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2022-01-25
Iliad rivoluziona il mercato della rete fissa con la fibra a 5 giga
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L'amministratore delegato di Iliad Italia, Benedetto Levi (Ansa)
Da 0 a 8,5 milioni. Sono i numeri con cui Benedetto Levi, amministratore delegato di Iliad Italia, ha aperto la presentazione dell'evento di lancio dell'offerta sulla rete fissa della compagnia francese, da oggi disponibile per oltre 7 milioni di famiglie in Italia al costo di 15,99 € al mese a 5 giga di velocità per chi possiede già una sim mobile Iliad, a 23,99 € per tutti gli altri. «Zero come i costi nascosti, le fregature o le brutte sorprese che gli utenti Iliad hanno avuto in questi tre anni e mezzo. 8,5 milioni come gli utenti Iliad oggi. Un italiano su sette oggi ha Iliad sul suo cellulare. Un numero incredibile che si spiega con un altro numero: il 97% di utenti Iliad soddisfatti dall'operatore. Un numero mai visto prima in Italia nel campo delle telecomunicazioni». Un'offerta che rivoluziona di fatto il mercato della rete fissa in Italia e che conferma ancora una volta, dopo l'ingresso di Iliad nel mobile del 29 maggio 2018, la politica aggressiva dei prezzi portata avanti dalla telco francese. «All'epoca in pochissimi pensavano che saremmo stati all'altezza delle promesse ambiziose che avevamo fatto. Oggi sappiamo che le cose sono andate bene e che abbiamo mantenuto le promesse» dichiara orgoglioso Levi. Una politica che abbatte i prezzi della concorrenza, visto che a oggi sulla rete fissa WindTre propone 22,99 € al mese, Tim e Vodafone 24,90 €, così come Sky che però dopo i primi 18 mesi passa a 29,90 €, mentre Fastweb e Tiscali costano 25,95 € al mese. Nel dettaglio, la fibra offerta da Iliad permette di raggiungere velocità in download fino a 5 Gbit/s e in upload fino a 700 Mbit/s. Attraverso un servizio 100% in fibra Ftth, Iliad dà agli utenti la certezza di avere sempre la migliore tecnologia disponibile al proprio indirizzo e contribuisce ad accelerare la transizione dell’Italia verso una vera connettività a banda ultralarga e la progressiva scomparsa delle connessioni in rame.
La rivoluzione messa in atto da Iliad passa inevitabilmente dalla fibra ottica e dallo sviluppo di un proprio router. Nella classifica europea delle famiglie che possiedono un'offerta broadband attiva, in relazione alla popolazione, l'Italia si trova al 24esimo posto su 26 Paesi europei, dietro a Romania, Lituania e Lettonia e davanti solo a Bulgaria e Finlandia. È chiaro quindi che la sfida per Iliad, e non solo, è raggiungere un numero di case più elevato per portare avanti la transizione digitale verso cui si punta. In questi anni, infatti, mentre Iliad implementava la propria rete mobile, in parallelo ha sviluppato una rete in fibra ottica a lunga distanza in tutta Italia con più di 30.000 chilometri attraverso tutta la Penisola. Una scelta che si affianca alla scelta di un router pensato e sviluppato al 100% internamente nei propri laboratori dal team di Ricerca e Sviluppo, sia per la parte hardware che per quella software, anziché acquistarne uno disponibile sul mercato, per rispondere a tutte le esigenze manifestate nei mesi precedenti dagli utenti. La Iliadbox, nome appunto del router Iliad, presenta diverse funzioni come la possibilità di collegarlo all'app sullo smartphone, da cui si può controllare ogni cosa, perfino impostare l'orario di utilizzo con la possibilità di mettere dei limiti di navigazione per i più piccoli. «Da mesi riceviamo tantissime richieste da parte dei nostri utenti mobili di lanciare un’offerta in fibra, perché stufi della mancanza di trasparenza di questo mercato» - ha aggiunto Levi durante la presentazione - «sono davvero contento di portare oggi nella fibra la stessa trasparenza e qualità che contraddistinguono da sempre le nostre offerte mobili. Una connessione in fibra ultra veloce a un prezzo accessibile potrà semplificare la vita a milioni di persone e dare quella spinta verso la digitalizzazione di cui il Paese ha tanto bisogno». Durante l'annuncio dell'offerta sulla rete fissa, Levi ha più volte fatto riferimento a valori come «totale trasparenza, grande semplicità e vicinanza agli utenti». Nello specifico, l'offerta prevede come detto 15,99 € al mese per gli utenti Iliad mobile con pagamento automatico, altrimenti 23,99 € al mese. Questo prezzo è garantito per sempre, senza costi nascosti e senza vincoli di durata. Inoltre, l'Iliadbox in comodato d’uso gratuito, minuti illimitati verso fissi e mobili in Italia e verso fissi di più di 60 Paesi nel mondo, l'Iliad wifi extender, ovvero un mini router da posizionare nelle altre aree della casa disponibile in locazione a 1,99 € al mese per avere un Wi-Fi performante in ogni stanza.
L'ad di Iliad Italia, poi, sollecitato dalle domande dei cronisti presenti al Superstudio di via Tortona a Milano, ha raffreddato ogni ipotesi circolata negli ultimi giorni riguardo una clamorosa fusione in Italia con il colosso Vodafone: «Noi andiamo avanti per la nostra strada».
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La compagnia di telecomunicazioni francese lancia la sua fibra ottica a 15,99 € al mese a 5 giga di velocità. Un'offerta che punta a raggiungere più di 7 milioni di famiglie grazie agli oltre 30.000 chilometri di fibra in tutta Italia. E sulla tanto chiacchierata fusione con Vodafone, l'ad Benedetto Levi fa chiarezza: «Andiamo avanti per la nostra strada».Da 0 a 8,5 milioni. Sono i numeri con cui Benedetto Levi, amministratore delegato di Iliad Italia, ha aperto la presentazione dell'evento di lancio dell'offerta sulla rete fissa della compagnia francese, da oggi disponibile per oltre 7 milioni di famiglie in Italia al costo di 15,99 € al mese a 5 giga di velocità per chi possiede già una sim mobile Iliad, a 23,99 € per tutti gli altri. «Zero come i costi nascosti, le fregature o le brutte sorprese che gli utenti Iliad hanno avuto in questi tre anni e mezzo. 8,5 milioni come gli utenti Iliad oggi. Un italiano su sette oggi ha Iliad sul suo cellulare. Un numero incredibile che si spiega con un altro numero: il 97% di utenti Iliad soddisfatti dall'operatore. Un numero mai visto prima in Italia nel campo delle telecomunicazioni». Un'offerta che rivoluziona di fatto il mercato della rete fissa in Italia e che conferma ancora una volta, dopo l'ingresso di Iliad nel mobile del 29 maggio 2018, la politica aggressiva dei prezzi portata avanti dalla telco francese. «All'epoca in pochissimi pensavano che saremmo stati all'altezza delle promesse ambiziose che avevamo fatto. Oggi sappiamo che le cose sono andate bene e che abbiamo mantenuto le promesse» dichiara orgoglioso Levi. Una politica che abbatte i prezzi della concorrenza, visto che a oggi sulla rete fissa WindTre propone 22,99 € al mese, Tim e Vodafone 24,90 €, così come Sky che però dopo i primi 18 mesi passa a 29,90 €, mentre Fastweb e Tiscali costano 25,95 € al mese. Nel dettaglio, la fibra offerta da Iliad permette di raggiungere velocità in download fino a 5 Gbit/s e in upload fino a 700 Mbit/s. Attraverso un servizio 100% in fibra Ftth, Iliad dà agli utenti la certezza di avere sempre la migliore tecnologia disponibile al proprio indirizzo e contribuisce ad accelerare la transizione dell’Italia verso una vera connettività a banda ultralarga e la progressiva scomparsa delle connessioni in rame.La rivoluzione messa in atto da Iliad passa inevitabilmente dalla fibra ottica e dallo sviluppo di un proprio router. Nella classifica europea delle famiglie che possiedono un'offerta broadband attiva, in relazione alla popolazione, l'Italia si trova al 24esimo posto su 26 Paesi europei, dietro a Romania, Lituania e Lettonia e davanti solo a Bulgaria e Finlandia. È chiaro quindi che la sfida per Iliad, e non solo, è raggiungere un numero di case più elevato per portare avanti la transizione digitale verso cui si punta. In questi anni, infatti, mentre Iliad implementava la propria rete mobile, in parallelo ha sviluppato una rete in fibra ottica a lunga distanza in tutta Italia con più di 30.000 chilometri attraverso tutta la Penisola. Una scelta che si affianca alla scelta di un router pensato e sviluppato al 100% internamente nei propri laboratori dal team di Ricerca e Sviluppo, sia per la parte hardware che per quella software, anziché acquistarne uno disponibile sul mercato, per rispondere a tutte le esigenze manifestate nei mesi precedenti dagli utenti. La Iliadbox, nome appunto del router Iliad, presenta diverse funzioni come la possibilità di collegarlo all'app sullo smartphone, da cui si può controllare ogni cosa, perfino impostare l'orario di utilizzo con la possibilità di mettere dei limiti di navigazione per i più piccoli. «Da mesi riceviamo tantissime richieste da parte dei nostri utenti mobili di lanciare un’offerta in fibra, perché stufi della mancanza di trasparenza di questo mercato» - ha aggiunto Levi durante la presentazione - «sono davvero contento di portare oggi nella fibra la stessa trasparenza e qualità che contraddistinguono da sempre le nostre offerte mobili. Una connessione in fibra ultra veloce a un prezzo accessibile potrà semplificare la vita a milioni di persone e dare quella spinta verso la digitalizzazione di cui il Paese ha tanto bisogno». Durante l'annuncio dell'offerta sulla rete fissa, Levi ha più volte fatto riferimento a valori come «totale trasparenza, grande semplicità e vicinanza agli utenti». Nello specifico, l'offerta prevede come detto 15,99 € al mese per gli utenti Iliad mobile con pagamento automatico, altrimenti 23,99 € al mese. Questo prezzo è garantito per sempre, senza costi nascosti e senza vincoli di durata. Inoltre, l'Iliadbox in comodato d’uso gratuito, minuti illimitati verso fissi e mobili in Italia e verso fissi di più di 60 Paesi nel mondo, l'Iliad wifi extender, ovvero un mini router da posizionare nelle altre aree della casa disponibile in locazione a 1,99 € al mese per avere un Wi-Fi performante in ogni stanza. L'ad di Iliad Italia, poi, sollecitato dalle domande dei cronisti presenti al Superstudio di via Tortona a Milano, ha raffreddato ogni ipotesi circolata negli ultimi giorni riguardo una clamorosa fusione in Italia con il colosso Vodafone: «Noi andiamo avanti per la nostra strada».
Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
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C’è la ricerca e lo sviluppo non solo di nuove armi sempre più performanti, ma anche di tecnologie e di strumenti utili per gli operatori. Affinare sempre di più ciò che si è imparato. Affinare gli strumenti che si ha a disposizione. Questo il mantra.
Tra questi, ci sono i droni, ovviamente. Ma pure tutti quei materiali utili per andare in missione e agire nel migliore dei modi. Occhiali da utilizzare in ogni ambiente, quindi. Coltelli da impiegare come extrema ratio, quando lo scontro diventa ravvicinato e non c’è più via di fuga. Ma anche materiale tecnico per difendersi dalle armi da taglio. E anche, ovviamente, fucili. Non è quindi un caso che Extrema Ratio, marca di coltelli (e non solo) che rifornisce gran parte delle forze armate internazionali, si sia rivolta al Comfose per organizzare tre giorni dedicati al sistema della Difesa, presso il poligono Le Arcate di Collesalvetti in provincia di Livorno, invitando partner come Sig Sauer, Nitecore, Energia Pura, Para jet e Helix. Il meglio delle aziende internazionali che si occupano di sicurezza. Ed è proprio da qui che è partito il comandante del Comfose, il generale di Brigata Carmine Vizzuso: «Grazie alle aziende che hanno aderito all’iniziativa permettendoci di testare il prodotto delle loro continue ricerche atte a migliorare il supporto alle Forze armate. Abbiamo avuto ospiti la cui presenza ha dimostrato il successo dell’evento. Grazie al vice comandante Comfose, Mauro Bruschi, e a tutto il personale che ha collaborato; bravi tutti, sono fiero del lavoro che è stato fatto».
Mauro Chiostri, fondatore di Extrema Ratio e Extrema Ratio Roma, ha invece affermato: «Questa terza edizione di Expo week defence days, (seconda realizzata a Collesalvetti, ndr) ha favorito lo scambio di opinioni, importante per contribuire allo sviluppo tecnologico; ha dato modo alle industrie di collaborare in un unico obiettivo rivolto al miglioramento delle offerte e hanno dato l’opportunità di ottenere un grande risultato che si è rivelato anche con le visite di personalità politiche e militari che hanno apprezzato l’iniziativa ritenendola importante». All’Expo infatti sono transitati tutti i reparti formati da Comfose: il nono reggimento col Moschin, il 185esimo Rao e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Tutti hanno potuto testare i materiali presenti, comprendendo le varie potenzialità degli strumenti che avevano davanti e pure i limiti per poterli migliorare.
In particolare, tra gli stand più visitati quelli di Sig Sauer, azienda americana di armi che, dopo importanti commesse negli Stati Uniti, sta ampliando il proprio volume di affari anche in Italia. Tra i modelli presentati la mitragliatrice Mmg in calibro 338 Norma magnum, Lmg IN calibro 7.62 sia ibrido sia convenzionale e Lmg in calibro 6.8 ibrido. La particolarità dei prodotti Sig oggi risiede sulle Mmg E Lmg e sui calibri ibridi che sono un loro prodotto esclusivo, che consente prestazioni superiori anche del 20-25% in termini di energia rispetto ai calibri convenzionali a parità di peso se non addirittura con pesi ridotti. Va da sé il vantaggio tattico. Ma non solo. Perché una delle caratteristiche dell’expo è quella di valorizzare le aziende italiane, come Neon che sta lavorando a importanti progetti per garantire la sicurezza degli operatori in condizioni climatiche estreme, ed Energia Pura, che ha già in produzione materiali anti taglio (di questi tempi utili anche per i civili, visti i continui attacchi all’arma bianca).
Non sono mancate le visite di personalità politiche e militari a testimoniare l’importanza dell’evento. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, l’eurodeputata Susanna Ceccardi, l’onorevole Paola Chiesa e l’onorevole Chiara La Porta hanno mostrato interesse nel corso della visita agli stand. Mentre il mondo corre spesso all’impazzata verso nuovi conflitti, c’è chi si addestra e si prepara. Con la speranza di non dover utilizzare mai ciò che ha appreso.
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