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2021-01-24
Il Pd minaccia il voto: ora Giuseppi trema
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota.
Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato».
Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza.
Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato».
Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. Diamo forza e fiducia agli italiani!».
Mentre trattano, l'Aula è paralizzata
Il dj Fofò fa ballare la rumba a Conte: sulla relazione in Senato del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia può crollare definitivamente il governo. Balla, Giuseppi, eccome se balla, tanto è vero che la relazione di Bonafede a Palazzo Madama, prevista per mercoledì prossimo, potrebbe slittare di 24 ore, «per impegni istituzionali del ministro», come fanno sapere fonti di maggioranza con sprezzo del ridicolo. Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore.
«Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere».
La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte.
«Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
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Dem sempre più infastiditi dal premier che non trova i «costruttori». Goffredo Bettini e Andrea Orlando parlano apertamente di elezioni (ma non c'era la pandemia?). Si va alla «conta» decisiva su Alfonso Bonafede: la votazione slitta a giovedì.Rinviata la relazione di Alfonso Bonafede sulla giustizia in Senato: ufficialmente per impegni del ministro, in realtà la maggioranza non ha i numeri. E così blocca il Parlamento.Lo speciale contiene due articoli. Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota. Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato». Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza. Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato». Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. 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Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore. «Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere». La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte. «Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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