Alessio Butti (Ansa)
Il sottosegretario all’Innovazione tecnologica: «A livello europeo abbiamo promosso limiti e sanzioni contro il Far West. In Italia un Osservatorio dedicato e 1 miliardo per gli investimenti di startup e pmi».
Sottosegretario Butti, di rivoluzioni sociali ed economiche legate all’innovazione tecnologica ne abbiamo vissute tante. Da quella industriale con la meccanizzazione dei processi, a Internet con la globalizzazione delle conoscenze, ma con l’Intelligenza artificiale la sensazione è di trovarci davanti a qualcosa di diverso, di più profondo, veloce. È così?
«Sì, perché questa volta non stiamo solo automatizzando una macchina o un processo fisico, ma una parte dei compiti cognitivi, cioè attività di analisi, scrittura, pianificazione, assistenza decisionale. Questo rende la trasformazione più trasversale e più veloce e con un impatto su imprese, pubbliche amministrazioni, sanità, lavoro e informazione. Per questo abbiamo deciso subito di non subire l’Ia, ma di governarla con regole, responsabilità e investimenti».
Palazzo Chigi in concreto cosa ha fatto per governare questo processo?
«Abbiamo lavorato su due piani. Il primo è europeo e, diciamolo subito, l’Ai Act è una legge, non una lista di buone intenzioni. In quella fase negoziale l’Italia ha sostenuto con forza un’impostazione che non lasciasse la tutela dei cittadini ai codici di condotta dei privati come volevano altri Paesi. Ci devono essere norme, limiti e sanzioni in caso di mancato rispetto degli stessi. Sul piano nazionale abbiamo costruito un quadro coerente con l’Ai Act. E devo dire che la nostra impostazione sta generando interesse in molti Paesi. Una cosa che voglio sottolineare è che abbiamo previsto un aggiornamento biennale della strategia, perché la tecnologia evolve in fretta e dobbiamo avere strumenti in grado di tenere il passo e giocare d’anticipo».
Ci può fare qualche esempio di limiti imposti?
«Molto semplice: ci sono “linee rosse” che non si attraversano, perché toccano diritti e libertà. L’Ai Act vieta pratiche considerate inaccettabili, come certe forme di manipolazione o sfruttamento delle vulnerabilità, il social scoring, e specifiche applicazioni che portano a sorveglianza o controllo sociale incompatibili con i valori europei. Insomma, per gli usi “ad alto rischio” prevediamo requisiti stringenti su gestione del rischio, qualità dei dati e supervisione umana».
E sui deepfake?
«Se un contenuto è generato o manipolato dall’Ia, il cittadino deve poterlo riconoscere. Se ne sta occupando anche l’Ue. Grazie alla nostra legge sull’Ia, in Italia diffondere un deepfake realistico senza consenso e con danno alla persona è diventato un reato punito con la reclusione fino a 5 anni. È una delle norme più incisive in Europa su questo tema».
Certo, l’Ia può portare anche enormi vantaggi, come la state sfruttando?
«Come dice giustamente, i vantaggi sono enormi in diversi ambiti. L’Ia ha una capacità incredibile, quando ben guidata dall’uomo, di ridurre tempi, errori e sprechi, aiutare chi lavora a fare meglio e più in fretta, migliorare servizi pubblici e competitività. In sanità, ad esempio, stiamo sperimentando l’Ia su problemi molto concreti come le liste d’attesa: con il progetto Reg4Ia investiamo 20 milioni su analisi dei dati, previsione della domanda e gestione più efficiente delle agende delle strutture sanitarie. È solo un esempio, ma qualsiasi campo, dalla difesa all’industria, può trarre vantaggio dall’Ia. Tutto sta nel saperla governare e indirizzare».
Veniamo al tema lavoro: il report di Citrini Research ha spaventato i mercati, soprattutto consegne a domicilio, pagamenti e real estate sono a rischio. Ci può dire che fine faranno gli agenti immobiliari?
«Prima di tutto: un report di quel tipo è uno stress test che non possiamo prendere come una profezia. Insieme agli esperti del Dipartimento che dirigo, leggiamo con attenzione tutti gli studi e ce ne sono di ogni tipo, da quelli che danno una visione idilliaca a quelli da futuro distopico. L’Ia avrà maggiore impatto nelle attività ripetitive e standardizzabili. Per questo certe mansioni di back office e comparazione in ambito immobiliare o servizi finanziari possono cambiare rapidamente. Al contrario, reggono meglio i lavori dove contano responsabilità, relazione, negoziazione complessa, presenza sul territorio. Ma qui l’idea di fondo è che nella maggior parte dei casi non vedremo sparire un mestiere, ma cambiare il contenuto del lavoro. In questo senso, vince chi integra l’Ia, non chi la subisce».
In concreto cosa state facendo per prevenire un’impennata della disoccupazione?
«Stiamo agendo su diverse leve, tutte molto pratiche. La prima è evitare che l’adozione non diventi un Far West. Nella legge italiana è previsto un Osservatorio sull’adozione di sistemi di Ia nel mondo del lavoro e il ministro Calderone ha pubblicato pochi giorni fa il primo documento sul tema. Lavoriamo anche per far crescere la domanda di nuove competenze: serve formazione continua e riqualificazione, perché dobbiamo accompagnare lo spostamento del mondo del lavoro, non rincorrerlo. Abbiamo anche previsto un programma di investimento a favore di startup e pmi da 1 miliardo, per far nascere lavoro nuovo dove l’innovazione produce valore».
Nasceranno anche nuove professioni per gestire l’Ia?
«Certo. Saranno fondamentali le professioni legate al controllo dell’Ia, alla sua governance, gestione dei rischi, qualità dei dati e compliance. Il timbro umano resta la nostra garanzia per il futuro».
Rischiamo un circolo vizioso che comprime i consumi e distrugge la classe media? Rischiamo l’autodistruzione del sistema?
«Il rischio esiste, ma non condivido la visione catastrofista. Lo evitiamo se continuiamo a gestire e governare questa tecnologia come stiamo facendo e ci impegniamo nella formazione dei lavoratori. Rimanere indietro non è più un’opzione. Chi non investe in competenze, formazione e innovazione rischia di vedere intere categorie professionali sostituite o marginalizzate, con un aumento drammatico della disoccupazione tecnologica. Non adottare l’Ia oggi significa subire l’Ia domani».
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Riduci
Il primo lungometraggio italiano fu «L’Inferno» prodotto dalla «Milano Films» nel 1911, un'opera estremamente moderna per l’uso di effetti speciali e per il budget altissimo.
L'articolo contiene un video e una gallery fotografica.
A gettare le basi dell’industria cinematografica italiana (e milanese) aveva contribuito in modo determinante l’artista e fotografo Luca Comerio. Personalità estrosa, era stato fotografo ufficiale del Re Umberto I alla fine dell’Ottocento. Pioniere del fotoreportage, aveva immortalato importanti fatti di cronaca come i moti di Milano del 1898 repressi nel sangue dal generale Bava Beccaris. All’alba del secolo XX, alla macchina fotografica affiancò l'ultimo ritrovato della tecnica: la cinepresa.
Nei primi anni della storia del cinema mondiale, sull’onda del successo internazionale delle prime pellicole di intrattenimento francesi come Voyage dans la Lune di Georges Meliès (1902), Comerio volle sperimentare la via della produzione cinematografica a Milano. Nel 1907 attrezzava una prima sala di posa in via Serbelloni, in pieno centro storico. L’anno successivo assieme agli altri pionieri milanesi della «S.a.f.f.i.» (Società anonima Fabbricazione Films Italiane) si allargava fondando la «S.a.f.f.i./Comerio» che nel 1908, nel quartiere periferico di Turro, realizzò una grande struttura in acciaio e vetro per la produzione cinematografica. Attratto fatalmente dal richiamo dell’attualità, il cinegiornalista milanese sarà autore di preziosi reportages dal fronte della guerra Italo-turca, mentre la casa di produzione sfornava cortometraggi eclettici, dal documentario al genere comico con personaggi diventati popolari tra il pubblico, fino ai documentari, e alla rappresentazione cinematografica di grandi classici del teatro e della letteratura come l’«Amleto» di Shakespeare. La nuova industria dell’intrattenimento, oltre al pubblico delle prime sale cinematografiche, cominciò ad attrarre anche il capitale. Fu dall’incontro del talento di Comerio con la nobiltà imprenditoriale del capoluogo lombardo che nacque la casa di produzione «Milano Films», fondata nel 1909 dal conte Pier Gaetano Venino assieme al barone Paolo Ajroldi di Robbiate e al conte Giovanni Visconti di Modrone. I nuovi capitali permisero l’apertura di nuovi teatri di posa all’avanguardia nel quartiere della Bovisa, allora considerati tra i più avanzati al mondo, dove il lavoro prevedeva l’integrazione di tutte le fasi produttive, incluse la postproduzione e la distribuzione. Furono le basi che permisero alla «Milano Films» di realizzare il primato del primo lungometraggio italiano (circa 1.400 metri di pellicola per un tempo di proiezione di attorno ai 68 minuti). Prodotto tra il 1909 e il 1911, «L’Inferno» era un concentrato di tecnica e effetti speciali, girato sia negli studios milanesi che in esterna sulla Grigna. Il costo dell’opera era considerato ai tempi fantasmagorico: 100.000 lire. Centinaia di comparse affiancavano gli attori principali Salvatore Papa nel ruolo di Dante e Arturo Pirovano in quello di Virgilio. Tre furono i registi: Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Alfonso Padovan. Le scene, che riprendevano la prima cantica della Commedia, erano ben 54, anticipate da brevi quadri narrativi di testo. Ciò che rendeva modernissimo il primo «kolossal» nato a Milano era l’uso della cinepresa con inquadrature che uscivano dal campo lungo, retaggio del teatro, dando plasticità unica alle scene. Soprattutto l’uso degli effetti speciali stupì il grande pubblico con sovraimpressioni, trasparenze, montaggio a inquadrature multiple e la manipolazione della scala, per creare realistici giganti mitologici. Le grandi scenografie e la massa di comparse rendevano ancora più drammatica l’ambientazione agli inferi. Furono anche usati effetti pirotecnici, botole per far scomparire i dannati e fondali neri per creare effetti di smembramento dei corpi degli attori.
Il capolavoro della Milano Films fu presentato al pubblico dopo un battage pubblicitario senza precedenti, organizzato dall’imprenditore e distributore napoletano Gustavo Lombardo. E proprio nella città partenopea, al teatro Mercadante, l’«Inferno» fu proiettato per la prima assoluta il 2 marzo 1911. Il lancio fu disturbato da un primo caso di presunto plagio da parte della casa di produzione Helios di Velletri, che presentò contemporaneamente una sua versione ridotta della Commedia dantesca, che creò confusione tra gli spettatori. Tanto che la «Milano Films» dovette pubblicare alcuni avvisi di diffida sui giornali. «L’Inferno» fu presentato anche all’estero ed ebbe notevole successo negli Stati Uniti, dove l’impero del cinema di Hollywood non era ancora nato. Il futuro della «Milano Films» fu tuttavia effimero. Mentre Comerio si dedicava negli anni successivi al reportage (filmò tra le altre cose la guerra degli Alpini sull’Adamello), questi veniva gradualmente estromesso dalla casa di produzione che lui stesso aveva contribuito a fondare. La società andò in crisi a causa della difficile situazione postbellica e della nascente concorrenza estera, più forte economicamente. Chiuderà i battenti nel 1926, mentre Luca Comerio finì disoccupato, dopo aver realizzato ancora documentari importanti come quello sull’impresa dannunziana di Fiume e la cronaca del Giro d’Italia. In povertà e colpito da una forte depressione, si spense il 5 luglio 1940 presso l’ospedale psichiatrico di Mombello, in Brianza.
Tre anni prima Mussolini aveva inaugurato Cinecittà, eleggendo Roma a capitale del cinema italiano.
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Riduci
Jeffrey Epstein (Getty images)
Bufera su Larry Summers, docente di Harvard ed ex braccio destro dei presidenti liberal. Polemica anche sulle linee di credito aperte al faccendiere pedofilo da Deutsche Bank. E spunta pure Hawking.
Emergono particolari molto interessanti riguardo al legame preferenziale di cui godeva tra Jeffrey Epstein con la Deutsche Bank e la Jp Morgan, banca d’affari che dopo l’assalto del Campidoglio del 6 gennaio 2021 terminò tutti i rapporti con Donald Trump, chiudendo tutti i suoi conti bancari, e scatenando la furibonda reazione del tycoon, ma che non si era fatta problemi a lavorare con il finanziere pedofilo.
Il Financial Times ha rivelato che Deutsche Bank stese il tappeto rosso subito dopo che Jp Morgan, nel 2013, aveva interrotto ogni rapporto con lui. Era già emersa la notizia che Db aveva pagato 225 milioni di dollari di multe e patteggiamenti associati a Epstein e, ricorda Askanews, Deutsche Bank aveva dichiarato al Financial Times di riconoscere il suo «errore», ovvero accogliere Epstein tra i suoi clienti, e di essersene pentita. Tra le decine di migliaia di email e documenti disvelati dal dipartimento di Giustizia americano, tuttavia, emergono nuovi elementi sui rapporti tra la banca ed Epstein. «Un cliente ad alto rischio con una condanna penale di solito richiede la verifica da parte di un comitato dedicato al rischio reputazionale», sottolinea il Ft, eppure nel maggio 2013 l’allora co-capo delle attività di wealth management di Deutsche Bank, Chip Packard, disse ai colleghi che questo controllo non era necessario. Pochi mesi dopo, Jpm decise di interrompere la relazione con Epstein. A quel punto il finanziere scrisse una email a Paul Morris, che da Jpm era passato a Deutsche Bank: «Intendo trasferire tutti i miei conti corrente a te e a Db». La risposta di Morris fu entusiastica: «Jeffrey, ottimo! Apprezzo la tua fiducia». E così a ottobre Epstein versò nella banca tedesca 180 milioni di dollari, più di quanto inizialmente stimato. Chip Packard scrisse a Morris: «Congratulazioni». Deutsche Bank cercò di usare le conoscenze di Epstein per agganciare super ricchi come Leon Black, co-fondatore di Apollo Global Management, diventato cliente della banca nell’aprile 2014. All’interno dell’istituto qualcuno sollevò dubbi sulla relazione con Epstein, portando il caso alle risorse umane, ma si sentì rispondere: «Non ti senti a tuo agio nel fare il lavoro per cui sei stato assunto?». Furono ignorate segnalazioni riguardanti il legame di Epstein con Ghislaine Maxwell, poi finita in prigione per aver aiutato a reclutare minorenni, e persino con l’allora principe Andrew Mountbatten-Windsor, recentemente arrestato. Nonostante nel tempo i dubbi crescessero, anche per via di versamenti a favore di presunte modelle, in Db nessuno fece nulla, anzi la banca alzò da mille a 12.000 dollari il tetto massimo per prelevare soldi con una carta di debito. Il dipartimento dei Servizi finanziari dello stato di New York ha determinato che in media Epstein prelevava 200.000 dollari cash all’anno da Deutsche Bank. Nel dicembre 2018 Deutsche Bank mise fine alla sua relazione con Epstein, il 9 luglio i procuratori di New York lo accusarono di avere sfruttato sessualmente «una vasta rete di vittime minorenni», e a quel punto una risk manager della banca tedesca scrisse una email dettagliando i conti corrente di Epstein ancora aperti: «Ugente!!! Serve chiudere i conti il prima possibile», scrisse la manager. Su di essi erano rimasti 33,77 dollari, da restituire con un assegno.
Intanto, ieri, il New York Times, che ha sentito un portavoce di Harvard, ha rivelato che Larry Summers, economista ed ex rettore della notissima università, si dimetterà dall’insegnamento alla fine dell’anno accademico. L’annuncio arriva dopo che documenti pubblicati dal dipartimento di Giustizia hanno dimostrato una stretta relazione tra Summers e Jeffrey Epstein, molto tempo dopo la condanna di Epstein per prostituzione minorile. Le dimissioni, ha detto il portavoce di Harvard, arrivano «in relazione all’esame in corso da parte dell’università di documenti relativi a Jeffrey Epstein, recentemente pubblicati dal governo». Summers, in congedo da novembre, non tornerà a insegnare prima di lasciare l’università e si è anche dimesso da co-direttore del Mossavar-Rahmani Center for Business and Government, ha dichiarato il portavoce.
Larry Summers, di provata fede democratica, è stato direttore del Consiglio economico nazionale del presidente Barack Obama da gennaio 2009 a novembre 2010, ma ha avuto anche un ruolo di estremo rilievo nell’amministrazione di Bill Clinton, dal quale era stimatissimo, arrivando a ricoprire il ruolo di segretario al Tesoro tra il 1999 e il 2001. Lo scorso novembre, sempre a causa dei legami con Epstein, si era dimesso dal consiglio di amministrazione di OpenAi, la società che ha creato ChatGpt. Dulcis (ma mica tanto) in fundo, nei file di Jeffrey Epstein spunta anche il celebre fisico britannico Stephen Hawking, scomparso nel 2018, fotografato mentre si rilassava seduto su uno sdraio accanto a due donne in bikini con in mano dei cocktail. La foto, riferisce il Telegraph, è stata scattata durante un simposio scientifico all’Hotel Ritz Carlton di St. Thomas, Isole Vergini americane, nel 2006, dove il fisico tenne una conferenza. Hawking è apparso in altre foto sull’isola di Epstein.
Tra gli Epstein files pubblicati mancherebbero invece - secondo il New York Times - i documenti relativi alle accuse di aggressione sessuale che una donna ha mosso nel 2019 contro Donald Trump. Si tratta di rapporti dell’Fbi relativi alle dichiarazioni della donna che, subito dopo l’arresto di Epstein, si fece avanti per dire che era stata aggredita dal finanziere pedofilo e da Trump negli anni ottanta, quando era minorenne.
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Riduci
Il direttore Maurizio Belpietro commenta il decreto sicurezza smontando il mito dello «scudo penale» e rilanciando il tema della tutela legale per le forze dell’ordine. Al centro anche il nodo della giustizia: errori giudiziari, responsabilità dei magistrati e un sistema che, secondo il direttore, applica pesi e misure diversi.





