True
2021-01-24
Il Pd minaccia il voto: ora Giuseppi trema
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota.
Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato».
Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza.
Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato».
Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. Diamo forza e fiducia agli italiani!».
Mentre trattano, l'Aula è paralizzata
Il dj Fofò fa ballare la rumba a Conte: sulla relazione in Senato del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia può crollare definitivamente il governo. Balla, Giuseppi, eccome se balla, tanto è vero che la relazione di Bonafede a Palazzo Madama, prevista per mercoledì prossimo, potrebbe slittare di 24 ore, «per impegni istituzionali del ministro», come fanno sapere fonti di maggioranza con sprezzo del ridicolo. Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore.
«Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere».
La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte.
«Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
Continua a leggereRiduci
Dem sempre più infastiditi dal premier che non trova i «costruttori». Goffredo Bettini e Andrea Orlando parlano apertamente di elezioni (ma non c'era la pandemia?). Si va alla «conta» decisiva su Alfonso Bonafede: la votazione slitta a giovedì.Rinviata la relazione di Alfonso Bonafede sulla giustizia in Senato: ufficialmente per impegni del ministro, in realtà la maggioranza non ha i numeri. E così blocca il Parlamento.Lo speciale contiene due articoli. Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota. Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato». Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza. Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato». Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. Diamo forza e fiducia agli italiani!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-minaccia-il-voto-ora-giuseppi-trema-2650084223.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mentre-trattano-l-aula-e-paralizzata" data-post-id="2650084223" data-published-at="1611432344" data-use-pagination="False"> Mentre trattano, l'Aula è paralizzata Il dj Fofò fa ballare la rumba a Conte: sulla relazione in Senato del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia può crollare definitivamente il governo. Balla, Giuseppi, eccome se balla, tanto è vero che la relazione di Bonafede a Palazzo Madama, prevista per mercoledì prossimo, potrebbe slittare di 24 ore, «per impegni istituzionali del ministro», come fanno sapere fonti di maggioranza con sprezzo del ridicolo. Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore. «Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere». La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte. «Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
iStock
Ricordiamo sempre che a ogni diritto corrisponde un dovere e, nel caso questo diritto sia intralciato o negato, corrisponde un reato. Se l’aborto è un diritto, disapprovarlo, cercare di impedirlo anche solamente pregando davanti a una clinica abortista, magari in assoluto silenzio, diventa un reato. Se l’aborto è un diritto, l’obiezione di coscienza diventa automaticamente un reato: quindi i medici veri, quelli che rifiutano di smembrare corpicini senza anestesia nel corpo delle loro madri, saranno allontanati dagli ospedali.
Da un punto di vista giuridico, qualsiasi cosa sia dichiarata un diritto, può diventare un dovere. Se è un diritto e perché non nuoce a nessuno. Quindi il danno fatto al feto, la sua morte, il danno fatto al padre del bambino che viene privato della paternità, il danno fatto ai fratellini e ai nonni è equiparato a zero. Equiparato a zero anche il danno che la donna sta facendo a sé stessa. L’aborto è un suicidio differito. Invece di uccidere me stessa, uccido la mia prole.
È sempre il segno di un odio contro di sé che un potere malefico sta coltivando invece di contrastare. Dato che è un diritto, e quindi, secondo la narrazione ufficiale, non nuoce a nessuno, ne deduciamo due cose. Primo, il feto non esiste e quindi non può essere difeso da nulla. Secondo, l’aborto può essere reso, in caso di necessità, un dovere. Lo Stato potrà decidere l’aborto obbligatorio di un feto malformato per il suo migliore interesse ma soprattutto per il migliore interesse della società, il cosiddetto bene comune. Lo Stato potrà decidere la soppressione di feti considerati in soprannumero, o troppo poveri, per il loro migliore interesse ma soprattutto per i migliori interesse della società: il bene comune.
Benvenuti nel Paese della distopia.
Continua a leggereRiduci
Franco Locatelli (Ansa)
Eppure, il resoconto della seduta che diede il via libera agli open day per i giovanissimi in uno dei quali, pochi giorni dopo (il 15 maggio 2021), fu somministrata la dose di Astrazeneca risultata fatale per la diciottenne ligure Camilla Canepa, non corrisponde alla videoregistrazione della riunione del Comitato tecnico scientifico, acquisita assieme ad altre dai carabinieri del Nas di Genova e messa agli atti.
Anche i nostri lettori hanno potuto ascoltare gli audio pubblicati dalla Verità, nei quali risultava chiaro che, dopo due ore di discussione, non si era arrivati ad alcuna conclusione circa il quesito, posto dall’allora ministro della Salute Roberto Speranza, di estensione della raccomandazione a uso preferenziale dei vaccini a vettore adenovirale nella fascia di età 50-59. Per molti esperti erano «pericolosi», sulla decisione da prendere erano su posizioni diverse. Risultavano divisi.
Invece, l’ultimo capoverso del verbale riportava «l’aggiunta» fatta da Locatelli sui vaccination day. «Alla luce di tutte le considerazioni sopra esposte, il Cts non rileva motivi ostativi a che vengano organizzate dalle differenti realtà regionali o legate a provincie autonome, iniziative, quali i vaccination day, mirate a offrire, in seguito ad adesione/richiesta volontaria, i vaccini a vettore adenovirale (Astrazeneca e Johnson & Johnson, ndr) a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni».
Era il sì alle Regioni per i vaccino party ai giovanissimi, nonostante Astrazeneca fosse indicato per gli over 60, dopo i casi in Europa di trombosi cerebrale associata a livelli di piastrine basse, come la sindrome Vitt che provocò la morte di Camilla. Ai carabinieri dei Nas e alla Procura di Genova, che indagavano sul decesso della giovane (i cinque medici imputati sono stati prosciolti da tutte le accuse), il professore aveva più volte risposto: «Non ricordo».
La memoria non l’aveva aiutato nel ricostruire il perché di quella «aggiunta» al verbale. O forse era la formula meno compromettente, davanti a magistrati e forze dell’ordine. A settembre, invece, Locatelli non teme di affermare una cosa chiaramente non vera. Incalzato dal presidente della commissione d’inchiesta, il senatore di Fdi Marco Lisei, il pediatra svicola. «Siamo già alla seconda fase, abbiamo spostato il focus. Quello è un periodo successivo, un anno e tre mesi dopo», si schermisce il professore accampando la scusa che le audizioni sono solo sulla prima fase della pandemia.
«Sì, non c’è bisogno che me lo insegni lei. So che insegna tutto, ma non mi insegni a fare il presidente, perché le ho fatte io le regole», lo rintuzza Lisei. Ribadisce che la sua domanda non è sul vaccino day, ma su come avveniva il processo decisionale all’interno del Cts, se le decisioni «le prendeva la politica, se la politica ne parlava, se ne parlava fuori dal Cts».
Come aveva ricordato il deputato della Lega, Alberto Bagnai, l’allora presidente dell’Aifa Giorgio Palù in un fuori onda della seduta del Cts dell’11 giugno 2021 aveva parlato chiaramente di pressioni, di desiderata ministeriali. Locatelli nega pressioni: «Non a me». Lisei non lo molla, ripescando una frase pronunciata all’interno di una riunione del Comitato tecnico scientifico dall’ex capo del Css: «Le evidenze non supportano una decisione come questa ma, siccome mi hanno insegnato che le istituzioni si servono e non ci si serve delle istituzioni, per evitare lacerazioni do una mia approvazione, non convinta». Un’espressione chiaramente ambigua, ma il professore tergiversa, dice che era «fuori di dubbio che nel Paese ci fosse la voglia di arrivare a una copertura vaccinale importante, perché serviva per mettere in sicurezza il più possibile e il prima possibile il maggior numero di soggetti, ma se il professor Palù ha ricevuto delle pressioni a me non le ha mai raccontate».
È sui resoconti delle sedute del Cts, dunque, che il presidente Lisei mette all’angolo Locatelli. La versione finale del verbale della riunione del 12 maggio 2021 era stata inviata infatti via mail dall’allora presidente al segretario Fiorentino anticipando: «In allegato trovi il verbale da me accuratamente rivisto». Il professore conferma che interveniva per «coadiuvare nella stesura dei verbali».
In riferimento alla seduta del 12 maggio 2021 Lisei spiega di avere delle perplessità, di non aver «percepito una perfetta corrispondenza dei pareri espressi verbalmente all’interno del consesso con la sintesi che è stata fatta nel verbale». Chiede «se questo può essere avvenuto anche in altre circostanze», ma Locatelli nega. Sostiene che ogni volta si riportava «fedelmente» quanto emergeva dalla discussione, parla di «compiuta sintesi», lo ribadisce anche per la seduta del Cts del 12 maggio. «Come linea di principio, insisto: non vi è mai stata alterazione dei contenuti della discussione rispetto a quanto veniva riportato nel verbale».
Le registrazioni invece smentiscono l’ex presidente del Cts. Solo con «l’aggiunta», il verbale rapidamente approvato da Speranza rese possibili gli open day. E prende sempre più corpo l’idea che fosse l’allora governo Conte a voler raccomandare gli inoculi Astrazeneca ai giovanissimi anche per smaltire dosi di un vaccino «già sotterrato», come l’aveva definito lo stesso Locatelli.
Un’ultima considerazione. Accennando ai vaccini Covid, il pediatra ha affermato che «il meccanismo della farmacovigilanza è attivo nel nostro Paese, quindi è in grado di intercettare eventuali segnali di allarme». Nulla di più lontano dalla realtà dei danneggiati dagli inoculi Covid.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Professore, quanto accaduto ai bambini Trevallion pensa che abbia provocato loro dei traumi?
«È quello che ho cercato di dire, fatta salva la buona fede di chi finora ha operato e ha tentato, in qualche modo, di ricomporre la situazione. Penso che per ora non abbiamo risposte, abbiamo soltanto delle domande. E la prima domanda che dobbiamo porci riguarda proprio la condizione di questo bambini. Che sono stati eradicati da un contesto affettuoso - perché di fatto si trattava di un contesto affettuoso - non maltrattante, non abusante, non violento. I genitori non sono mascalzoni: sono eccentrici, sicuramente. Ma eradicare tre bambini di 6 e di 8 anni da questo contesto, sottrarre loro la figura genitoriale... Immaginiamo il dramma di questi bambini: cosa potranno pensare, che strumenti possono avere per capire un’eradicazione netta di questo genere?».
Insomma, il trauma c’è stato.
«Mi sembra molto traumatico anche il fatto che non sia stata accompagnata l’intera famiglia lungo un percorso. E questo, al di là delle buone intenzioni, è molto rischioso. C’è trauma per i bambini ma anche per i genitori tutto questo è traumatico. Parliamo di genitori che esprimono dell’affetto, una presenza, una cura per questi bambini. A modo loro, magari, ma lo esprimono».
Sicuramente sono stati molto presenti rispetto alla media dei genitori moderni.
«Presenti, attenti... Dunque anche per loro tutto questo è molto traumatico. Quindi mi sembra che la strada scelta - che è lecita - probabilmente esprima una visione che non è in grado di affrontare una condizione così peculiare come questa. E va detto anche che non è l’unica condizione di questo genere».
Ci sono anche altre famiglie in situazioni simili.
«In realtà questa situazione ci fa riflettere su tante, tante altre situazioni che hanno delle analogie. E questa credo sia l’unica cosa buona del clamore mediatico che si è sviluppato. Portando alla ribalta questa situazione abbiamo la possibilità di riflettere su questo tema. E io penso che dovremmo immaginare degli strumenti nuovi».
Cioè?
«Credo che la prima cosa da fare sia rivedere i tentativi di composizione, di accompagnamento che sono stati fatti e che sono falliti. Di nuovo, dobbiamo domandarci: tutto ciò che è stato fatto in precedenza, perché è fallito? Siamo sicuri che tutto sia legato alla rigidità dei genitori? Non conta forse anche la rigidità del sistema? Questa è un’altra domanda che vorrei pormi. Vorrei riproporre il tema dell’accompagnamento paziente, che è un tema complesso, ma secondo me questa è la strada. Parlo di accompagnamento paziente alla famiglia, dello strumento dell’accomodamento ragionevole. La società, il sistema, deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste della famiglia e la famiglia deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste del sistema».
La famiglia sembra che un pochino ci abbia provato ad accomodarsi, anche se sotto ricatto.
«Se è vero che la famiglia ha espresso una rigidità, è anche vero che il sistema ha espresso una rigidità. Di fatto a rigidità si è opposta a rigidità. Prendiamo questa storia, se è esattamente come è stata riferita, della visita pediatrica».
La visita specialistica per la figlia con la bronchite richiesta dalla madre tempo fa e negata dalla tutrice.
«Ecco. Ma cosa dovrebbe impedire a una madre non convinta di chiedere un’opinione a un professore di cui magari ha più fiducia? Ma quale madre non lo farebbe? Oppure prendiamo questa ulteriore rigidità che si sta manifestando da parte del sistema: si parla di una scolarizzazione accelerata, ma io vorrei dare un consiglio di cuore alla tutrice, suggerire di non accelerare questa situazione».
Potrebbe essere traumatico inserire i bambini in una scuola pubblica?
«Assolutamente traumatico. Provi a immaginare: c’è un gruppo di classe già formato, composto da ragazzini che hanno già un intreccio di relazioni e che hanno già contezza di quello che è successo perché hanno guardato la tv o perché hanno parlato con i loro genitori. Ebbene, noi immettiamo in questo sistema altri ragazzini che non hanno mai avuto una scolarizzazione, e lo facciamo senza preparare il contesto, anche perché non si prepara in due secondi. Ci vuole tempo per creare un contesto, e fare una cosa del genere senza preparare i ragazzini, senza preparare la famiglia significa fare uno strappo a mio parere eccessivo. Per questo dico che probabilmente abbiamo bisogno di strumenti più flessibili e quindi di un paradigma di intervento diverso».
In sostanza le istituzioni devono essere più flessibili.
«Guardi, mi rendo conto che i Servizi Sociali e il Tribunale hanno fatto ciò che è loro compito fare. Da parte mia nessuna polemica, nessuna contrapposizione, nessun giudizio. Io collaboro tantissimo con i tribunali, con i servizi sociali, non ho alcun problema, sono professionisti che lavorano per il bene dei ragazzi. Ma probabilmente dobbiamo immaginare paradigmi nuovi. Per questo dicevo che sono inefficaci o inattuali o inadeguate le misure prese finora nel caso dei Trevallion. O addirittura sono misure - e questa è purtroppo l’insidia peggiore - che possono fare male ai bambini e ai genitori, misure che possono impattare in maniera troppo traumatica. Anche per questo credo che ci sia tanta attenzione nei confronti di queste persone, della famiglia: non tanto perché ne si condivida l’eccentricità o perché si vogliano difendere scelte di vita che io per esempio non farei. Ma perché si vuole ribadire la necessità di tutelare davvero questi bambini».
Le domande a questo punto sono due. La prima è: basta essere eccentrici per farsi privare dei figli? E poi: cosa penseranno questi bambini, in particolare del padre che è lontano da loro?
«Ma proprio questo è il dramma. Le famiglie vanno accompagnate, ci vuole un accompagnamento paziente e ragionevole. Un bambino di 6 anni che non ha strumenti mentali, cognitivi, affettivi, emotivi per giustificare il fatto che a suo padre sia stato impedito di passare il Natale con lui, penserà che probabilmente il parre ha fatto qualcosa di orribile, oppure penserà che c’è una società orribile che gli sta facendo del male. E questo potrebbe essere altamente traumatico».
Non ha la sensazione che da parte del sistema ci sia ostilità nei riguardi della famiglia?
«Sinceramente credo che sia più che altro una forma di rigidità del sistema. Ripeto: come la famiglia ha manifestato sicuramente in passato delle rigidità, è anche vero che il sistema ha delle rigidità. Quindi si è arrivati a una decisione estrema, quella del prelievo e della eradicazione. Tra l’altro pure qui vorremmo capire meglio come sono andate queste cose, perché anche i prelievi vengono fatti con modalità che potrebbero essere traumatiche... Insomma è tutto il sistema che secondo me fa un cortocircuito, per rigidità reciproche. La mia idea invece è quella di evitare contrapposizioni, lasciare sufficiente libertà alla famiglia, ma anche seguire i ragazzini perché non c’è dubbio che, per esempio, una scolarizzazione adeguata sia una buona cosa. Io dico anche un’altra cosa alla tutrice che vuole inserirli in una scuola pubblica, al di là del fatto che accelerando così si fanno solo lacerazioni».
Che cosa vuole dirle?
«Questo: se la volontà dei genitori è fare una scuola parentale, forse l’aiuto che va dato a questa famiglia sta nel consentire loro di fare una buona scuola parentale».
Anche perché la scuola parentale è legale.
«Se è legale, allora il tema non è tanto impedire di farla, perché questo mi sembrerebbe un modo di violare la libertà delle persone. Piuttosto bisogna fare in modo che la scuola parentale venga fatta bene, quindi il compito della tutrice sarebbe quello di rispettare la volontà dei genitori, coinvolgerli in una buona scuola parentale, una vera scuola parentale. Poi non c’è dubbio che bisogna garantire la salute fisica di questi bambini. La salute psichica non sembra onestamente compromessa in maniera così significativa come forse viene detto. Per garantire la salute fisica bisogna ricostruire un po’ di fiducia dei genitori in un sanitario che ovviamente non ha nessuna voglia di fare del male alle persone. L’accompagnamento paziente è questo: significa cercare di venire incontro ai genitori sulle loro volontà in modo tale che i bambini vengano tutelati. Dobbiamo chiederci se si può fare meglio di come si è fatto finora. Io penso che si possa fare meglio».
Continua a leggereRiduci
iStock
Siamo alle solite. Se la Chiesa parla di temi economici, sociali, ecologici, dei flussi migratori esprimendo, nella maggior parte dei casi, critica al governo allora l’opposizione applaude ed è contenta perché pensa di trovare nella Chiesa un alleato per la ricerca del consenso. Se la Chiesa, invece, si occupa di questioni etiche, biotica e dei cosiddetti valori rinunciabili, allora non va più bene.
L’ultima occasione è stata la contestazione di una iniziativa del vescovo diocesano di Sanremo, consistente nella decisione di dedicare una campana ai «Bimbi non nati» (cioè ai bimbi non nati a causa dell’aborto), e di suonarla ogni giorno alle 20 come monito «alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia», come ricorda un comunicato della diocesi.
La campana che risuona contro l’aborto scatena la furia del centrosinistra, che contesta il vescovo Antonio Suetta e bolla la stessa campana come campana dell’«accusa».
A intervenire per primo, come ci informa l’Ansa, è il consigliere comunale del Pd di Imperia, Edoardo Verda: «Una scelta che non parla di cura né di ascolto, ma di colpa», ha detto Verda. «Una scelta che trasforma il dolore in simbolo e il simbolo in accusa. Un’intrusione insopportabile in una sfera che non riguarda la religione, ma l’autodeterminazione delle donne».
Ma guarda un po’ questo Verda, medico ma anche teologo ed esperto di Dottrina dello Stato. Quante competenze! Su queste ultime magari non farebbe male una ripassata. «Una sfera che non riguarda la religione». E chi l’ha stabilito, il dottor Verda? Il Pd di Sanremo? Il Pd nazionale?
Chi ricorda il dottor Verda che per lui e i suoi colleghi è prevista l’obiezione di coscienza, cioè qualcosa che attiene alla morale personale, e, di conseguenza, può legittimamente essere oggetto dell’insegnamento della Chiesa, come di altre religioni, che non interferiscono con le leggi dello Stato ma riguardano la libertà di scelta personale?
Verda aggiunge: «Ritengo fondamentale che la salute non è, e non può essere, un terreno di battaglia ideologica. La legge 194 non è cultura della morte… Non è accettabile che una conquista di libertà così importante venga delegittimata da simili iniziative colpevolizzanti. Il rintocco di quella campana non porta conforto, ma alimenta una battaglia ideologica sulla pelle delle persone, calpestando il rispetto dovuto alle storie e alle sofferenze di ognuno».
Ma a nome di chi parla? Di tutta Sanremo? Di tutta Italia? Dell’Europa? Del mondo? No, perché immagino che non sfugga al medico di Sanremo che ognuno giudica secondo la propria morale e quella campana suona per i credenti. Non è come quella di Hemingway che suona anche per lei, pregiatissimo medico consigliere Verda.
Per l’ex candidata sindaca di Ventimiglia, Maria Spinosi (lista civica di centrosinistra Ventimiglia progressista), «la campana dell’accusa risuona contro un diritto delle donne. È un atto pubblico, simbolico e reiterato che carica lo spazio cittadino di un giudizio moralistico e accusatorio contro un diritto riconosciuto dallo Stato: l’interruzione volontaria di gravidanza». Solita pappa, solita storia.
Vede, dottor Verda, in questa occasione non importa come la penso o come la pensa lei o la sua collega di schieramento Spinosi. Conta che io, lei e la Spinosi abbiamo il diritto di criticare l’operato della Chiesa non in nome del diritto ma delle nostre convinzioni personali, siano esse ideologiche, morali o religiose. In Italia l’aborto è regolato da una legge dello Stato che, al momento, non è in discussione, e non dalla morale della Chiesa, che da sempre è contraria all’aborto.
Liberi tutti di pensare ciò che vogliono. Libero il vescovo diocesano di Sanremo di suonare le campane. Per chi provasse fastidio, il Comune potrebbe fornire gratuitamente ai cittadini sanremesi dei tappi acustici da posizionare a pochi minuti dalle 20. O magari offerti direttamente dal Pd.
Continua a leggereRiduci