha informati che l’attenzione del presidente della Repubblica è altissima, perché, da «raffinato giurista» qual è, ha a cuore «il diritto di ogni cittadino ad avere libertà di movimento e di espressione». Mattarella ha come unica bussola la Costituzione, osserva il quotidiano di via Solferino, e i principi in essa espressi sono una linea che ritiene invalicabile. Tradotto, lassù sul Colle sono pronti a passare al setaccio i provvedimenti e a bocciare il fermo preventivo di 12 ore.
Ovviamente siamo grati al capo dello Stato per l’azione svolta e per la difesa dei valori contenuti nella Carta su cui si fonda la nostra Repubblica. E però non ci sembra che nel passato abbia avuto la stessa attenzione nei confronti dei principi che riguardano la libertà di movimento e di espressione. Basta infatti riavvolgere il nastro della storia e tornare a cinque anni fa, quando l’allora premier, Mario Draghi, introdusse un green pass che non soltanto limitava la libertà di movimento, ma che addirittura impediva di lavorare a chi non ne fosse in possesso. Eppure l’articolo 16 della Costituzione garantisce a ogni cittadino libertà di circolazione in tutto il territorio della Repubblica. Ma di fronte al divieto di prendere mezzi di trasporto o di entrare in locali pubblici se sprovvisti di tessera verde, il «raffinato giurista» del Quirinale non trovò nulla da eccepire. Né la sua attenzione, «sempre altissima» come ci informa il Corriere, fu attratta dal possibile conflitto tra le norme volute da Draghi e l’articolo 1 della Costituzione, in cui si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro.
Ma come? La democrazia si basa sul diritto di poter svolgere un’attività e per decreto un governo vieta di poter esercitare quel diritto, impedendo a un cittadino di fare ciò per cui è assunto (e dunque anche percepire uno stipendio) solo perché non è vaccinato? Forse il capo dello Stato in quei giorni era distratto? O forse qualcuno ha ottenuto la sua firma per promulgare il decreto senza però farglielo leggere? Tutto naturalmente è possibile. Però, andando a rileggere le sue dichiarazioni dell’epoca, mi sono imbattuto in alcune frasi che sembrano fare a pugni con quell’attenzione ai principi costituzionali sulla libertà di movimento e di espressione. A novembre del 2021, ad esempio, il presidente della Repubblica lanciò un duro monito contro i «cortei non sempre autorizzati fatti passare come libera manifestazione del pensiero», quando invece si trattava di un «attacco recato al libero svolgersi delle attività».
Ricordate? A quei tempi gruppi spontanei di persone, rimaste senza lavoro per via del green pass, protestavano in piazza. Però Mattarella non invocò la Costituzione, la libertà di movimento e quella di espressione del dissenso. Ma anzi legittimò i divieti di manifestare di quanti non erano in possesso del green pass. Non si indignò quando con gli idranti spazzarono via la protesta dei portuali di Trieste, né quando a Stefano Puzzer, incensurato, fu impedito di manifestare a Roma. E a settembre, sempre nel 2021, in un discorso all’università di Pavia, il capo dello Stato addirittura bacchettò i contestatori della tessera verde, ammonendoli «a non invocare la libertà di sottrarsi alla vaccinazione, perché quell’indicazione equivale alla richiesta di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso quella di mettere in pericolo la vita altrui». Ovviamente non era vero, perché anche da vaccinati si poteva mettere a rischio la salute e la vita altrui e questo a settembre del 2021 era già noto. Tuttavia, per il «raffinato giurista», non esisteva la libertà di sottrarsi al vaccino ma tutti avrebbero dovuto offrire il braccio alla patria.
Riassumendo, fermare per 12 ore persone già note alle forze dell’ordine per aver scatenato disordini, secondo il Quirinale, è un attentato alla Costituzione e alla libertà di espressione. Invece vietare la circolazione, l’accesso ai locali pubblici e perfino il lavoro perché non si ha in tasca una tessera è conforme al dettato su cui si fonda la nostra Repubblica. Vietare i cortei perché sono contro il green pass, benché non si verifichino violenze, è consentito. Vietarli perché bande di facinorosi mettono a ferro e fuoco una città invece non è possibile. È la Costituzione del raffinato giurista che da dieci anni «regna» sull’Italia. Una monarchia dove qualcuno ha dimenticato non solo che il sovrano d’Italia è il popolo e non il capo dello Stato, ma che le leggi le fa il Parlamento e non i burocrati (quasi tutti di sinistra) che siedono lassù sul Colle.
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Riduci
Matteo Salvini (Ansa)
Luca Zaia: «Errore imbarcare il militare». E il vicesegretario Andrea Crippa ne chiede le dimissioni.
Il giorno dopo l’uscita di Roberto Vannacci, la Lega sceglie la strada della compattezza e ridimensiona l’impatto politico dell’addio. Nessuna scissione, nessuna fuga. Il messaggio che arriva dal vertice e dai territori è univoco: la Lega resta, l’uscita del generale non cambia la rotta.
Il segretario federale Matteo Salvini aveva già fissato il perimetro della risposta il giorno precedente, il 3 febbraio, rilanciando sui suoi social un video d’archivio in cui Roberto Vannacci assicurava da Pontida che non avrebbe lasciato il partito. «Sono qua, credo nella parola data e nell’onore», diceva allora il generale. Un filmato che, nel racconto leghista, diventa la premessa implicita del day after: non una rottura politica, ma una scelta personale in contraddizione con quanto dichiarato in passato.
Il giorno dopo, Salvini passa oltre. In conferenza stampa sulla riforma della giustizia evita di soffermarsi sul caso, ma lo richiama indirettamente: «In tempi in cui la lealtà e l’onore, il rispetto dell’elettore e del cittadino, sono merce di valore, noi stiamo mantenendo gli impegni». E aggiunge: «L’astensione accade anche perché se ti candidi con un partito e dopo un po’ ne passi a un altro… Non ho tempo da perdere con i bisticci, oggi è una bella giornata». Sul dopo Vannacci, liquida con una battuta: «La linea della Lega? Tra Plutone e Saturno».
Più netta l’analisi del presidente del Veneto Luca Zaia, che è tornato sulla scelta di accogliere Vannacci nella Lega: «È stato un errore imbarcarlo». E ha insistito su «una disponibilità da parte nostra che è stata ripagata con un tradimento», parlando di un’uscita «organizzata e pianificata». Il governatore ha ridimensionato il peso politico dell’operazione: «È stata una meteora», durata «nove mesi». La conclusione resta politica e interna insieme: «L’uscita di Vannacci non mette in discussione la segreteria Salvini. È stato un investimento sbagliato, si gira pagina e si va avanti».
A certificare la tenuta del partito è il vicesegretario federale Andrea Crippa, che fa un bilancio secco: «Non registro abbandoni nel partito, se non quello del consigliere regionale Simoni». Il riferimento è a Massimiliano Simoni, unico eletto in Toscana ad aver seguito Vannacci, già vicino al generale e oggi portavoce del movimento Il Mondo al Contrario, con un passato politico che rafforza il parallelo evocato da Matteo Salvini, che alla vigilia della rottura aveva tagliato corto: «È come Fini, un traditore, è la storia che si ripete e il suo partito farà la fine di Fli». Simoni fu infatti candidato nel 2013 con Futuro e Libertà per l’Italia, la formazione fondata da Gianfranco Fini e poi scomparsa dalla scena parlamentare. Un caso isolato, ribadisce Crippa, che torna a insistere sul punto politico: «Mi aspetto che Vannacci lasci il posto in Europarlamento a chi rappresenta davvero la Lega».
Dai territori arrivano segnali analoghi. In Umbria amministratori e iscritti restano con il segretario federale. In Sicilia la deputata Valeria Sudano assicura che «la scelta di Vannacci non avrà alcun impatto né tra gli amministratori né tra i militanti». In Toscana l’ex capogruppo regionale Elena Meini rivendica sui social la sua scelta: «La politica non è un palcoscenico personale… Io resto. Avanti. A testa alta».
Sulla stessa linea l’europarlamentare Anna Maria Cisint, che parla di «fiducia tradita» e ricorda che «i voti per il Parlamento europeo li ha avuti con il Carroccio». La ministra Alessandra Locatelli sintetizza: «Vannacci non è il primo e non sarà l’ultimo, ma la Lega è una, forte, indivisibile». Il quadro del day after è quello di un partito che vuole archiviare rapidamente la rottura. Vannacci se n’è andato, la Lega rimane.
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Riduci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
- Il generale spiega la sua uscita: «Su armi all’Ucraina e legge Fornero il Carroccio si è contraddetto. Non si può essere un giorno identitari e l’altro progressisti». Il nodo dei fondi e l’ipotesi di correre a Milano e Roma.
- Altre difficoltà per il nuovo soggetto politico: il nome Futuro nazionale era già stato depositato nel 2011. Per usarlo bisognerà chiedere il permesso ai proprietari.
Lo speciale contiene due articoli
È sceso dal taxi e, ora, va a piedi. Roberto Vannacci risponde a tutto tondo alle accuse che gli hanno mosso i suoi detrattori all’indomani del suo addio alla Lega. Da un hotel della periferia di Modena, dove 20 anni va ha fatto l’Accademia militare, ha spiegato il perché della sua uscita: «La Lega mi aveva portato come persona che portava principi, valori e ideali. Nel momento in cui non vengono rispettati non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità. Io non ho preso nessun taxi. Evidentemente il taxi ha cambiato direzione, a me interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo zaino, bussola e cartina».
E ora? Il giorno dopo l’addio, dentro la Lega, di conti se ne devono fare parecchi. «Non ho preoccupazione su eventuali conseguenze negative per il centrodestra», liquida questa storia Matteo Salvini. Eppure, qualche conseguenza ci sarà. E anche bella grossa. Intanto, l’ex generale si tira dietro i primi adepti. Anche se sarà difficile, per ora, creare un gruppo parlamentare. Ieri il presidente di Mondo al contrario Guido Giacometti ha mandato una mail agli iscritti: «Ognuno di voi è chiamato ad interrogarsi e a decidere da che parte stare. Le prossime fasi non ammettono improvvisazione». «Lo seguirò perché il suo progetto va molto oltre le vecchie categorie politiche. Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano», annuncia su Facebook il deputato misto Emanuele Pozzolo, espulso da Fdi e entrato nel Misto dopo la condanna a un anno e tre mesi per lo sparo di Capodanno a una festa dove fu colpito un uomo. Già pronta a imbarcarsi Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci Milano, definendosi «il suo fedelissimo araldo». Il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «La maggioranza degli italiani lo seguiranno». Appoggerà Vannacci anche un altro leghista arrugginito, Mario Borghezio, nonché i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana (unico eletto del Carroccio, che quindi sparisce dall’assemblea toscana) e Stefano Valdegamberi in Veneto. La deputata leghista Elisa Montemagni è un’altra indiziata, nonché i leghisti Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa sulla remigrazione, Edoardo Ziello e Rossano Sasso che si è riservato di decidere nei prossimi giorni: «C’è una riflessione in atto».
Vannacci sistema anche Salvini: «Io sleale? È stato Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti va in un’altra direzione. Lealtà non vuol dire obbedienza cieca e assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa rifiutarsi di pensare». Nella Lega «non mi è stata data la possibilità di essere incisivo dal punto di vista politico». Conclusione: «È Salvini che ha tradito le promesse in qualche modo».
E rivolgendosi a Luca Zaia, che non lo ha mai sopportato, dice: «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come proponeva il documento di Zaia». È una delle ragioni per cui ha scelto di lasciare la Lega. «Non è possibile», ha aggiunto, «i giorni pari fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina. Non è possibile fare una campagna pubblicitaria ed elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e se vuole anche inasprita».
La fuoriuscita di Vannacci potrebbe essere un problema anche per i conti della Lega in termini di consensi visto che alle Europee 2024 gliene aveva fatti guadagnare oltre mezzo milione. «500.000 voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80.000», ribatte Salvini. Ma, in cuor suo, la Lega teme un’emorragia e pure che in scia con il generale si mettano altri esponenti del partito insoddisfatti. Vannacci potrebbe erodere, da destra, parte del gruzzolo di voti della Lega. Forse non molti, ma comunque in grado di indebolire il partito all’interno di una maggioranza che già male digerisce le sparate di Salvini.
Ma Vannacci ha la soluzione anche per questo: «Voglio rendere la coalizione di destra ancora più forte. Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra. Presenta principi valori e ideali portati avanti. Forse qualcuno se n'è dimenticato, che predica qualcosa e poi vota altro. Forse l’offerta politica non soddisfa più. Non è un problema di persone o partiti, ma di valori e principi». E se gli si chiede se tutto ciò non sia un assist alla sinistra lui la mette sull’ironico. «Bisogna avere una certa fantasia».
Sulla sua idea di destra per il nuovo soggetto Futuro Nazionale, aggiunge: «È una destra vera, il contrario di moderato non è estremo, ma è forte. Perché dovrebbe essere una destra nera? È vera». E sul sondaggio di YouTrend che lo darebbe già al 4,2% commenta: «Mica male come rampa di lancio per qualcosa che ancora non esiste». Si sussurra poi che Vannacci potrebbe correre alle comunali di Roma o Milano per testare il suo peso elettorale. In molti si chiedono chi finanzierà Futuro Nazionale. Qualcuno ipotizza un sostegno dal mondo Maga, a cui il generale sarebbe molto vicino (previsto un suo viaggio a breve negli Usa per incontrare l’ultradestra Steve Bannon). Nell’orizzonte dell’ex parà c’è anche l’avvicinamento a Alternative für Deutschland, al quale si ispira. A Strasburgo Vannacci confluirà, al momento, nel gruppo Misto, visto che il gruppo dei Patrioti lo ha messo subito alla porta, ma potrebbe presto entrare nel gruppo di Afd. A chi gli chiede se lascerà l’Europarlamento risponde che «non conoscete la Costituzione. Il mandato è in capo all’eletto, non al partito».
Al taxi sembra aver preferito un carro armato.
Il marchio registrato da un ex M5s
Le prime grane per il generale sono già arrivate. Il simbolo del nuovo movimento, un’ala (o fiamma) tricolore su fondo blu, con la scritta «Futuro Nazionale» e «Vannacci» era stato depositato il 24 gennaio presso l’Ufficio Brevetti europeo. Ma quel nome risulta già registrato nel 2011 e il logo è al centro di una contestazione. Roberto Vannacci non potrà utilizzare liberamente la denominazione del suo nuovo partito politico, «Futuro Nazionale». Il nome, infatti, come riportato da Open, risulta appartenente a Riccardo Mercante, ex consigliere regionale dell’Abruzzo, scomparso nel settembre 2020.
Il marchio «Futuro Nazionale» è stato depositato a settembre 2010, quando Mercante svolgeva l’attività di promotore finanziario a Giulianova (in provincia di Teramo). Negli anni successivi, Mercante era entrato in politica, venendo eletto nel consiglio regionale d’Abruzzo tra le fila del Movimento 5 stelle, di cui ha ricoperto anche il ruolo di capogruppo. Dopo la sua morte, avvenuta a seguito di uno scontro tra la motocicletta che guidava e un’automobile, i diritti sul marchio sono passati alla compagna e ai due figli. Saranno dunque gli eredi a detenere la titolarità del nome, ai quali Vannacci dovrà obbligatoriamente chiedere il via libera per qualsiasi eventuale utilizzo.
Ma non è tutto. La questione del marchio non rappresenta l’unico fronte problematico. Anche il logo associato a «Futuro Nazionale» è oggetto di contestazione. Francesco Giubilei, collaboratore del Giornale, direttore di Historica edizioni e Giubilei Regnani editore, ha infatti presentato una diffida, sostenendo che la grafica adottata richiamerebbe in modo indebito quella della sua associazione «Nazione Futura».
«Elevato rischio di confusione e di somiglianza» dice Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci. Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura». «Non si può nemmeno pensare ad una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Il 16 febbraio è stata convocata un’assemblea straordinaria dell’associazione Mondo al Contrario. La raccolta firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista» è arrivata a quasi 100.000. Per il nome della creatura si dovranno attendere i responsi del tribunale.
E il programma? Dalla scuola di Trisulti passerebbe l’idea di infiltrare l’Ue, come previsto da «Project 25», il manuale teorizzato dal think thank Heritage Foundation cui in parte si ispira la seconda presidenza Trump e la versione apocrifa della «Strategia americana di sicurezza» della Casa Bianca che punta ad allontanare Italia, Austria, Polonia, Ungheria dall’Unione. E Vannacci potrebbe essere l’apostolo del trumpismo in Italia.
Prima però deve fondare un partito, con un nome che non sia già registrato e che non sia nemmeno copiato e poi dovrà pensare un modo per raccattare voti. Perché, a parte la fantapolitica, al momento il 4,2% nei sondaggi è un po’ pochino.
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