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2021-01-24
Il Pd minaccia il voto: ora Giuseppi trema
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota.
Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato».
Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza.
Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato».
Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. Diamo forza e fiducia agli italiani!».
Mentre trattano, l'Aula è paralizzata
Il dj Fofò fa ballare la rumba a Conte: sulla relazione in Senato del ministro Alfonso Bonafede sulla giustizia può crollare definitivamente il governo. Balla, Giuseppi, eccome se balla, tanto è vero che la relazione di Bonafede a Palazzo Madama, prevista per mercoledì prossimo, potrebbe slittare di 24 ore, «per impegni istituzionali del ministro», come fanno sapere fonti di maggioranza con sprezzo del ridicolo. Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore.
«Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere».
La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte.
«Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
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Dem sempre più infastiditi dal premier che non trova i «costruttori». Goffredo Bettini e Andrea Orlando parlano apertamente di elezioni (ma non c'era la pandemia?). Si va alla «conta» decisiva su Alfonso Bonafede: la votazione slitta a giovedì.Rinviata la relazione di Alfonso Bonafede sulla giustizia in Senato: ufficialmente per impegni del ministro, in realtà la maggioranza non ha i numeri. E così blocca il Parlamento.Lo speciale contiene due articoli. Dal male assoluto al male minore: le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili, con tanti saluti ai proclami di chi fino a questo momento le ha sempre categoricamente escluse. Come diceva Romano Prodi, nelle elezioni «ci si casca», e sembra proprio che tra tattiche, strategie, veti, controveti pregiudiziali, ambizioni sfrenate e antipatie personali, aprire le urne «in piena pandemia» non sia più un'ipotesi da considerare così remota. Giuseppe Conte infatti continua a rifiutare quel passaggio che gli consentirebbe di avere ancora una speranza di restare imbullonato a Palazzo Chigi: le dimissioni e poi l'eventuale Conte ter. Non ne vuole sapere, Giuseppi, di dimettersi, spera di sfamare gli appetiti politici dei muratori ai quali spetta il compito di costruire la «quarta gamba» con quel paio di ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi dalle dimissioni dei renziani Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto. Conte teme che Pd, M5s e magari una recuperata Italia viva gli metterebbero i bastoni tra le ruote, e si avvicina al baratro. «Conte», dice alla Verità un esponente di governo, «non voleva dimettersi perché temeva che Matteo Renzi avrebbe messo il veto, in sede di consultazioni, sul suo nome. Se però ci fosse un accordo politico, la sua paura sarebbe completamente infondata. È vero che i tempi sono cambiati, ma se le segreterie dei partiti facessero pubblicamente il suo nome, non potrebbero contraddirsi un minuto dopo davanti al Capo dello Stato». Niente da fare: Conte non si muove, non fa un passo, perché, incredibile ma vero, inizia a accarezzare l'idea di andare alle elezioni anticipate e presentarsi con una sua lista. Lui, che è diventato premier senza mai essersi candidato neanche alle condominiali, detta legge: «O me o il voto». Dovrebbe sapere, Conte, e infatti lo sa perfettamente, che su questa linea non lo segue quasi nessuno. Nel M5s, ad esempio, i parlamentari sono letteralmente imbufaliti con personaggi come Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli, che si sono lasciati andare a dichiarazioni del genere «Conte o il voto». «Fraccaro e Patuanelli», dice alla Verità un parlamentare M5s di assoluto rilievo, «farebbero bene a pensare all'interesse dell'Italia, invece che lanciarsi in ultimatum privi di logica». Secondo i più esperti e riflessivi tra i pentastellati, occorrerebbe riaprire un dialogo con Italia viva per dare vita a un Conte ter senza che al governo entrino Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, considerati politicamente indigeribili. Giuseppi però fa il difficile, non vuole riaprire a Renzi e si avvia gioioso verso il crollo, continuando a confidare nei responsabili, che però al Senato, dove servono, non ci sono. L'asticella di Palazzo Chigi è fissata a quota 166, 10 in più della fiducia ottenuta al Var con i voti oltre il 90° minuto di Riccardo Nencini e Lello Ciampolillo. Il tabellino dei sogni di Conte prevede l'ingresso in maggioranza di 5 senatori renziani, 2 dell'Udc e 3 di Forza Italia, ma la dura realtà è che fino ad oggi non ci sono segnali concreti di passaggi in maggioranza. Risultato? Le quote sul voto anticipato salgono vertiginosamente. «Quando diciamo che il rischio elezioni è cresciuto», spiega il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «sembra una bizza, ma non è una follia che abbiamo in testa. Quella del voto non è una ipotesi che noi minacciamo, ma se non si riesce ad allargare la base del governo Conte diventa una conseguenza dell'esclusione delle altre strade possibili. È del tutto evidente che lavoriamo perché si produca qualcosa di solido e duraturo», aggiunge Orlando, «altrimenti non ci sono le condizioni. Con una maggioranza che si costituisce di volta in volta non si gestiscono 209 miliardi di Recovery e non si affronta la pandemia. Dobbiamo lavorare sui parlamentari di Italia viva che non se la sentono di passare all'opposizione e di far precipitare il Paese nel caos definitivamente, perché ci ripensino». Anche Goffredo Bettini ieri ha agitato lo spettro delle urne: «Le elezioni sarebbero una sciagura, ma alla fine questa cosa che le elezioni non si possono mai fare non deve diventare motivo per ingoiare tutto, sarebbe il massimo della subalternità ingoiare tutto in nome della considerazione delle elezioni come colpo di Stato». Tattica? Strategia del terrore per convincere i responsabili più riluttanti? Non solo: il Pd andrebbe al voto anticipato senza troppi patemi d'animo, perché anche perdendo si libererebbe in un colpo solo dei renziani fuoriusciti dal partito e di quelli rimasti all'interno: le liste, nel 2018, le compilò l'ex rottamatore. I nuovi dirigenti, quelli di osservanza zingarettiana, sono quasi tutti fuori dal Parlamento, e scalpitano per entrare. Un altro passo verso il voto arriva direttamente da Silvio Berlusconi: «Finora i partiti della maggioranza», scrive il leader di Forza Italia, «hanno lasciato cadere l'appello a soluzioni condivise, preferendo tattiche parlamentari di corto respiro. Una paralisi di due mesi per le elezioni farebbe meno danni rispetto ad una paralisi di due anni di non governo. È evidente che il Paese», sottolinea Berlusconi, «ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell'Italia». Il centrodestra, dunque, sulla richiesta di elezioni anticipate è granitico. Non a caso il leader della Lega, Matteo Salvini, smentisce nettamente la ricostruzione del Corriere della Sera che vorrebbe il suo (ex?) braccio destro, Giancarlo Giorgetti, favorevole invece all'ipotesi di un governo istituzionale: «Il governo ammucchiata», afferma Salvini, «il governo tutti insieme con Pd e sinistre può essere il sogno di qualche giornalista, di qualche editore, di qualche banchiere o faccendiere fantasioso. Per me e per milioni di italiani sarebbe solo un incubo. 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Altro che impegni istituzionali: se la relazione di Bonafede verrà bocciata, se ne andrà a casa tutto il governo, con buona pace di muratori e responsabili, e quindi anche un giorno in più può tornare utile nella caccia al senatore. «Sarà un passaggio molto difficile», avverte il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, «non si discuterà davvero della relazione di Bonafede, ma della politica sulla giustizia che è stata fatta nei mesi scorsi. Non solo su quel terreno è difficile allargare la maggioranza, ma è difficile tenere insieme la maggioranza acquisita. Quindi riteniamo che ci voglia una iniziativa politica del governo e del ministro Bonafede per dare il segnale di un fatto nuovo senza il quale si rischia di andare a sbattere». La maggioranza acquisita, quella di quota 156, è un miraggio: non ci saranno, salvo imprevisti, i senatori a vita; Sandra Lonardo, senatrice responsabile, non ha ancora sciolto la riserva, e pure Riccardo Nencini, socialista costruttore, ha perplessità; i senatori di Italia viva voteranno contro. In sostanza si rischia una catastrofe numerica, con immediata salita al Colle del premier Conte, stavolta però con le dimissioni pronte. «Io e i colleghi dell'Udc», dice all'Ansa la senatrice Paola Binetti, «voteremo no, come l'anno scorso, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa. Pur esprimendo la massima fiducia nella magistratura, poi nella la concreta vicenda degli eventi, tutti hanno trovato il nesso e almeno l'inopportunità dell'iniziativa giudiziaria di Gratteri contro un partito che almeno poteva alzare la testa assumendo un proprio profilo alto. È una gestione della giustizia non positiva che non possiamo approvare in Parlamento, Anche Renzi ha detto che Iv voterà contro la relazione, così come i nuovi senatori che hanno votato la fiducia a Conte. C'è un Parlamento schierato a maggioranza contro Bonafede. La storia si riscriverà», profetizza sibillina la Binetti, «dopo il voto su Bonafede». Ora, a parte che è singolare che la Binetti colleghi l'inchiesta che ha visto coinvolto l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa con la gestione del ministero della Giustizia, c'è da aggiungere che da diverse fonti di maggioranza la Verità ha ascoltato lo stesso ragionamento, ovvero che il voto su Bonafede potrebbe, in teoria, agevolare la formazione di una nuova maggioranza. Per due motivi. Il primo: se il Guardasigilli verrà bocciato, Conte finalmente schioderà dalla poltrona e si apriranno i giochi per il ter o per un nuovo governo con un nuovo premier. Il secondo, lo spiega un big giallorosso: «Se Bonafade», riflette la fonte, «inverte completamente la rotta giustizialista del governo, con un chiaro messaggio garantista, si apre la possibilità per i senatori di Forza Italia disposti a staccarsi dal centrodestra di avere un appiglio politico per giustificare la svolta». Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare (di guai) in cui si ritroverebbero in questo caso Conte e Bonafede:la politica manettara e ipergiustizialista è la vera cifra politica del M5s, una svolta garantista scatenerebbe l'ira funesta dei pentastellati fedeli ai pilastri del grillismo, ammesso che esistano ancora.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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