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2021-02-14
Il Movimento di corsa verso l’esplosione
Giuseppe Conte (Ansa)
Il M5s si sveglia in preda a una crisi di nervi. Il governo Draghi è la Caporetto grillina, con i pentastellati che vedono la loro presenza ridotta al limite dell'irrilevanza, mentre la fiducia incombee i dissidenti affilano le armi. Il superministero della Transizione ecologica, che avrebbe dovuto rappresentare la vittoria di Beppe Grillo, di super non ha niente. Altro che accorpamento tra Sviluppo economico e Ambiente: il Mise viene affidato al leghista Giancarlo Giorgetti. Inoltre, il ministro della Transizione ecologica, Stefano Cingolani, è certamente in buoni rapporti con il M5s, ma è pure considerato vicino a Matteo Renzi, avendo partecipato a diverse edizioni della Leopolda. C'è già stata la prima defezione: ieri il deputato Giuseppe D'Ambrosio ha dato l'addio al Movimento.
Grillo, su Facebook, fa l'ermetico: «È di una transizione cerebrale che abbiamo bisogno», scrive l'Elevato, «13 febbraio 2021. Ti ricorderai questa data. Perché da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là. Scegliere le idee del secolo che è finito nel 1999 oppure quelle del secolo che finirà nel 2099».
Giuseppe Conte, da parte sua, affida a Facebook il prevedibile post lagna, dicendo che torna a «vestire i panni di semplice cittadino». «Insieme a tanti preziosi compagni di viaggio», scrive, «abbiamo contribuito a delineare un percorso a misura d'uomo, volto a rafforzare l'equità, la solidarietà, la piena sostenibilità ambientale». Poi, la minaccia: «Il mio impegno e la mia determinazione saranno votati a proseguire questo percorso. La chiusura di un capitolo non ci impedisce di riempire fino in fondo le pagine della storia che vogliamo scrivere».
I dissidenti hanno buon gioco a sparare sulla croce giallorossa: «Questa mattina (ieri, ndr)», scrive su Facebook la senatrice Barbara Lezzi, «ho inviato, insieme ad alcuni colleghi, una mail al capo politico, al comitato di garanzia e al garante del M5s per segnalare che la previsione del quesito posta nella consultazione dell'11 febbraio 2021 non ha trovato riscontro nella formazione del nuovo governo. Non c'è», aggiunge la pasionaria, «il superministero che avrebbe dovuto prevedere la fusione tra il ministero dello Sviluppo economico e il ministero dell'Ambiente oggetto del quesito. Chiediamo che venga immediatamente indetta una nuova consultazione con un quesito in cui sia chiara l'effettiva portata del ministero e che riporti la composizione del governo. È evidente che, in assenza di riscontro, al fine di rispettare la maggioranza degli iscritti che hanno espresso altra indicazione il voto alla fiducia deve essere no». Sulla stella linea Nicola Morra: «Il quesito su Rousseau si è scoperto non essere corrispondente al vero». Ieri sette senatori (oltre alla Lezzi, Lannutti, Dessì, Crucioli, Abate, Giannuzzi e La Mura) hanno detto che voteranno no alla fiducia. E nella notte era prevista la riunione dei deputati.
Veniamo ai malumori interni non esplicitati pubblicamente: i parlamentari del M5s sono letteralmente imbufaliti. Innanzitutto i meridionali, che sono la stragrande maggioranza, visto che al Sud il M5s, nel 2018, prese la gran parte dei suoi voti, e che si ritrovano il solo Luigi Di Maio a rappresentare il Meridione al governo, ma in un ministero non di spesa. Di Maio è riuscito a conservare il suo ruolo di ministro degli Esteri per opera e virtù dello Spirito santo, ovvero del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha curato la composizione della squadra dei «politici». «Mentre gli altri segretari di partito», sbuffa un deputato pentastellato meridionale di primissimo piano, «interloquivano con il Quirinale, Vito Crimi perdeva tempo a organizzare cenette con Stefano Patuanelli. Risultato: siamo stati massacrati. Patuanelli ha pensato solo a salvare sé stesso, accettando anche di essere degradato dal Mise all'Agricoltura: sarebbe stato il caso di lasciare il posto a un rappresentante del meridione. Voglio vedere ora come farà, Patuanelli, che si vantava di essere l'uomo del dialogo coi dissidenti al Senato. Per non parlare di Roberto Fico…». Parliamone! «Fico», aggiunge la nostra fonte, «pur di salvare il suo D'Incà ha buttato a mare tutti, se ne è fregato del M5s, del Sud, di qualunque cosa. Altro che sindaco di Napoli! Ha fatto asse con Patuanelli, si è comportato da capocorrente, una enorme delusione. Per come sono andate le cose, non mi stupirebbe se Fico avesse giocato la partita anche contro Conte».
Il clima, nel M5s, è cupo: non c'è un solo parlamentare, tra tutti quelli contattati, che si dica soddisfatto per come sono andate le cose. Ora scatta la caccia ai posti di sottogoverno: «Mi auguro», sospira un deputato, «che i ministri che non sono stati riconfermati adesso abbiano la decenza di non tentare di riciclarsi come viceministri e sottosegretari: Fraccaro è già in piena sindrome da incarico. Per non parlare di Crimi, che oltre che capo politico è pure viceministro agli Interni. Visto che sarà lui a condurre le trattative, sarebbe veramente allucinante se alla fine si facesse riconfermare al Viminale». Il day after della formazione del governo Draghi, nel M5s, è tutto qui: sparite le poltrone, ora si combatte per le poltroncine. Una vale una, una vale l'altra.
Zingaretti teme la scalata di Orlando
Nulla è eterno, al mondo, tranne il congresso del Pd. La distribuzione dei ministeri «politici» del governo Draghi, curata direttamente dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, finisce per mettere all'angolo il segretario, Nicola Zingaretti. Tre ministri, nessuna donna: la delegazione dem al governo è composta da Andrea Orlando (Lavoro), Dario Franceschini (al quale è stata lasciata la delega ai Beni culturali ma sottratta quella al Turismo) e Lorenzo Guerini (Difesa), i tre leader delle tre maggiori componenti interne del partito, rispettivamente la sinistra, Areadem e Base riformista. Le quote rosa? Cancellate, sull'altare della spartizione correntizia. «Zingaretti», dice alla Verità un parlamentare dem, «ha subito e non deciso la scelta dei ministri, tenendo buoni i tre capicorrente per tentare di restare in piedi, ma la scelta di tre uomini su tre la pagherà cara».
Vanno all'assalto, le donne del Pd. «Non ci sono più scuse», scrive su Facebook la vicepresidente del partito, Debora Serracchiani. «Nessuno spazio», aggiunge la Serracchiani, rivolgendosi alle colleghe del partito, «ci sarà dato per gentile concessione. Non ci sono donne dem tra i ministri di Draghi non solo perché la logica della stabilità interna ha vinto su quella di genere, ma soprattutto perché non abbiamo ancora preso sul serio la sfida per la leadership. La sfida è prima di tutto politica ma anche culturale. Perché siamo di fronte a un enorme problema», infierisce la Serracchiani, «se le donne del più importante partito della sinistra italiana rinunciano a competere in prima persona per conquistare spazio alle loro idee. Ora, nel contingente, con le assegnazioni dei sottosegretariati sembra si voglia riparare un vaso rotto col nastro adesivo. Meglio di niente, dirà qualcuno, ma certo così non si risponde alla domanda: il Pd è un partito per donne? Per quanto mi riguarda», conclude, «dovrà esserlo».
Ci va giù durissima anche Laura Boldrini: «Non aver garantito», scrive su Facebook la deputata del Pd, «nella composizione del governo una pari rappresentanza tra uomini e donne è un fatto grave. Ancor più grave perché determinato dalle scelte del Partito democratico. Tre ministri dem, nessuna ministra. Lo dico chiaramente: il Pd deve scardinare l'assetto delle correnti che schiaccia il protagonismo femminile e impedisce il rinnovamento. Se non lo farà», aggiunge la Boldrini, «finirà per smarrire la sua identità progressista e il suo scopo sociale. Fino a che non si rimette in discussione questo assetto è inutile parlare di un nuovo modello di società che mette le donne al centro. Va invertita la rotta, subito. E non basterà, dopo quanto accaduto, qualche posto da sottosegretaria. Non può bastare».
Critiche e attacchi arrivano da diverse esponenti del Pd: Livia Turco, Giuditta Pini, Irene Tinagli, Titti Di Salvo, Lia Quartapelle. E Zingaretti? Il segretario, su Facebook, parla d'altro: «Scuola: 5% del Pil per l'istruzione. Sanità: 20 miliardi da investire per rinnovarla. Fisco: più equo e semplice. Con Draghi con le nostre idee. Comincia da oggi», scrive, «la campagna a sostegno delle politiche del governo». Si mette malissimo, per il leader del Pd, e non solo per la questione femminile, che si rivela una spina del fianco del segretario. Il problema maggiore, per il segretario, è che aveva puntato tutto su Giuseppe Conte. Ora che è uscito di scena, in molti si chiedono se Zingaretti lo seguirà. Anzi: la domanda è quando. Il neo ministro Orlando, attuale vice, è già in agguato.
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La beffa della Transizione ecologica fa insorgere i dissidenti: «Su Rousseau siamo stati ingannati, bisogna rivotare». E il malcontento trova benzina nel ridimensionamento del Sud nell'esecutivo: ora è tutti contro tutti.Il segretario del Pd ha paura che il nuovo titolare del Lavoro possa prendersi il partito. Polemica sulle quote rosa: «Perché Mario Draghi non ha scelto nessuna donna dem?»Lo speciale contiene due articoli. Il M5s si sveglia in preda a una crisi di nervi. Il governo Draghi è la Caporetto grillina, con i pentastellati che vedono la loro presenza ridotta al limite dell'irrilevanza, mentre la fiducia incombee i dissidenti affilano le armi. Il superministero della Transizione ecologica, che avrebbe dovuto rappresentare la vittoria di Beppe Grillo, di super non ha niente. Altro che accorpamento tra Sviluppo economico e Ambiente: il Mise viene affidato al leghista Giancarlo Giorgetti. Inoltre, il ministro della Transizione ecologica, Stefano Cingolani, è certamente in buoni rapporti con il M5s, ma è pure considerato vicino a Matteo Renzi, avendo partecipato a diverse edizioni della Leopolda. C'è già stata la prima defezione: ieri il deputato Giuseppe D'Ambrosio ha dato l'addio al Movimento. Grillo, su Facebook, fa l'ermetico: «È di una transizione cerebrale che abbiamo bisogno», scrive l'Elevato, «13 febbraio 2021. Ti ricorderai questa data. Perché da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là. Scegliere le idee del secolo che è finito nel 1999 oppure quelle del secolo che finirà nel 2099». Giuseppe Conte, da parte sua, affida a Facebook il prevedibile post lagna, dicendo che torna a «vestire i panni di semplice cittadino». «Insieme a tanti preziosi compagni di viaggio», scrive, «abbiamo contribuito a delineare un percorso a misura d'uomo, volto a rafforzare l'equità, la solidarietà, la piena sostenibilità ambientale». Poi, la minaccia: «Il mio impegno e la mia determinazione saranno votati a proseguire questo percorso. La chiusura di un capitolo non ci impedisce di riempire fino in fondo le pagine della storia che vogliamo scrivere». I dissidenti hanno buon gioco a sparare sulla croce giallorossa: «Questa mattina (ieri, ndr)», scrive su Facebook la senatrice Barbara Lezzi, «ho inviato, insieme ad alcuni colleghi, una mail al capo politico, al comitato di garanzia e al garante del M5s per segnalare che la previsione del quesito posta nella consultazione dell'11 febbraio 2021 non ha trovato riscontro nella formazione del nuovo governo. Non c'è», aggiunge la pasionaria, «il superministero che avrebbe dovuto prevedere la fusione tra il ministero dello Sviluppo economico e il ministero dell'Ambiente oggetto del quesito. Chiediamo che venga immediatamente indetta una nuova consultazione con un quesito in cui sia chiara l'effettiva portata del ministero e che riporti la composizione del governo. È evidente che, in assenza di riscontro, al fine di rispettare la maggioranza degli iscritti che hanno espresso altra indicazione il voto alla fiducia deve essere no». Sulla stella linea Nicola Morra: «Il quesito su Rousseau si è scoperto non essere corrispondente al vero». Ieri sette senatori (oltre alla Lezzi, Lannutti, Dessì, Crucioli, Abate, Giannuzzi e La Mura) hanno detto che voteranno no alla fiducia. E nella notte era prevista la riunione dei deputati. Veniamo ai malumori interni non esplicitati pubblicamente: i parlamentari del M5s sono letteralmente imbufaliti. Innanzitutto i meridionali, che sono la stragrande maggioranza, visto che al Sud il M5s, nel 2018, prese la gran parte dei suoi voti, e che si ritrovano il solo Luigi Di Maio a rappresentare il Meridione al governo, ma in un ministero non di spesa. Di Maio è riuscito a conservare il suo ruolo di ministro degli Esteri per opera e virtù dello Spirito santo, ovvero del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha curato la composizione della squadra dei «politici». «Mentre gli altri segretari di partito», sbuffa un deputato pentastellato meridionale di primissimo piano, «interloquivano con il Quirinale, Vito Crimi perdeva tempo a organizzare cenette con Stefano Patuanelli. Risultato: siamo stati massacrati. Patuanelli ha pensato solo a salvare sé stesso, accettando anche di essere degradato dal Mise all'Agricoltura: sarebbe stato il caso di lasciare il posto a un rappresentante del meridione. Voglio vedere ora come farà, Patuanelli, che si vantava di essere l'uomo del dialogo coi dissidenti al Senato. Per non parlare di Roberto Fico…». Parliamone! «Fico», aggiunge la nostra fonte, «pur di salvare il suo D'Incà ha buttato a mare tutti, se ne è fregato del M5s, del Sud, di qualunque cosa. Altro che sindaco di Napoli! Ha fatto asse con Patuanelli, si è comportato da capocorrente, una enorme delusione. Per come sono andate le cose, non mi stupirebbe se Fico avesse giocato la partita anche contro Conte». Il clima, nel M5s, è cupo: non c'è un solo parlamentare, tra tutti quelli contattati, che si dica soddisfatto per come sono andate le cose. Ora scatta la caccia ai posti di sottogoverno: «Mi auguro», sospira un deputato, «che i ministri che non sono stati riconfermati adesso abbiano la decenza di non tentare di riciclarsi come viceministri e sottosegretari: Fraccaro è già in piena sindrome da incarico. Per non parlare di Crimi, che oltre che capo politico è pure viceministro agli Interni. Visto che sarà lui a condurre le trattative, sarebbe veramente allucinante se alla fine si facesse riconfermare al Viminale». Il day after della formazione del governo Draghi, nel M5s, è tutto qui: sparite le poltrone, ora si combatte per le poltroncine. Una vale una, una vale l'altra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-di-corsa-verso-lesplosione-2650529040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zingaretti-teme-la-scalata-di-orlando" data-post-id="2650529040" data-published-at="1613247140" data-use-pagination="False"> Zingaretti teme la scalata di Orlando Nulla è eterno, al mondo, tranne il congresso del Pd. La distribuzione dei ministeri «politici» del governo Draghi, curata direttamente dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, finisce per mettere all'angolo il segretario, Nicola Zingaretti. Tre ministri, nessuna donna: la delegazione dem al governo è composta da Andrea Orlando (Lavoro), Dario Franceschini (al quale è stata lasciata la delega ai Beni culturali ma sottratta quella al Turismo) e Lorenzo Guerini (Difesa), i tre leader delle tre maggiori componenti interne del partito, rispettivamente la sinistra, Areadem e Base riformista. Le quote rosa? Cancellate, sull'altare della spartizione correntizia. «Zingaretti», dice alla Verità un parlamentare dem, «ha subito e non deciso la scelta dei ministri, tenendo buoni i tre capicorrente per tentare di restare in piedi, ma la scelta di tre uomini su tre la pagherà cara». Vanno all'assalto, le donne del Pd. «Non ci sono più scuse», scrive su Facebook la vicepresidente del partito, Debora Serracchiani. «Nessuno spazio», aggiunge la Serracchiani, rivolgendosi alle colleghe del partito, «ci sarà dato per gentile concessione. Non ci sono donne dem tra i ministri di Draghi non solo perché la logica della stabilità interna ha vinto su quella di genere, ma soprattutto perché non abbiamo ancora preso sul serio la sfida per la leadership. La sfida è prima di tutto politica ma anche culturale. Perché siamo di fronte a un enorme problema», infierisce la Serracchiani, «se le donne del più importante partito della sinistra italiana rinunciano a competere in prima persona per conquistare spazio alle loro idee. Ora, nel contingente, con le assegnazioni dei sottosegretariati sembra si voglia riparare un vaso rotto col nastro adesivo. Meglio di niente, dirà qualcuno, ma certo così non si risponde alla domanda: il Pd è un partito per donne? Per quanto mi riguarda», conclude, «dovrà esserlo». Ci va giù durissima anche Laura Boldrini: «Non aver garantito», scrive su Facebook la deputata del Pd, «nella composizione del governo una pari rappresentanza tra uomini e donne è un fatto grave. Ancor più grave perché determinato dalle scelte del Partito democratico. Tre ministri dem, nessuna ministra. Lo dico chiaramente: il Pd deve scardinare l'assetto delle correnti che schiaccia il protagonismo femminile e impedisce il rinnovamento. Se non lo farà», aggiunge la Boldrini, «finirà per smarrire la sua identità progressista e il suo scopo sociale. Fino a che non si rimette in discussione questo assetto è inutile parlare di un nuovo modello di società che mette le donne al centro. Va invertita la rotta, subito. E non basterà, dopo quanto accaduto, qualche posto da sottosegretaria. Non può bastare». Critiche e attacchi arrivano da diverse esponenti del Pd: Livia Turco, Giuditta Pini, Irene Tinagli, Titti Di Salvo, Lia Quartapelle. E Zingaretti? Il segretario, su Facebook, parla d'altro: «Scuola: 5% del Pil per l'istruzione. Sanità: 20 miliardi da investire per rinnovarla. Fisco: più equo e semplice. Con Draghi con le nostre idee. Comincia da oggi», scrive, «la campagna a sostegno delle politiche del governo». Si mette malissimo, per il leader del Pd, e non solo per la questione femminile, che si rivela una spina del fianco del segretario. Il problema maggiore, per il segretario, è che aveva puntato tutto su Giuseppe Conte. Ora che è uscito di scena, in molti si chiedono se Zingaretti lo seguirà. Anzi: la domanda è quando. Il neo ministro Orlando, attuale vice, è già in agguato.
L'ex pm Antonio Rinaudo (Ansa)
«È lecito chiedersi se l’assessore Guido Bertolaso abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione». Antonio Rinaudo, celebre ex pm di Torino, non è certo una figura ideologicamente ostile alla regolamentazione del fine vita: uomo di legge, è anzi presidente del comitato etico che in Piemonte si occupa, in ottemperanza alle sentenze della Corte costituzionale, di valutare i casi di chi faccia domanda per accedere al suicidio assistito. La Verità lo intervista a proposito del protocollo applicativo diramato, con tanto di forti malumori in Consiglio regionale, dall’assessore al Welfare lombardo e anticipato su queste colonne l’altro ieri. Tale protocollo prevede l’impegno - su base volontaria - dei dipendenti del sistema sanitario regionale nella fornitura di stanza, farmaco, strumenti e assistenza per chi intenda porre fine alle proprie sofferenze, secondo i criteri stabiliti dalla Consulta stessa. Ieri il governatore Attilio Fontana ha difeso il documento parlando della necessità di «tutelare i dirigenti».
Rinaudo, anzitutto da ex pubblico ministero che valutazione di merito dà del protocollo di cui si è parlato?
«Senza dubbio esso prende spunto esplicito dai contenuti delle quattro sentenze che la Consulta ha scritto dal cosiddetto caso Cappato in poi. Quello che a mio avviso può creare perplessità è il fatto che vada a toccare temi che sono esclusivamente di competenza di una legislazione statale, invadendo cioè i campi riservati allo Stato».
In che modo?
«Ritengo non sia possibile dare, ad esempio, termini procedurali espliciti come i 145 giorni previsti per gestire le pratiche di richieste di suicidio assistito: a me pare contro quello che dice la Corte. Senza contare che l’esplicito riferimento ai requisiti fissati dalla Consulta rischia di essere superato sia da eventuali altre sentenze, sia da una legge scritta dal Parlamento».
Ma questo chi potrebbe stabilirlo? Un protocollo proveniente dalla Direzione generale Welfare di una Regione potrebbe finire davanti alla Corte costituzionale per un eventuale vaglio?
«No. Non si può impugnare in quella sede un atto amministrativo. Casomai potrebbe essere impugnato avanti, appunto, a un Tar, dove - a differenza di quanto avverrebbe alla Consulta - non c’è un paradigma interpretativo precedente, e quindi si aprirebbero territori inesplorati».
La Regione Lombardia a fine 2024 aveva approvato in Consiglio una pregiudiziale di costituzionalità che sanciva che un ente regionale non potesse occuparsi della materia del fine vita. Come valuta il protocollo alla luce di questo?
«Direi che surrettiziamente i fautori della legge regionale hanno aggirato il “divieto”, chiamiamolo così, posto dal Consiglio. Di fatto si tratta di un atto amministrativo emanato dall’assessorato che apre una sorta di conflitto istituzionale tra Giunta e Consiglio. Il senso di tale protocollo è incoerente rispetto al mandato politico. Può essere che Bertolaso sia stato mal consigliato dagli organismi tecnici che ha scelto per questo percorso: di certo è lecito chiedersi se l’assessore abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione».
Facciamo un esercizio teorico: qualora lo stesso identico protocollo fosse stato approvato non come atto amministrativo ma sotto forma di provvedimento legislativo regionale votato dal Consiglio, sarebbe incostituzionale?
«Sarebbe a grosso rischio, per i motivi detti all’inizio del colloquio. Vedo punti di dolenza costituzionale».
Alla luce del fatto che è - appunto - un protocollo e non una legge, cosa rischia un dirigente, un medico, un infermiere che non ottemperi alle prescrizioni?
«A livello di responsabilità, nulla, per i motivi contenuti nella domanda. Del resto, c’è sempre l’obiezione di coscienza: si potrebbero non trovare persone che si prestino. Poi certo qualcuno, per esempio il richiedente, potrebbe fare causa civile o muovere denuncia penale per omissione d’atti d’ufficio. Questo aprirebbe in sede processuale una potenziale discussione sulla validità dell’atto stesso».
Il parlamento si appresta a porre ai voti una legge proprio su questi temi. Il dibattito è molto complesso, ma qualora si trovasse una maggioranza sul testo attualmente depositato, che esclude qualsiasi ruolo del servizio sanitario nell’erogazione della morte medicalmente assistita, cosa accadrebbe al protocollo di Bertolaso, che invece la prevede - fatta salva come noto la somministrazione del farmaco?
«Quantomeno, visto che nella premessa richiama l’assenza di una legge nazionale, il protocollo andrebbe profondamente aggiornato. Poi ovviamente bisognerebbe vedere se la legge da lei descritta superasse un eventuale verdetto di costituzionalità, ma questo è un altro discorso».
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