Auro Bulbarelli (Ansa)
C’è un modo per rimediare alla figuraccia di Petrecca all’inizio dei Giochi: far condurre la cerimonia di chiusura al giornalista fatto silurare (nell’omertà generale) dal Quirinale.
Ridate il microfono ad Auro Bulbarelli. Chi è, mi domanderete? Per gli appassionati di ciclismo e di sport in generale, Auro è il telecronista vecchia scuola, è la voce che riconosci tra mille, è una delle risorse di una Rai che sta perdendo brillantezza. Non a caso era lui il designato a raccontare la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali, la cui eco oggi è tristemente famosa per la goffaggine e la sciatteria del direttoredi RaiSport, Paolo Petrecca.
L’altro giorno lo aveva ben raccontato il direttore Belpietro. Se Petrecca si è ritrovato davanti a quel microfono più grande di lui è stato perché qualcuno, quello stesso microfono, lo aveva sfilato a Bulbarelli. Chi glielo ha tolto? In tanti, diciamo. Ma in primis il Quirinale. Sembra paradossale ma quello stesso Mattarella che oggi è narrato con enfasi come il talismano degli azzurri olimpici, il portafortuna nazionale; lo stesso Mattarella campione del pop che riceve i protagonisti del prossimo festival di Sanremo; ecco, proprio lui, si sarebbe infastidito per le anticipazioni giornalistiche date da Bulbarelli circa il ruolo del capo dello Stato nella vigilia dell’inaugurazione. Un ruolo istituzionale ma anche giocoso per lo sketch con Valentino Rossi sul tram, lo stesso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro gentile e melenso.
Auro Bulbarelli aveva anticipato le notizie che riguardavano i passaggi del presidente nella cerimonia e il Quirinale si sarebbe «rabbuiato» chiedendo così l’intervento a chi di dovere (i più alti vertici della Rai), colpevole di non aver saputo preservare il riserbo su scaletta e protocollo. Sembrerà strano vista la leggerezza dell’accaduto - mica stavamo parlando della rivelazione di chissà quali segreti di Stato - ma il telecronista Bulbarelli è stato tagliato fuori proprio per aver dato una notizia, anche a costo (sicuramente involontario) di rompere l’embargo e la religiosità della scaletta. Quindi sono cominciate le interlocuzioni, anzi una specie di staffetta olimpica, tra Quirinale, organizzatori delle Olimpiadi invernali e vertici di viale Mazzini per sbattere in faccia ad Auro il cartellino giallo e sfilargli il ruolo di telecronista per la prima olimpica. Petrecca ha poi completato il pasticcio.
Va bene che col secondo mandato di Mattarella al Quirinale non siamo lontani da una specie di «monarchia mattarelliana» (nemmeno al potente presidente degli Stati Uniti è concesso un potere per 14 anni) ma arrivare addirittura a protestare con i vertici della tv pubblica perché un giornalista ha svelato il ruolo attivo di Mattarella nella cerimonia inaugurale ci sembra davvero un eccesso, la cui gravità è persino superiore alla decisione, autolesionista, dei vertici Rai di sostituire un telecronista navigato che si era ben preparato.
La rimostranza del Quirinale per lo «strappo» alla riservatezza è un fatto grave che non può passare sotto silenzio. Arriviamo così ai silenzi e alla complicità dell’opposizione, i cui membri in Vigilanza Rai stanno montando la polemica contro Petrecca senza tuttavia aver mai speso una parola di solidarietà nei confronti di Auro Bulbarelli, a dimostrazione di una stucchevole sudditanza verso il Colle. Centrosinistra e Cinque stelle non possono limitarsi ad accusare Petrecca - al quale non facciamo il minimo sconto: telecronaca pessima, approccio sciatto e presuntuoso, incapacità e inadeguatezza a restare nel ruolo di direttore di Rai Sport - e affermare che Bulbarelli ha commesso una gaffe, pensando di uscire da questa vicenda come quelli bravi o come i difensori della competenza: no, se importasse loro delle professionalità dovrebbero difendere chi è stato estromesso dal Quirinale. Invece stanno politicizzando oltremisura e stanno tenendo lo stesso atteggiamento del centrodestra: se quelli di Fratelli d’Italia sbagliano nel non chiedere il passo indietro di Petrecca, il Pd e compagnia sbaglia nel non risarcire Bulbarelli, che era stato incaricato di raccontare la cerimonia di inaugurazione.
Allora, visto che questo bravo collega sta pagando un prezzo professionale alto, lo diciamo noi: la diretta della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali dev’essere affidata a Bulbarelli, giornalista che paga per aver dato delle notizie, e non certo perché, come sta dicendo la sinistra con la complicità dei vertici Rai, ha fatto delle gaffe o ha esposto la Rai a una figuraccia. Non è così, la figuraccia - purtroppo - l’ha fatta Petrecca e l’ha fatta fare Petrecca, Bulbarelli ha solo anticipato le notizie che riguardavano Mattarella come insegnano i vecchi maestri: chi ha una notizia la racconta. Se Petrecca volesse recuperare un bel po’ di faccia e un bel po’ di dignità dovrebbe riassegnare la telecronaca a Bulbarelli e dirlo apertamente. Se ciò accadesse significherebbe che anche l’amministratore delegato Giampaolo Rossi sarebbe d’accordo.
Pertanto, si ridia il microfono ad Auro Bulbarelli nella speranza anche di poter festeggiare un medagliere olimpico sempre più pesante e brillante.
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Riduci
Ansa
Il gruppo reintroduce la versione a gasolio su 7 modelli. Licenziamenti tra i fornitori.
Stellantis sta reintroducendo in Europa versioni diesel di almeno sette modelli tra auto e veicoli passeggeri, in un cambio di rotta avviato a fine 2025 in seguito ai dati giunti anche dai concessionari. Il problema è che questo cambio di direzione è tardivo e non evita la valanga di ammortizzatori sociali e licenziamenti che stanno colpendo l’azienda certo, ma soprattutto l’indotto, a causa del fallimento del passaggio alle elettriche imposto dal green deal Ue.
Secondo quanto rivelato da Reuters, tra i modelli interessati figurano la Peugeot 308 e la berlina premium DS 4, oltre a diversi veicoli «people mover». Il rientro del diesel arriva mentre in Europa si discute un allentamento/aggiustamento dei target di emissione, con l’effetto di prolungare la finestra commerciale dei motori termici.
Il tema è globale: negli Stati Uniti - primo mercato del gruppo - l’amministrazione del presidente Donald Trump ha revocato il cosiddetto «endangerment finding» dell’agenzia ambientale (atto-cardine del 2009 che sosteneva la regolazione delle emissioni climalteranti), aprendo la strada allo smantellamento degli standard su emissioni allo scarico per auto e camion.
D’altronde, dopo il terremoto del Dieselgate, la quota di auto a gasolio in Europa è crollata: nel 2025 queste auto pesano solo 7,7% delle nuove immatricolazioni nel perimetro europeo, mentre le elettriche pure arrivano al 19,5%. In parallelo, i dati Acea sulle immatricolazioni Ue indicano che nel 2025 le elettriche a batteria hanno raggiunto 17,4% di quota nel mercato dell’Unione Europea. Insomma, per Stellantis si tratta di una questione strategica. Il diesel è un segmento in cui molti nuovi rivali asiatici – spesso focalizzati su Ev e plug-in – competono meno. Inoltre, a parità di taglia e destinazione d’uso, le versioni diesel mantengono in genere un prezzo d’ingresso inferiore rispetto alle elettriche, un fattore che diventa centrale in una fase di pressione sui listini e di domanda più selettiva.
Del resto, il cambio di passo arriva a ridosso di un annuncio pesante: Stellantis ha comunicato 22,2 miliardi di euro di oneri/accantonamenti legati al ridimensionamento delle ambizioni Ev, con un impatto rilevante sul titolo e sulle tasche dell’azienda. Così, in Europa, si prevede il ritorno al diesel per modelli bestseller come Opel Astra, il van Opel Combo, il sette posti Peugeot Rifter e il multispazio Citroën Berlingo. L’azienda indica inoltre la prosecuzione della produzione diesel per Suv come DS 7 e per alcune Alfa Romeo (tra cui Tonale, Stelvio e Giulia).
Il problema è che il rinnovato amore di Stellantis per il gasolio difficilmente riuscirà a limitare i danni creati dalla fallimentare transizione verso l’elettrico. Trasnova ieri ha annunciato il licenziamento collettivo dei suoi 94 dipendenti impiegati nella logistica per gli stabilimenti Stellantis di Torino, Piedimonte San Germano, Pomigliano d'Arco e Melfi. La scelta è legata alla scadenza della proroga contrattuale con il gruppo automobilistico, prevista per il 30 aprile, e alla presunta non praticabilità di ammortizzatori o strumenti alternativi, in quanto gli esuberi vengono definiti «di carattere strumentale».
Lo stesso vale per Logitec e Teknoservice che hanno appena comunicato l’avvio delle procedure di licenziamento per riduzione del personale, per un totale di 138 lavoratori. I sindacati sono già sul piede di guerra, ma il motivo dei licenziamenti è strutturale e va ricercato nel Green deal europeo, certo, ma anche nell’incapacità della precedente gestione, quella targata Carlos Tavares, di preparare un piano B.
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Riduci
True
2026-02-14
Mattarella si traveste da nonno d’Italia per far finta di essere davvero super partes
Laura Pausini, Carlo Conti e Sergio Mattarella (Ansa)
L’ubiquo capo di Stato riceve al Colle presentatori e cantanti di Sanremo. E sui giornali continua a sgorgare la melassa...
I capelli candidi, se li era portati da casa. La giacca a vento bianca della nazionale olimpica, invece, gliel’hanno data a Cortina. La neve, ovviamente, l’ha portata lui: il presidente. Tutto bianco, in un mondo nero o grigio fango. Fango come quello degli Epstein file, tra pedofilia e trame occulte. Nero come il partito neofascista che Casa Pound avrebbe ricostituito a Bari, o come la crisi di Rai Sport e della Rai tutta, senza uno straccio di presidente da 16 mesi.
Nero come lo stato dell’ordine pubblico, con i violenti in piazza giustificati dai rossi, mentre il governo (nero anch’esso) sforna decreti sicurezza. Meno male che Sergio c’è, verrebbe da cantare tutti in coro, parafrasando l’inno a Berlusconi. Meno male che c’è il presidente di tutti gli italiani, con quella sua «forza tranquilla», per citare un classico manifesto della Dc dei tempi d’oro. I giornali coprono Mattarella di miele e melassa da giorni e sembra che le medaglie le abbia vinte lui. E tra dieci giorni arriva Sanremo, totem nazionalpopolare, ed ecco che il capo dello Stato ieri ha tolto la giacca vento e ha rimesso la grisaglia per benedire Carlo Conti e Laura Pausini nei saloni del Quirinale. Ormai, Mattarella presenzia più dell’amico Emmanuel Macron, che però è a caccia di voti. Il fatto è che Mattarella lava più bianco. Lava le colpe di una politica rissosa e cacofonica, e anche la Pausini si presenta al suo cospetto di bianco vestita, insieme a Conti, il bravo presentatore. È la prima volta in assoluto che i protagonisti di Sanremo vengono ricevuti ufficialmente sul Colle. Sarà un precedente interessante, specie se un giorno il Comune ligure dovesse decidere di affidare il Festival a Mediaset, che per Mattarella, quand’era ministro ai tempi del decreto tv, era l’Impero del Male. Tre anni fa, era stato il primo capo dello Stato a partecipare a Sanremo. Era stata un’idea di Amadeus, che per rendere gloria ai 75 anni della Costituzione di uno dei paesi più canterini del mondo aveva ingaggiato Roberto Benigni.
Il comico che unifica e non graffia trovò il modo di citare Bernardo Mattarella tra i padri costituenti e il presidente si commosse in eurovisione.
Ieri, al Quirinale, sono sfilati una ventina di artisti (cantando Azzurro davanti al presidente) che saliranno sul palco della Città dei fiori, tra cui J-Ax con cappello da cowboy e pantaloni con le frange, Dargen D’Amico con gli occhiali fucsia, Mara Sattei vestita in nero ministeriale ma con borsetta in lurex ed Elettra Lamborghini in total white. Conti, al termine dell’incontro, non si è tenuto: «È stato bellissimo, molto emozionante, io che non mi emoziono mai mi sono emozionato». E Mattarella? Era contento? Conti giura di sì: «Il presidente è stato meraviglioso e ha detto cose straordinarie sulla musica. Mi hanno colpito le sue parole sempre attente, precise, puntuali. Ho fatto l’esempio che Sanremo è come le Olimpiadi della musica». Mentre la Pausini è uscita come trasfigurata: «Ha detto cose bellissime sulla musica popolare (…) È un presidente pop». La rassegna stampa di ieri era degna della Corea del Nord di Kim Jong-un, il capo di Stato ritratto sempre trionfante, sulle nevi come nei campi. La Stampa ha dedicato un paginone al seguente tema: «Tutti gli ori del presidente». Spacciando l’esistenza di «un effetto Mattarella che distribuisce tranquillità ed è una calamita per gli atleti». Ma lui, va detto, resta umile: «Porto fortuna? Non è merito mio. Sarebbe appropriazione indebita». Anche spiritoso. Il Corriere della Sera ha arruolato per la laudatio Walter Veltroni, che in questa presenza benigna sulle nevi ha visto l’apprezzamento della gente «per una figura paterna, sempre presente, pieno di cure per la sua comunità, testimone di rettitudine e portatore di una rigorosa moderazione».
E nelle cronache da Cortina, c’è spazio per i toni messianici: «Lui, il presidente-amuleto, il giorno dei miracoli lo aveva visto arrivare». Brignone e Lollobrigida erano nei suoi pensieri lungimiranti e benedicenti». Quanto a Repubblica, ecco il giusto encomio al Quirinale: «Mattarella primo tifoso e talismano degli atleti». Non male anche la prima pagina del Messaggero, che mette in foto il presidente con la Brignone e titola: «Mattarella abbraccia Federica: «Contavo sulla tua rinascita». Presidente accolto come una rockstar». Ma sì, pop o rock, l’importante è far capire ai lettori che Mattarella è su un altro livello. Perfino le vignette, Corriere in testa, che dovrebbero fare satira, per il Mattarella Madonna delle nevi si fanno turibolo.
Adesso ci manca solo che questa sera il presidente compaia in tribuna d’onore a San Siro per Inter-Juventus, il derby d’Italia. In ogni caso, Mattarella che presenzia a cose ha davanti a sé un calendario invitante: venerdì 3 aprile potrebbe accompagnare un altro signore vestito di bianco, papa Leone, nella Via Crucis al Colosseo. Prima, il 21 marzo, potrebbe materializzarsi al traguardo della Maratona di Roma e stringere la mano alle runner e ai runner. Poi, se volesse impegnarsi, potrebbe aiutare la povera Nazionale di calcio a qualificarsi per i Mondiali. Mondiali che sono in programma in estate in Canada, Messico e Stati Uniti. Anche lì, con Mattarella in tribuna, tutto può succedere. Solo cose belle, ovviamente. E ovviamente siamo tutti contenti che al Colle ci sia un uomo pieno di energie, nonostante i capelli bianchi. Ma sono energie un po’ sprecate, per i suoi poteri, perché sono energie da campagna elettorale. Il suo iperpresenzialismo di questi ultimi giorni serve a creargli un’immagine apparentemente apolitica, ma alla fine gli consegna una leva formidabile sulla politica stessa. Mai una parola fuori posto, certo. Ma adesso è in ogni posto.
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Riduci
Una manifestazione contro il collettivo «Némésis». A destra, due immagini dell'aggressione di Lione (Ansa)
A Lione un ragazzo di 23 anni, che faceva parte del servizio di sicurezza del collettivo femminista di destra «Nemesis», è stato aggredito da un gruppo di antagonisti. Tra loro, forse, anche il collaboratore di un deputato di estrema sinistra.
Alla fine potrebbe scapparci il morto. Si chiama Quentin il giovane attivista identitario francese pestato a morte da un branco di militanti antifascisti. Quentin ha 23 anni, è uno studente di matematica e la sua unica «colpa» è stata quella di aver voluto proteggere sei ragazze di Némésis, il collettivo femminile delle giovani identitarie francesi che difendono i diritti delle donne contro i soprusi degli immigrati (e il silenzio dei media). Negli ultimi tempi, peraltro, Némésis ha iniziato a spopolare sui social, con azioni e video che sono diventati virali.
E probabilmente è proprio questo che non è andato giù agli antifascisti della Jeune garde, movimento vicino alla France insoumise, il partito di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon.
La tragedia si è consumata l’altro ieri a Lione, a margine di una protesta che le sei attiviste di Némésis avevano organizzato davanti all’Institut d’études politiques (Iep), al cui interno si stava svolgendo una conferenza con Rima Hassan, controversa eurodeputata franco-palestinese, eletta tra le file della France insoumise. Le ragazze di Némésis, durante un flash-mob, si erano limitate a srotolare uno striscione su cui era scritto Islamo-gauchistes hors de nos facs, cioè «islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università». Tanto è bastato per scatenare la violenta reazione degli «antagonisti», che non si sono fatti scrupoli ad aggredire le attiviste disarmate. Una di loro, una giovane di 19 anni, è stata trascinata a terra e strangolata, come mostra un video diffuso sui social dall’associazione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quentin si trovava insieme ad altri attivisti identitari a una certa distanza dal flash-mob organizzato dalle ragazze, pronto a intervenire in caso le cose si fossero messe male. «Di solito non chiamiamo il servizio d’ordine, perché sappiamo benissimo che gli antifascisti sono violenti e più numerosi di noi», ha dichiarato alla Verità Astrid, portavoce di Némésis. «In questo caso però, vista la situazione tesa, una delle nostre ragazze ha chiesto al fidanzato di portare con sé degli attivisti maschi, giusto per stare tranquille». Tra questi ragazzi c’era, appunto, anche Quentin.
Una volta terminato il flash-mob, Quentin si è allontanato dalla zona con un suo amico per rincasare. Un commando di 30 antifascisti, tuttavia, li ha seguiti per poi aggredirli di sorpresa in una strada più defilata. Quentin è stato fatto cadere con uno sgambetto, che gli ha fatto battere violentemente la testa sull’asfalto, e successivamente è stato massacrato con numerosi calci mentre era già a terra. L’amico, ferito in modo lieve, lo ha aiutato a rientrare, ma durante il tragitto Quentin è svenuto. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard Herriot, il giovane è stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un’emorragia cerebrale. Ieri mattina Quentin, fervente cattolico impegnato nella vita pastorale, ha ricevuto l’estrema unzione, una volta che ai suoi genitori è stata comunicata la morte cerebrale del figlio.
«Siamo terribilmente addolorate, ma anche profondamente arrabbiate», ci dice la portavoce di Némésis. «Siamo tutte sotto choc», ha proseguito, «ma quello che non possiamo in alcun modo tollerare è l’impunità di cui godono questi criminali, che sono protetti dalla stampa e dai partiti francesi. Molti media stanno già parlando di “rissa”, ma qui c’è stato un vero e proprio agguato che è sfociato in un omicidio politico». Anche l’avvocato della famiglia della vittima, Fabien Rajon, ha contestato ufficialmente l’ipotesi della «rissa», parlando di un «linciaggio gratuito» e specificando che Quentin «non ha precedenti, tanto meno per violenze: la sua fedina penale è pulita».
In questo momento, prosegue la portavoce di Némésis, «è ancora presto per capire che cosa fare, adesso è il momento del lutto. Di sicuro vogliamo organizzare una “marche blanche” (manifestazione in cui i partecipanti, vestiti di bianco, sfilano in silenzio per chiedere giustizia ed esprimere solidarietà alla famiglia della vittima di violenza, ndr)». Inoltre, sottolinea Astrid, «stiamo valutando se ingaggiare una scorta privata per le nostre attiviste più conosciute: costa tanto, è vero, ma non possiamo più permetterci di lasciarle indifese».
Il collettivo Némésis, in ogni caso, ha intenzione di chiedere che gli antifascisti siano inseriti nell’elenco delle organizzazioni terroriste, un po’ come ha proposto Donald Trump negli Stati Uniti. «Questi estremisti di sinistra sono molto pericolosi e adottano i metodi violenti usati dalle gang nelle banlieue», afferma Astrid. «È inconcepibile che lo Stato francese non tuteli noi, che siamo un’associazione pacifica, ma protegga invece questi criminali». Tra i partiti che offrono protezione alla Jeune garde, spiega la portavoce di Némésis, «c’è soprattutto il partito di Mélenchon». Il collettivo, anzi, ha fatto sapere in un comunicato che «tra gli aggressori, riconosciuti dalle nostre militanti, vi è un uomo di nome Jacques-Élie Favrot, collaboratore del deputato del partito di estrema sinistra La France insoumise Raphaël Arnault e membro attivo del gruppo antifascista Jeune garde». Arnault, da parte sua, ha negato questo coinvolgimento. Nel frattempo, la Procura di Lione ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per violenza aggravata.
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