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2021-10-08
Il M5s sta con la Lega. Battaglia in Aula contro la stangata
Matteo Salvini (Ansa)
Si allarga il fronte della protesta contro la possibilità di aumentare le tasse sulla casa inserita nella delega fiscale, attraverso la riforma del catasto. Quella che sembrava, all'interno della maggioranza, una battaglia condotta solo da Matteo Salvini, etichettata frettolosamente e strumentalmente come propaganda, arma di distrazione, diversivo, vede ora anche altri partiti ammettere che la stangata è effettivamente dietro l'angolo. Non è un caso che anche il M5s esca allo scoperto criticando aspramente la delega, anche se i ministri pentastellati, a differenza di quelli della Lega, l'hanno approvata in Consiglio dei ministri senza battere ciglio: «Vorremmo ricordare al ministro dell'Economia, Daniele Franco», attacca Emiliano Fenu, capogruppo del M5s nella commissione Finanze del Senato, «che all'interno della Nadef lui stesso ha scritto testualmente che “le costruzioni si mantengono su un sentiero di crescita robusto: il livello dell'attività resta ampiamente al di sopra dei livelli pre-crisi, +6,1% rispetto a febbraio 2020, e gli indicatori congiunturali tracciano segnali positivi per i prossimi mesi". In più», ricorda Fenu, «ha scritto che “gli incrementi del Pil che stiamo registrando riflettono già alcuni incentivi all'innovazione e all'efficientamento energetico finanziati dal Pnrr, ma non ne incorporano ancora il forte impulso agli investimenti pubblici, peraltro già in notevole crescita". Se ne deduce che il ministro Franco dovrebbe essere perfettamente consapevole della necessità non solo di prorogare il superbonus 110% al 2023, ma anche di tenere sempre aperta in futuro una finestra per sfruttare l'agevolazione, visti gli incredibili risultati che permetteranno alla stessa misura di ripagarsi. Dopo tutto quello che abbiamo fatto per il settore immobiliare, non possiamo permetterci di lanciare segnali equivoci, come si rischia anche di fare con il riferimento al catasto nella delega fiscale. Inutile nasconderci», sottolinea Fenu, «che le raccomandazioni Ue, da anni, chiedono all'Italia di abbassare le tasse sul lavoro compensando il minor gettito con la revisione delle rendite catastali, cioè con un aumento delle tasse sulla casa. Ma l'Ue, a maggior ragione in questa fase, sbaglia di grosso l'obiettivo. Peraltro in Italia la casa, anche la seconda casa, è il frutto dei risparmi proprio da lavoro», conclude Fenu, «è spesso il bene rifugio di pensionati che tutto sono fuorché detentori di fortune patrimoniali».
Sembra di leggere le parole di Salvini: la presa di posizione del M5s potrebbe tradursi, a quanto risulta alla Verità, in una azione parlamentare volta a cancellare dal testo della legge delega il riferimento al catasto. In questa direzione, sarebbero costanti i contatti tra leghisti e pentastellati, alla ricerca di un modo per raggiungere questo obiettivo. Dal punto di vista politico, intanto, le parole di Fenu finiscono per ampliare a dismisura il fronte parlamentare contrario ad approvare la delega fiscale così come partorita dal Consiglio dei ministri, e per spingere nell'angolo Pd e Forza Italia, che ora corrono il serio rischio di apparire come i paladini dell'aumento delle tasse sulla casa.
Ecco perché, nel giro di 24 ore, i toni di Forza Italia cambiano completamente, passando dal «questa riforma non potrà mai portare a un aumento delle tasse» a parole molto diverse: «Se si alzano le tasse», dice a La7 il sottosegretario alla Difesa e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, «si alza Forza Italia dal governo. La nostra linea è chiara: non esiste un'ipotesi di aumento della pressione fiscale. Lo ribadisco, siamo l'antifurto fiscale della casa degli italiani». Da «le tasse non aumentano» a «se le tasse aumentano usciamo dal governo» c'è tutta la differenza del mondo. Dunque, piano piano, uno dopo l'altro, i partiti di maggioranza si accodano a Salvini, dimenticando tutte le accuse che erano state rivolte al leader del Carroccio in seguito alla decisione di non far presentare i ministri leghisti in Cdm al momento dell'approvazione della delega sul fisco.
A difendere la possibilità di aumentare le tasse sulla casa resta quindi, manco a dirlo, solo il Pd: «Le destre», sottolinea il capogruppo dem in commissione Finanze alla Camera, Gian Mario Fragomeli, «devono scegliere: vogliono stare con la parte d'Italia che è ferma o quella che investe per la crescita del Paese? Da questo punto di vista, la riforma del catasto è un'opportunità. Oggi, infatti, solo le imprese che mettono in atto un investimento produttivo, come ad esempio la realizzazione o la ristrutturazione di un capannone, sono obbligate agli aggiornamenti catastali. Chi invece non si muove oppure chi resta nell'abusivismo», aggiunge Fragomeli, «non ha alcun interesse a una fotografia dell'esistente immobiliare. L'aggiornamento del catasto, dunque, ribadiamo a parità di gettito, è un'opportunità per chi investe, per chi fa impresa e, allo stesso tempo, pagando tutti permetterebbe per tutti prelievi fiscali minori».
«Un effetto valanga sul mercato»
Sulla riforma del catasto la Lega tiene il punto, chiedendo lo stralcio dalla delega della parte relativa alla revisione degli estimi catastali. Ma cosa cambierebbe in concreto per i proprietari di casa e per il mercato degli immobili residenziali se questa revisione andasse a regime come previsto? Su questo tema diversi osservatori del settore, da Scenari immobiliari a Gabetti Patrigest, fino a Rina Prime, hanno preferito al momento non commentare. «Di sicuro ci sarà una conoscenza maggiore dell'effettiva presenza di immobili non noti al catasto, i cosiddetti “immobili fantasma", che si stima siano più di un milione in Italia», spiega alla Verità Andrea Polo, direttore comunicazione di Facile.it. «Ciò premesso, l'eventuale aumento delle rendite catastali avrebbe un effetto a catena su diverse tasse legate alle compravendite immobiliari. Come ad esempio l'imposta di registro, che è proporzionale al valore catastale: è pari al 2% per le prime case quando si acquista da un privato o da un'azienda che vende in regime di esenzione Iva. L'eventuale aumento della rendita – e quindi del valore catastale – potrebbe significare quindi un aumento dell'imposta di registro, e di conseguenza un allungamento dei tempi della compravendita: l'acquirente, trovandosi di fronte a una spesa maggiore del previsto, potrebbe aver bisogno di più tempo per perfezionare l'acquisto». Le cose si complicherebbero per le seconde case. «Sempre nel caso di acquisti da privati o da aziende in regime di esenzione Iva, per le seconde case l'imposta di registro è pari al 9% del valore catastale: il rischio stangata è dietro l'angolo», osserva Polo.
«In una delle nostre simulazioni abbiamo preso a esempio la compravendita di una seconda casa per un prezzo di 150.000 euro e una rendita catastale di 660 euro: attualmente l'imposta di registro è di circa 7500 euro, ma se aumentasse la rendita l'acquirente si potrebbe trovare a pagare più di 10.000 euro solo di imposta di registro. Questo potrebbe essere un forte deterrente», ragiona Polo. Il mercato delle abitazioni diverse dalla principale sta conoscendo una buona ripresa: «Da una nostra simulazione, nel primo trimestre del 2021 il peso delle richieste di mutuo per le seconde case è aumentato del 6% rispetto al primo trimestre 2020: queste domande sono ora il 7,5% del totale. Un andamento dovuto in parte all'effetto smartworking, ma anche al rientro in presenza degli studenti universitari, che ha spinto la domanda di abitazioni da acquistare per metterle a reddito, specie nelle grandi città». Il mercato, secondo Polo, «potrebbe essere impattato in maniera importante, anche perché sulle seconde case c'è da pagare l'Imu, che viene anch'essa calcolata in base alla rendita catastale». Non solo: «La rendita catastale influisce anche sul calcolo dell'Isee. Un aumento della rendita significherebbe un incremento dell'Isee anche per i proprietari di prima casa, con una serie di conseguenze: all'Isee sono infatti legati provvedimenti come il bonus sociale energia per lo sconto in bolletta per le famiglie bisognose, oltre al calcolo del costo di servizi come le rette per gli asili, le mense scolastiche, le Rsa per gli anziani. E anche l'accesso al fondo di garanzia per i mutui prima casa si può richiedere solo se l'aspirante mutuatario ha un Isee che non supera i 40.000 euro».
Senza dimenticare le imposte sulla successione, che «al momento sono appunto calcolate sulla base della rendita catastale dell'immobile che si sta ereditando», aggiunge Polo. Allo stato attuale dei fatti e senza aggiustamenti ulteriori, un intervento sulle rendite catastali avrebbe quindi una serie di conseguenze a catena, che potrebbero influenzare pesantemente la storica propensione degli italiani agli investimenti immobiliari.
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I due partiti al lavoro sugli emendamenti. Fi resta a guardare. I dem continuano a difendere la riforma: è una opportunità.Andrea Polo (Facile.it): «Cresceranno le imposte di registro sulle seconde abitazioni. Le modifiche all'Isee delle famiglie potrebbero far perdere alcune agevolazioni».Lo speciale contiene due articoli.Si allarga il fronte della protesta contro la possibilità di aumentare le tasse sulla casa inserita nella delega fiscale, attraverso la riforma del catasto. Quella che sembrava, all'interno della maggioranza, una battaglia condotta solo da Matteo Salvini, etichettata frettolosamente e strumentalmente come propaganda, arma di distrazione, diversivo, vede ora anche altri partiti ammettere che la stangata è effettivamente dietro l'angolo. Non è un caso che anche il M5s esca allo scoperto criticando aspramente la delega, anche se i ministri pentastellati, a differenza di quelli della Lega, l'hanno approvata in Consiglio dei ministri senza battere ciglio: «Vorremmo ricordare al ministro dell'Economia, Daniele Franco», attacca Emiliano Fenu, capogruppo del M5s nella commissione Finanze del Senato, «che all'interno della Nadef lui stesso ha scritto testualmente che “le costruzioni si mantengono su un sentiero di crescita robusto: il livello dell'attività resta ampiamente al di sopra dei livelli pre-crisi, +6,1% rispetto a febbraio 2020, e gli indicatori congiunturali tracciano segnali positivi per i prossimi mesi". In più», ricorda Fenu, «ha scritto che “gli incrementi del Pil che stiamo registrando riflettono già alcuni incentivi all'innovazione e all'efficientamento energetico finanziati dal Pnrr, ma non ne incorporano ancora il forte impulso agli investimenti pubblici, peraltro già in notevole crescita". Se ne deduce che il ministro Franco dovrebbe essere perfettamente consapevole della necessità non solo di prorogare il superbonus 110% al 2023, ma anche di tenere sempre aperta in futuro una finestra per sfruttare l'agevolazione, visti gli incredibili risultati che permetteranno alla stessa misura di ripagarsi. Dopo tutto quello che abbiamo fatto per il settore immobiliare, non possiamo permetterci di lanciare segnali equivoci, come si rischia anche di fare con il riferimento al catasto nella delega fiscale. Inutile nasconderci», sottolinea Fenu, «che le raccomandazioni Ue, da anni, chiedono all'Italia di abbassare le tasse sul lavoro compensando il minor gettito con la revisione delle rendite catastali, cioè con un aumento delle tasse sulla casa. Ma l'Ue, a maggior ragione in questa fase, sbaglia di grosso l'obiettivo. Peraltro in Italia la casa, anche la seconda casa, è il frutto dei risparmi proprio da lavoro», conclude Fenu, «è spesso il bene rifugio di pensionati che tutto sono fuorché detentori di fortune patrimoniali».Sembra di leggere le parole di Salvini: la presa di posizione del M5s potrebbe tradursi, a quanto risulta alla Verità, in una azione parlamentare volta a cancellare dal testo della legge delega il riferimento al catasto. In questa direzione, sarebbero costanti i contatti tra leghisti e pentastellati, alla ricerca di un modo per raggiungere questo obiettivo. Dal punto di vista politico, intanto, le parole di Fenu finiscono per ampliare a dismisura il fronte parlamentare contrario ad approvare la delega fiscale così come partorita dal Consiglio dei ministri, e per spingere nell'angolo Pd e Forza Italia, che ora corrono il serio rischio di apparire come i paladini dell'aumento delle tasse sulla casa.Ecco perché, nel giro di 24 ore, i toni di Forza Italia cambiano completamente, passando dal «questa riforma non potrà mai portare a un aumento delle tasse» a parole molto diverse: «Se si alzano le tasse», dice a La7 il sottosegretario alla Difesa e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, «si alza Forza Italia dal governo. La nostra linea è chiara: non esiste un'ipotesi di aumento della pressione fiscale. Lo ribadisco, siamo l'antifurto fiscale della casa degli italiani». Da «le tasse non aumentano» a «se le tasse aumentano usciamo dal governo» c'è tutta la differenza del mondo. Dunque, piano piano, uno dopo l'altro, i partiti di maggioranza si accodano a Salvini, dimenticando tutte le accuse che erano state rivolte al leader del Carroccio in seguito alla decisione di non far presentare i ministri leghisti in Cdm al momento dell'approvazione della delega sul fisco. A difendere la possibilità di aumentare le tasse sulla casa resta quindi, manco a dirlo, solo il Pd: «Le destre», sottolinea il capogruppo dem in commissione Finanze alla Camera, Gian Mario Fragomeli, «devono scegliere: vogliono stare con la parte d'Italia che è ferma o quella che investe per la crescita del Paese? Da questo punto di vista, la riforma del catasto è un'opportunità. Oggi, infatti, solo le imprese che mettono in atto un investimento produttivo, come ad esempio la realizzazione o la ristrutturazione di un capannone, sono obbligate agli aggiornamenti catastali. Chi invece non si muove oppure chi resta nell'abusivismo», aggiunge Fragomeli, «non ha alcun interesse a una fotografia dell'esistente immobiliare. L'aggiornamento del catasto, dunque, ribadiamo a parità di gettito, è un'opportunità per chi investe, per chi fa impresa e, allo stesso tempo, pagando tutti permetterebbe per tutti prelievi fiscali minori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-m5s-sta-con-la-lega-battaglia-in-aula-contro-la-stangata-2655249510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-effetto-valanga-sul-mercato" data-post-id="2655249510" data-published-at="1633632678" data-use-pagination="False"> «Un effetto valanga sul mercato» Sulla riforma del catasto la Lega tiene il punto, chiedendo lo stralcio dalla delega della parte relativa alla revisione degli estimi catastali. Ma cosa cambierebbe in concreto per i proprietari di casa e per il mercato degli immobili residenziali se questa revisione andasse a regime come previsto? Su questo tema diversi osservatori del settore, da Scenari immobiliari a Gabetti Patrigest, fino a Rina Prime, hanno preferito al momento non commentare. «Di sicuro ci sarà una conoscenza maggiore dell'effettiva presenza di immobili non noti al catasto, i cosiddetti “immobili fantasma", che si stima siano più di un milione in Italia», spiega alla Verità Andrea Polo, direttore comunicazione di Facile.it. «Ciò premesso, l'eventuale aumento delle rendite catastali avrebbe un effetto a catena su diverse tasse legate alle compravendite immobiliari. Come ad esempio l'imposta di registro, che è proporzionale al valore catastale: è pari al 2% per le prime case quando si acquista da un privato o da un'azienda che vende in regime di esenzione Iva. L'eventuale aumento della rendita – e quindi del valore catastale – potrebbe significare quindi un aumento dell'imposta di registro, e di conseguenza un allungamento dei tempi della compravendita: l'acquirente, trovandosi di fronte a una spesa maggiore del previsto, potrebbe aver bisogno di più tempo per perfezionare l'acquisto». Le cose si complicherebbero per le seconde case. «Sempre nel caso di acquisti da privati o da aziende in regime di esenzione Iva, per le seconde case l'imposta di registro è pari al 9% del valore catastale: il rischio stangata è dietro l'angolo», osserva Polo. «In una delle nostre simulazioni abbiamo preso a esempio la compravendita di una seconda casa per un prezzo di 150.000 euro e una rendita catastale di 660 euro: attualmente l'imposta di registro è di circa 7500 euro, ma se aumentasse la rendita l'acquirente si potrebbe trovare a pagare più di 10.000 euro solo di imposta di registro. Questo potrebbe essere un forte deterrente», ragiona Polo. Il mercato delle abitazioni diverse dalla principale sta conoscendo una buona ripresa: «Da una nostra simulazione, nel primo trimestre del 2021 il peso delle richieste di mutuo per le seconde case è aumentato del 6% rispetto al primo trimestre 2020: queste domande sono ora il 7,5% del totale. Un andamento dovuto in parte all'effetto smartworking, ma anche al rientro in presenza degli studenti universitari, che ha spinto la domanda di abitazioni da acquistare per metterle a reddito, specie nelle grandi città». Il mercato, secondo Polo, «potrebbe essere impattato in maniera importante, anche perché sulle seconde case c'è da pagare l'Imu, che viene anch'essa calcolata in base alla rendita catastale». Non solo: «La rendita catastale influisce anche sul calcolo dell'Isee. Un aumento della rendita significherebbe un incremento dell'Isee anche per i proprietari di prima casa, con una serie di conseguenze: all'Isee sono infatti legati provvedimenti come il bonus sociale energia per lo sconto in bolletta per le famiglie bisognose, oltre al calcolo del costo di servizi come le rette per gli asili, le mense scolastiche, le Rsa per gli anziani. E anche l'accesso al fondo di garanzia per i mutui prima casa si può richiedere solo se l'aspirante mutuatario ha un Isee che non supera i 40.000 euro». Senza dimenticare le imposte sulla successione, che «al momento sono appunto calcolate sulla base della rendita catastale dell'immobile che si sta ereditando», aggiunge Polo. Allo stato attuale dei fatti e senza aggiustamenti ulteriori, un intervento sulle rendite catastali avrebbe quindi una serie di conseguenze a catena, che potrebbero influenzare pesantemente la storica propensione degli italiani agli investimenti immobiliari.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella del Pd è una risoluzione corposa, suddivisa in sette temi principali e 26 impegni chiesti al governo. I dem chiedono all’esecutivo di «scegliere senza esitazioni e ambiguità, di fronte alle minacce globali e alle sfide continue rappresentate dall’amministrazione americana, l’interesse europeo, all’interno del quale si promuove e realizza il nostro interesse nazionale, collocando l’Italia sulla frontiera più avanzata dell’integrazione contro le spinte disgregatrici, le interferenze esterne e i ripiegamenti nazionalisti». Sulla crisi iraniana, l’impegno chiesto è quello di «assumere, in ogni sede bilaterale e multilaterale, ogni iniziativa utile e urgente volta a fermare le azioni militari in corso».
Quattro le mozioni presentate dalle opposizioni: una del Pd, una del M5s, una di Avs e una di Azione-Iv-Aut (che alla Camera ha il sostegno anche di +Europa e del Pld). Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha spiegato che alcuni punti delle mozioni presentate dal Terzo polo (firmata anche dal dem Pier Ferdinando Casini) e dal Pd trovano accoglimento della risoluzione di maggioranza. Poi c’è chi va in ordine sparso come il deputato dem Marianna Madia che ha votato «la risoluzione del Pd» e ha firmato pure quella dei tre gruppi centristi, «visto che condivido tutto il testo e penso sia un buon impianto in vista del Consiglio europeo e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Il documento punta, tra le altre cose, a «condannare il ruolo destabilizzante dell’Iran in tutta la regione, esprimendo il suo pieno sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà». E a «ribadire l’importanza di salvaguardare l’integrità e la sicurezza delle frontiere terrestri, aeree e marittime dell’Unione europea, e ad assicurare che esse siano efficacemente protette».
Non manca il tempo per le scenette: il M5s ha regalato simbolicamente cappellini rossi in stile Maga, ma con la scritta «No alla guerra» al premier, con il fine di ironizzare sulla sintonia del capo dell’esecutivo con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È successo a Palazzo Madama al termine della dichiarazione di voto del capogruppo del M5s, Luca Pirondini e i senatori pentastellati hanno sventolato i berretti.
Ma dal lato delle opposizioni questa volta si siede anche Roberto Vannacci con i suoi. I tre deputati che hanno aderito al movimento fondato dal generale, Futuro nazionale, e iscritti al gruppo Misto, alla Camera hanno votato no sulla risoluzione del centrodestra. Lo ha annunciato Edoardo Ziello, che con Rossano Sasso ed Emanuele Pozzolo si trova critico su alcuni punti della risoluzione di maggioranza, tanto da aver chiesto una votazione per parti separate ma, viene spiegato, la richiesta non sarebbe stata accolta e, dunque, il voto dei tre vannacciani è stato contrario al testo predisposto dal centrodestra. Perché «prima di parlare di Iran e ancor più di Ucraina ci sono gli italiani». I tre deputati invitano così come già fatto dal vicepremier, Matteo Salvini, ad aprire alle offerte del presidente russo, Vladimir Putin, sul gas e il petrolio di Mosca.
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Donald Trump (Ansa)
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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