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2023-01-07
Il Messico arresta il figlio del Chapo e i narcos scatenano l’inferno in città
Immagini degli scontri in Messico. Nel riquadro, Ovidio Guzman (Ansa)
Duro colpo ai cartelli della droga messicana. Nel corso di un’operazione, giovedì mattina le forze militari messicane hanno arrestato Ovidio Guzman Lopez. Soprannominato El Raton, il figlio trentaduenne del famigerato signore dei narcos, Joaquin Guzman, detto El Chapo. I fatti si sono verificati nella città di Culiacan: capoluogo di una vera e propria roccaforte dei narcotrafficanti, che è lo Stato di Sinaloa.
In particolare, la Guardia nazionale messicana ha circondato il quartiere cittadino Jesus Maria, dov’era stato individuato Guzman. Stando a quanto riferito dal segretario alla Difesa messicano Luis Cresencio Sandoval, l’arresto è avvenuto dopo un serrato scontro a fuoco tra militari e narcos. È anche per questo che giovedì le autorità avevano esortato i cittadini a rimanere nelle proprie abitazioni. Sempre secondo Sandoval, i narcotrafficanti avevano anche istituito diciannove posti di blocco all’aeroporto di Culiacan e nei vari punti di accesso della città. Ciononostante l’aviazione militare messicana è riuscita a trasportare Guzman a Città del Messico, dove è stato condotto negli uffici del procuratore speciale per la criminalità organizzata. Nel corso dell’operazione di arresto, secondo la Bbc, hanno perso la vita dieci militari e 19 sospetti.
I narcos hanno compiuto atti di vera e propria guerriglia: oltre ai posti di blocco, si sono mossi armati fino ai denti in colonne di suv. Vari quartieri della città sono stati messi a ferro e fuoco, mentre gli scontri con le forze messicane sono proseguiti. I trafficanti hanno anche sparato contro aerei militari e velivoli civili (due dei quali hanno dovuto interrompereil decollo, mentre i passeggeri si buttavano a terra in preda al panico). Non solo: violenti disordini sono scoppiati nelle ore successive all’arresto di Guzman. Secondo il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha Moya, sarebbero morti almeno sette membri delle forze di sicurezza. In questo caos, sono oltre 100 i voli cancellati in tre aeroporti di Sinaloa. Sarebbe stato anche effettuato un tentativo di evasione dal penitenziario statale, mentre gli episodi di violenza si sarebbero estesi anche ad alcuni comuni limitrofi.
L’operazione che ha portato alla cattura di Guzman è l’esito di un lavoro durato circa sei mesi. Ricordiamo che il figlio di El Chapo era già stato catturato dalle forze messicane nell’ottobre 2019. Era tuttavia stato rilasciato quasi immediatamente, dopo che i narcos - pesantemente armati - avevano preso di fatto il controllo di Culiacan, minacciando di compiere delle stragi. Una circostanza che gettò il governo messicano nell’imbarazzo. I media d’oltreatlantico hanno sottolineato che l’arresto di giovedì scorso è avvenuto a pochi giorni dall’arrivo in Messico - previsto per lunedì - del presidente americano, Joe Biden, che prenderà parte al decimo vertice dei leader dell’America settentrionale, insieme all’omologo messicano, Manuel Lopez Obrador, e al premier canadese, Justin Trudeau.
Vale a tal proposito la pena ricordare che gli Stati Uniti erano alla ricerca di Ovidio Guzman almeno dal 2008. Inoltre, nel dicembre 2021, il Dipartimento di Stato americano aveva messo su di lui una taglia da 5 milioni di dollari, sostenendo che «i fratelli Guzman Lopez stanno attualmente supervisionando circa undici laboratori di metanfetamine nello Stato di Sinaloa, producendo circa 3.000-5.000 libbre di metanfetamine al mese».
«Questo è un duro colpo per il cartello di Sinaloa e una grande vittoria per lo Stato di diritto. Tuttavia, non ostacolerà il flusso di droga negli Usa», ha detto l’ex capo delle operazioni internazionali della Dea, Mike Vigil, auspicando che Washington richieda celermente l’estradizione di Guzman. Era gennaio 2017, quando suo padre fu estradato negli Stati Uniti, dove è poi stato condannato all’ergastolo nel 2019: attualmente è rinchiuso nell’Adx Florence, penitenziario di massima sicurezza situato in Colorado. Non è d’altronde un mistero che la frontiera meridionale degli Usa sia ogni anno letteralmente inondata dalla droga dei cartelli messicani.
Nbc News ha riferito che la pressione su El Raton è aumentata ultimamente a causa dell’incremento del traffico di fentanil: oppioide sintetico che ha prodotto un record di overdose negli Usa negli ultimi anni. La stessa testata giornalistica ha riportato che, secondo la Dea, proprio il cartello di Sinaloa risulterebbe il principale responsabile dei fiumi di fentanil entrati in territorio americano. È in questo quadro che Washington aveva esercitato pressioni su Città del Messico, affinché si impegnasse maggiormente nel contrasto ai signori della droga. Senza dimenticare gli aspetti internazionali. Alcuni componenti usati dai narcos per il fentanil sono infatti provenienti dalla Repubblica popolare cinese: un fattore che ha contribuito, già ai tempi dell’amministrazione Trump, a peggiorare i rapporti tra Washington e Pechino.
McCarthy speaker: meta più vicina
Stati Uniti: è possibile che lo stallo alla Camera dei rappresentanti sia in via di superamento? Ieri sera, quando La Verità è andata in stampa, il deputato repubblicano, Kevin McCarthy, non era ancora riuscito, dopo ben 12 votazioni complessive, a conquistare la poltrona di Speaker. Tuttavia, rispetto ai giorni precedenti, la pattuglia dei suoi oppositori interni si era notevolmente assottigliata (i riottosi erano infatti passati da 21 a sette): segno che le trattative in corso potrebbero essere in procinto di sbloccare la situazione. In particolare, al primo scrutinio di ieri, McCarthy si era fermato a 213 voti: non poi così lontano dalla fatidica soglia dei 218 necessari per ottenere la presidenza.
Al momento in cui scriviamo, l’osso più duro rimasto in campo è il deputato repubblicano Matt Gaetz: capofila dei frondisti e mosso da sentimenti energicamente antiestablishment, si tratta di un profilo che, nonostante la sua conclamata fede trumpista, non si è lasciato smuovere neppure dallo stesso Donald Trump che, tre giorni fa, aveva rinnovato il proprio endorsement a McCarthy. La scommessa dell’establishment repubblicano è che Gaetz veda progressivamente affievolire la propria influenza sulla pattuglia dei ribelli. Bisognerà tuttavia capire se l’ala più dura di questo gruppo alla fine cederà, decidendosi a sostenere McCarthy: un McCarthy che, se votano tutti i deputati, può permettersi un massimo di quattro defezioni repubblicane, per arrivare ad essere eletto Speaker. Il suo problema continua quindi a rivelarsi la maggioranza eccessivamente risicata, conquistata dall’Elefantino alle ultime elezioni di metà mandato.
Indipendentemente da come si concluderà lo stallo alla Camera, quanto accaduto sta già pesando negativamente sul Partito repubblicano, rafforzando indirettamente Joe Biden: d’altronde, erano 164 anni che l’elezione di uno Speaker non si trascinava così a lungo. Un autentico regalo al presidente americano, a cui tuttavia i grattacapi non mancano: a partire dalla spinosissima questione migratoria. La pressione alla frontiera meridionale degli Stati Uniti continua a rivelarsi significativa. In questo quadro, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato giovedì un piano per accogliere fino a 30.000 immigrati al mese da Cuba, Haiti, Nicaragua e Venezuela: un piano che, secondo la Cnn, si accompagnerebbe a una strategia «per espellere quanti più migranti provenienti da quei Paesi che eludono le leggi statunitensi».
«No, non limitatevi a presentarvi al confine. Restate dove siete e fate domanda legalmente da lì», ha detto Biden, rivolgendosi ai migranti: un Biden che visiterà domani, per la prima volta da quando è in carica, la frontiera meridionale. Insomma, il presidente americano si è improvvisamente accorto della crisi migratoria al confine. Una crisi che ha sempre rappresentato la sua principale spina nel fianco. Senza dimenticare il fallimento di Kamala Harris che, a marzo 2021, era stata incaricata dall’inquilino della Casa Bianca di risolvere la questione per via diplomatica con i Paesi dell’America centrale. E invece non solo la crisi è peggiorata (lo scorso anno fiscale si è chiuso col record di arrivi di immigrati clandestini), ma negli ultimi mesi Washington ha anche perso influenza sull’America latina a vantaggio di Cina e Russia. Eppure, nonostante questi oggettivi problemi, Biden sta riuscendo politicamente a destreggiarsi proprio in forza del caos politico, scatenato dai repubblicani alla Camera. O l’Elefantino si affretta quindi a sbloccare lo stallo oppure continuerà a dare assist alla Casa Bianca, compromettendo così le proprie chance di vincere le elezioni presidenziali del prossimo anno. E così i democratici, divisi e con poche idee, puntano tutto sul testacoda di un Gop sempre più vicino al suicidio politico.
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Scene di guerra a Culiacan. Dopo la cattura di Ovidio Guzman il cartello della droga blocca le vie e circonda l’aeroporto: oltre 30 morti negli scontri e 100 voli cancellati. Il blitz sembra un regalo a Joe Biden, in arrivo lunedì.Kevin McCarthy speaker: meta più vicina. Dopo 12 votazioni, il candidato repubblicano non riesce a conquistare la poltrona. La distanza però si riduce: mancano cinque voti. Lo stallo comunque favorisce i dem. Lo speciale comprende due articoli.Duro colpo ai cartelli della droga messicana. Nel corso di un’operazione, giovedì mattina le forze militari messicane hanno arrestato Ovidio Guzman Lopez. Soprannominato El Raton, il figlio trentaduenne del famigerato signore dei narcos, Joaquin Guzman, detto El Chapo. I fatti si sono verificati nella città di Culiacan: capoluogo di una vera e propria roccaforte dei narcotrafficanti, che è lo Stato di Sinaloa. In particolare, la Guardia nazionale messicana ha circondato il quartiere cittadino Jesus Maria, dov’era stato individuato Guzman. Stando a quanto riferito dal segretario alla Difesa messicano Luis Cresencio Sandoval, l’arresto è avvenuto dopo un serrato scontro a fuoco tra militari e narcos. È anche per questo che giovedì le autorità avevano esortato i cittadini a rimanere nelle proprie abitazioni. Sempre secondo Sandoval, i narcotrafficanti avevano anche istituito diciannove posti di blocco all’aeroporto di Culiacan e nei vari punti di accesso della città. Ciononostante l’aviazione militare messicana è riuscita a trasportare Guzman a Città del Messico, dove è stato condotto negli uffici del procuratore speciale per la criminalità organizzata. Nel corso dell’operazione di arresto, secondo la Bbc, hanno perso la vita dieci militari e 19 sospetti.I narcos hanno compiuto atti di vera e propria guerriglia: oltre ai posti di blocco, si sono mossi armati fino ai denti in colonne di suv. Vari quartieri della città sono stati messi a ferro e fuoco, mentre gli scontri con le forze messicane sono proseguiti. I trafficanti hanno anche sparato contro aerei militari e velivoli civili (due dei quali hanno dovuto interrompereil decollo, mentre i passeggeri si buttavano a terra in preda al panico). Non solo: violenti disordini sono scoppiati nelle ore successive all’arresto di Guzman. Secondo il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha Moya, sarebbero morti almeno sette membri delle forze di sicurezza. In questo caos, sono oltre 100 i voli cancellati in tre aeroporti di Sinaloa. Sarebbe stato anche effettuato un tentativo di evasione dal penitenziario statale, mentre gli episodi di violenza si sarebbero estesi anche ad alcuni comuni limitrofi. L’operazione che ha portato alla cattura di Guzman è l’esito di un lavoro durato circa sei mesi. Ricordiamo che il figlio di El Chapo era già stato catturato dalle forze messicane nell’ottobre 2019. Era tuttavia stato rilasciato quasi immediatamente, dopo che i narcos - pesantemente armati - avevano preso di fatto il controllo di Culiacan, minacciando di compiere delle stragi. Una circostanza che gettò il governo messicano nell’imbarazzo. I media d’oltreatlantico hanno sottolineato che l’arresto di giovedì scorso è avvenuto a pochi giorni dall’arrivo in Messico - previsto per lunedì - del presidente americano, Joe Biden, che prenderà parte al decimo vertice dei leader dell’America settentrionale, insieme all’omologo messicano, Manuel Lopez Obrador, e al premier canadese, Justin Trudeau. Vale a tal proposito la pena ricordare che gli Stati Uniti erano alla ricerca di Ovidio Guzman almeno dal 2008. Inoltre, nel dicembre 2021, il Dipartimento di Stato americano aveva messo su di lui una taglia da 5 milioni di dollari, sostenendo che «i fratelli Guzman Lopez stanno attualmente supervisionando circa undici laboratori di metanfetamine nello Stato di Sinaloa, producendo circa 3.000-5.000 libbre di metanfetamine al mese».«Questo è un duro colpo per il cartello di Sinaloa e una grande vittoria per lo Stato di diritto. Tuttavia, non ostacolerà il flusso di droga negli Usa», ha detto l’ex capo delle operazioni internazionali della Dea, Mike Vigil, auspicando che Washington richieda celermente l’estradizione di Guzman. Era gennaio 2017, quando suo padre fu estradato negli Stati Uniti, dove è poi stato condannato all’ergastolo nel 2019: attualmente è rinchiuso nell’Adx Florence, penitenziario di massima sicurezza situato in Colorado. Non è d’altronde un mistero che la frontiera meridionale degli Usa sia ogni anno letteralmente inondata dalla droga dei cartelli messicani. Nbc News ha riferito che la pressione su El Raton è aumentata ultimamente a causa dell’incremento del traffico di fentanil: oppioide sintetico che ha prodotto un record di overdose negli Usa negli ultimi anni. La stessa testata giornalistica ha riportato che, secondo la Dea, proprio il cartello di Sinaloa risulterebbe il principale responsabile dei fiumi di fentanil entrati in territorio americano. È in questo quadro che Washington aveva esercitato pressioni su Città del Messico, affinché si impegnasse maggiormente nel contrasto ai signori della droga. Senza dimenticare gli aspetti internazionali. Alcuni componenti usati dai narcos per il fentanil sono infatti provenienti dalla Repubblica popolare cinese: un fattore che ha contribuito, già ai tempi dell’amministrazione Trump, a peggiorare i rapporti tra Washington e Pechino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-messico-arresta-il-figlio-del-chapo-e-i-narcos-scatenano-linferno-in-citta-2659081494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mccarthy-speaker-meta-piu-vicina" data-post-id="2659081494" data-published-at="1673037133" data-use-pagination="False"> McCarthy speaker: meta più vicina Stati Uniti: è possibile che lo stallo alla Camera dei rappresentanti sia in via di superamento? Ieri sera, quando La Verità è andata in stampa, il deputato repubblicano, Kevin McCarthy, non era ancora riuscito, dopo ben 12 votazioni complessive, a conquistare la poltrona di Speaker. Tuttavia, rispetto ai giorni precedenti, la pattuglia dei suoi oppositori interni si era notevolmente assottigliata (i riottosi erano infatti passati da 21 a sette): segno che le trattative in corso potrebbero essere in procinto di sbloccare la situazione. In particolare, al primo scrutinio di ieri, McCarthy si era fermato a 213 voti: non poi così lontano dalla fatidica soglia dei 218 necessari per ottenere la presidenza. Al momento in cui scriviamo, l’osso più duro rimasto in campo è il deputato repubblicano Matt Gaetz: capofila dei frondisti e mosso da sentimenti energicamente antiestablishment, si tratta di un profilo che, nonostante la sua conclamata fede trumpista, non si è lasciato smuovere neppure dallo stesso Donald Trump che, tre giorni fa, aveva rinnovato il proprio endorsement a McCarthy. La scommessa dell’establishment repubblicano è che Gaetz veda progressivamente affievolire la propria influenza sulla pattuglia dei ribelli. Bisognerà tuttavia capire se l’ala più dura di questo gruppo alla fine cederà, decidendosi a sostenere McCarthy: un McCarthy che, se votano tutti i deputati, può permettersi un massimo di quattro defezioni repubblicane, per arrivare ad essere eletto Speaker. Il suo problema continua quindi a rivelarsi la maggioranza eccessivamente risicata, conquistata dall’Elefantino alle ultime elezioni di metà mandato. Indipendentemente da come si concluderà lo stallo alla Camera, quanto accaduto sta già pesando negativamente sul Partito repubblicano, rafforzando indirettamente Joe Biden: d’altronde, erano 164 anni che l’elezione di uno Speaker non si trascinava così a lungo. Un autentico regalo al presidente americano, a cui tuttavia i grattacapi non mancano: a partire dalla spinosissima questione migratoria. La pressione alla frontiera meridionale degli Stati Uniti continua a rivelarsi significativa. In questo quadro, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato giovedì un piano per accogliere fino a 30.000 immigrati al mese da Cuba, Haiti, Nicaragua e Venezuela: un piano che, secondo la Cnn, si accompagnerebbe a una strategia «per espellere quanti più migranti provenienti da quei Paesi che eludono le leggi statunitensi». «No, non limitatevi a presentarvi al confine. Restate dove siete e fate domanda legalmente da lì», ha detto Biden, rivolgendosi ai migranti: un Biden che visiterà domani, per la prima volta da quando è in carica, la frontiera meridionale. Insomma, il presidente americano si è improvvisamente accorto della crisi migratoria al confine. Una crisi che ha sempre rappresentato la sua principale spina nel fianco. Senza dimenticare il fallimento di Kamala Harris che, a marzo 2021, era stata incaricata dall’inquilino della Casa Bianca di risolvere la questione per via diplomatica con i Paesi dell’America centrale. E invece non solo la crisi è peggiorata (lo scorso anno fiscale si è chiuso col record di arrivi di immigrati clandestini), ma negli ultimi mesi Washington ha anche perso influenza sull’America latina a vantaggio di Cina e Russia. Eppure, nonostante questi oggettivi problemi, Biden sta riuscendo politicamente a destreggiarsi proprio in forza del caos politico, scatenato dai repubblicani alla Camera. O l’Elefantino si affretta quindi a sbloccare lo stallo oppure continuerà a dare assist alla Casa Bianca, compromettendo così le proprie chance di vincere le elezioni presidenziali del prossimo anno. E così i democratici, divisi e con poche idee, puntano tutto sul testacoda di un Gop sempre più vicino al suicidio politico.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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