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2018-08-18
Il governo inizia a stracciare le concessioni
Ansa
Il governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».
«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia».
«Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione».
«Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».
Carlo Tarallo
Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s
Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova».
Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton.
Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto.
Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione».
Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio.
Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero.
Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie.
Rachele Schirle
Mastella chiude il suo ponte Morandi
Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento.
Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure.
Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti.
Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole.
Alessandro Rico
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Dopo gli annunci, è partito l'iter per revocare le convenzioni con il colosso che gestisce il tratto stradale teatro della tragedia. Il premier Giuseppe Conte: «Contestiamo ad Autostrade la grave sciagura». Il ministro Danilo Toninelli: «Hanno 15 giorni per presentarci la loro relazione».Esercito di legali e nuovi portavoce Benetton pronti a sfidare Lega e M5s. Dopo le critiche per la mancanza di tatto davanti alla strage, Autostrade cambia agenzia di comunicazione. L'azienda prepara lo scontro in tribunale: ieri riunione fiume dei manager con un grande pool di avvocati.Clemente Mastella chiude il suo ponte Morandi. A Benevento c'è un viadotto firmato dall'ingegnere padre di quello genovese, edificato nel 1955. Il sindaco dispone una perizia e lo transenna: «Meglio le code che una strage».Lo speciale contiene tre articoliIl governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia». «Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione». «Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esercito-di-legali-e-nuovi-portavoce-benetton-pronti-a-sfidare-lega-e-m5s" data-post-id="2596733640" data-published-at="1772619618" data-use-pagination="False"> Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova». Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton. Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto. Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione». Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio. Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero. Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie. Rachele Schirle <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inizia-a-stracciare-le-concessioni-2596733640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mastella-chiude-il-suo-ponte-morandi" data-post-id="2596733640" data-published-at="1772619618" data-use-pagination="False"> Mastella chiude il suo ponte Morandi Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento. Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure. Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti. Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole. Alessandro Rico
Emmanuel Macron (Ansa)
In Europa è calato l’inverno nucleare. L’iniziativa di Emmanuel Macron, che ha offerto agli alleati il suo ombrello atomico, pronto a rimpolparlo con un numero imprecisato di nuovi ordigni in nome della «deterrenza avanzata», non ha raccolto ovunque entusiasmi. Ha suscitato l’interesse dei tedeschi, consapevoli che il pulsante dell’apocalisse rimarrà all’Eliseo, ma speranzosi che, presto, le loro forze convenzionali supereranno quelle francesi, bilanciando l’attuale squilibrio. In cambio, Parigi fiuta l’opportunità di mettere le mani sulla tecnologia di Berlino per i missili a lungo raggio. Risultano disposti a collaborare anche gli inglesi, già dotati di un loro arsenale; i polacchi; gli olandesi; i belgi; i danesi; gli svedesi; i greci. Ieri, invece, la Lituania ha esplicitamente rispedito al mittente la proposta: «L’arsenale nucleare degli Stati Uniti», ha detto la consigliera per la politica estera del presidente della Repubblica, «è e rimane anche l’arsenale nucleare della Nato. Questo è l’ombrello della Nato che abbiamo tanto cercato quando siamo entrati nell’Alleanza, nel 2004, e di cui ancora oggi ci fidiamo».
Benché non ci siano comunicati ufficiali, la posizione dell’Italia dovrebbe essere analoga. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo diceva un anno fa: «La nostra grande Alleanza atlantica è l’unico ombrello credibile». Per di più, la Francia possiede solo ordigni strategici (quelli stile Hiroshima, per intenderci). Non ha armi tattiche, utilizzabili sul campo di battaglia. La sua è pura dottrina della dissuasione. Come Vilnius, noi siamo restii a recidere i legami atlantici, per metterci in mano ai cugini transalpini. Non è solo una questione di attriti personali tra Macron e Giorgia Meloni. Il punto è che la subordinazione a una grande potenza, qual è l’America, è un fatto naturale; quella a un Paese di dimensioni paragonabili, che così andremmo a cristallizzare, è un rischio. L’unico precedente storico non è incoraggiante: nel 1956, Italia, Germania Ovest e Francia stipularono un accordo tripartito per sviluppare insieme armamenti nucleari. Due anni dopo, il progetto sembrava in dirittura d’arrivo, ma il generale Charles de Gaulle lo fece naufragare, preferendo costruire la force de frappe nazionale.
Sarebbe interessante capire in che modo il programma di Macron si sposi con il timore, da lui stesso cavalcato, che il suo Paese finisca in mano a un partito vassallo di Vladimir Putin: monsieur le président è dunque disposto a consegnare altre atomiche a Marine Le Pen? Un discorso analogo varrebbe per Friedrich Merz: ora è all’inizio del mandato, ma per quando avrà completato la ristrutturazione della Bundeswehr, alla cancelleria potrebbe essere arrivato un esponente di Alternative für Deutschland. Che avrà l’esercito più forte del continente.
L’unico esponente dell’esecutivo a commentare le parole del dottor Stranamore di Parigi è stato il vicepremier. Matteo Salvini è tranchant: «Quello che dice Macron per me conta zero». La reticenza di Roma ha innescato le proteste di Carlo Calenda, il quale considera un «grave errore» rinunciare alla «forza di dissuasione europea». Il discorso filerebbe, se la «forza» non fosse francese prima che «europea».
Le preoccupazioni della politica nostrana, comunque, per adesso riguardano prevalentemente il ruolo italiano in Medio Oriente. Ieri, Crosetto ha confermato all’Ansa che il governo sta valutando come «aiutare» i Paesi del Golfo, «sia dal punto di vista degli assetti che possono essere dati, sia vagliando anche con che sistema giuridico farlo: un decreto legge o in che modo farlo il più velocemente possibile». Per il momento non si parla di inviare caccia o armi offensive; semmai, delle contraeree per neutralizzare i raid iraniani. Tenendo conto che, se spedissimo un sistema Samp/T nella penisola arabica, a noi ne rimarrebbe soltanto uno.
Il Movimento 5 stelle, intanto, è in fibrillazione per l’utilizzo delle basi statunitensi situate sul nostro territorio. Sigonella e Muos a Niscemi, hanno scritto in una nota i capigruppo pentastellati nelle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, Alessandra Maiorino, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti, «sono già coinvolte nella guerra contro l’Iran. Nell’aeroporto militare nella Sicilia orientale si registra un intenso traffico di aerei cargo e di aerei spia americani. Il centro satellitare di Muos è per definizione coinvolto. Il ministro della Difesa Crosetto chiarisca queste circostanze». Secondo il loro collega Riccardo Ricciardi, l’esecutivo ci sta trasformando in un «bersaglio». Pd, M5s e Iv hanno esortato la Meloni a riferire in Aula «e non al Tg5». Un suo intervento in vista del Consiglio Ue era già in calendario per il 18 marzo. Crosetto, al momento, ha escluso che le piattaforme Usa sul nostro territorio siano interessate dalle operazioni belliche: quando gli americani «ce lo chiederanno», ha detto, «risponderemo. È una decisione del governo».
Teheran, intanto, ha minacciato gli Stati europei: qualunque tentativo di difendere i partner del Golfo sarà equiparato a un atto di guerra. Quasi l’intero continente, non la sola Cipro, potrebbe essere sotto tiro. Nondimeno, la Francia, che ha confermato lo spostamento nel Mediterraneo della portaerei de Gaulle, starebbe inviando nell’isola sistemi antidroni e antimissile, oltre a una seconda fregata; Londra, la cui base cipriota è stata il bersaglio degli attacchi dei pasdaran, sarebbe in procinto di far salpare il cacciatorpediniere Hms Duncan.
La nuova guerra non è un affarone per noi. Ma se è vero quello che ha detto Mark Rutte, segretario Nato, in Europa la campagna di Donald Trump gode di «ampio sostegno». I tempi di Michel Foucault innamorato della rivoluzione islamica sono lontani. Si fatica a rimpiangere un ayatollah.
Europa in ginocchio da Zelensky per accedere al petrolio russo
Europa in retromarcia. Come al solito. Prima ordina all’Ucraina di bloccare il passaggio del petrolio russo. Ora bussa alla porta di Kiev chiedendo di riaprire il rubinetto. Zelensky, però, punta i piedi. Al centro del confronto l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo). Un nome oggi paradossale. Rifornisce Ungheria e Slovacchia, due Paesi che con Mosca hanno un rapporto meno conflittuale rispetto al resto dell’Unione. E proprio su quel tubo, colpito da un attacco aereo russo a gennaio secondo Kiev, si sta consumando l’ennesimo paradosso europeo. L’Ucraina sostiene che l’infrastruttura è gravemente danneggiata: un serbatoio da 75.000 metri cubi in fiamme per dieci giorni, trasformatori distrutti, sistemi di rilevamento compromessi. Un incendio esteso quanto un campo da calcio, dicono a Kiev. Dall’altra parte del confine il copione è diverso. Il premier ungherese Viktor Orbán accusa Kiev di esagerare. Sostiene di avere immagini satellitari che mostrerebbero danni non tali da impedire il funzionamento. Nel frattempo blocca un pacchetto di aiuti europei da 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina. La logica è semplice: niente petrolio, niente soldi.
In mezzo c’è Bruxelles, che si scopre improvvisamente pragmatica. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, durante la loro visita a Kiev per il quarto anniversario dell’invasione russa, avrebbero chiesto accesso al sito per verificare i danni in modo indipendente. Risposta: no, per motivi di sicurezza.
La scena è quasi surreale. L’Europa che da due anni proclama l’addio definitivo all’energia russa ora chiede di ispezionare un oleodotto che porta greggio di Mosca verso due capitali dell’Unione. Perché? Perché i prezzi dell’energia sono tornati a salire dopo le tensioni in Medio Oriente e l’interruzione di forniture globali. E quando le bollette corrono, le ideologie rallentano.
È il trionfo del «realismo termico»: quando fa freddo, il rigore energetico si abbassa di un grado.
Kiev non arretra. Un alto funzionario vicino al presidente Volodymyr Zelensky lo dice senza giri di parole: perché dovremmo riparare, in tempo di guerra e senza cessate il fuoco, un oleodotto che porta petrolio dalla Russia agli amici della Russia? Tradotto: state chiedendo a un Paese bombardato di garantire il comfort energetico di governi che con Mosca mantengono rapporti cordiali.
Anche il premier slovacco Robert Fico si è unito alla richiesta di una «missione di accertamento». Kiev, raccontano fonti diplomatiche, avrebbe respinto l’offerta per ragioni di sicurezza. Zelensky, dal canto suo, accusa Orbán di usare la questione come leva elettorale. «State bloccando 90 miliardi di euro. Sono soldi che ci servono per sopravvivere», ha detto.
Il punto politico è tutto qui: l’Europa è talmente alla canna del gas - in senso quasi letterale - da chiedere all’Ucraina di riattivare un’infrastruttura che alimenta la dipendenza energetica da Mosca, proprio mentre combatte contro Mosca. È un cortocircuito che nessun comunicato stampa riesce a mascherare.
L’Europa aveva promesso autonomia strategica. Si ritrova a fare i conti con la realtà delle infrastrutture. I tubi di un oleodotto non si spostano con i tweet, e i flussi non si sostituiscono con i comunicati. La transizione energetica è un processo, non un interruttore.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Insomma, lo choc energetico si sta allargando a macchia d’olio e le conseguenze per le bollette di imprese e famiglie rischiano di diventare sanguinose. I desk di tutte le redazioni sovrabbondano di studi e analisi di società di consulenza o uffici studi che partono da un 10% e arrivano fino al 20% di incremento, ma la verità è che stime puntuali oggi è impossibile farne e che la situazione si sta aggravando. Bisogna agire in fretta.
E infatti nella giornata di ieri il premier Giorgia Meloni ha presieduto due riunioni di governo dedicate agli sviluppi della crisi in Medio Oriente. Al primo incontro hanno partecipato Antonio Tajani, Guido Crosetto, Gilberto Pichetto Fratin e i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. I rappresentanti di esteri, difesa, energia e due dei più stretti collaboratori del presidente del Consiglio per esaminare gli ultimi sviluppi. Poi è stata la volta degli ad di Eni e Snam, Claudio Descalzi e Agostino Scornajenchi. Si è discusso di di guerra e sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto su prezzi e mercati. Come mitigarlo? Decisioni concrete non sarebbero state prese, ma sono stati «messi a terra» i presupposti per agire. Anche se in realtà qualcosa già si muove.
Secondo quello che risulta alla Verità , nei prossimi giorni il gruppo parlamentare della Lega, sponda viceministro Vannia Gava, dovrebbe presentare un emendamento al decreto Bollette. La modifica punta a eliminare del tutto o comunque a sterilizzare temporaneamente la possibilità di vendere una fetta consistente degli stoccaggi nazionali (pari a circa il 10-12% della capacità del Paese) che, nella ratio originaria del decreto, avrebbe dovuto ridurre gli oneri del costo di trasporto pagati dalle imprese gasivore. Parliamo di un provvedimento che era stato stimato intorno ai 650 milioni di euro (sono in ballo 1 miliardo di metri cubi del metano Gse e 1,1 miliardi di metri cubi di Snam) e che ai prezzi attuali avrebbe un impatto ancor maggiore. Non solo: ridurre le quantità stoccate, paradossalmente, in questa situazione, potrebbe causare un aumento dei prezzi ancora più forte.
Insomma, vanno trovate risorse aggiuntive. Poi c’è l’altro grande tema: gli Ets, il sistema per lo scambio di quote di emissione di gas a effetto serra dell’Ue. Tema affrontato anche dal decreto bollette (rimborso parziale ai produttori termoelettrici), ma rispetto al al quale serve uno scatto di reni a livello europeo.
«La crisi in Medio Oriente», spiegava ieri in un’intervista all’Adnkronos il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, «impone l’adozione di misure urgenti a tutela dell’industria europea. Bruxelles deve sospendere in via emergenziale il sistema degli Ets». E giù di conti. «Duferco (la società presieduta da Gozzi) stimava per il 2026 una ripresa della domanda di acciaio dell’1,3% nel mondo e del 3,2% in Europa. Ma sono previsioni “ante conflitto” che ora è impossibile confermare. Il costo, per noi, dipende ancora dal prezzo del gas che al deflagrare delle tensioni è schizzato nuovamente in alto: ieri (lunedì ndr), dopo lo stop alla produzione di Gnl da parte di QatarEnergy, segnava 48 euro al megawattora, un’esplosione del 50%, molto più grave di quella del petrolio, perché il Qatar rappresenta il 20% del mercato mondiale».
E in questo quadro già critico l’Europa aggiunge anche il carico della tassa verde. «È folle», sottolinea Gozzi, «perché impone alle aziende di acquistare un numero di quota pari alle emissioni prodotte. L’obiettivo, quindi, è far pagare le emissioni prodotte e, di conseguenza, incentivare l’uso di tecnologie pulite. Le rinnovabili, però, ora non bastano e sono intermittenti per definizione».
Così com’è paradossale che, con tutto quello che sta succedendo, il governo debba strapparsi i capelli perché dati provvisori alla mano potrebbe aver sforato dello 0,1% (dal 3 al 3,1%) il rapporto deficit/Pil imposto dall’Ue. O meglio, sia costretto a mettere da parte investimenti (sulla difesa ma non solo) che già aveva programmato e che avrebbero dato nuovo impulso all’economia.
Un sistema che distorce la concorrenza, perché Germania e Francia che non sono più le locomotive d’Europa da un bel pezzo e hanno i conti in disordine da un po’ (in semi-recessione la prima e con un deficit Pil intorno al 5,4% la seconda) ma continuano a sfornare piani di espansione. E che, con quello che sta succedendo in Medio Oriente, appare ai limiti del masochismo. Ormai far saltare le regole Ue non è più una battaglia da combattere con le armi della politica, ma una necessità di sopravvivenza.
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Si intensifica lo scontro in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran. I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati ancora, ieri, con la navigazione nello Stretto di Hormuz ancora bloccata e i missili iraniani che colpiscono infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo Persico. Il petrolio Brent ieri ha raggiunto un massimo di 85 dollari al barile mentre il Wti ha sfiorato i 78 dollari al barile. La notizia che ha fatto di nuovo alzare i prezzi è arrivata ieri a metà mattina, quando l’Iraq ha annunciato di aver tagliato la produzione del gigantesco giacimento petrolifero di Rumaila e quella del sito West Qurna 2, per un calo di 1,16 milioni di barili al giorno. L’Iraq ha fatto sapere che nel caso in cui le petroliere non riuscissero ad arrivare ai punti di carico, dovrebbe tagliare la produzione di altri 3 milioni di barili al giorno nel giro di pochi giorni.
L’Arabia Saudita sta pensando di utilizzare l’accesso al Mar Rosso (porto di Yanbu) per rimediare al blocco nel Golfo Persico. Tuttavia, il lungo oleodotto che attraversa il territorio arabo ha una capacità ridotta. Inoltre, anche il Mar Rosso non è da considerarsi una via sicura, essendo lo stretto di Bab el Mandeb presidiato dagli Huthi dello Yemen alleati dell’Iran, che già hanno minacciato una ripresa degli attacchi alle petroliere.
La situazione è critica per l’export di petrolio greggio, ma lo è anche per quello di prodotti raffinati e gas naturale liquefatto. Dal Golfo Persico partono circa 10 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, mentre il 20% delle forniture mondiali di Gnl proviene dal Qatar, che due giorni fa ha annunciato la sospensione totale della produzione. Di conseguenza, anche il gasolio e il gas hanno visto salire i prezzi a livelli preoccupanti. Sul mercato Ice il future sul gasolio è salito a 994 dollari a tonnellata (+12%) mentre il gas al Ttf ha toccato un massimo a 65.79 euro/MWh prima di chiudere a 53,60 euro/MWh (+20%).
Scendono le borse, sui timori di un allargamento della crisi in Medio Oriente. Negli Stati Uniti i tre maggiori indici azionari sono scesi di circa l’1,5%, la borsa di Milano ha chiuso a -3,92%. Il Dax tedesco ha fatto segnare un -3,59%, il Cac40 francese ha chiuso a -3,46%, Londra a -2,75%.
L’allarme per una impennata dei prezzi energetici ha provocato una corsa a vendere anche le obbligazioni governative. La possibile ripresa dell’inflazione porterebbe a un rialzo dei tassi, dunque salgono i rendimenti dei titoli decennali americani a 4,07%, quelli tedeschi a 2,77%, quelli italiani a 3,49%. Spread Btp - Bund a 70,4.
La situazione sul campo è in evoluzione. Mentre si susseguono i bombardamenti in Iran, con il Pentagono che afferma di avere colpito 1.700 obiettivi e avere affondato 11 navi iraniane, gli occhi restano puntati sullo Stretto di Hormuz, dove il numero di petroliere ferma aumenta. Ieri la Cina, grande acquirente di petrolio e gas dai Paesi del Golfo e destinatario pressoché unico della produzione di greggio iraniana, ha espresso preoccupazione e ha chiesto alle parti in causa di garantire il passaggio sicuro delle navi nelle acque dello Stretto.
Proprio la Cina, pur avendo condannato l’attacco americano e israeliano all’Iran, non sembra intenzionata ad alzare la tensione, al momento. Pechino dispone di una sostanziosa scorta strategica, accumulata nei mesi scorsi, e può ricevere più petrolio dalla Russia. Ma per la Cina si tratta del secondo sgambetto in poche settimane. L’azione di Donald Trump in Iran riguarda certo alcune questioni strategiche, ma vi è un chiaro disegno di sottrarre a Pechino le fonti esclusive di approvvigionamento petrolifero. Prima la destituzione di Nicolás Maduro, con il petrolio venezuelano finito sotto il controllo Usa. Ora, l’altro grande fornitore cinese, l’Iran, finisce nel mirino. Non è un caso che Pechino stia perseguendo la propria indipendenza energetica attraverso massicci investimenti in produzione nazionale di carbone e idrocarburi, oltre che in energia nucleare e fonti rinnovabili. Intanto, l’Unione europea, ancora una volta presa in contropiede sull’energia, abbozza ma non trova il bandolo della matassa. Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Financial Times, l’Ue sta facendo pressioni su Kiev perché permetta una visita in territorio ucraino sull’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria. L’Ucraina sostiene che l’oleodotto è stato danneggiato da un attacco russo, ma Budapest accusa Kiev di averlo danneggiato intenzionalmente e chiede che Bruxelles intervenga.
Secondo alcune ipotesi, il petrolio russo potrebbe ritornare in gioco nel caso in cui la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi oltre un mese. Molto greggio Urals è parcheggiato nelle petroliere nel Mar Arabico e la Cina potrebbe iniziare a richiederlo. Non è da escludere neppure che Donald Trump possa decidere un allentamento delle sanzioni su Mosca, nel caso di un aggravamento della crisi energetica. Le elezioni di medio termine incombono e il prezzo della benzina negli Stati Uniti è tornato sopra i 3 dollari al gallone (circa 66 eurocent al litro). Una maggiore offerta di petrolio russo sui mercati mondiali contribuirebbe ad abbassare i prezzi. È invece più difficile che l’Ue decida di tornare indietro sulle sanzioni alla Russia. L’investimento europeo sull’Ucraina è troppo grande per tornare indietro ora.
Aziende gasivore, choc da 2 miliardi
«La guerra in Iran potrebbe costare alle imprese gasivore circa 2 miliardi di euro l’anno. A tale cifra ammonta l’extra costo del gas, supponendo un consumo industriale delle aziende italiane maggiormente utilizzatrici di metano, di 10 miliardi di metri cubi di gas e che la parte a prezzo variabile sia circa il 70%, cioè 7 miliardi di metri cubi e che gli aumenti di prezzo attuali rimangano invariati a lungo». Aldo Chiarini, presidente di Gas Intensive, l’associazione di Confindustria che riunisce le aziende gasivore, descrive una situazione di grande allarme e preoccupazione tra le imprese. «Siamo ripiombati nel buio dell’incertezza e della volatilità dei prezzi dopo che avevamo visto un po’ di luce con il decreto bollette» e di cui Chiarini sottolinea l’attualità. «Il testo prevede il corridoio di liquidità che serve a ridurre lo spread tra il costo del gas italiano e quello europeo. Ma il decreto va convertito in legge prima possibile e l’Arera deve creare le condizioni operative per renderlo effettivo». Il manager non nasconde il rischio che «alcune imprese, soprattutto di piccole dimensioni e grandi utilizzatrici di metano possano rallentare o interrompere la produzione e altre accelerino un progetto di delocalizzazione a cui magari stanno pensando da tempo per cercare mercati in cui il costo energetico è inferiore». Come gestire la situazione? Chiarini indica una doppia soluzione. «Se il costo del gas dovesse rimanere a lungo all’attuale livello, bisogna ricorrere a soluzioni di emergenza come il credito d’imposta come fatto durante il Covid. Poi accelerare il progetto del “gas release”, volto a vendere gas di produzione nazionale a prezzi calmierati per sostenere le imprese gas intensive e la manifattura». Nonostante diversi decreti, la misura è attesa da circa quattro anni. «Bisogna fare in fretta, ci sono giacimenti non sfruttati. Un altro tema è quello del biogas. La gas release darebbe un volume aggiuntivo di 3 miliardi di metri cubi di metano e 2 miliardi verrebbero incrementando il biogas. Certo non sono soluzioni immediate ma avere in futuro un ventaglio maggiore di risorse da utilizzare renderebbe il mercato più liquido facendo scendere i prezzi».
L’industria della ceramica, tra i settori gasivori, rilancia la richiesta di una «rapida conversione del decreto bollette». In soli due giorni, spiega Confindustria Ceramica, «il valore Psv (prezzo di riferimento all’ingrosso per il mercato italiano, ndr) è passato dai 33 a 55 euro/MWh con i futures di aprile su Ttf già a quota 58 euro/MWh». Considerando che solo il 30% dei contratti di fornitura delle imprese associate può essere bloccato, resta «un consumo libero di oltre 700 Mm3/a, con una prospettiva di costo extra annuale per il settore di 180 milioni di euro». Quindi, avvisano gli industriali, è necessario «agire in fretta». «Lo strumento di liquidità del decreto bollette per ridurre lo spread Psv/Ttf potrà accorciare il differenziale di circa 2 euro/MWh». E aggiunge che «nella fase di conversione del decreto bisogna inserire l’esenzione del pagamento dell’anidride carbonica nella cogenerazione industriale oltre che per la generazione termoelettrica».
Secondo Paolo d’Amico, numero uno del gruppo d’Amico, tra i leader mondiali nel trasporto marittimo con una flotta di navi cisterna per i raffinati, per l’Europa si pone il problema dei prodotti raffinati come il diesel. «Nel Golfo ci sono infrastrutture di raffinazione molto grandi e con Hormuz chiuso si dovranno fermare. L’Europa che importa il diesel dovrà cercarlo altrove».
Drammatico è lo scenario tracciato dal Centro Studi di Conflavoro. «In caso di escalation prolungata il greggio potrebbe salire fino al 75-80% e i costi logistici fino al 25-30%», avverte il presidente Roberto Capobianco. «A rischio 200.000 posti di lavoro e 7-8 milioni di ore di cassa integrazione, con produzioni in calo fino al 20% nei comparti energivori. In sei mesi nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, il contraccolpo economico sarebbe fino a 33 miliardi di euro».
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Ansa
A Doha la giornata è stata segnata da diverse esplosioni: l’Iran ha comunicato di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid situata in Qatar. Ma i missili di Teheran puntavano anche all’aeroporto internazionale Hamad. Il ministero della Difesa qatariota ha annunciato che sono stati abbattuti due jet iraniani e che sono stati intercettati diversi missili balistici e droni. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al Ansari, ha aggiunto che i due aerei erano stati informati dello sconfinamento prima di essere distrutti sulle acque del Golfo Persico. L’avviso è arrivato nonostante Teheran non avesse comunicato a Doha l’incombente attacco.
Anche l’Arabia Saudita è stata interessata dai raid: a Riad, l’ambasciata degli Stati Uniti è andata in fiamme dopo essere stata bersagliata da due droni. Dure parole di condanna sono arrivate dal ministero degli Esteri saudita che ha definito «codardo e ingiustificato» l’attacco iraniano. Ha poi ricordato che il bombardamento è avvenuto nonostante l’Arabia Saudita avesse già messo in chiaro che non avrebbe consentito «l’uso del suo spazio aereo e del suo territorio per colpire l’Iran». A reagire è stato anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Ci sarà una ritorsione». E ha precisato che l’Iran è pronto a «negoziare», ma per la Casa Bianca «è troppo tardi». Tra l’altro, secondo i media israeliani, il Qatar avrebbe già preso parte agli attacchi condotti contro l’Iran e fonti citate da Kan prevedono che anche l’Arabia Saudita faccia altrettanto. Poco dopo però è arrivata la smentita di al Ansari: «Il Qatar non ha preso parte alla campagna contro l’Iran».
In ogni caso, sia Doha sia Riad hanno lanciato avvertimenti a Teheran. Sempre al Ansari ha riferito che la violazione della sovranità del Qatar, di cui si è macchiato l’Iran, «sarà affrontata con misure severe». Dello stesso tenore sono le dichiarazioni di Riad: «Il regno ribadisce il suo pieno diritto ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sicurezza, l’integrità territoriale, i propri cittadini» inclusa «la possibilità di rispondere a un’aggressione».
Chi sembra propenso a intraprendere un’azione militare contro l’Iran è Abu Dhabi. A lanciare l’indiscrezione è Axios: una fonte a conoscenza della questione ha infatti rivelato che gli Emirati Arabi Uniti «stanno valutando l’adozione di misure difensive attive contro l’Iran». Si tratta del Paese più colpito dalla rappresaglia iraniana: il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha reso noto che Teheran ha lanciato 186 missili balistici e 812 droni. E si contano almeno 70 feriti e tre morti. Gli Emirati Arabi quindi «si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio». Anche ieri sera sono state sentite delle forti esplosioni. Le autorità di Ras Al Khaimah hanno confermato che è entrata in funzione, con successo, la difesa aerea.
In Bahrein, le esplosioni a Manama hanno fatto scattare le sirene, mentre la popolazione è stata invitata a cercare riparo. A detta di Teheran sono stati sganciati con successo «20 droni e tre missili» che hanno colpito la base americana in Bahrein. Non è stato immune nemmeno l’Oman: altri droni sarebbero stati sganciati sul porto commerciale di Duqm.
E mentre Mascate ha lanciato l’appello per il cessate il fuoco, con il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha sottolineato che «ci sono vie d’uscita», la Turchia ha criticato duramente la vendetta scatenata dall’Iran. L’omologo turco, Hakan Fidan, ha bollato la rappresaglia contro i Paesi del Golfo come «una strategia incredibilmente sbagliata».
L’alto livello di tensione nell’intera regione è evidente dagli allarmi che gli Stati Uniti hanno indirizzato verso i connazionali. Già prima delle esplosioni a Doha, Washington aveva invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente tutti i Paesi mediorientali e ha iniziato a organizzare i voli per il rimpatrio. Inoltre, è stata ordinata l’evacuazione del personale diplomatico non essenziale dalla Giordania, dal Bahrein, dall’Iraq, dal Qatar, mentre l’ambasciata americana in Kuwait è stata chiusa.
Nel frattempo, alcuni Paesi del Vecchio continente si sono attivati per difendere Cipro. Il Regno Unito invierà elicotteri antidrone e il cacciatorpediniere Hms Dragon, mentre la Francia si è impegnata a mandare sistemi antimissile e antidrone e dispiegherà la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo.
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