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2020-07-14
Il premier in ginocchio dalla Merkel pronto ad accettare qualsiasi vincolo
Giuseppe Conte e Angela Merkel (Keuenhof - Pool/Getty Images)
È un Giuseppe Conte con il cappello in mano, politicamente parlando, quello che si è presentato ieri da Angela Merkel al castello di Meseberg. La tournée europea del premier italiano aveva già vissuto tappe disastrose. Male a Lisbona e a Madrid, dove due governi pur di sinistra si erano ben guardati dal condividere - come Conte chiedeva loro - l'amaro calice del Mes. E malissimo in Olanda, dove il premier Mark Rutte era stato irremovibile.
Morale: Conte è arrivato dalla Merkel con il proverbiale pugno di mosche in mano, anzi come un prigioniero politico costretto a prendere quello (e solo quello) che la Cancelliera, da qualche giorno presidente di turno dell'Unione, vorrà e potrà negoziare. E sapendo bene che la Germania è abituata a usare gli olandesi e gli altri «frugali» come il classico poliziotto cattivo, per interpretare la parte del poliziotto buono, e alla fine imporre una mediazione che chi si trova in mezzo (è il caso di Conte) potrà solo ingoiare.
Questa è la sostanza politica, e Conte ha dovuto ammetterla nella sua frase chiave della conferenza stampa tenuta insieme alla Merkel: «Ben vengano tutti i criteri di spesa, tutte le regole di governance che rendano ancora più responsabili le scelte di spesa che i Paesi saranno chiamati a compiere. Ma queste regole devono consentire effettività di reazione». Quasi una confessione: un Conte pronto ad accettare tutto, qualunque vincolo, pur di portare a casa qualcosa.
E infatti il boccone più amaro è arrivato subito, alla prima domanda, quando a entrambi i leader è stato chiesto se fossero d'accordo con la bozza predisposta dal belga Charles Michel, quella che impone l'approvazione dei piani di spesa dei singoli Stati da parte del Consiglio europeo a maggioranza qualificata, un autentico commissariamento di fatto ai danni dell'Italia. La Merkel, gelida, ha risposto affermativamente, chiudendo la discussione: «Deve essere fatto a maggioranza qualificata. La trovo una buona cosa che io potrei sostenere». E il povero Conte non ha potuto che chinare la testa, nonostante qualche timido distinguo: «È un buon punto di partenza. Ci sono alcune criticità che affronteremo a partire da venerdì. L'Italia è per criteri di spesa chiari, trasparenti. Non stiamo chiedendo fondi per poterli utilizzare in modo arbitrario. Discrezionale sì, non arbitrario. Accettiamo la sfida di un monitoraggio costante sulla coerenza tra i programmi annunciati e la loro esecuzione. Sono anche favorevole a che sia coinvolto il Consiglio europeo, ma non in fase attuativa».
Ma, al di là del tenue dissenso messo a verbale da Conte, il quadro è fin troppo chiaro: con l'Italia nei panni di uno scolaro davanti a una commissione d'esame composta dagli altri 26 Paesi, pronti a correggere con matita rossa e blu i piani di spesa italiani. Eppure, un Conte fantozziano è tornato a ringraziare la Merkel: «Mi sono sempre sentito aiutato dalla Germania. Ho sempre trovato in Angela grande sensibilità politica».
Tutto il resto è stata una recita, una simulazione di empatia. Ma essendo chiari i ruoli: chi comanda e chi obbedisce. Non senza alcune espressioni (speriamo involontariamente) offensive della Merkel, a cui non è parso vero di incasellare gli italiani nello stereotipo del mandolino: «Gli italiani hanno reagito all'epidemia con straordinaria disciplina e pazienza. Abbiamo guardato in Germania come gli italiani hanno cantato la sera per superare anche psicologicamente questi problemi. E anche per questo noi vogliamo mostrare la nostra amicizia».
Tornando alla trattiva sul Recovery fund, una volta fissati i paletti a cui teneva, la Merkel ha anche fatto la difficile sull'esito del negoziato: «Ne parleremo venerdì, e speriamo di arrivare a un'opinione comune. In parte ci sono ancora divergenze».
Un Conte perfino più pallido della pochette che indossava ha cercato di simulare familiarità con i grandi d'Europa («tu Angela, con Emmanuel…») e per il resto si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo: «I capi di Stato e di governo devono mostrare la consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo. Anche i tempi sono importanti: una risposta adeguata ma non tempestiva diventa automaticamente inadeguata».
Poi, un po' di televendita per accreditare l'idea che il governo giallorosso stia conducendo in porto riforme mirabolanti: «L'Italia ha già iniziato un programma di grande prospettiva: semplificazione, accelerazione della spesa per investimenti, un piano mai realizzato in Italia», ha scandito Giuseppi, mettendo confusamente in vetrina varia mercanzia, sotto lo sguardo disinteressato della Cancelliera: «innovazione digitale, transizione energetica, accelerazione dei tempi della giustizia, una società più inclusiva».
La sensazione finale è che Conte si sia consegnato alla Cancelliera e che accetterà tutto, pur di portare a casa l'approvazione del Recovery fund. Ma non è difficile immaginare che il fronte rigorista, vedendo il premier italiano così remissivo, si farà ancora più esigente.
L’euroarma della Bonino è scarica
Preceduta e accompagnata da una poderosa fanfara eurolirica, arriverà domani in Senato la risoluzione, presentata da Emma Bonino, che vorrebbe impegnare l'Italia a dire subito sì al Mes. Nelle intenzioni dei promotori, si tratterebbe di una mossa astuta, per tentare di spaccare la maggioranza (o almeno di mettere in seria difficoltà i grillini) e insieme di disarticolare l'opposizione (marcando la differenza di approccio di Fi rispetto a Lega e Fdi). Ma, a meno di un clamoroso suicidio tattico del governo, l'arma - almeno domani - dovrebbe rivelarsi spuntata.
Proviamo a spiegare perché. Alla vigilia degli ultimi due Consigli europei, Giuseppe Conte si è limitato (scelta grave e offensiva nei confronti del Parlamento) a una mera «informativa», cioè a quel tipo di dibattito in cui il premier tiene uno speech, i rappresentanti dei gruppi fanno i loro interventi, ma poi non c'è nessuna votazione finale. Quindi, nelle ultime due occasioni, non c'è stato nessun documento impegnativo per vincolare il governo a una linea.
Stavolta, invece, la votazione di documenti ci sarà. È dunque realistico che, dopo l'intervento di Conte e le varie posizioni dei gruppi, vengano presentate più risoluzioni. Se tutto andrà secondo le previsioni, ci sarà una risoluzione di maggioranza (politicamente vaga, con un mandato generico a Conte a trattare in Ue, sottoscritta dai partiti della maggioranza), e poi altre risoluzioni, tra cui anche quella boniniana.
Com'è noto, prima delle votazioni, è compito del rappresentante del governo (provvederà Conte stesso, oppure un suo ministro o sottosegretario) esprimere il parere dell'esecutivo su ciascun documento, di fatto indicando alla propria maggioranza parlamentare cosa vada votato e cosa vada respinto. Il rappresentante del governo può anche proporre ai promotori di ciascun testo una riformulazione (per attenuare il documento, per renderlo conforme alle attese politiche del governo). Dopo di che, si vota.
Stando così le cose, a meno di clamorose sorprese, è presumibile che il governo chieda all'Aula di dare via libera solo alla risoluzione di maggioranza, e di respingere tutte le altre, Bonino inclusa (in subordine, come detto, proponendo alle altre risoluzioni delle riformulazioni al ribasso, per renderle politicamente inoffensive).
Morale: Conte si prenderà un vago mandato a trattare, e rinvierà a settembre (o comunque a dopo la chiusura della partita sul Recovery Fund) il redde rationem con i grillini sul Mes.
Uno scenario diverso - opposto a quello appena descritto - sarebbe abbastanza sorprendente. Mentre scriviamo, appare infatti remota l'ipotesi che il governo dica sì alla risoluzione della Bonino. Significherebbe che Conte ha già convinto i 5 stelle ad accettare il ricorso al Fondo. Cosa che non risulta.
Resta dunque più probabile lo scenario iniziale. Che può avere delle varianti, nel momento in cui la risoluzione verrà messa al voto. Se infatti un po' tutti avranno la ragionevole certezza che il documento Bonino sarà bocciato, qualcuno potrebbe (a costo politico zero) «fare il gesto» di votarlo per lasciare a verbale un dissenso, un punto di vista, un avvertimento al governo. Potrebbero farlo i senatori renziani, per marcare una differenza rispetto ai grillini. E potrebbero farlo i forzisti, se decidessero di differenziarsi simbolicamente dal resto del centrodestra.
Ma in questo momento sembra difficile ipotizzare più di questo. Domani sarà 15 luglio, e se il governo andasse alla roulette russa sul Mes sbagliando i calcoli e cadendo clamorosamente in Aula, le opposizioni avrebbero tutti i motivi per chiedere lo scioglimento delle Camere. E non ci sarebbero scuse per dire no: anzi, ci sarebbero i tempi per abbinare le politiche al turno regionale del 20 settembre. Ipotesi assolutamente auspicabile: ma proprio per questo è immaginabile che governo e maggioranza siano prudenti e non si espongano al rischio. Per amore della poltrona.
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Disastrosa tournée europea di Giuseppe Conte che si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo. Millanta mirabolanti riforme ma è disponibile a dire sì pure al commissariamento di fatto sull'uso dei fondi.Domani al Senato il voto sulla risoluzione che vorrebbe impegnare l'Italia a dire subito sì al fondo Salvastati. Ma non passerà perché significherebbe crisi di governo.Lo speciale contiene due articoli.È un Giuseppe Conte con il cappello in mano, politicamente parlando, quello che si è presentato ieri da Angela Merkel al castello di Meseberg. La tournée europea del premier italiano aveva già vissuto tappe disastrose. Male a Lisbona e a Madrid, dove due governi pur di sinistra si erano ben guardati dal condividere - come Conte chiedeva loro - l'amaro calice del Mes. E malissimo in Olanda, dove il premier Mark Rutte era stato irremovibile. Morale: Conte è arrivato dalla Merkel con il proverbiale pugno di mosche in mano, anzi come un prigioniero politico costretto a prendere quello (e solo quello) che la Cancelliera, da qualche giorno presidente di turno dell'Unione, vorrà e potrà negoziare. E sapendo bene che la Germania è abituata a usare gli olandesi e gli altri «frugali» come il classico poliziotto cattivo, per interpretare la parte del poliziotto buono, e alla fine imporre una mediazione che chi si trova in mezzo (è il caso di Conte) potrà solo ingoiare. Questa è la sostanza politica, e Conte ha dovuto ammetterla nella sua frase chiave della conferenza stampa tenuta insieme alla Merkel: «Ben vengano tutti i criteri di spesa, tutte le regole di governance che rendano ancora più responsabili le scelte di spesa che i Paesi saranno chiamati a compiere. Ma queste regole devono consentire effettività di reazione». Quasi una confessione: un Conte pronto ad accettare tutto, qualunque vincolo, pur di portare a casa qualcosa. E infatti il boccone più amaro è arrivato subito, alla prima domanda, quando a entrambi i leader è stato chiesto se fossero d'accordo con la bozza predisposta dal belga Charles Michel, quella che impone l'approvazione dei piani di spesa dei singoli Stati da parte del Consiglio europeo a maggioranza qualificata, un autentico commissariamento di fatto ai danni dell'Italia. La Merkel, gelida, ha risposto affermativamente, chiudendo la discussione: «Deve essere fatto a maggioranza qualificata. La trovo una buona cosa che io potrei sostenere». E il povero Conte non ha potuto che chinare la testa, nonostante qualche timido distinguo: «È un buon punto di partenza. Ci sono alcune criticità che affronteremo a partire da venerdì. L'Italia è per criteri di spesa chiari, trasparenti. Non stiamo chiedendo fondi per poterli utilizzare in modo arbitrario. Discrezionale sì, non arbitrario. Accettiamo la sfida di un monitoraggio costante sulla coerenza tra i programmi annunciati e la loro esecuzione. Sono anche favorevole a che sia coinvolto il Consiglio europeo, ma non in fase attuativa». Ma, al di là del tenue dissenso messo a verbale da Conte, il quadro è fin troppo chiaro: con l'Italia nei panni di uno scolaro davanti a una commissione d'esame composta dagli altri 26 Paesi, pronti a correggere con matita rossa e blu i piani di spesa italiani. Eppure, un Conte fantozziano è tornato a ringraziare la Merkel: «Mi sono sempre sentito aiutato dalla Germania. Ho sempre trovato in Angela grande sensibilità politica». Tutto il resto è stata una recita, una simulazione di empatia. Ma essendo chiari i ruoli: chi comanda e chi obbedisce. Non senza alcune espressioni (speriamo involontariamente) offensive della Merkel, a cui non è parso vero di incasellare gli italiani nello stereotipo del mandolino: «Gli italiani hanno reagito all'epidemia con straordinaria disciplina e pazienza. Abbiamo guardato in Germania come gli italiani hanno cantato la sera per superare anche psicologicamente questi problemi. E anche per questo noi vogliamo mostrare la nostra amicizia». Tornando alla trattiva sul Recovery fund, una volta fissati i paletti a cui teneva, la Merkel ha anche fatto la difficile sull'esito del negoziato: «Ne parleremo venerdì, e speriamo di arrivare a un'opinione comune. In parte ci sono ancora divergenze». Un Conte perfino più pallido della pochette che indossava ha cercato di simulare familiarità con i grandi d'Europa («tu Angela, con Emmanuel…») e per il resto si è affidato quasi alla supplica in vista del Consiglio europeo: «I capi di Stato e di governo devono mostrare la consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo. Anche i tempi sono importanti: una risposta adeguata ma non tempestiva diventa automaticamente inadeguata».Poi, un po' di televendita per accreditare l'idea che il governo giallorosso stia conducendo in porto riforme mirabolanti: «L'Italia ha già iniziato un programma di grande prospettiva: semplificazione, accelerazione della spesa per investimenti, un piano mai realizzato in Italia», ha scandito Giuseppi, mettendo confusamente in vetrina varia mercanzia, sotto lo sguardo disinteressato della Cancelliera: «innovazione digitale, transizione energetica, accelerazione dei tempi della giustizia, una società più inclusiva». La sensazione finale è che Conte si sia consegnato alla Cancelliera e che accetterà tutto, pur di portare a casa l'approvazione del Recovery fund. Ma non è difficile immaginare che il fronte rigorista, vedendo il premier italiano così remissivo, si farà ancora più esigente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-in-ginocchio-dalla-merkel-pronto-ad-accettare-qualsiasi-vincolo-2646404697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuroarma-della-bonino-e-scarica" data-post-id="2646404697" data-published-at="1594688011" data-use-pagination="False"> L’euroarma della Bonino è scarica Preceduta e accompagnata da una poderosa fanfara eurolirica, arriverà domani in Senato la risoluzione, presentata da Emma Bonino, che vorrebbe impegnare l'Italia a dire subito sì al Mes. Nelle intenzioni dei promotori, si tratterebbe di una mossa astuta, per tentare di spaccare la maggioranza (o almeno di mettere in seria difficoltà i grillini) e insieme di disarticolare l'opposizione (marcando la differenza di approccio di Fi rispetto a Lega e Fdi). Ma, a meno di un clamoroso suicidio tattico del governo, l'arma - almeno domani - dovrebbe rivelarsi spuntata. Proviamo a spiegare perché. Alla vigilia degli ultimi due Consigli europei, Giuseppe Conte si è limitato (scelta grave e offensiva nei confronti del Parlamento) a una mera «informativa», cioè a quel tipo di dibattito in cui il premier tiene uno speech, i rappresentanti dei gruppi fanno i loro interventi, ma poi non c'è nessuna votazione finale. Quindi, nelle ultime due occasioni, non c'è stato nessun documento impegnativo per vincolare il governo a una linea. Stavolta, invece, la votazione di documenti ci sarà. È dunque realistico che, dopo l'intervento di Conte e le varie posizioni dei gruppi, vengano presentate più risoluzioni. Se tutto andrà secondo le previsioni, ci sarà una risoluzione di maggioranza (politicamente vaga, con un mandato generico a Conte a trattare in Ue, sottoscritta dai partiti della maggioranza), e poi altre risoluzioni, tra cui anche quella boniniana. Com'è noto, prima delle votazioni, è compito del rappresentante del governo (provvederà Conte stesso, oppure un suo ministro o sottosegretario) esprimere il parere dell'esecutivo su ciascun documento, di fatto indicando alla propria maggioranza parlamentare cosa vada votato e cosa vada respinto. Il rappresentante del governo può anche proporre ai promotori di ciascun testo una riformulazione (per attenuare il documento, per renderlo conforme alle attese politiche del governo). Dopo di che, si vota. Stando così le cose, a meno di clamorose sorprese, è presumibile che il governo chieda all'Aula di dare via libera solo alla risoluzione di maggioranza, e di respingere tutte le altre, Bonino inclusa (in subordine, come detto, proponendo alle altre risoluzioni delle riformulazioni al ribasso, per renderle politicamente inoffensive). Morale: Conte si prenderà un vago mandato a trattare, e rinvierà a settembre (o comunque a dopo la chiusura della partita sul Recovery Fund) il redde rationem con i grillini sul Mes. Uno scenario diverso - opposto a quello appena descritto - sarebbe abbastanza sorprendente. Mentre scriviamo, appare infatti remota l'ipotesi che il governo dica sì alla risoluzione della Bonino. Significherebbe che Conte ha già convinto i 5 stelle ad accettare il ricorso al Fondo. Cosa che non risulta. Resta dunque più probabile lo scenario iniziale. Che può avere delle varianti, nel momento in cui la risoluzione verrà messa al voto. Se infatti un po' tutti avranno la ragionevole certezza che il documento Bonino sarà bocciato, qualcuno potrebbe (a costo politico zero) «fare il gesto» di votarlo per lasciare a verbale un dissenso, un punto di vista, un avvertimento al governo. Potrebbero farlo i senatori renziani, per marcare una differenza rispetto ai grillini. E potrebbero farlo i forzisti, se decidessero di differenziarsi simbolicamente dal resto del centrodestra. Ma in questo momento sembra difficile ipotizzare più di questo. Domani sarà 15 luglio, e se il governo andasse alla roulette russa sul Mes sbagliando i calcoli e cadendo clamorosamente in Aula, le opposizioni avrebbero tutti i motivi per chiedere lo scioglimento delle Camere. E non ci sarebbero scuse per dire no: anzi, ci sarebbero i tempi per abbinare le politiche al turno regionale del 20 settembre. Ipotesi assolutamente auspicabile: ma proprio per questo è immaginabile che governo e maggioranza siano prudenti e non si espongano al rischio. Per amore della poltrona.
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
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Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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