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2020-07-14
Il premier in ginocchio dalla Merkel pronto ad accettare qualsiasi vincolo
Giuseppe Conte e Angela Merkel (Keuenhof - Pool/Getty Images)
È un Giuseppe Conte con il cappello in mano, politicamente parlando, quello che si è presentato ieri da Angela Merkel al castello di Meseberg. La tournée europea del premier italiano aveva già vissuto tappe disastrose. Male a Lisbona e a Madrid, dove due governi pur di sinistra si erano ben guardati dal condividere - come Conte chiedeva loro - l'amaro calice del Mes. E malissimo in Olanda, dove il premier Mark Rutte era stato irremovibile.
Morale: Conte è arrivato dalla Merkel con il proverbiale pugno di mosche in mano, anzi come un prigioniero politico costretto a prendere quello (e solo quello) che la Cancelliera, da qualche giorno presidente di turno dell'Unione, vorrà e potrà negoziare. E sapendo bene che la Germania è abituata a usare gli olandesi e gli altri «frugali» come il classico poliziotto cattivo, per interpretare la parte del poliziotto buono, e alla fine imporre una mediazione che chi si trova in mezzo (è il caso di Conte) potrà solo ingoiare.
Questa è la sostanza politica, e Conte ha dovuto ammetterla nella sua frase chiave della conferenza stampa tenuta insieme alla Merkel: «Ben vengano tutti i criteri di spesa, tutte le regole di governance che rendano ancora più responsabili le scelte di spesa che i Paesi saranno chiamati a compiere. Ma queste regole devono consentire effettività di reazione». Quasi una confessione: un Conte pronto ad accettare tutto, qualunque vincolo, pur di portare a casa qualcosa.
E infatti il boccone più amaro è arrivato subito, alla prima domanda, quando a entrambi i leader è stato chiesto se fossero d'accordo con la bozza predisposta dal belga Charles Michel, quella che impone l'approvazione dei piani di spesa dei singoli Stati da parte del Consiglio europeo a maggioranza qualificata, un autentico commissariamento di fatto ai danni dell'Italia. La Merkel, gelida, ha risposto affermativamente, chiudendo la discussione: «Deve essere fatto a maggioranza qualificata. La trovo una buona cosa che io potrei sostenere». E il povero Conte non ha potuto che chinare la testa, nonostante qualche timido distinguo: «È un buon punto di partenza. Ci sono alcune criticità che affronteremo a partire da venerdì. L'Italia è per criteri di spesa chiari, trasparenti. Non stiamo chiedendo fondi per poterli utilizzare in modo arbitrario. Discrezionale sì, non arbitrario. Accettiamo la sfida di un monitoraggio costante sulla coerenza tra i programmi annunciati e la loro esecuzione. Sono anche favorevole a che sia coinvolto il Consiglio europeo, ma non in fase attuativa».
Ma, al di là del tenue dissenso messo a verbale da Conte, il quadro è fin troppo chiaro: con l'Italia nei panni di uno scolaro davanti a una commissione d'esame composta dagli altri 26 Paesi, pronti a correggere con matita rossa e blu i piani di spesa italiani. Eppure, un Conte fantozziano è tornato a ringraziare la Merkel: «Mi sono sempre sentito aiutato dalla Germania. Ho sempre trovato in Angela grande sensibilità politica».
Tutto il resto è stata una recita, una simulazione di empatia. Ma essendo chiari i ruoli: chi comanda e chi obbedisce. Non senza alcune espressioni (speriamo involontariamente) offensive della Merkel, a cui non è parso vero di incasellare gli italiani nello stereotipo del mandolino: «Gli italiani hanno reagito all'epidemia con straordinaria disciplina e pazienza. Abbiamo guardato in Germania come gli italiani hanno cantato la sera per superare anche psicologicamente questi problemi. E anche per questo noi vogliamo mostrare la nostra amicizia».
Tornando alla trattiva sul Recovery fund, una volta fissati i paletti a cui teneva, la Merkel ha anche fatto la difficile sull'esito del negoziato: «Ne parleremo venerdì, e speriamo di arrivare a un'opinione comune. In parte ci sono ancora divergenze».
Un Conte perfino più pallido della pochette che indossava ha cercato di simulare familiarità con i grandi d'Europa («tu Angela, con Emmanuel…») e per il resto si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo: «I capi di Stato e di governo devono mostrare la consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo. Anche i tempi sono importanti: una risposta adeguata ma non tempestiva diventa automaticamente inadeguata».
Poi, un po' di televendita per accreditare l'idea che il governo giallorosso stia conducendo in porto riforme mirabolanti: «L'Italia ha già iniziato un programma di grande prospettiva: semplificazione, accelerazione della spesa per investimenti, un piano mai realizzato in Italia», ha scandito Giuseppi, mettendo confusamente in vetrina varia mercanzia, sotto lo sguardo disinteressato della Cancelliera: «innovazione digitale, transizione energetica, accelerazione dei tempi della giustizia, una società più inclusiva».
La sensazione finale è che Conte si sia consegnato alla Cancelliera e che accetterà tutto, pur di portare a casa l'approvazione del Recovery fund. Ma non è difficile immaginare che il fronte rigorista, vedendo il premier italiano così remissivo, si farà ancora più esigente.
L’euroarma della Bonino è scarica
Preceduta e accompagnata da una poderosa fanfara eurolirica, arriverà domani in Senato la risoluzione, presentata da Emma Bonino, che vorrebbe impegnare l'Italia a dire subito sì al Mes. Nelle intenzioni dei promotori, si tratterebbe di una mossa astuta, per tentare di spaccare la maggioranza (o almeno di mettere in seria difficoltà i grillini) e insieme di disarticolare l'opposizione (marcando la differenza di approccio di Fi rispetto a Lega e Fdi). Ma, a meno di un clamoroso suicidio tattico del governo, l'arma - almeno domani - dovrebbe rivelarsi spuntata.
Proviamo a spiegare perché. Alla vigilia degli ultimi due Consigli europei, Giuseppe Conte si è limitato (scelta grave e offensiva nei confronti del Parlamento) a una mera «informativa», cioè a quel tipo di dibattito in cui il premier tiene uno speech, i rappresentanti dei gruppi fanno i loro interventi, ma poi non c'è nessuna votazione finale. Quindi, nelle ultime due occasioni, non c'è stato nessun documento impegnativo per vincolare il governo a una linea.
Stavolta, invece, la votazione di documenti ci sarà. È dunque realistico che, dopo l'intervento di Conte e le varie posizioni dei gruppi, vengano presentate più risoluzioni. Se tutto andrà secondo le previsioni, ci sarà una risoluzione di maggioranza (politicamente vaga, con un mandato generico a Conte a trattare in Ue, sottoscritta dai partiti della maggioranza), e poi altre risoluzioni, tra cui anche quella boniniana.
Com'è noto, prima delle votazioni, è compito del rappresentante del governo (provvederà Conte stesso, oppure un suo ministro o sottosegretario) esprimere il parere dell'esecutivo su ciascun documento, di fatto indicando alla propria maggioranza parlamentare cosa vada votato e cosa vada respinto. Il rappresentante del governo può anche proporre ai promotori di ciascun testo una riformulazione (per attenuare il documento, per renderlo conforme alle attese politiche del governo). Dopo di che, si vota.
Stando così le cose, a meno di clamorose sorprese, è presumibile che il governo chieda all'Aula di dare via libera solo alla risoluzione di maggioranza, e di respingere tutte le altre, Bonino inclusa (in subordine, come detto, proponendo alle altre risoluzioni delle riformulazioni al ribasso, per renderle politicamente inoffensive).
Morale: Conte si prenderà un vago mandato a trattare, e rinvierà a settembre (o comunque a dopo la chiusura della partita sul Recovery Fund) il redde rationem con i grillini sul Mes.
Uno scenario diverso - opposto a quello appena descritto - sarebbe abbastanza sorprendente. Mentre scriviamo, appare infatti remota l'ipotesi che il governo dica sì alla risoluzione della Bonino. Significherebbe che Conte ha già convinto i 5 stelle ad accettare il ricorso al Fondo. Cosa che non risulta.
Resta dunque più probabile lo scenario iniziale. Che può avere delle varianti, nel momento in cui la risoluzione verrà messa al voto. Se infatti un po' tutti avranno la ragionevole certezza che il documento Bonino sarà bocciato, qualcuno potrebbe (a costo politico zero) «fare il gesto» di votarlo per lasciare a verbale un dissenso, un punto di vista, un avvertimento al governo. Potrebbero farlo i senatori renziani, per marcare una differenza rispetto ai grillini. E potrebbero farlo i forzisti, se decidessero di differenziarsi simbolicamente dal resto del centrodestra.
Ma in questo momento sembra difficile ipotizzare più di questo. Domani sarà 15 luglio, e se il governo andasse alla roulette russa sul Mes sbagliando i calcoli e cadendo clamorosamente in Aula, le opposizioni avrebbero tutti i motivi per chiedere lo scioglimento delle Camere. E non ci sarebbero scuse per dire no: anzi, ci sarebbero i tempi per abbinare le politiche al turno regionale del 20 settembre. Ipotesi assolutamente auspicabile: ma proprio per questo è immaginabile che governo e maggioranza siano prudenti e non si espongano al rischio. Per amore della poltrona.
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Disastrosa tournée europea di Giuseppe Conte che si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo. Millanta mirabolanti riforme ma è disponibile a dire sì pure al commissariamento di fatto sull'uso dei fondi.Domani al Senato il voto sulla risoluzione che vorrebbe impegnare l'Italia a dire subito sì al fondo Salvastati. Ma non passerà perché significherebbe crisi di governo.Lo speciale contiene due articoli.È un Giuseppe Conte con il cappello in mano, politicamente parlando, quello che si è presentato ieri da Angela Merkel al castello di Meseberg. La tournée europea del premier italiano aveva già vissuto tappe disastrose. Male a Lisbona e a Madrid, dove due governi pur di sinistra si erano ben guardati dal condividere - come Conte chiedeva loro - l'amaro calice del Mes. E malissimo in Olanda, dove il premier Mark Rutte era stato irremovibile. Morale: Conte è arrivato dalla Merkel con il proverbiale pugno di mosche in mano, anzi come un prigioniero politico costretto a prendere quello (e solo quello) che la Cancelliera, da qualche giorno presidente di turno dell'Unione, vorrà e potrà negoziare. E sapendo bene che la Germania è abituata a usare gli olandesi e gli altri «frugali» come il classico poliziotto cattivo, per interpretare la parte del poliziotto buono, e alla fine imporre una mediazione che chi si trova in mezzo (è il caso di Conte) potrà solo ingoiare. Questa è la sostanza politica, e Conte ha dovuto ammetterla nella sua frase chiave della conferenza stampa tenuta insieme alla Merkel: «Ben vengano tutti i criteri di spesa, tutte le regole di governance che rendano ancora più responsabili le scelte di spesa che i Paesi saranno chiamati a compiere. Ma queste regole devono consentire effettività di reazione». Quasi una confessione: un Conte pronto ad accettare tutto, qualunque vincolo, pur di portare a casa qualcosa. E infatti il boccone più amaro è arrivato subito, alla prima domanda, quando a entrambi i leader è stato chiesto se fossero d'accordo con la bozza predisposta dal belga Charles Michel, quella che impone l'approvazione dei piani di spesa dei singoli Stati da parte del Consiglio europeo a maggioranza qualificata, un autentico commissariamento di fatto ai danni dell'Italia. La Merkel, gelida, ha risposto affermativamente, chiudendo la discussione: «Deve essere fatto a maggioranza qualificata. La trovo una buona cosa che io potrei sostenere». E il povero Conte non ha potuto che chinare la testa, nonostante qualche timido distinguo: «È un buon punto di partenza. Ci sono alcune criticità che affronteremo a partire da venerdì. L'Italia è per criteri di spesa chiari, trasparenti. Non stiamo chiedendo fondi per poterli utilizzare in modo arbitrario. Discrezionale sì, non arbitrario. Accettiamo la sfida di un monitoraggio costante sulla coerenza tra i programmi annunciati e la loro esecuzione. Sono anche favorevole a che sia coinvolto il Consiglio europeo, ma non in fase attuativa». Ma, al di là del tenue dissenso messo a verbale da Conte, il quadro è fin troppo chiaro: con l'Italia nei panni di uno scolaro davanti a una commissione d'esame composta dagli altri 26 Paesi, pronti a correggere con matita rossa e blu i piani di spesa italiani. Eppure, un Conte fantozziano è tornato a ringraziare la Merkel: «Mi sono sempre sentito aiutato dalla Germania. Ho sempre trovato in Angela grande sensibilità politica». Tutto il resto è stata una recita, una simulazione di empatia. Ma essendo chiari i ruoli: chi comanda e chi obbedisce. Non senza alcune espressioni (speriamo involontariamente) offensive della Merkel, a cui non è parso vero di incasellare gli italiani nello stereotipo del mandolino: «Gli italiani hanno reagito all'epidemia con straordinaria disciplina e pazienza. Abbiamo guardato in Germania come gli italiani hanno cantato la sera per superare anche psicologicamente questi problemi. E anche per questo noi vogliamo mostrare la nostra amicizia». Tornando alla trattiva sul Recovery fund, una volta fissati i paletti a cui teneva, la Merkel ha anche fatto la difficile sull'esito del negoziato: «Ne parleremo venerdì, e speriamo di arrivare a un'opinione comune. In parte ci sono ancora divergenze». Un Conte perfino più pallido della pochette che indossava ha cercato di simulare familiarità con i grandi d'Europa («tu Angela, con Emmanuel…») e per il resto si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo: «I capi di Stato e di governo devono mostrare la consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo. Anche i tempi sono importanti: una risposta adeguata ma non tempestiva diventa automaticamente inadeguata».Poi, un po' di televendita per accreditare l'idea che il governo giallorosso stia conducendo in porto riforme mirabolanti: «L'Italia ha già iniziato un programma di grande prospettiva: semplificazione, accelerazione della spesa per investimenti, un piano mai realizzato in Italia», ha scandito Giuseppi, mettendo confusamente in vetrina varia mercanzia, sotto lo sguardo disinteressato della Cancelliera: «innovazione digitale, transizione energetica, accelerazione dei tempi della giustizia, una società più inclusiva». La sensazione finale è che Conte si sia consegnato alla Cancelliera e che accetterà tutto, pur di portare a casa l'approvazione del Recovery fund. Ma non è difficile immaginare che il fronte rigorista, vedendo il premier italiano così remissivo, si farà ancora più esigente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-in-ginocchio-dalla-merkel-pronto-ad-accettare-qualsiasi-vincolo-2646404697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuroarma-della-bonino-e-scarica" data-post-id="2646404697" data-published-at="1594688011" data-use-pagination="False"> L’euroarma della Bonino è scarica Preceduta e accompagnata da una poderosa fanfara eurolirica, arriverà domani in Senato la risoluzione, presentata da Emma Bonino, che vorrebbe impegnare l'Italia a dire subito sì al Mes. Nelle intenzioni dei promotori, si tratterebbe di una mossa astuta, per tentare di spaccare la maggioranza (o almeno di mettere in seria difficoltà i grillini) e insieme di disarticolare l'opposizione (marcando la differenza di approccio di Fi rispetto a Lega e Fdi). Ma, a meno di un clamoroso suicidio tattico del governo, l'arma - almeno domani - dovrebbe rivelarsi spuntata. Proviamo a spiegare perché. Alla vigilia degli ultimi due Consigli europei, Giuseppe Conte si è limitato (scelta grave e offensiva nei confronti del Parlamento) a una mera «informativa», cioè a quel tipo di dibattito in cui il premier tiene uno speech, i rappresentanti dei gruppi fanno i loro interventi, ma poi non c'è nessuna votazione finale. Quindi, nelle ultime due occasioni, non c'è stato nessun documento impegnativo per vincolare il governo a una linea. Stavolta, invece, la votazione di documenti ci sarà. È dunque realistico che, dopo l'intervento di Conte e le varie posizioni dei gruppi, vengano presentate più risoluzioni. Se tutto andrà secondo le previsioni, ci sarà una risoluzione di maggioranza (politicamente vaga, con un mandato generico a Conte a trattare in Ue, sottoscritta dai partiti della maggioranza), e poi altre risoluzioni, tra cui anche quella boniniana. Com'è noto, prima delle votazioni, è compito del rappresentante del governo (provvederà Conte stesso, oppure un suo ministro o sottosegretario) esprimere il parere dell'esecutivo su ciascun documento, di fatto indicando alla propria maggioranza parlamentare cosa vada votato e cosa vada respinto. Il rappresentante del governo può anche proporre ai promotori di ciascun testo una riformulazione (per attenuare il documento, per renderlo conforme alle attese politiche del governo). Dopo di che, si vota. Stando così le cose, a meno di clamorose sorprese, è presumibile che il governo chieda all'Aula di dare via libera solo alla risoluzione di maggioranza, e di respingere tutte le altre, Bonino inclusa (in subordine, come detto, proponendo alle altre risoluzioni delle riformulazioni al ribasso, per renderle politicamente inoffensive). Morale: Conte si prenderà un vago mandato a trattare, e rinvierà a settembre (o comunque a dopo la chiusura della partita sul Recovery Fund) il redde rationem con i grillini sul Mes. Uno scenario diverso - opposto a quello appena descritto - sarebbe abbastanza sorprendente. Mentre scriviamo, appare infatti remota l'ipotesi che il governo dica sì alla risoluzione della Bonino. Significherebbe che Conte ha già convinto i 5 stelle ad accettare il ricorso al Fondo. Cosa che non risulta. Resta dunque più probabile lo scenario iniziale. Che può avere delle varianti, nel momento in cui la risoluzione verrà messa al voto. Se infatti un po' tutti avranno la ragionevole certezza che il documento Bonino sarà bocciato, qualcuno potrebbe (a costo politico zero) «fare il gesto» di votarlo per lasciare a verbale un dissenso, un punto di vista, un avvertimento al governo. Potrebbero farlo i senatori renziani, per marcare una differenza rispetto ai grillini. E potrebbero farlo i forzisti, se decidessero di differenziarsi simbolicamente dal resto del centrodestra. Ma in questo momento sembra difficile ipotizzare più di questo. Domani sarà 15 luglio, e se il governo andasse alla roulette russa sul Mes sbagliando i calcoli e cadendo clamorosamente in Aula, le opposizioni avrebbero tutti i motivi per chiedere lo scioglimento delle Camere. E non ci sarebbero scuse per dire no: anzi, ci sarebbero i tempi per abbinare le politiche al turno regionale del 20 settembre. Ipotesi assolutamente auspicabile: ma proprio per questo è immaginabile che governo e maggioranza siano prudenti e non si espongano al rischio. Per amore della poltrona.
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.