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2021-10-08
Il M5s sta con la Lega. Battaglia in Aula contro la stangata
Matteo Salvini (Ansa)
Si allarga il fronte della protesta contro la possibilità di aumentare le tasse sulla casa inserita nella delega fiscale, attraverso la riforma del catasto. Quella che sembrava, all'interno della maggioranza, una battaglia condotta solo da Matteo Salvini, etichettata frettolosamente e strumentalmente come propaganda, arma di distrazione, diversivo, vede ora anche altri partiti ammettere che la stangata è effettivamente dietro l'angolo. Non è un caso che anche il M5s esca allo scoperto criticando aspramente la delega, anche se i ministri pentastellati, a differenza di quelli della Lega, l'hanno approvata in Consiglio dei ministri senza battere ciglio: «Vorremmo ricordare al ministro dell'Economia, Daniele Franco», attacca Emiliano Fenu, capogruppo del M5s nella commissione Finanze del Senato, «che all'interno della Nadef lui stesso ha scritto testualmente che “le costruzioni si mantengono su un sentiero di crescita robusto: il livello dell'attività resta ampiamente al di sopra dei livelli pre-crisi, +6,1% rispetto a febbraio 2020, e gli indicatori congiunturali tracciano segnali positivi per i prossimi mesi". In più», ricorda Fenu, «ha scritto che “gli incrementi del Pil che stiamo registrando riflettono già alcuni incentivi all'innovazione e all'efficientamento energetico finanziati dal Pnrr, ma non ne incorporano ancora il forte impulso agli investimenti pubblici, peraltro già in notevole crescita". Se ne deduce che il ministro Franco dovrebbe essere perfettamente consapevole della necessità non solo di prorogare il superbonus 110% al 2023, ma anche di tenere sempre aperta in futuro una finestra per sfruttare l'agevolazione, visti gli incredibili risultati che permetteranno alla stessa misura di ripagarsi. Dopo tutto quello che abbiamo fatto per il settore immobiliare, non possiamo permetterci di lanciare segnali equivoci, come si rischia anche di fare con il riferimento al catasto nella delega fiscale. Inutile nasconderci», sottolinea Fenu, «che le raccomandazioni Ue, da anni, chiedono all'Italia di abbassare le tasse sul lavoro compensando il minor gettito con la revisione delle rendite catastali, cioè con un aumento delle tasse sulla casa. Ma l'Ue, a maggior ragione in questa fase, sbaglia di grosso l'obiettivo. Peraltro in Italia la casa, anche la seconda casa, è il frutto dei risparmi proprio da lavoro», conclude Fenu, «è spesso il bene rifugio di pensionati che tutto sono fuorché detentori di fortune patrimoniali».
Sembra di leggere le parole di Salvini: la presa di posizione del M5s potrebbe tradursi, a quanto risulta alla Verità, in una azione parlamentare volta a cancellare dal testo della legge delega il riferimento al catasto. In questa direzione, sarebbero costanti i contatti tra leghisti e pentastellati, alla ricerca di un modo per raggiungere questo obiettivo. Dal punto di vista politico, intanto, le parole di Fenu finiscono per ampliare a dismisura il fronte parlamentare contrario ad approvare la delega fiscale così come partorita dal Consiglio dei ministri, e per spingere nell'angolo Pd e Forza Italia, che ora corrono il serio rischio di apparire come i paladini dell'aumento delle tasse sulla casa.
Ecco perché, nel giro di 24 ore, i toni di Forza Italia cambiano completamente, passando dal «questa riforma non potrà mai portare a un aumento delle tasse» a parole molto diverse: «Se si alzano le tasse», dice a La7 il sottosegretario alla Difesa e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, «si alza Forza Italia dal governo. La nostra linea è chiara: non esiste un'ipotesi di aumento della pressione fiscale. Lo ribadisco, siamo l'antifurto fiscale della casa degli italiani». Da «le tasse non aumentano» a «se le tasse aumentano usciamo dal governo» c'è tutta la differenza del mondo. Dunque, piano piano, uno dopo l'altro, i partiti di maggioranza si accodano a Salvini, dimenticando tutte le accuse che erano state rivolte al leader del Carroccio in seguito alla decisione di non far presentare i ministri leghisti in Cdm al momento dell'approvazione della delega sul fisco.
A difendere la possibilità di aumentare le tasse sulla casa resta quindi, manco a dirlo, solo il Pd: «Le destre», sottolinea il capogruppo dem in commissione Finanze alla Camera, Gian Mario Fragomeli, «devono scegliere: vogliono stare con la parte d'Italia che è ferma o quella che investe per la crescita del Paese? Da questo punto di vista, la riforma del catasto è un'opportunità. Oggi, infatti, solo le imprese che mettono in atto un investimento produttivo, come ad esempio la realizzazione o la ristrutturazione di un capannone, sono obbligate agli aggiornamenti catastali. Chi invece non si muove oppure chi resta nell'abusivismo», aggiunge Fragomeli, «non ha alcun interesse a una fotografia dell'esistente immobiliare. L'aggiornamento del catasto, dunque, ribadiamo a parità di gettito, è un'opportunità per chi investe, per chi fa impresa e, allo stesso tempo, pagando tutti permetterebbe per tutti prelievi fiscali minori».
«Un effetto valanga sul mercato»
Sulla riforma del catasto la Lega tiene il punto, chiedendo lo stralcio dalla delega della parte relativa alla revisione degli estimi catastali. Ma cosa cambierebbe in concreto per i proprietari di casa e per il mercato degli immobili residenziali se questa revisione andasse a regime come previsto? Su questo tema diversi osservatori del settore, da Scenari immobiliari a Gabetti Patrigest, fino a Rina Prime, hanno preferito al momento non commentare. «Di sicuro ci sarà una conoscenza maggiore dell'effettiva presenza di immobili non noti al catasto, i cosiddetti “immobili fantasma", che si stima siano più di un milione in Italia», spiega alla Verità Andrea Polo, direttore comunicazione di Facile.it. «Ciò premesso, l'eventuale aumento delle rendite catastali avrebbe un effetto a catena su diverse tasse legate alle compravendite immobiliari. Come ad esempio l'imposta di registro, che è proporzionale al valore catastale: è pari al 2% per le prime case quando si acquista da un privato o da un'azienda che vende in regime di esenzione Iva. L'eventuale aumento della rendita – e quindi del valore catastale – potrebbe significare quindi un aumento dell'imposta di registro, e di conseguenza un allungamento dei tempi della compravendita: l'acquirente, trovandosi di fronte a una spesa maggiore del previsto, potrebbe aver bisogno di più tempo per perfezionare l'acquisto». Le cose si complicherebbero per le seconde case. «Sempre nel caso di acquisti da privati o da aziende in regime di esenzione Iva, per le seconde case l'imposta di registro è pari al 9% del valore catastale: il rischio stangata è dietro l'angolo», osserva Polo.
«In una delle nostre simulazioni abbiamo preso a esempio la compravendita di una seconda casa per un prezzo di 150.000 euro e una rendita catastale di 660 euro: attualmente l'imposta di registro è di circa 7500 euro, ma se aumentasse la rendita l'acquirente si potrebbe trovare a pagare più di 10.000 euro solo di imposta di registro. Questo potrebbe essere un forte deterrente», ragiona Polo. Il mercato delle abitazioni diverse dalla principale sta conoscendo una buona ripresa: «Da una nostra simulazione, nel primo trimestre del 2021 il peso delle richieste di mutuo per le seconde case è aumentato del 6% rispetto al primo trimestre 2020: queste domande sono ora il 7,5% del totale. Un andamento dovuto in parte all'effetto smartworking, ma anche al rientro in presenza degli studenti universitari, che ha spinto la domanda di abitazioni da acquistare per metterle a reddito, specie nelle grandi città». Il mercato, secondo Polo, «potrebbe essere impattato in maniera importante, anche perché sulle seconde case c'è da pagare l'Imu, che viene anch'essa calcolata in base alla rendita catastale». Non solo: «La rendita catastale influisce anche sul calcolo dell'Isee. Un aumento della rendita significherebbe un incremento dell'Isee anche per i proprietari di prima casa, con una serie di conseguenze: all'Isee sono infatti legati provvedimenti come il bonus sociale energia per lo sconto in bolletta per le famiglie bisognose, oltre al calcolo del costo di servizi come le rette per gli asili, le mense scolastiche, le Rsa per gli anziani. E anche l'accesso al fondo di garanzia per i mutui prima casa si può richiedere solo se l'aspirante mutuatario ha un Isee che non supera i 40.000 euro».
Senza dimenticare le imposte sulla successione, che «al momento sono appunto calcolate sulla base della rendita catastale dell'immobile che si sta ereditando», aggiunge Polo. Allo stato attuale dei fatti e senza aggiustamenti ulteriori, un intervento sulle rendite catastali avrebbe quindi una serie di conseguenze a catena, che potrebbero influenzare pesantemente la storica propensione degli italiani agli investimenti immobiliari.
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I due partiti al lavoro sugli emendamenti. Fi resta a guardare. I dem continuano a difendere la riforma: è una opportunità.Andrea Polo (Facile.it): «Cresceranno le imposte di registro sulle seconde abitazioni. Le modifiche all'Isee delle famiglie potrebbero far perdere alcune agevolazioni».Lo speciale contiene due articoli.Si allarga il fronte della protesta contro la possibilità di aumentare le tasse sulla casa inserita nella delega fiscale, attraverso la riforma del catasto. Quella che sembrava, all'interno della maggioranza, una battaglia condotta solo da Matteo Salvini, etichettata frettolosamente e strumentalmente come propaganda, arma di distrazione, diversivo, vede ora anche altri partiti ammettere che la stangata è effettivamente dietro l'angolo. Non è un caso che anche il M5s esca allo scoperto criticando aspramente la delega, anche se i ministri pentastellati, a differenza di quelli della Lega, l'hanno approvata in Consiglio dei ministri senza battere ciglio: «Vorremmo ricordare al ministro dell'Economia, Daniele Franco», attacca Emiliano Fenu, capogruppo del M5s nella commissione Finanze del Senato, «che all'interno della Nadef lui stesso ha scritto testualmente che “le costruzioni si mantengono su un sentiero di crescita robusto: il livello dell'attività resta ampiamente al di sopra dei livelli pre-crisi, +6,1% rispetto a febbraio 2020, e gli indicatori congiunturali tracciano segnali positivi per i prossimi mesi". In più», ricorda Fenu, «ha scritto che “gli incrementi del Pil che stiamo registrando riflettono già alcuni incentivi all'innovazione e all'efficientamento energetico finanziati dal Pnrr, ma non ne incorporano ancora il forte impulso agli investimenti pubblici, peraltro già in notevole crescita". Se ne deduce che il ministro Franco dovrebbe essere perfettamente consapevole della necessità non solo di prorogare il superbonus 110% al 2023, ma anche di tenere sempre aperta in futuro una finestra per sfruttare l'agevolazione, visti gli incredibili risultati che permetteranno alla stessa misura di ripagarsi. Dopo tutto quello che abbiamo fatto per il settore immobiliare, non possiamo permetterci di lanciare segnali equivoci, come si rischia anche di fare con il riferimento al catasto nella delega fiscale. Inutile nasconderci», sottolinea Fenu, «che le raccomandazioni Ue, da anni, chiedono all'Italia di abbassare le tasse sul lavoro compensando il minor gettito con la revisione delle rendite catastali, cioè con un aumento delle tasse sulla casa. Ma l'Ue, a maggior ragione in questa fase, sbaglia di grosso l'obiettivo. Peraltro in Italia la casa, anche la seconda casa, è il frutto dei risparmi proprio da lavoro», conclude Fenu, «è spesso il bene rifugio di pensionati che tutto sono fuorché detentori di fortune patrimoniali».Sembra di leggere le parole di Salvini: la presa di posizione del M5s potrebbe tradursi, a quanto risulta alla Verità, in una azione parlamentare volta a cancellare dal testo della legge delega il riferimento al catasto. In questa direzione, sarebbero costanti i contatti tra leghisti e pentastellati, alla ricerca di un modo per raggiungere questo obiettivo. Dal punto di vista politico, intanto, le parole di Fenu finiscono per ampliare a dismisura il fronte parlamentare contrario ad approvare la delega fiscale così come partorita dal Consiglio dei ministri, e per spingere nell'angolo Pd e Forza Italia, che ora corrono il serio rischio di apparire come i paladini dell'aumento delle tasse sulla casa.Ecco perché, nel giro di 24 ore, i toni di Forza Italia cambiano completamente, passando dal «questa riforma non potrà mai portare a un aumento delle tasse» a parole molto diverse: «Se si alzano le tasse», dice a La7 il sottosegretario alla Difesa e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, «si alza Forza Italia dal governo. La nostra linea è chiara: non esiste un'ipotesi di aumento della pressione fiscale. Lo ribadisco, siamo l'antifurto fiscale della casa degli italiani». Da «le tasse non aumentano» a «se le tasse aumentano usciamo dal governo» c'è tutta la differenza del mondo. Dunque, piano piano, uno dopo l'altro, i partiti di maggioranza si accodano a Salvini, dimenticando tutte le accuse che erano state rivolte al leader del Carroccio in seguito alla decisione di non far presentare i ministri leghisti in Cdm al momento dell'approvazione della delega sul fisco. A difendere la possibilità di aumentare le tasse sulla casa resta quindi, manco a dirlo, solo il Pd: «Le destre», sottolinea il capogruppo dem in commissione Finanze alla Camera, Gian Mario Fragomeli, «devono scegliere: vogliono stare con la parte d'Italia che è ferma o quella che investe per la crescita del Paese? Da questo punto di vista, la riforma del catasto è un'opportunità. Oggi, infatti, solo le imprese che mettono in atto un investimento produttivo, come ad esempio la realizzazione o la ristrutturazione di un capannone, sono obbligate agli aggiornamenti catastali. Chi invece non si muove oppure chi resta nell'abusivismo», aggiunge Fragomeli, «non ha alcun interesse a una fotografia dell'esistente immobiliare. L'aggiornamento del catasto, dunque, ribadiamo a parità di gettito, è un'opportunità per chi investe, per chi fa impresa e, allo stesso tempo, pagando tutti permetterebbe per tutti prelievi fiscali minori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-m5s-sta-con-la-lega-battaglia-in-aula-contro-la-stangata-2655249510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-effetto-valanga-sul-mercato" data-post-id="2655249510" data-published-at="1633632678" data-use-pagination="False"> «Un effetto valanga sul mercato» Sulla riforma del catasto la Lega tiene il punto, chiedendo lo stralcio dalla delega della parte relativa alla revisione degli estimi catastali. Ma cosa cambierebbe in concreto per i proprietari di casa e per il mercato degli immobili residenziali se questa revisione andasse a regime come previsto? Su questo tema diversi osservatori del settore, da Scenari immobiliari a Gabetti Patrigest, fino a Rina Prime, hanno preferito al momento non commentare. «Di sicuro ci sarà una conoscenza maggiore dell'effettiva presenza di immobili non noti al catasto, i cosiddetti “immobili fantasma", che si stima siano più di un milione in Italia», spiega alla Verità Andrea Polo, direttore comunicazione di Facile.it. «Ciò premesso, l'eventuale aumento delle rendite catastali avrebbe un effetto a catena su diverse tasse legate alle compravendite immobiliari. Come ad esempio l'imposta di registro, che è proporzionale al valore catastale: è pari al 2% per le prime case quando si acquista da un privato o da un'azienda che vende in regime di esenzione Iva. L'eventuale aumento della rendita – e quindi del valore catastale – potrebbe significare quindi un aumento dell'imposta di registro, e di conseguenza un allungamento dei tempi della compravendita: l'acquirente, trovandosi di fronte a una spesa maggiore del previsto, potrebbe aver bisogno di più tempo per perfezionare l'acquisto». Le cose si complicherebbero per le seconde case. «Sempre nel caso di acquisti da privati o da aziende in regime di esenzione Iva, per le seconde case l'imposta di registro è pari al 9% del valore catastale: il rischio stangata è dietro l'angolo», osserva Polo. «In una delle nostre simulazioni abbiamo preso a esempio la compravendita di una seconda casa per un prezzo di 150.000 euro e una rendita catastale di 660 euro: attualmente l'imposta di registro è di circa 7500 euro, ma se aumentasse la rendita l'acquirente si potrebbe trovare a pagare più di 10.000 euro solo di imposta di registro. Questo potrebbe essere un forte deterrente», ragiona Polo. Il mercato delle abitazioni diverse dalla principale sta conoscendo una buona ripresa: «Da una nostra simulazione, nel primo trimestre del 2021 il peso delle richieste di mutuo per le seconde case è aumentato del 6% rispetto al primo trimestre 2020: queste domande sono ora il 7,5% del totale. Un andamento dovuto in parte all'effetto smartworking, ma anche al rientro in presenza degli studenti universitari, che ha spinto la domanda di abitazioni da acquistare per metterle a reddito, specie nelle grandi città». Il mercato, secondo Polo, «potrebbe essere impattato in maniera importante, anche perché sulle seconde case c'è da pagare l'Imu, che viene anch'essa calcolata in base alla rendita catastale». Non solo: «La rendita catastale influisce anche sul calcolo dell'Isee. Un aumento della rendita significherebbe un incremento dell'Isee anche per i proprietari di prima casa, con una serie di conseguenze: all'Isee sono infatti legati provvedimenti come il bonus sociale energia per lo sconto in bolletta per le famiglie bisognose, oltre al calcolo del costo di servizi come le rette per gli asili, le mense scolastiche, le Rsa per gli anziani. E anche l'accesso al fondo di garanzia per i mutui prima casa si può richiedere solo se l'aspirante mutuatario ha un Isee che non supera i 40.000 euro». Senza dimenticare le imposte sulla successione, che «al momento sono appunto calcolate sulla base della rendita catastale dell'immobile che si sta ereditando», aggiunge Polo. Allo stato attuale dei fatti e senza aggiustamenti ulteriori, un intervento sulle rendite catastali avrebbe quindi una serie di conseguenze a catena, che potrebbero influenzare pesantemente la storica propensione degli italiani agli investimenti immobiliari.
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Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza guida, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime meteorologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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