Il premier in ginocchio dalla Merkel pronto ad accettare qualsiasi vincolo
  • Disastrosa tournée europea di Giuseppe Conte che si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo. Millanta mirabolanti riforme ma è disponibile a dire sì pure al commissariamento di fatto sull’uso dei fondi.
  • Domani al Senato il voto sulla risoluzione che vorrebbe impegnare l’Italia a dire subito sì al fondo Salvastati. Ma non passerà perché significherebbe crisi di governo.

Lo speciale contiene due articoli.

È un Giuseppe Conte con il cappello in mano, politicamente parlando, quello che si è presentato ieri da Angela Merkel al castello di Meseberg. La tournée europea del premier italiano aveva già vissuto tappe disastrose. Male a Lisbona e a Madrid, dove due governi pur di sinistra si erano ben guardati dal condividere – come Conte chiedeva loro – l’amaro calice del Mes. E malissimo in Olanda, dove il premier Mark Rutte era stato irremovibile.

Morale: Conte è arrivato dalla Merkel con il proverbiale pugno di mosche in mano, anzi come un prigioniero politico costretto a prendere quello (e solo quello) che la Cancelliera, da qualche giorno presidente di turno dell’Unione, vorrà e potrà negoziare. E sapendo bene che la Germania è abituata a usare gli olandesi e gli altri «frugali» come il classico poliziotto cattivo, per interpretare la parte del poliziotto buono, e alla fine imporre una mediazione che chi si trova in mezzo (è il caso di Conte) potrà solo ingoiare.

Questa è la sostanza politica, e Conte ha dovuto ammetterla nella sua frase chiave della conferenza stampa tenuta insieme alla Merkel: «Ben vengano tutti i criteri di spesa, tutte le regole di governance che rendano ancora più responsabili le scelte di spesa che i Paesi saranno chiamati a compiere. Ma queste regole devono consentire effettività di reazione». Quasi una confessione: un Conte pronto ad accettare tutto, qualunque vincolo, pur di portare a casa qualcosa.

E infatti il boccone più amaro è arrivato subito, alla prima domanda, quando a entrambi i leader è stato chiesto se fossero d’accordo con la bozza predisposta dal belga Charles Michel, quella che impone l’approvazione dei piani di spesa dei singoli Stati da parte del Consiglio europeo a maggioranza qualificata, un autentico commissariamento di fatto ai danni dell’Italia. La Merkel, gelida, ha risposto affermativamente, chiudendo la discussione: «Deve essere fatto a maggioranza qualificata. La trovo una buona cosa che io potrei sostenere». E il povero Conte non ha potuto che chinare la testa, nonostante qualche timido distinguo: «È un buon punto di partenza. Ci sono alcune criticità che affronteremo a partire da venerdì. L’Italia è per criteri di spesa chiari, trasparenti. Non stiamo chiedendo fondi per poterli utilizzare in modo arbitrario. Discrezionale sì, non arbitrario. Accettiamo la sfida di un monitoraggio costante sulla coerenza tra i programmi annunciati e la loro esecuzione. Sono anche favorevole a che sia coinvolto il Consiglio europeo, ma non in fase attuativa».

Ma, al di là del tenue dissenso messo a verbale da Conte, il quadro è fin troppo chiaro: con l’Italia nei panni di uno scolaro davanti a una commissione d’esame composta dagli altri 26 Paesi, pronti a correggere con matita rossa e blu i piani di spesa italiani. Eppure, un Conte fantozziano è tornato a ringraziare la Merkel: «Mi sono sempre sentito aiutato dalla Germania. Ho sempre trovato in Angela grande sensibilità politica».

Tutto il resto è stata una recita, una simulazione di empatia. Ma essendo chiari i ruoli: chi comanda e chi obbedisce. Non senza alcune espressioni (speriamo involontariamente) offensive della Merkel, a cui non è parso vero di incasellare gli italiani nello stereotipo del mandolino: «Gli italiani hanno reagito all’epidemia con straordinaria disciplina e pazienza. Abbiamo guardato in Germania come gli italiani hanno cantato la sera per superare anche psicologicamente questi problemi. E anche per questo noi vogliamo mostrare la nostra amicizia».

Tornando alla trattiva sul Recovery fund, una volta fissati i paletti a cui teneva, la Merkel ha anche fatto la difficile sull’esito del negoziato: «Ne parleremo venerdì, e speriamo di arrivare a un’opinione comune. In parte ci sono ancora divergenze».

Un Conte perfino più pallido della pochette che indossava ha cercato di simulare familiarità con i grandi d’Europa («tu Angela, con Emmanuel…») e per il resto si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo: «I capi di Stato e di governo devono mostrare la consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo. Anche i tempi sono importanti: una risposta adeguata ma non tempestiva diventa automaticamente inadeguata».

Poi, un po’ di televendita per accreditare l’idea che il governo giallorosso stia conducendo in porto riforme mirabolanti: «L’Italia ha già iniziato un programma di grande prospettiva: semplificazione, accelerazione della spesa per investimenti, un piano mai realizzato in Italia», ha scandito Giuseppi, mettendo confusamente in vetrina varia mercanzia, sotto lo sguardo disinteressato della Cancelliera: «innovazione digitale, transizione energetica, accelerazione dei tempi della giustizia, una società più inclusiva».

La sensazione finale è che Conte si sia consegnato alla Cancelliera e che accetterà tutto, pur di portare a casa l’approvazione del Recovery fund. Ma non è difficile immaginare che il fronte rigorista, vedendo il premier italiano così remissivo, si farà ancora più esigente.


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