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2018-08-18
Il governo inizia a stracciare le concessioni
Ansa
Il governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».
«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia».
«Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione».
«Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».
Carlo Tarallo
Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s
Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova».
Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton.
Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto.
Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione».
Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio.
Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero.
Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie.
Rachele Schirle
Mastella chiude il suo ponte Morandi
Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento.
Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure.
Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti.
Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole.
Alessandro Rico
Continua a leggereRiduci
Dopo gli annunci, è partito l'iter per revocare le convenzioni con il colosso che gestisce il tratto stradale teatro della tragedia. Il premier Giuseppe Conte: «Contestiamo ad Autostrade la grave sciagura». Il ministro Danilo Toninelli: «Hanno 15 giorni per presentarci la loro relazione».Esercito di legali e nuovi portavoce Benetton pronti a sfidare Lega e M5s. Dopo le critiche per la mancanza di tatto davanti alla strage, Autostrade cambia agenzia di comunicazione. L'azienda prepara lo scontro in tribunale: ieri riunione fiume dei manager con un grande pool di avvocati.Clemente Mastella chiude il suo ponte Morandi. A Benevento c'è un viadotto firmato dall'ingegnere padre di quello genovese, edificato nel 1955. Il sindaco dispone una perizia e lo transenna: «Meglio le code che una strage».Lo speciale contiene tre articoliIl governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia». «Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione». «Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esercito-di-legali-e-nuovi-portavoce-benetton-pronti-a-sfidare-lega-e-m5s" data-post-id="2596733640" data-published-at="1774983116" data-use-pagination="False"> Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova». Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton. Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto. Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione». Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio. Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero. Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie. Rachele Schirle <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mastella-chiude-il-suo-ponte-morandi" data-post-id="2596733640" data-published-at="1774983116" data-use-pagination="False"> Mastella chiude il suo ponte Morandi Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento. Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure. Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti. Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole. Alessandro Rico
Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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Imagoeconomica
Negli ultimi giorni - come quasi sempre accade - vengono contemporaneamente blanditi e bastonati. Da una parte se ne celebra il fondamentale ruolo nella vittoria referendaria del No. I principali quotidiani progressisti ne glorificano il ritrovato afflato politico e militante, applaudono alla loro calata nelle piazze. Molti fini editorialisti sono rimasti piacevolmente turbati alla vista di ragazze e ragazzi che sfilavano come una variegata truppa riunita sotto lo slogan No Kings, e subito si sono precipitati a indicare in essi il motore della rinascita democratica occidentale dopo l’exploit di populisti e sovranisti.
Allo stesso tempo, però, gli stessi media riportano commenti addolorati e gonfi di preoccupazione sulla medesima - per quanto evanescente - categoria sociale. Soprattutto alla luce di alcuni episodi particolarmente brutali: l’aggressione a colpi di coltello a una professoressa da parte di un tredicenne bergamasco e l’ultimo caso di una triste serie, ovvero il fermo a Perugia di un diciassettenne che progettava attacchi terroristici sulla base di piani condivisi in un gruppo Telegram. Anche qui si tende a scomodare, spesso impropriamente, la politica: c’è pure chi dice che la violenza esplosiva e spesso inaspettata di questi minorenni sia diretta conseguenza della ferocia e della polarizzazione del dibattito pubblico. Per carità, può anche darsi che ciò influisca. Ma la sensazione è che tali analisi siano un filo viziate. Che si voglia cioè sfruttare alcuni casi estremi per suggerire che derivino dall’espansione delle destre politiche. Non è casuale che si insista con particolare compiacimento a rimarcare il carattere neonazista dei deliranti manifesti che alcuni attentatori o aspiranti tali, per lo più minorenni, diffondono online.
È bene dunque sgombrare il campo da alcuni equivoci. La destra identitaria e a maggior ragione la destra istituzionale non hanno nulla a che fare con le forme di neonazismo digitale a cui alcuni minori si abbeverano (tra questi sicuramente il diciassettenne di Perugia e forse pure il tredicenne di Bergamo). Lo dimostra il fatto che la Werwolf Division, a cui si rivolgeva lo stragista in erba fermato ieri, è già attenzionata da anni e nel 2024 alcuni dei suoi simpatizzanti italiani parlavano di uccidere Giorgia Meloni. Va inoltre ricordato che stiamo parlando di fenomeni che, per quanto spaventosi, sono circoscritti e non sono il necessario quanto inevitabile approdo del tanto discusso «disagio giovanile», che da decenni è uno scudo comodo dietro cui nascondere qualsiasi cosa. Ci sono ragazzi che pensano con la propria testa, che agiscono politicamente con consapevolezza, da una parte e dall’altra.
Tuttavia, se volessimo individuare un elemento che tenda ad accomunare i casi più problematici e che riemerge con costanza a ogni latitudine, forse dovremmo concentrarci sulla manipolazione. I cosiddetti giovani, soprattutto quelli che si collocano appena sotto o appena sopra il limite della maggiore età sono, e non da oggi, tra le fasce più malleabili della popolazione. E purtroppo l’attualità ce lo dimostra. Potremmo spingerci a dire, senza timore di esagerare troppo, che tra certe esplosioni di piazza e i casi dei singoli violenti vi sia soltanto una differenza di intensità di tale manipolazione. I social network hanno imposto a intere generazioni parole d’ordine che vengono ribadite pure nei cortei e che producono rivendicazioni in serie. Prima si va tutti in piazza contro il riscaldamento globale, poi per la Palestina, poi per questo o quel presunto diritto, poi ancora per dire un generico No al sistema o a ciò che viene presentato come tale. Solitamente, e con maggiore evidenza negli ultimi anni, la manipolazione fa leva sull’alienazione della realtà, sulla costruzione di un mondo artificiale che viene percepito come giusto e auspicabile. Nella forma più blanda tale alienazione si manifesta ad esempio nella convinzione che esistano non due ma decine di sessi, cosa smentita dalla realtà, dalla biologia e dal buonsenso. Nei frangenti più estremi - ed evidentemente molto più pericolosi - l’alienazione, unita all’isolamento sociale, crea bolle pazzesche di oscurità e perversione come quelle del nazi-satanismo accelerazionista deflagrato negli Usa e giunto anche in Italia, come dimostra la vicenda di Perugia. Parliamo di una ideologia di morte che in qualche modo trascende le divisioni politiche e punta alla concretizzazione del caos totale, che può essere raggiunto attraverso la perpetuazione di abiezioni di ogni genere.
Intendiamoci: non significa che tutto sia identico e che le spinte ideologiche si equivalgano, che certo attivismo sia analogo ai temibili satanisti digitali. Significa semmai che esistono tratti comuni, che i social network sono un potentissimo strumento di manipolazione e di separazione dalla realtà capaci di produrre mostri più o meno malvagi. Se si vuole comprendere l’alienazione di cui parliamo - in parte affrontata da serie tv come Adolescence (il cui creatore, guarda caso, ha scelto di recente di portare sullo schermo Il signore delle mosche, potentissimo racconto del Male che avvince i giovanissimi) - lo strumento ideale è il romanzo Amygdalatropolis, che racconta la discesa agli inferi di un giovane che si separa dal mondo e si immerge negli abissi del Web.
L’antidoto a questo tipo di degenerazioni è uno soltanto: il ripristino del contatto con la realtà, il ritorno al reale. Ed è esattamente qui che sta il punto: tale ritorno non può essere parziale. Detto altrimenti: non si possono condannare la manipolazione e la alienazione a corrente alternata. Non si può celebrare l’indottrinamento dei più giovani quando fa comodo alla causa (soprattutto progressista) e al contempo biasimarlo e piagnucolare per l’isolamento e il lavaggio del cervello quando tutto sfugge terribilmente di mano. Invece, la sensazione è che finché i cosiddetti giovani marciano con slogan triti e si intruppano a beneficio della retorica liberal-progressista dominante li si applaude perché sono funzionali. E ci si accorge dei danni da condizionamento social solamente in poche raccapriccianti occasioni, di cui poi si cercano gli inneschi sempre dove fa comodo, e cioè lontano dal cuore del problema.
Chi in questi anni e ancora oggi continua a magnificare lo strabiliante progresso agevolato dalla rivoluzione digitale, quando si spaventa per le bestie maligne che questo progresso genera suona leggermente ipocrita: o molto stupido o molto disonesto.
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