La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (Ansa)
La portaerei USS Gerald R. Ford si unisce alla flotta americana nel Golfo mentre Washington aumenta la pressione su Teheran: tra negoziati sul nucleare e minacce incrociate, cresce il rischio di un’escalation capace di incendiare il Medio Oriente e scuotere i mercati energetici globali.
Il Pentagono ha deciso di inviare in Medio Oriente la portaerei più grande e tecnologicamente avanzata della Marina statunitense, la USS Gerald R. Ford, mentre cresce la pressione su Teheran e prende forma l’ipotesi di un possibile intervento militare contro l’Iran.
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.
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Riduci
Nicola Gratteri (Ansa)
Matteo Salvini: «Lo denuncio». Enrico Aini (laico Csm): «Pratica e segnalazione al pg di Cassazione».
Una bufera si è scatenata ieri per un passaggio di un'intervista televisiva al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che così si è espresso nel corso di un’intervista video rilasciata al Corriere della Calabria: «Al referendum sulla giustizia per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Una affermazione che non poteva non suscitare pesanti reazioni, in primis dal Csm: ieri il consigliere laico Enrico Aini ha annunciato che «sarà proposta l’apertura di una pratica presso il Comitato di presidenza del Csm. L’iniziativa è finalizzata a verificare se le affermazioni pubbliche rese possano rilevare nel procedimento di valutazione di professionalità del magistrato, con particolare riferimento al requisito dell’equilibrio, essenziale nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e nella tutela del prestigio dell’ordine giudiziario. Contestualmente, sarà interessato il procuratore generale presso la Corte di cassazione per valutare l’eventuale sussistenza di profili disciplinari». Reazioni stizzite (eufemismo) anche da parte dei sostenitori del Sì: «Lo denuncio», è il laconico commento del vicepremier Matteo Salvini. «Sono sconcertato», ha attaccato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, «mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». «Gravissime le parole del procuratore Gratteri (che ha fatto registrare sui social un sentiment negativo nell’87,9% delle interazioni, ndr)», commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, «indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura». «Sono una persona perbene», scrive sui social il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani». «Sul referendum», argomenta il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri. Offende milioni di cittadini che non voteranno come lui». «Caro Gratteri», protesta sui social il Comitato nazionale Sì riforma, «la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi. Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile». «E insomma: arrestateci tutti», sottolinea il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, di Forza Italia, «signor procuratore Gratteri, prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro Sì approveranno la riforma costituzionale». «Sono davvero sconcertato», ha protestato il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «si tratta di affermazioni estremamente gravi, che infangano la Calabria e che gettano un’ombra ingiusta su un’intera comunità».
Intanto ieri il Pd si è distinto per una brutta figura. Sui social del partito è apparso un video con le immagini le immagini di Stefania Constantini e Amos Mosaner, impegnati nel doppio misto di curling ai Giochi olimpici, per promuovere la campagna per il No. Rimosso dopo le proteste dei due atleti, del Coni e Federazione italiana sport del ghiaccio.
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Riduci
(Ansa)
Altro che Stato di Polizia: per due dei tre fermati dopo la guerriglia che ha ferito oltre 100 agenti è stato disposto l’obbligo di firma, però «compatibilmente con le esigenze personali».
Il governo vara il fermo preventivo per impedire ai violenti di partecipare agli scontri in piazza? E i giudici varano la firma facoltativa: dopo i fatti di Torino, il soggetto obbligato a sottoscrivere il foglio presenze sotto gli occhi di poliziotti e carabinieri non sarà più costretto alla visita quotidiana in questura o in caserma, ma potrà regolarsi in base alle proprie esigenze.
Oggi ci vado, domani forse rinvio, dopodomani vedrò se mi va, mentre sabato marco visita e scendo in piazza. Cioè, se un tizio non è impegnato in una manifestazione può presentarsi alle forze dell’ordine, ma se ha altro da fare, come ad esempio un corteo, può legittimamente evitare, perché la giustizia è buona, paziente e anche un po’ intermittente. In fondo, quelli di Askatasuna sono molto impegnati e non hanno tempo da perdere con le formalità previste dal codice penale. Dunque, i magistrati di Torino che hanno dovuto prendere provvedimenti dopo la guerriglia urbana scatenata dal centro sociale hanno deciso di usare i guanti bianchi, emettendo un’ordinanza che prevede sì l’obbligo di firma, «ma compatibilmente con le esigenze personali del sottoposto alla misura». Altro che repressione, come denunciano ormai ogni giorno Elly Schlein e compagni: qui siamo alla comprensione, manca solo l’indulgenza plenaria. Infatti, c’è l’obbligo di firma, ma con giudizio, perché la magistratura è gentile e sa bene che i provvedimenti devono essere tolleranti e adattarsi alle necessità dei singoli.
Del resto, non è quello che hanno fatto anche i colleghi togati di Milano? Dopo gli scontri attorno alla stazione Centrale durante una delle manifestazioni pro Pal di settembre, prima hanno messo ai domiciliari alcuni dei fermati, ma subito dopo li hanno rimessi in libertà, con la motivazione che chiusi in casa i poverini non avrebbero potuto partecipare alle lezioni. Cioè essere studenti è stata considerata un’attenuante, anzi un’esimente. Dunque, anche se responsabili di essersi scontrati con le forze dell’ordine e di aver scatenato violenti scontri, bisogna capirli. Nell’ordinanza è mancato il buffetto e l’ammonimento a non commettere altre «marachelle», ma il senso era quello.
Certo, non sempre la giustizia è così comprensiva e tollerante. A Torino, qualche tempo fa, un imputato che aveva chiesto il rinvio di un’udienza processuale perché avrebbe dovuto partecipare al funerale del padre, si è visto negare la sospensione in quanto la cerimonia di tumulazione dello stretto congiunto non è stata ritenuta un «legittimo impedimento» a presenziare al dibattimento. In fondo, il babbo era morto senza avvisare i giudici e senza tener conto della loro agenda fitta di impegni. E poi, diciamola tutta, anche se fosse stato presente l’imputato non avrebbe contribuito granché alle esequie. Dunque, i giudici hanno tirato diritto, emettendo la sentenza, che ovviamente è stata di condanna.
Il caso non ha scosso le coscienze neppure dei magistrati della Corte di cassazione, i quali se la sono cavata dicendo che l’imputato la mattina alle 10 avrebbe potuto recarsi in tribunale e subito dopo precipitarsi a Milano per partecipare ai funerali, fissati alle 14.30: dove sta il problema? In meno di due ore l’uomo avrebbe potuto dismettere i panni dell’imputato per indossare quelli dell’orfano. Passare dalle accuse alle condoglianze, insomma, è una questione di orario, che evidentemente non si è posta per i militanti di Askatasuna, ai quali infatti con l’ordinanza di cui sopra non è stata messa fretta, ma è stato consentito di fare con comodo e di scegliere quando presentarsi. Optando per l’orario facilitato e magari pure per la settimana corta della firma, con l’esclusione dunque del weekend, in modo da poter fare una gita al mare e in montagna oppure una trasferta per partecipare a qualche altro pacifico corteo di protesta.
Ma attenzione a criticare la decisione dei giudici: come minino si rischia una pratica a tutela del Csm e come massimo una denuncia. Che ovviamente non terrà conto delle esigenze personali del denunciato, perché sulle querele i magistrati sono assai meno comprensivi
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Riduci
Cardinale Matteo Zuppi (Ansa)
Jim Ratcliffe, patron del Manchester United, tuona contro l’immigrazione. E persino i rider stranieri dicono: «Siamo troppi». Ma la Cei non ci sente.
Talvolta è davvero deprimente notare come le sorti dell’Europa e dell’Occidente stiano a cuore a chiunque tranne che alla Chiesa cattolica. Sembra che se ne interessi ad esempio uno come Sir Jim Ratcliffe, ricchissimo proprietario della azienda chimica britannica Ineos e azionista del Manchester United, il quale ha sollevato un vespaio nel Regno Unito per alcune dichiarazioni in materia di immigrazione.
«Non si può avere un’economia con nove milioni di persone che ricevono sussidi e un enorme flusso di immigrati in arrivo», ha detto a Sky News il magnate. «Se si vogliono davvero affrontare i principali problemi dell’immigrazione, con le persone che scelgono di ricevere sussidi piuttosto che lavorare per vivere... allora si dovranno fare alcune cose impopolari e mostrare un po’ di coraggio». Secondo Ratcliffe «il Regno Unito è stato colonizzato dagli immigrati» e ora bisognerebbe «fare cose difficili per rimetterlo in carreggiata, perché al momento non credo che l’economia sia in buone condizioni». Servirebbe a suo dire «qualcuno che fosse disposto a essere impopolare per un certo periodo di tempo per risolvere i grandi problemi». Ovviamente non si sono fatte attendere le reazioni dei laburisti, a partire da quella del primo ministro Keir Starmer, secondo cui Ratcliffe ha detto cose «offensive e sbagliate». Starmer ci ha tenuto a dire che «la Gran Bretagna è un Paese orgoglioso, tollerante e inclusivo. Jim Ratcliffe dovrebbe scusarsi». In realtà, Ratcliffe non ha detto nulla che già non si sappia. Da uomo d’affari si è forse affidato troppo al conto economico, ma nella sostanza le sue dichiarazioni non sono peregrine. E le reazioni dei laburisti sono ipocrite oltre che ridicole. Dopo tutto il Regno Unito ha da poco annunciato che espellerà circa 4.000 immigrati irregolari e da mesi e mesi lo stesso Starmer insiste a volersi mostrare inflessibile nei confronti dei clandestini, oltre ad avere proposto norme più restrittive in materia di immigrazione.
Del resto la maggioranza della popolazione europea si è resa conto, non da oggi, del fatto che l’immigrazione di massa costituisca un grave problema. Lo riconoscono tutti tranne la sinistra e, purtroppo, la Chiesa. Dalla quale, ogni tanto, ci si aspetterebbe qualche parola più decisa sulla disfatta culturale occidentale, magari più approfondita e centrata di quelle pronunciate da Jim Ratcliffe. E invece accade l’esatto contrario. È bastato che il governo italiano annunciasse una nuova stretta sugli ingressi di stranieri - necessaria e in fondo fin troppo moderata - per suscitare la reazione indignata delle gerarchie ecclesiastiche. «C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme», ha detto il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Il quale ha voluto ripetere che l’immigrazione va gestita «guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza». Siamo sempre lì, alle frasi fatte sull’accoglienza, alle banalità buoniste sulla migrazione come fenomeno epocale a cui rispondere spalancando le braccia. Analoga ma forse peggiore la reazione di padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli per i rifugiati, secondo cui «sappiamo bene che l’Europa in declino demografico avrebbe bisogno invece di guardare al processo migratorio come uno strumento anche di rilancio verso il futuro delle proprie politiche e della propria sopravvivenza in qualche modo». Contestando le nuove proposte del centrodestra, padre Ripamonti spiega che il governo sbaglia «per paura e perché non si ha quella lungimiranza che invece sarebbe richiesta in questo momento ai legislatori». Vengono i brividi a sentire un sacerdote cristiano che parla di rimpiazzare gli europei con gli stranieri, servendosi degli immigrati come bacino demografico per l’Occidente declinante. Come si faccia a non rendersi conto del razzismo profondo di tale posizione è davvero un mistero. Eppure nel mondo cattolico sono ancora in troppi a pensarla in questo modo. Anche se dovrebbero essere soprattutto gli uomini di Chiesa - e non i Jim Ratcliffe - a preoccuparsi della colonizzazione demografica e culturale.
A completare il quadro arriva il fenomenale titolo di Avvenire sulla stretta migratoria: «Accoglienza zero», grida in prima pagina il giornale dei vescovi. E va forse perdonato perché non sa quello che fa. Sempre in prima pagina, infatti, il quotidiano della Cei presenta una intervista a Ashqaf, pakistano di 52 anni che di mestiere fa il rider, dichiara affranto «siamo in troppi» e fornisce dettagli agghiaccianti sulla «guerra tra poveri per pochi euro» che vivono i fattorini migranti. Come si fa a non capire che l’esito dell’invasione è esattamente questo? Se esiste la guerra tra poveri è perché abbiamo importato migliaia di persone il cui destino è quello di finire a svolgere lavori sottopagati contribuendo a livellare i salari di tutta la popolazione. È la situazione descritta da Ratcliffe: importiamo poveri che spesso finiscono a confliggere fra loro e nel frattempo pesano sul welfare, rendendo più difficile il sostegno pubblico alla popolazione autoctona. La guerra tra poveri, in sostanza, è la regola, la conseguenza inevitabile dell’accoglienza indiscriminata che i bravi cattolici progressisti continuano a sostenere.
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Riduci





