True
2018-08-18
Il governo inizia a stracciare le concessioni
Ansa
Il governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».
«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia».
«Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione».
«Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».
Carlo Tarallo
Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s
Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova».
Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton.
Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto.
Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione».
Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio.
Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero.
Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie.
Rachele Schirle
Mastella chiude il suo ponte Morandi
Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento.
Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure.
Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti.
Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole.
Alessandro Rico
Continua a leggereRiduci
Dopo gli annunci, è partito l'iter per revocare le convenzioni con il colosso che gestisce il tratto stradale teatro della tragedia. Il premier Giuseppe Conte: «Contestiamo ad Autostrade la grave sciagura». Il ministro Danilo Toninelli: «Hanno 15 giorni per presentarci la loro relazione».Esercito di legali e nuovi portavoce Benetton pronti a sfidare Lega e M5s. Dopo le critiche per la mancanza di tatto davanti alla strage, Autostrade cambia agenzia di comunicazione. L'azienda prepara lo scontro in tribunale: ieri riunione fiume dei manager con un grande pool di avvocati.Clemente Mastella chiude il suo ponte Morandi. A Benevento c'è un viadotto firmato dall'ingegnere padre di quello genovese, edificato nel 1955. Il sindaco dispone una perizia e lo transenna: «Meglio le code che una strage».Lo speciale contiene tre articoliIl governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia». «Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione». «Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esercito-di-legali-e-nuovi-portavoce-benetton-pronti-a-sfidare-lega-e-m5s" data-post-id="2596733640" data-published-at="1768822602" data-use-pagination="False"> Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova». Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton. Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto. Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione». Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio. Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero. Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie. Rachele Schirle <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mastella-chiude-il-suo-ponte-morandi" data-post-id="2596733640" data-published-at="1768822602" data-use-pagination="False"> Mastella chiude il suo ponte Morandi Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento. Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure. Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti. Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole. Alessandro Rico
Imagoeconomica
Nelle scorse settimane l’Authority ha inviato una lettera alle organizzazioni sindacali, alle associazioni di imprese, alla presidenza del Consiglio e ai prefetti locali, chiedendo una «tregua sociale», ovvero uno stop delle astensioni dal lavoro nel periodo compreso tra il 4 e il 24 febbraio e tra il 4 e il 17 marzo. Cioè nei giorni in cui si svolgeranno rispettivamente le Olimpiadi e i Giochi paralimpici. A quanto pare la lettera è stata ignorata, i sindacati non hanno risposto. Come riportato dal Fatto, il Garante ha detto che «non sono pervenute manifestazioni di disponibilità o iniziative volte alla sottoscrizione del protocollo».
È evidente che vogliono tenersi le mani libere. L’evento è un’occasione troppo ghiotta per avere i riflettori accesi su qualsiasi tema in nome del quale creare caos. Ma a quanto risulta a La Verità, non sarebbero arrivate risposte nemmeno dalla presidenza del Consiglio e dal ministero dei Trasporti. Un cenno dalle autorità di governo, sulla ragionevolezza di una tregua sociale, potrebbe fare da moral suasion generale e richiamare l’attenzione alla scala delle priorità. In cima c’è il tranquillo svolgimento di un evento che sarà all’attenzione internazionale e convoglierà un flusso importante di turisti nel nostro Paese. Un’operazione di questo genere non è nemmeno nuova. Già nel 2006, in occasione delle Olimpiadi di Torino, il governo Berlusconi raggiunse un accordo con i sindacati per evitare scioperi tra il 31 gennaio e il 23 marzo. Come pure, nell’ambito del Giubileo, c’è stata un’intesa per evitare mobilitazioni sindacali nelle date più importanti dell’evento religioso.
Ora il presidente della Commissione, Paola Bellocci, vorrebbe fare lo stesso per i Giochi Olimpici. In più situazioni il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha rimarcato i disagi causati dalla frequenza ravvicinata degli scioperi e i disagi che creano ai cittadini e ai lavoratori. Una impostazione condivisa dai componenti del Garante, tant’è che la Commissione ha anche sanzionato le sigle che avevano organizzato la mobilitazione del 3 ottobre per Gaza e la Flotilla. La lettera inviata per sollecitare una tregua sociale in occasione delle Olimpiadi invernali si colloca in questo percorso, cioè valutare le priorità e l’impatto che lo stop ai trasporti potrebbe creare allo svolgimento dell’evento sportivo.
L’Authority potrebbe intervenire anche con un suo provvedimento, a prescindere da un’intesa con i sindacati ma al momento questo passo è stato escluso. La Commissione ha sottolineato che continuerà «la propria consueta attività di vigilanza sul rispetto delle norme vigenti in materia di sciopero nei servizi pubblici essenziali durante il periodo interessato».
Intanto, però, l’iniziativa della lettera è stata criticata dal sindacato di base Cub, una delle sigle più attive nella proclamazione degli scioperi che è stata protagonista di diverse mobilitazioni a cavallo tra il 2025 e il 2026 come lo sciopero nazionale di 24 ore, il 9-10 gennaio scorsi, nel settore ferroviario che ha creato notevoli disagi con la cancellazione di oltre il 50% dei treni e il 9 gennaio nel comparto aereo. Inevitabile quindi che si risentisse dell’iniziativa del Garante. «Per la Commissione, ogni occasione è buia per subordinare il diritto dei diritti alle logiche del profitto», ha replicato. Una risposta che la dice lunga sulle sue prossime iniziative.
Continua a leggereRiduci
Lamberto Frescobaldi (Imagoeconomica)
Come presidente dell’Unione italiana vini ha giudicato positivamente il sì al tratto Mercosur. Per quali ragioni? Non teme che i brasiliani continueranno a farsi il loro Prosecco?
«Il Mercosur è certamente un buon accordo per il vino, raggiunge gli obiettivi di abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie. Il mercato del vino sta affrontando una congiuntura particolarmente delicata. L’apertura di nuovi mercati e la diversificazione delle esportazioni rappresentano non solo una scelta strategica, ma una necessità imprescindibile. Al momento, il 60% dell’export italiano di vino è concentrato su cinque mercati principali. In questo contesto, il Mercosur - per ragioni storiche e identitarie - può costituire un’opportunità significativa per i nostri prodotti. È utile evidenziare che i vini europei destinati al Brasile subiscono attualmente rincari rilevanti, con dazi all’importazione che raggiungono il 27% per i vini fermi e il 35% per gli spumanti.
Per quanto riguarda le indicazioni geografiche, 355 nomi di prodotti alimentari, vini e spiriti europei saranno protetti nel Mercosur e beneficeranno dello stesso livello di protezione oggi previsto nell’Ue. L’uso di un’indicazione geografica per prodotti non originali sarà vietato ed espressioni come “tipo”, “stile”, “imitazione” o simili non saranno consentite. Diverse denominazioni italiane, come Prosecco, Asti, Marsala sono oggi utilizzate in Argentina e Brasile; questo non deve stupirci, gli italiani che si sono trasferiti più di un secolo fa in quei Paesi hanno iniziato a produrre vini “nello stile” dei prodotti della loro terra di origine e con le medesime varietà. Il termine “Prosecco” è oggi utilizzato come varietà in Brasile, uno dei pochi Paesi al mondo dove il nome ancora non gode di una protezione robusta. A conclusione del negoziato, la Commissione ha ottenuto, a nostro avviso, un importante risultato e anche il nome Prosecco sarà protetto in Brasile».
Il mercato del vino in quei Paesi, a reddito assai inferiore rispetto all’Europa, vale mezzo miliardo di cui neppure il 10% è di vino italiano. Come pensate di crescere?
«Se le percentuali di incidenza del vino italiano sono così basse lo si deve proprio al fatto che finora vi sono state barriere commerciali talmente alte da aver scoraggiato la maggior parte delle imprese, soprattutto quelle abituate a produrre e vendere vini di medio e alto livello, che arrivavano sul mercato con prezzi proibitivi per la maggior parte del pubblico. L’eliminazione delle tariffe consentirà a un numero maggiore di aziende italiane di provare ad approcciare questi mercati, allargando sensibilmente la percezione dei vini italiani, oggi confinata a pochi prodotti ultracompetitivi. L’esperienza sudcoreana, con la progressiva eliminazione dei dazi dal 2011, ha consentito a quel Paese di crescere di oltre il 300% in termini di valore alle importazioni nel giro di appena dieci anni, con l’Italia assoluta protagonista. Per quanto riguarda la concorrenza interna, io non ho paura della competizione, quando questa è sana e giocata ad armi pari. Se i vini argentini dimostreranno di essere prodotti apprezzabili dal pubblico italiano, ben venga, vorrà dire che potremo imparare qualcosa di nuovo da loro (le loro varietà - come il Malbec - non sono coltivate qua in Italia). Al di là di tutto, i numeri attuali dell’industria vitivinicola argentina, peraltro focalizzata sul mercato sudamericano e su quello statunitense, non consentiranno mai un’invasione del nostro Paese».
I dazi americani vi stanno facendo ancora perdere mercato?
«Perdiamo noi così come perdono i nostri competitor, Francia in particolare. La mia sensazione è che i dazi, assieme alla svalutazione del dollaro in buona parte generata dalle tariffe, facciano male anche perché si inseriscono in un quadro generale difficile, con i consumi generali di vino - in contrazione da ormai 5 anni - fortemente condizionati dal calo del potere di acquisto, dalla pressione dell’industria delle bevande e da moti salutistici che fanno di un’erba un fascio. Il risultato, almeno per ora, è pesante: nell’anno appena terminato stimiamo un calo del valore dell’export attorno all’8-10%, dopo un primo semestre a +5%. Ma soprattutto, ciò che purtroppo dobbiamo rilevare è che le nostre imprese si stanno facendo in gran parte carico del dazio per non perdere quote di mercato, con i listini in calo di circa il 10%. Una situazione difficilmente sostenibile, che potremmo riuscire a superare solo con un maggior impegno da parte dei nostri partner commerciali statunitensi. In un contesto generale di difficoltà, tutti devono fare la propria parte per un obiettivo comune perché ricordo che per ogni dollaro investito in vino europeo il trade statunitense genera un beneficio di 4,52 dollari. Se il vino non arriva, e non si vende, i primi a primi a pagare dazio sono loro».
C’è un altro mercato potenziale per il vino italiano sempre sottovalutato: la Cina.
«La Cina non ha imposto dazi sul vino recentemente. C’è stata un’indagine su antidumping e sussidi che tuttavia non riguarda il vino, ma solo i distillati. La Cina rimane l’eterna terra promessa, però dobbiamo fare i conti con una realtà di mercato che ha visto le importazioni complessive di vino calare di circa un terzo dal pre Covid al 2024. Purtroppo il 2025 ha confermato la progressiva riduzione degli ordini».
Tornando al Mercosur, se dovesse giudicare con gli occhi di un agricoltore che non fa vino quali sono i punti di maggiore criticità?
«Le preoccupazioni del mondo agricolo europeo, in particolare di alcune filiere, sono legittime: il Brasile in particolare è una superpotenza quando si parla di agricoltura e allevamento. Tuttavia, ritengo che, anche grazie all’importante lavoro svolto dal governo italiano, l’accordo raggiunto a Bruxelles con l’introduzione di un regolamento specifico su importanti clausole di salvaguardia che monitoreranno con attenzione l’impatto sull’agricoltura europea tenga conto di queste preoccupazioni, prevedendo strumenti di intervento a sostegno del comparto».
Lei come moltissimi produttori di vino fa anche olio extravergine di oliva. È preoccupato dall’«invasione» di olio tunisino favorito dall’Ue?
«Questo è un argomento complesso. Ahimè nel nostro Paese non abbiamo avuto una politica di sviluppo di questo magnifico prodotto. Le olivete sono rimaste quelle centenarie, siamo stati sopraffatti dalle paure del cambiamento e quindi l’importazione ha preso il sopravvento. Adesso il mistero dell’Agricoltura ci ha posto attenzione e sono fiducioso che qualcosa cambierà. Dobbiamo ripartire dall’oliveta, come per i vini siamo ripartiti dai vigneti».
Non ama parlare dele sue aziende perché teme la commistione tra Frescobaldi imprenditore e Frescobaldi presidente dell’Uiv, ma visto dalla sua azienda come va il mercato?
«Il mercato non è stato facile per nessuno, Frescobaldi compreso. Dobbiamo trarre insegnamenti da questi momenti difficili per affinare le nostre tecniche per riflettere a cosa fare differentemente, per cambiare».
Lei produce alcuni dei vini più ricercati del mondo, Masseto, Ornellaia, il mercato dei fine wines è fuori dalla crisi? La concorrenza francese è ancora potente?
«La concorrenza anche per i vini più desiderati è molto alta, non possiamo rilassarci e dobbiamo produrre vini sempre migliori. I grandi francesi non dormono sugli allori e anche loro sono sotto pressione. Ho molti amici in Francia e con loro ci scambiamo spesso buone idee. Possiamo crescere entrambi».
Da presidente di Uiv lei si è molto battuto per tenere i vini dealcolati nel perimetro delle cantine e come prodotto agricolo. È soddisfatto del decreto del governo e quale pensa sia il futuro dei vini dealcolati?
«Siamo soddisfatti che, finalmente, il quadro normativo sui vini dealcolati sia stato completato anche in Italia. Sono diverse le imprese del vino italiane che vogliono sviluppare questo business e rispondere alle richieste di alcuni mercati e dei nuovi consumatori. Il vino “no e low alcohol” non sostituisce il vino tradizionale, ma offre un’opportunità in più a un consumatore che, per mille motivi, decide di non voler consumare una bevanda alcolica o voler semplicemente un vino più leggero. Vediamo nei prossimi anni quali saranno le reazioni del mercato, ma certamente mettere le imprese italiane nelle condizioni di competere al pari dei competitor tedeschi, francesi e spagnoli è una buona notizia. L’attacco all’alcol e al vino è un tema pressante, anche se recentemente vi è stata un’importante dichiarazione delle Nazioni Unite che ha ribadito la netta distinzione tra consumo moderato e abuso. Speriamo si continui su questa strada».
Il riconoscimento Unesco per la cucina italiana fa bene al vino?
«È un riconoscimento “alla carriera”, ma con ancora lunghi secoli davanti. E il mondo del vino italiano esulta, perché è parte di essa: in tavola assieme alla cucina italiana c’è anche il “suo” vino. Si tratta inoltre di un risultato politico importante da parte del nostro governo per difendere e promuovere le nostre identità in giro per il mondo dove c’è fame (e sete) di Italia».
Continua a leggereRiduci
Gianclaudio Torlizzi (Imagoeconomica)
Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity ed esperto di materie prime ed energia. In Groenlandia succede di tutto.
«Con lo scioglimento dei ghiacci, le rotte commerciali artiche diventano importanti, ed offrono un notevole risparmio di giorni di navigazione rispetto alle rotte tradizionali come Suez. Gli Stati Uniti mirano al controllo dei “colli di bottiglia” globali (choke point) e ad estendere la loro influenza sul continente panamericano. Non possono tollerare potenze ostili di Russia e Cina, in quest’area strategica. La disponibilità mineraria delle acque artiche è significativa. Si stima un’importante presenza di minerali, e l’attività di estrazione mineraria sottomarina (il cosiddetto deep sea mining) sarà una tematica cruciale del futuro. Gli Stati Uniti mirano ad assicurarsi queste risorse. Aggiungi che si trova tra Nord America, Europa ed Artico. Può costituire la traiettoria più breve per i missili balistici russi diretti in Usa. Lì c’è la base militare americana di Pituffik con tanto di radar per early warning missilistici. Il cosiddetto Giuk (Greenland, Iceland e Uk) è un choke point navale cruciale per monitorare le navi ed i sottomarini russi e cinesi presenti nel nordatlantico. Trump vuole la Groenlandia ma non ha le risorse per mettere militari là o costruire infrastrutture necessarie. Qui potrebbe entrare in gioco Italia come mediatrice e proporre un accordo. Esiste un problema di comunicazione con ambienti della diplomazia europea con la galassia Maga».
Altro che. Ma dalla sfera di cristallo che hai lasciato nell’altra stanza quale scenario prevedi? Gli Stati Uniti pagheranno un sacco di dollari. Danimarca e Groenlandia litigheranno su quanto spetta a ciascuno?
«Lo scenario più probabile è che la Danimarca mantenga una sovranità formale sul Paese, ma in cambio gli Stati Uniti otterranno la capacità operativa di muoversi. Un’azione di forza americana potrebbe invece destabilizzare ulteriormente una Nato già fragile e alienare l’appoggio degli alleati; mentre in questa fase sarebbe necessario rafforzare l’unità contro l’asse Mosca-Pechino».
A proposito di Russia e Cina, io mi sono fatto questa suggestione. Donald Trump, non essendo riuscito a spezzare l’asse Mosca-Pechino e a ottenere un accordo in Ucraina, ha come piano B quello di smontare il Sud globale pezzo per pezzo, partendo dal Venezuela. Giusto?
«La strategia di “Noxin”, cioè di spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino, non ha avuto successo finora. Washington scommetteva che Mosca, a lungo andare, sarebbe stata fagocitata da Pechino, e che la Cina stesse assecondando e strumentalizzando le velleità neo-imperiali di Putin per concentrare gli sforzi bellici occidentali sull’Ucraina. Tuttavia, non c’è stato l’avvicinamento sperato da parte di Putin. L’azione venezuelana non è tanto una reazione a questo fallimento, quanto un’azione che si sarebbe verificata comunque. Il target è Pechino. La priorità numero uno per gli Stati Uniti è fronteggiare l’ascesa cinese, e il Venezuela, fornitore di petrolio alla Cina, rappresenta il primo segnale della strategia americana di estendere la propria influenza sul continente panamericano in chiave anticinese. Anche l’Iran rientra in questa strategia».
Ci arriviamo. Da consulente del ministero della Difesa, concordi sul fatto che la Cina sia una grande potenza economica che però non regge il confronto militare con gli Stati Uniti?
«Sì, non credo si possa parlare di una totale parità di mezzi. La capacità produttiva cinese, pur avendo superato quella statunitense in alcuni ambiti come quello navale, non è sufficiente a garantire un predominio. Il motivo è semplice. La scarsa esperienza delle forze armate cinesi nei conflitti bellici. La guerra è esperienza, e il fatto che i cinesi non abbiano maturato decenni di esperienza diretta sul campo rende difficile affermare che la loro capacità militare sia sufficiente per battere gli avversari. Prendi l’Ucraina. Oggi ha un’industria all’avanguardia nel comparto droni. Cosa impossibile senza l’esperienza dolorosa dell’invasione russa degli ultimi quattro anni».
Hai evidenziato come gli Stati Uniti stiano costruendo catene del valore «made in Usa» e che il Pentagono acquisisca partecipazioni di minoranza strategica in molte aziende, assicurando loro commesse a prezzi superiori a quelli di mercato per consentire all’industria di rinascere. Ho compreso bene?
«Sì, è corretto. Le materie prime sono una criticità primaria per gli Usa, data la dipendenza della Cina, che controlla oltre il 90% della raffinazione di terre rare. Gli Stati Uniti agiscono su due fronti. Da un lato sul fronte energetico. Cercando di compromettere l’approvvigionamento petrolifero cinese. Vedi appunto Venezuela e Iran. L’obiettivo è indebolire Pechino che da quelle importazioni dipende. Poi ci sono i minerali. Gli Usa stanno creando nuove filiere. Per competere con i prezzi cinesi, il Pentagono entra nel capitale di aziende minerarie locali e garantisce contratti pluriennali con prezzi superiori a quelli di mercato. Questo crea problemi all’Europa, cui gli Usa chiedono un price floor più alto sulle materie prime…».
Un prezzo minimo remunerativo.
«L’Europa resiste, temendo costi maggiori per le manifatture, e non attua politiche di sussidio come gli Usa, che però bilanciano con dazi e mantenimento dei prezzi del petrolio. L’Ue, invece, con il dazio ambientale Cbam non farà che aumentare i prezzi di acciaio e altre materie prime. E questo si che intacca la competitività e genera incertezze legali. Come al solito Bruxelles dimostra una mancanza di visione e di conseguente policy sulle materie prime. E mentre l’Europa si balocca, gli Stati Uniti costruiscono rapidamente una propria filiera mineraria».
Ultimo quadrante. La prospettiva di uno shock in Iran si allontana? Sostieni che il 20% del petrolio cinese proviene da quell’area, però per ora non si intravedono segnali di cambiamento?
«Sì, è corretto. L’Iran è un paese molto più complesso del Venezuela. Gli Stati Uniti si sono fermati anche a causa dell’opposizione di alcuni Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che non sarebbero contenti di un collasso dell’Iran. Perché aumenterebbe l’offerta di petrolio sul mercato, causando un ulteriore calo dei prezzi. Ci sono pressioni cinesi e forse dai paesi del Golfo per evitare un’azione di forza immediata. È un dossier complesso, anche perché non si può escludere una reazione come il blocco dello stretto di Hormuz (dove passa il 20% del petrolio globale). Oppure attacchi missilistici ai Paesi del Golfo. Non sono neppure sicuro che il cambio di regime a Teheran sia l’obiettivo finale di Washington. Il vero scopo è rendere l’Iran il più possibile “allineato”, trasformandolo da alleato strategico di Pechino in un attore più gestibile. In ballo non ci sono solo le forniture di petrolio e la gestione del choke points, ma anche la Via della Seta cinese che rischia di saltare».
Una curiosità. Si favoleggia giustamente delle immense riserve petrolifere del Venezuela ma della sua scarsa produzione. Il petrolio del Venezuela è praticamente bitume vero? Costa poco estrarlo ma tanto lavorarlo, giusto?
«Sì, è un petrolio pesante che può essere raffinato principalmente da Stati Uniti, Cina e India. Costa poco estrarlo, ma la manutenzione degli impianti petroliferi è scarsa dopo l’espropriazione di Chavez, rendendo necessario un revamping generale e generando incertezza sui costi di lavorazione. In quegli impianti servirebbe un energico revamping visto lo stato in cui si trovano».
Tu parli spesso di nuovo paradigma della politica estera americana. Che tradotto significa?
«L’evoluzione dell’economic statecraft a stelle e strisce prevede che il settore privato gestisca estrazione e sicurezza, e il governo incassi il vantaggio geostrategico più una quota dei profitti; mantenendo salve le casse statali e la capacità militare. Questo implica un totale allineamento delle grandi aziende americane alle istanze del governo, indipendentemente dalla presidenza (Trump o altro). Non penso che cambiando le amministrazioni cambi il corso degli eventi. La politica estera americana era già destinata a questo tipo di azione per contrastare il superamento della Cina. Trump o non Trump. Alcuni europei non capiscono che l’approccio precedente, superglobalista, rimpianto da alcuni, ha permesso alla Cina di emergere. Era un modello fallimentare che doveva essere fermato e riformato. Da un lato quindi l’Europa dovrebbe comprendere questo interesse strategico statunitense per la riforma della globalizzazione e aiutare gli americani a contrastare la Cina. Dall’altro va anche detto come l’approccio muscolare di Trump nei confronti dei suoi alleati rischia di avere un effetto controproducente, come è emerso dall’avvicinamento del Canada alla Cina».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 gennaio con Flaminia Camilletti