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2018-08-18
Il governo inizia a stracciare le concessioni
Ansa
Il governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».
«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia».
«Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione».
«Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».
Carlo Tarallo
Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s
Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova».
Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton.
Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto.
Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione».
Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio.
Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero.
Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie.
Rachele Schirle
Mastella chiude il suo ponte Morandi
Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento.
Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure.
Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti.
Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole.
Alessandro Rico
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Dopo gli annunci, è partito l'iter per revocare le convenzioni con il colosso che gestisce il tratto stradale teatro della tragedia. Il premier Giuseppe Conte: «Contestiamo ad Autostrade la grave sciagura». Il ministro Danilo Toninelli: «Hanno 15 giorni per presentarci la loro relazione».Esercito di legali e nuovi portavoce Benetton pronti a sfidare Lega e M5s. Dopo le critiche per la mancanza di tatto davanti alla strage, Autostrade cambia agenzia di comunicazione. L'azienda prepara lo scontro in tribunale: ieri riunione fiume dei manager con un grande pool di avvocati.Clemente Mastella chiude il suo ponte Morandi. A Benevento c'è un viadotto firmato dall'ingegnere padre di quello genovese, edificato nel 1955. Il sindaco dispone una perizia e lo transenna: «Meglio le code che una strage».Lo speciale contiene tre articoliIl governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia». «Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione». «Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esercito-di-legali-e-nuovi-portavoce-benetton-pronti-a-sfidare-lega-e-m5s" data-post-id="2596733640" data-published-at="1774677542" data-use-pagination="False"> Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova». Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton. Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto. Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione». Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio. Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero. Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie. Rachele Schirle <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mastella-chiude-il-suo-ponte-morandi" data-post-id="2596733640" data-published-at="1774677542" data-use-pagination="False"> Mastella chiude il suo ponte Morandi Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento. Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure. Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti. Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole. Alessandro Rico
Giorgia Meloni (Ansa)
Le pulizie di Pasqua non sono finite. Giorgia Meloni vive ore agitate, e con lei governo e maggioranza: la dolorosa defenestrazione di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusy Bartolozzi, cui ha fatto seguito il repentino cambio dello storico capogruppo di Forza Italia al Senato, quasi sicuramente non saranno gli ultimi «movimenti» in seguito alla netta sconfitta incassata dal centrodestra nella campagna referendaria.
La parola «rimpasto» è da sola capace di irritare gli otoliti del premier, sia per la ferma volontà di concludere la legislatura senza nuove formazioni di governo tipiche del costume politico italiano, sia perché - come spiegato anche ieri su queste colonne - ogni passaggio dal Quirinale apre a rischi non calcolabili, come sa molto bene l’alleato leghista, cui brucia ancora la crisi apertasi nel 2019 e conclusa con la piroetta di Giuseppe Conte da guida dell’esecutivo gialloblù a quello giallorosso.
Dunque? In assoluto Giorgia Meloni darebbe volentieri una rinfrescata ad alcuni nomi del governo, e secondo fonti di maggioranza non troverebbe ostacoli da parte di Matteo Salvini. Primo perché al leghista, che in questi giorni ha costantemente sentito il leader di Fdi, non interessano «record» di permanenza al governo; secondo perché non ha mai fatto mistero di puntare al Viminale dopo la conclusione delle vicende giudiziarie; terzo perché un riequilibrio che includa la figura di Luca Zaia, il cui nome non a caso è stato fatto circolare per il Turismo, sarebbe molto gradito in via Bellerio. Più atterrita dalla prospettiva sembra Forza Italia, in fase estremamente complessa dopo il ribaltone Gasparri-Craxi. Nel pomeriggio era girata una terna di nomi di ministri da iscrivere su una sorta di libro nero. Tutti di area Fdi. Telefonate e Whatsapp tra ministeri e ambienti parlamentari. «Tu sai qualcosa?». «A te risulta?». Chissà se quei nomi erano usciti da Chigi o da chi, approfittando del marasma, punta a salire di grado. «Anche tra gli azzurri però ci sono persone che andrebbero sostituite», racconta alla Verità un dirigente di Fratelli d’Italia che ci tiene a rimanere anonimo, vista l’aria che tira. Vera o verosimile la voglia di rimpasto, «c’è però il tema fiducia», aggiunge. «Quando devi passare dal Quirinale e poi ancora dalle Camere, non è detto che tutto fili liscio. C’è chi non vede l’ora di impallinarci. Sono lì apposta», si sfoga ancora l’esponente del partito della Meloni.
Tirate le somme, e considerando i rischi impliciti in ogni passaggio al Colle, al momento il rimescolamento dovrebbe quindi contenersi a un livello leggermente più basso rispetto ai ministeri più pesanti. Primo: la casella lasciata suo malgrado libera dalla Santanchè sarà colmata in tempi brevi, probabilmente prima di Pasqua. A occuparla, secondo persone vicine a Palazzo Chigi, un profilo che salvi gli equilibri interni sia di coalizione (leggasi: uno di Fdi, quindi né Malagò né Zaia) sia di partito (dunque un parlamentare meloniano di lungo corso: in calo profili più «tecnici» come Caramanna e Nembrini). Ma il riordino di subgoverno impatterà invece sulla squadra, meno visibile ma non meno incisiva sui dossier, di viceministri e sottosegretari: sia perché ci sono da sistemare alcune caselle, tra cui quella lasciata libera dal leghista Massimo Bitonci (ora assessore in Veneto) al Mimit, che daranno l’occasione di qualche altra mano di vernice alla compagine dell’esecutivo. Equilibri solo apparentemente minori, che in realtà rifletteranno la volontà del premier di plasmare l’azione di governo verso le politiche ma anche di assorbire negli altri partiti i contraccolpi dei moti in atto.
A testimoniare grande fibrillazione sono i silenzi e il nervosismo di vari parlamentari di tutti i partiti di maggioranza, che paiono davvero a corto di certezze sul futuro prossimo del governo e della legislatura.
Lo schieramento più agitato pare nettamente quello azzurro, dove regna un clima di incertezza dopo l’esplicito e inedito intervento di Marina Berlusconi, di cui molti si chiedono se la profondità di azione sia destinata a ripetersi. Difficile, nel breve periodo, anche se il senso della sostituzione di Maurizio Gasparri interroga tuttora la politica. C’entrano le future tornate di nomine (vedi pezzo qui sotto)? C’entra un riposizionamento del partito non solo come linea ma anche come collocazione nei futuri equilibri? La tenuta della maggioranza è a rischio? Domande che continueranno a rimbalzare e a rendere più agitato il ritorno in pista del premier, chiamato a un rilancio che non si limiti alla legge elettorale ma ridia una prospettiva all’azione della maggioranza di qui alle prossime politiche. Salvo altre sorprese, che da lunedì scorso non possono più essere escluse.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Sullo sfondo ci sono i prossimi appuntamenti economici e politici, e soprattutto la necessità, avvertita da molti, di rilanciare il profilo azzurro per tornare a contare di più nella coalizione.
Il primo dossier è quello delle nomine di primavera. La tornata vale 211 incarichi e riguarda soprattutto i vertici in scadenza di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con sullo sfondo anche il nodo Consob. È una partita che pesa oltre i nomi, perché misura i rapporti di forza nella maggioranza. E per Forza Italia è tanto più importante perché nelle precedenti tornate il partito non è riuscito a farsi valere davvero fino in fondo con Fratelli d’Italia e Lega. Stavolta, invece, gli azzurri vogliono evitare di restare schiacciati tra gli alleati, anche in vista di passaggi politici cruciali, dalle elezioni comunali di Milano nel 2027 alle prossime regionali fino ai futuri equilibri di governo.
In questo quadro Antonio Tajani prova a tenere insieme stabilità e rilancio. Attorno alle prossime nomine si misurerà anche la capacità di Forza Italia di pesare nei dossier che contano: non mancano differenze di vedute sui nomi. Ma il punto più delicato, tra gli azzurri, non riguarda soltanto le caselle o i singoli profili. È piuttosto il diverso accento con cui Marina Berlusconi e Tajani guardano alla fase che si è aperta. Marina continua a non mettere in discussione il segretario e mantiene con lui un rapporto di interlocuzione, anche attraverso Gianni Letta. Eppure, tra gli azzurri cresce l’idea che Giorgio Mulè, valorizzato dalla campagna referendaria, sia oggi uno dei nomi più forti per la nuova guida di Forza Italia.
Dentro questo quadro in ambienti azzurri si colgono anche diverse sfumature tra gli stessi Marina e Pier Silvio Berlusconi. Marina appare più orientata a una linea di raccordo, pur convinta che il partito debba alzare il proprio profilo e accelerare sul rinnovamento. Pier Silvio viene invece descritto da molti come più netto nel giudizio sulla necessità di una discontinuità profonda, quasi di un azzeramento delle vecchie liturgie, come aveva ricordato lui stesso lo scorso dicembre.
Anche la vicenda dei gruppi parlamentari va letta in questa chiave. L’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e l’arrivo di Stefania Craxi hanno segnato un primo passaggio politico: non tanto una sfiducia formale al segretario, quanto il segnale di un partito che chiede di aprire una fase nuova. La scelta di Craxi, per la quale Marina avrebbe «grande stima», ha anche un valore simbolico evidente. Alla Camera, invece, il dossier è più delicato, perché Paolo Barelli rappresenta un punto di equilibrio importante per Tajani ed è anche suo consuocero: colpire lui, osservano in molti, significherebbe colpire anche il segretario. Poi c’è il peso politico del referendum. La vittoria del No non è stata vissuta solo come una sconfitta. Il fatto che la magistratura esca comunque rafforzata da questo passaggio viene osservato con attenzione da una famiglia che ha sempre vissuto il rapporto con la giustizia anche come una questione personale e storica.
Nel frattempo, altri passaggi economici contribuiranno a misurare il clima generale. Tra questi c’è l’appuntamento del 15 aprile su Monte dei Paschi, osservato come un test dei rapporti di forza tra finanza, grandi soci e politica.
Il punto finale, forse, è che Forza Italia avverte il bisogno di una figura capace di interpretare davvero la nuova fase. Roberto Occhiuto, che per un periodo era sembrato poter rappresentare questa possibilità, non ha convinto fino in fondo. E così, sempre più spesso, nel partito riaffiora un nome che resta sullo sfondo ma che molti considerano il più forte come possibile punto di riferimento futuro: Luigi Berlusconi. È il segno che la transizione è appena cominciata.
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Nel riquadro la copertina del libro di Anna Maria Cisint «La minaccia di Allah» (Ansa)
Se non vi interessa la morte della nostra civiltà, se non vi preoccupa il fatto che in Europa ormai si tirano giù le statue della Madonna e si tirano su quelle delle donne con il velo, se vi sta bene che le scuole elementari portino i vostri figli in moschea a inginocchiarsi verso la Mecca, se vi sembra normale vedere sparire le croci e moltiplicarsi i muezzin, se vi sembra giusto che il Natale sia sostituito dalla festa d’inverno e Gesù Bambino da Cucù Bambino, se vi garba leggere sui giornali che il presepe è razzista e che in classe si festeggia il ramadan, se non vi preoccupano le tante Saman d’Italia, gli imam di Brescia che inneggiano alle spose bambine, la sharia applicata in intere zone del Paese con il silenzio complice delle nostre autorità, se anche voi mangiate halal e siete favorevoli al ripudio e alla poligamia, se insomma pensate che l’Islam sia il nostro futuro e la sottomissione il nostro destino, non leggete questo libro. Non fatelo. Potrebbe essere pericoloso per voi. E per la vostra stabilità.
Ma se avete ancora un briciolo d’amore per la vostra terra. Se vi ribellate all’idea di assistere al funerale della nostra civiltà. Se vi stringe il cuore a pensare ai nostri avi morti sul Carso per consegnare una nazione a Maometto. Bene: allora questo libro dovete non solo leggerlo. Ma studiarlo. Recitarlo. Diffonderlo. Divulgarlo. Farlo diventare il manuale per la sopravvivenza di questa nostra povera Italia. E dovete avere un briciolo del coraggio che avuto Anna Maria Cisint, una donna che subisce minacce di morte e vive sotto scorta perché ama la verità e il suo Paese ancor più della sua stessa vita. Di politici ne ho incontrati molti in questi anni di professione. Di politici che si battono non per una cadrega ma per un’idea assai pochi. Ho sempre avuto l’impressione che Anna sia uno di questi. E lei, da quando la conosco, non l’ha mai smentito. Anzi, l’ha confermato giorno dopo giorno.
Sono capitato a Monfalcone quasi per caso, tanti anni fa. La trasformazione era in corso. Quello che era un paese dell’aristocrazia operaia, per lo più di sinistra, abitato dai dipendenti dei cantieri navali e dalle loro famiglie stava cambiando pelle. Al posto degli operai stavano arrivando le cooperative. Il lavoro dato in subappalto. E poi in subappalto del subappalto. E poi in subappalto del subappalto del subappalto. Così, con questo meccanismo perverso, l’aristocrazia operaia è stata sostituita da lavoratori sottopagati, per lo più immigrati, per lo più bengalesi, per lo più musulmani, disposti ad accettare condizioni un tempo impensabili. Stipendi bassi, meno sicurezza.
È a Monfalcone che ho visto, per la prima volta, in purezza, gli effetti veri dell’immigrazione. Ed è lì che per la prima volta ho capito le vere ragioni dell’immigrazione.
E ho capito anche perché nei salotti bene e nell’informazione mainstream si fa il tifo per l’invasione: perché ha prodotto la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori che sia mai avvenuta nella storia. A vantaggio della grande finanza e del grande capitale, che nei salotti e nell’informazione mainstream hanno i loro menestrelli.
Ma quest’operazione ha avuto un corollario. Una conseguenza inevitabile. Monfalcone è diventata ben presto una delle città italiane (o forse: la città italiana) con la più alta percentuale di stranieri. E per di più tutti musulmani. È diventato un laboratorio dell’Italia che verrà. E questo laboratorio ha subito dimostrato l’altro volto spiacevole dell’immigrazione: non solo essa contribuisce in modo determinante al peggioramento delle condizioni di vita degli italiani, ma porta pure alla distruzione della nostra storia, delle nostre radici, della nostra cultura. Forse della nostra stessa esistenza. La maggior parte degli islamici, infatti, non vuole integrarsi. Vuole conquistarci. Non viene in Italia per accettare le nostre regole ma per imporre le sue. Non far crescere la nostra civiltà ma per sostituirla con la sua. Non per conoscere le nostre tradizioni ma per affermare le sue. Tu chiamala, se vuoi, sottomissione.
Del resto, pensateci: l’Islam ha sempre cercato di sottomettere l’Europa. Ci ha provato, nel corso della storia, più volte con le armi. E noi, nel corso della storia, con le armi abbiamo sempre risposto e abbiamo vinto, come a Poitiers (732), come a Lepanto (1571), come a Vienna (1683). Questa volta però l’invasione non è più con le armi, ma con la demografia e con l’immigrazione. E noi non vinceremo, perché non abbiamo nemmeno ancora capito che dobbiamo combattere. Non abbiamo nemmeno ancora capito che dobbiamo difenderci. Infatti si continua a parlare di integrazione, di multiculturalismo, di accoglienza. «Non vorrete mica costruire dei muri». «Siete razzisti». «Siete islamofobi».
È qui che parte la battaglia di Anna Maria Cisint. Una battaglia coraggiosa, a volte solitaria, sempre in contropelo, senza mediazioni. Una battaglia fatta di principi, ma anche di conoscenza delle leggi, fatta di ideali, ma anche di capacità di muoversi nei meandri dell’amministrazione. Una battaglia che la espone ogni giorno a rischi personali ma che le dona anche il senso più vero dell’avventura politica, quella di battersi non per un inciucio, una cadrega, una nomina, un accordo elettorale, ma per ciò che di più importante abbiamo e cioè la salvezza della nostra società. Se tutto questo non vi interessa, non leggete questo libro. Ma credete a me: non sapete quel che vi perdete…
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Stefano Bonaccini (Ansa)
Per la prima si pensa alle primarie sulle quali non c’è unità neanche sull’opzione di farle o meno. Silvia Salis, sindaco di Genova, favorita di Dario Franceschini, ha già detto che non ritiene utile farle perché dividono piuttosto che unire. Elly Schlein pure sembra titubante. «La scelta del leader non è una priorità» ripete. Il timore è quello di non fare in tempo, di non riuscire a trovarsi pronti per eventuali elezioni anticipate. Un voto in estate o in autunno non è più un tabù, infatti, e il campo largo di cui tanto si è parlato non è neanche lontanamente vicino all’essere messo a terra. A Schlein l’ipotesi che piace di più è quella della premiership assegnata al partito che prende più voti. Idea che piace meno ai 5 stelle, che preferiscono «primarie aperte», sapendo già che non potrà essere il loro il partito che prende più voti.
In questi giorni è Stefano Bonaccini, europarlamentare e presidente del Partito democratico, a dettare la linea. Duro con chi parla di premiership: «Se noi ci mettessimo nelle prossime settimane a discutere dello strumento per chi farà il leader commetteremmo un errore clamoroso». Per il programma Bonaccini punta sulla sicurezza: «argomento che la sinistra ha lasciato per troppo tempo alla destra e che oggi il Pd vuole mettere al centro del programma con cui ci presenteremo alle prossime elezioni politiche». Lo scrive sui social spiegando: «Sicurezza è libertà (e viceversa). Una comunità che non si sente sicura non è una comunità libera. E a differenza della destra noi sappiamo mescolare prevenzione e integrazione a repressione. Perché la sola repressione (pur necessaria) da sola non basta, se mancano politiche inclusive, servizi e opportunità, che contrastino l’illegalità e la paura».
La sicurezza, in questo momento, sembra essere l’unico tema che non divide le opposizioni. Il Movimento intanto comincia a mettere i suoi paletti: «Il M5s deve determinare quell’insieme di pezzi di un programma politico che sono per noi irrinunciabili in vista del programma di coalizione», ha precisato Stefano Patuanelli che parte proprio con la politica estera. «Con noi al governo stop agli aiuti militari a Kiev». I riformisti dem non hanno atteso per ribattere: «Continueremo a inviarli». Anche Matteo Renzi dice la sua: «Non c’è spazio per chi vuole stare nel mezzo. O altri cinque anni di questi qua che ci governano o vince il centrosinistra». E lancia l’appello: «A tutti quelli che credono che si possa stare nel centrosinistra con idee più riformiste e meno radicali di Schlein, Conte e Avs. È tempo di unire le forze». Su una cosa tutti sono d’accordo: «Partiamo dalle idee». Peccato che ognuno abbia le sue.
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