True
2021-01-24
Il Pd minaccia il voto: ora Giuseppi trema
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota.
Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato».
Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza.
Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato».
Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. Diamo forza e fiducia agli italiani!».
Mentre trattano, l'Aula è paralizzata
Il dj Fofò fa ballare la rumba a Conte: sulla relazione in Senato del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia può crollare definitivamente il governo. Balla, Giuseppi, eccome se balla, tanto è vero che la relazione di Bonafede a Palazzo Madama, prevista per mercoledì prossimo, potrebbe slittare di 24 ore, «per impegni istituzionali del ministro», come fanno sapere fonti di maggioranza con sprezzo del ridicolo. Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore.
«Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere».
La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte.
«Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
Continua a leggereRiduci
Dem sempre più infastiditi dal premier che non trova i «costruttori». Goffredo Bettini e Andrea Orlando parlano apertamente di elezioni (ma non c'era la pandemia?). Si va alla «conta» decisiva su Alfonso Bonafede: la votazione slitta a giovedì.Rinviata la relazione di Alfonso Bonafede sulla giustizia in Senato: ufficialmente per impegni del ministro, in realtà la maggioranza non ha i numeri. E così blocca il Parlamento.Lo speciale contiene due articoli. Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota. Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato». Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza. Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato». Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. Diamo forza e fiducia agli italiani!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-minaccia-il-voto-ora-giuseppi-trema-2650084223.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mentre-trattano-l-aula-e-paralizzata" data-post-id="2650084223" data-published-at="1611432344" data-use-pagination="False"> Mentre trattano, l'Aula è paralizzata Il dj Fofò fa ballare la rumba a Conte: sulla relazione in Senato del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia può crollare definitivamente il governo. Balla, Giuseppi, eccome se balla, tanto è vero che la relazione di Bonafede a Palazzo Madama, prevista per mercoledì prossimo, potrebbe slittare di 24 ore, «per impegni istituzionali del ministro», come fanno sapere fonti di maggioranza con sprezzo del ridicolo. Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore. «Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere». La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte. «Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
Ecco #DimmiLaVerità del 22 giugno 2026. La deputata di Azione Federica Onori ci spiega la proposta di legge per i bimbi senza passaporto.
Il neopresidente colombiano Abelardo de la Espriella (Getty Images)
Abelardo de la Espriella è il nuovo presidente della Repubblica di Colombia. L’esponente della destra ha vinto al ballottaggio contro Ivan Cepeda, il filosofo marxista sostenuto dal presidente uscente Gustavo Pedro. «El Tigre», questo il soprannome del nuovo presidente, ha festeggiato dalla città di Barranquilla parlando dell’inizio di una nuova era. L’amministrazione precedente era stata la prima di sinistra della storia colombiana e aveva totalmente fallito il cosiddetto piano di riconciliazione nazionale, concedendo il perdono a guerriglieri comunisti e a narcotrafficanti in cambio di una presunta pacificazione.
Oggi Bogotá si trova in una situazione peggiore rispetto a cinque anni fa e lo scioglimento dei gruppi insurrezionalisti ha funzionato soltanto sulla carta, perché sono rinati ricostituendosi con nomi diversi, ma sempre armati e pericolosi. De la Espriella ha basato il suo programma su una lotta dura contro terroristi e narcotrafficanti, senza nessuna possibilità di accordo ed ha pubblicamente dichiarato dopo la vittoria che «perseguiterà senza sosta i criminali, nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica». Stando ai risultati preliminari il candidato della destra avrebbe vinto con il 49,7% dei voti, contro il 48,7% di Cepeda, ma la sinistra ha chiesto il riconteggio di 33mila verbali e il Ministero dell’Interno ha raccolto circa 3mila denunce. Proprio i movimenti e i partiti di sinistra hanno invitato le persone a scendere in strada a protestare ed in molte città si contano violenti scontri con la polizia. Le manifestazioni hanno preso una piega antiamericana e a Cali, terza città più grande del paese, sono state bruciate diverse bandiere statunitensi e al momento si conta già almeno un morto. Nella capitale Bogotá, dove ha prevalso il candidato Ivan Cepeda, gruppi di persone armati di bottiglie incendiarie ed armi improvvisate ha assaltato le stazioni di polizia dei distretti di Usme e Kennedy, per poi saccheggiare negozi e centri commerciali nel quartiere La Marichuela. Le forze dell’ordine stanno conducendo operazioni nel quartiere per contenere la situazione e mantenere l'ordine pubblico. Intanto sono stati istituite alcune commissioni responsabili della revisione del lavoro svolto dagli scrutatori, anche a seguito delle denunce presentate. Altre fonti parlano invece di violenza nei seggi perpetrata da gruppi guerriglieri che avrebbero obbligato i contadini ad andare a votare per il candidato della sinistra.
Con la vittoria di De la Espriella, la Colombia vira decisamente a destra, allineandosi ad Argentina, Cile ed Ecuador ed isolando sempre di più il Brasile di Lula. I leader delle altre nazioni sudamericane si sono subito congratulati con il nuovo presidente colombiano, così come il segretario di Stato americano Marco Rubio che su X ha parlato di una futura collaborazione in materia di sicurezza e per porre fine all'immigrazione clandestina verso gli Stati Uniti. Anche Donald Trump, ha espresso la sua soddisfazione per la vittoria di De la Espriella, scrivendo sui social che ha vinto largamente. Uno dei primi messaggi di felicitazioni è arrivato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha scritto su X «Congratulazioni ad Abelardo de la Espriella, nuovo Presidente eletto della Repubblica di Colombia. Forte del suo già profondo rapporto personale con l’Italia, sono pronta a collaborare insieme per sviluppare ancora di più le nostre già solide relazioni bilaterali». Il nuovo uomo forte di Bogotá ha infatti un rapporto molto profondo con l’Italia, in passato ha vissuto a Firenze ed è un grande appassionato di opera lirica, che alcuni dei suoi più stretti collaboratori hanno ammesso che si diletterebbe a cantare.
Continua a leggereRiduci
«È arrivato il giorno della verità». Maurizio Belpietro presenta così la terza edizione dell’evento in programma domani all’Acquario Romano di Roma.
Dalla geopolitica all'economia, dall'energia all'agroalimentare, fino al lavoro e all'innovazione. Saranno le grandi sfide che stanno ridefinendo il ruolo dell'Italia e dell'Occidente al centro dell'evento promosso dal quotidiano. Una giornata di confronto che vedrà alternarsi sul palco esponenti delle istituzioni, leader politici, ministri, imprenditori e manager chiamati a discutere i temi che più incidono sul presente e sul futuro del Paese.
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del direttore Belpietro, sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L'intervista dedicata alla crisi globale affronterà i dossier internazionali più delicati, tra conflitti, diplomazia e tutela degli interessi italiani in uno scenario internazionale sempre più instabile. Subito dopo sarà la volta del presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, protagonista di un confronto dedicato agli equilibri politici e alle prospettive del Paese. Il pomeriggio entrerà nel vivo con un approfondimento sul nuovo disordine mondiale e sulle sfide della sicurezza. Al centro del dibattito il rapporto tra guerre, difesa, approvvigionamenti energetici e competizione globale. È prevista l'intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto. I temi economici saranno invece al centro dell'incontro con il ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Debito pubblico, dazi, crescita industriale e competitività del sistema produttivo saranno alcuni degli argomenti affrontati nel corso del confronto.
L'attenzione si sposterà quindi sulla trasformazione digitale e sulle infrastrutture che sostengono la crescita del Paese. Nel panel dedicato alla «Fabbrica del futuro» dialogherà con Belpietro l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia Arrigo Emilio Giana. Porteranno inoltre il loro contributo Georg Gufler, amministratore delegato di Doppelmayr Italia, Fulvio Giuliani, responsabile della comunicazione di Interporto Rivers, e Stefano Paggi, chief technology and operation officer di Fibercop.
Uno dei momenti centrali della giornata sarà dedicato all'agroalimentare, settore strategico per l'economia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida sarà intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni, mentre Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa, offrirà il punto di vista di una delle principali realtà del comparto.
Ampio spazio sarà riservato anche al nodo energetico, considerato decisivo per il futuro dell'Europa e per la competitività del sistema industriale. Nel panel dedicato a «L'energia del potere», condotto dal vicedirettore Giuliano Zulin, interverrà Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Seguiranno gli interventi di Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/digital di Eni, e Marco Gay, presidente dell'Unione Industriali Torino. Sempre sul fronte energetico è prevista l'intervista al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
La riflessione proseguirà con un focus dedicato alle infrastrutture strategiche e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Nel panel «Le reti della sovranità» interverranno rappresentanti di alcune delle principali realtà del settore: Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Aeroporti di Roma, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2A, ed Enrico Pezzoli, amministratore delegato di Acea Acqua.
La parte finale della manifestazione sarà dedicata al mercato del lavoro e alle trasformazioni in corso nel mondo dell'occupazione. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone discuterà di salari, formazione e sviluppo economico. Al dibattito parteciperanno inoltre Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie dell'Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. A condurre l'evento lungo i diversi momenti della giornata sarà la giornalista Rai Manuela Moreno, chiamata a guidare il confronto tra istituzioni, politica e mondo delle imprese.
A chiudere la terza edizione de «Il Giorno della Verità» sarà l'intervista del direttore Belpietro al presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un confronto conclusivo che offrirà l'occasione per affrontare i principali dossier politici, economici e internazionali che attendono l'Italia nei prossimi mesi.
«Un appuntamento ormai fisso, lo facciamo da alcuni anni – spiega il direttore – l’abbiamo tenuto a Milano nei primi anni ma ultimamente lo facciamo a Roma e invitiamo ministri, personalità, uomini dell’economia, uomini dell’opposizione, perché no? E quindi discutiamo con loro del futuro che ci attende»
Continua a leggereRiduci