In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».