- «Il problema non è la pedofilia ma la efebofilia, l'attrazione gay per i giovani maschi. Esiste una lobby Lgbt coperta dai media».
- Lo «storico» accordo tra Roma e Pechino è stato secretato e solleva molti dubbi fra i fedeli perseguitati dal regime comunista Padre Cervellera: «Sui vescovi nominati dal governo il Papa avrà effettivo potere di veto? Bisogna fare maggiore chiarezza».
Lo speciale contiene due articoli
Giornalista, scrittore, grande provocatore. E cattolico, militante e belligerante. Per 20 anni firma di punta dell'Irish Times, il più diffuso quotidiano d'Irlanda, John Waters dovette abbandonare il giornale in seguito alle polemiche scatenate da alcune sue dichiarazioni pubbliche in tema di omosessualità (anche la cantante Madonna si accodò a quanti nel Paese lo tacciavano di «omofobia»). Perché tutto si può dire di questo pugnace opinionista, ma non che sia uno che parla per arzigogoli, sospiri e allusioni. Dal suo punto di vista, in fondo, non ha fatto altro che esercitare il suo diritto a dire quel che pensa. Solo che quel che pensa dà fastidio a molti. Ai suoi fratelli cattolici innanzitutto.
Waters in questi anni è diventato in Irlanda il volto pubblico del cattolicesimo. In tv a confrontarsi nei dibattiti per sostenere le ragioni pro life nei referendum su matrimonio gay (2015) e aborto (2018) c'era la sua di faccia, non quella dei vescovi e dei cardinali. La pungente penna di Waters è apprezzata anche all'estero. Recentemente, a proposito dell'affaire Viganò, ha scritto un articolo al fulmicotone su First Things, la più autorevole rivista cattolica americana.
Cosa pensa della lettera dell'arcivescovo Carlo Maria Viganò?
«Credo, senza equivoci, che Viganò stia dicendo la verità. Ha presentato le proprie prove con chiarezza e dettagli straordinari. Non ho dubbi al riguardo. E anche se li avessi, non potrei fare a meno di chiedermi: perché le sue accuse non vengono affrontate o indagate? Se c'è il rischio che stia sbagliando o dicendo falsità, allora, data la gravità delle affermazioni, è vitale arrivarne al fondo».
Perché i media non lo fanno?
«Perché i media hanno fatto fronte comune in difesa di papa Francesco. In ogni altro caso, al denunciante sarebbe stato concesso il beneficio del dubbio. Questo non è accaduto con Viganò, sebbene la sua testimonianza non sia stata ancora confutata».
Al contrario nei suoi confronti sono state lanciate diverse accuse.
«Sì, ma ogni volta Viganò ha risposto con dettagliate confutazioni: sia nel caso dell'accusa di avere lui stesso coperto alcuni abusi sessuali, sia nel caso di aver ingannato papa Francesco a proposito dell'identità di Kim Davis, la donna americana che, in coscienza, si era rifiutata di rilasciare le licenze di matrimonio ad alcune coppie gay».
Bisognerebbe, come chiedono i vescovi americani, fare un'indagine per appurare la verità?
«Non c'è bisogno di un'inchiesta, ma della polizia. Indagini sono state già condotte dal Vaticano, dai vescovi americani e anche dallo Stato. Penso, ad esempio, al recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania e ad alcune indagini statali in Irlanda e in altri Paesi. Dopo tutto ciò, siamo lontani dal raggiungere la verità tanto quanto lo eravamo all'inizio. Qui c'è bisogno di un'inchiesta internazionale della polizia, magari sotto l'egida dell'Interpol».
Nella Chiesa cattolica c'è un problema nei confronti della pedofilia o dell'omosessualità?
«Nel 2009, l'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, l'arcivescovo Silvano Tomasi, ha letto una dichiarazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Ha detto: “Mentre molti parlano di abusi sui minori, cioè di pedofilia, sarebbe più corretto parlare di efebofilia, essendo un'attrazione omosessuale per i maschi adolescenti. Di tutti i sacerdoti coinvolti negli abusi, dall'80% al 90% appartiene a questa minoranza di orientamento sessuale che è attratta sessualmente da ragazzi adolescenti tra gli 11 e i 17 anni". È chiaro, no?».
È chiaro.
«È così chiaro che lo sappiamo con certezza da 14 anni. Le dichiarazioni dell'arcivescovo Tomasi si basavano in gran parte sui risultati del John Jay Report, uno studio commissionato dalla Conferenza episcopale statunitense e pubblicato nel 2004. In nessuno dei Paesi in cui l'abuso sessuale da parte di sacerdoti si è manifestato come problema è emersa una confutazione o un'analisi alternativa a questa».
E cosa diceva il rapporto?
«Il rapporto ha rilevato che, nel periodo 1950-2000, la maggior parte delle vittime (l'81%) erano ragazzi: il 14,2% aveva meno di 10 anni; il 45,8% era tra 10 e 13, e il 40% aveva tra i 14 e i 17 anni quando subì un primo abuso. Tra i bambini più piccoli, il 64%, cioè due su tre, erano maschi; nelle fasce di età più anziane l'85% erano maschi. Secondo il rapporto, nella stragrande maggioranza dei casi, i sacerdoti coinvolti erano omosessuali e il numero degli efebofili era cinque volte maggiore di quello dei pedofili. Il rapporto diceva anche che gli abusi avevano raggiunto il loro picco negli anni Settanta, erano diminuiti negli Ottanta e tornati negli anni Novanta ai livelli (relativamente bassi) degli anni Cinquanta».
Nella Chiesa c'è una lobby Lgbt?
«L'esistenza e le attività di questa lobby sono state esaurientemente documentate da don Dariusz Oko, nel suo saggio With the Pope Against Homoheresy (Con il Papa contro l'omoeresia nella Chiesa). Le sue conclusioni sono terrificanti: non esistono più autorità sicure cui rivolgersi per avere informazioni sulla contaminazione omosessuale nella Chiesa. Ma il “Papa" cui si fa riferimento nel titolo del volume è Benedetto XVI, non Francesco».
Però anche Benedetto fu accusato di aver dato protezione ai pedofili.
«Questa è una menzogna che è stata raccontata dai media di tutto il mondo. In realtà è stato Benedetto a modificare le procedure del diritto canonico che permettono la rimozione di quei preti che usavano la loro vocazione sacerdotale per cercare prede - soprattutto - tra gli adolescenti. Papa Benedetto ha cacciato centinaia di loro, ma questo non lo dice mai nessuno».
La Chiesa ha paura di apparire «poco moderna» nel denunciare queste cose?
«I media considerano papa Francesco utile alla loro agenda, che ovviamente è pro gay, pro aborto, pro tutto. Finora papa Francesco si è mostrato disposto a diventare uno strumento dei nemici della Chiesa».
E chi sarebbero questi «nemici della Chiesa»?
«Penso soprattutto ai giornalisti su cui ci basiamo per informarci».
Addirittura.
«Certo. Il pregiudizio ideologico è, in generale, la ragione per cui i media continuano a rifiutarsi di presentare i fatti in maniera completa, così come hanno fatto l'arcivescovo Tomasi e don Dariusz Oko. Usano la parola “pedofilia", che per la maggior parte dei casi è sbagliata, e quindi alla fine fuorviante. Il problema, in modo lampante, è l'omosessuale predatore. I giornalisti non riferiscono questo semplice fatto perché, quasi senza eccezioni, cercano di imporre l'agenda Lgbt nelle nostre società».
Quindi lei, giornalista, ce l'ha con i suoi colleghi.
«Chi cerca di nascondere la vera natura del problema è responsabile di ciò che è accaduto e di ciò che può accadere».
Perché Francesco non vuole rispondere alle questioni sollevate dalla lettera di Viganò?
«Perché Viganò fa parte del gruppo sbagliato. Francesco fa affidamento sull'altro gruppo e sa che è quello che gli ha dato sostegno nel conclave. Bergoglio sa anche che, poiché fin dall'inizio ha coltivato i rapporti coi media “liberal", non sarà messo sotto pressioni da loro finché continuerà a promettere la liberalizzazione delle norme della Chiesa su omosessualità e aborto. Ma ora che questa giochino è finito, potrebbe cambiare approccio. Staremo a vedere».
Francesco è il Papa della famosa domanda: «Chi sono io per giudicare?».
«Quella dichiarazione di papa Francesco fu ampiamente estrapolata dai media di tutto il mondo dal contesto in cui fu pronunciata».
Lei come la interpretò?
«In nessun modo credevo che quel pronunciamento potesse essere inteso come un perdono generale per le attività omosessuali. Insomma, sembrava dire quel che avrebbe detto a riguardo di ogni altro peccato che fosse stato confessato e poi perdonato».
Però il senso della frase che fu fatto passare sui media non fu quello.
«Sì, perché pare esserci sotto una specie di strategia. Il Papa fa una dichiarazione che sembra essere una sfida all'insegnamento della Chiesa o, almeno, che potrebbe essere interpretata in quel senso e poi, dopo, anziché correggere l'equivoco che ha generato, lo lascia lì, creando confusione tra i cattolici e anche tra gli altri».
Chi è il Papa per giudicare?
«È il Papa, appunto! Egli giudica: in ogni momento di ogni giorno siamo tutti chiamati a giudicare la realtà e il nostro rapporto con essa. Il Papa giudica il cambiamento climatico, ad esempio. O il muro proposto da Donald Trump, apparentemente ignaro del fatto che esiste un muro anche intorno al Vaticano!».
Però sul memoriale Viganò dice ai giornalisti «giudicate voi».
«Se qualcuno, tranne il Papa, si comportasse in questo modo, lo definirei un cinico che gioca con le parole. È facile assecondare il popolo, ma è molto più difficile offrire alle orde affamate del nostro tempo alcuni ragionamenti efficaci per comprendere i cambiamenti e i dilemmi della nostra epoca. Questo è ciò che papa Benedetto fece durante gli otto anni del suo pontificato. Questo è ciò che ci aspettiamo dal Papa, che dovrebbe essere per noi un padre, non un amico o un guru. Vogliamo un padre. Questo è il lavoro del Papa. Prima inizierà a farlo, migliori saranno le nostre possibilità di salvare la Chiesa e il mondo».
Rachele Schirle
«Per i cattolici cinesi la Chiesa s’è svenduta»
L'accordo tra Cina e Vaticano firmato sabato a Pechino da monsignor Antoine Camilleri, sottosegretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, e Wang Chao, viceministro degli Affari esteri della Repubblica popolare cinese, è stato definito con molto entusiasmo come «storico». Un'affermazione che da un certo punto di vista appare un po' troppo roboante, per un accordo che la stessa Santa sede definisce «provvisorio» e che «prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione».
E non potrebbe essere diversamente perché la firma riguarda la questione più spinosa dal punto di vista religioso, cioè la nomina dei vescovi. Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha parlato di «obiettivo pastorale» e non politico, ma proprio dal punto di vista religioso il contenuto dell'accordo sulla nomina dei vescovi solleva perplessità in molta parte della Chiesa in Cina e nel mondo. «Una certa perplessità», dice alla Verità padre Bernardo Cervellera, direttore dell'agenzia Asianews, «è condivisibile, innanzitutto perché sarebbe interessante conoscere il contenuto dell'accordo».
Infatti, questo accordo «storico» viene mantenuto segreto. Si aggiunge così un altro punto di domanda ai molti che ultimamente vengono lasciati in sospeso oltre Tevere, dai silenzi sul memoriale Viganò, ai misteri sul dossier che tre cardinali hanno redatto nel 2012 su incarico di Benedetto XVI. La segretezza sarebbe motivata dalla provvisorietà dell'accordo, ma forse questo riserbo viene mantenuto anche per proteggere dal pubblico dominio un testo che in fondo assomiglia a un compromesso rispetto al Codice di diritto canonico. Il canone 377.5, infatti, afferma chiaramente che «per il futuro non verrà concesso alle autorità civili alcun diritto e privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione dei Vescovi». Invece, sembra che l'accordo Cina-Vaticano preveda per il Papa solo un diritto di veto su nomine episcopali che sarebbero proposte dalla Chiesa cinese, la quale è chiaramente sottoposta a una «sorveglianza» da parte del governo di Pechino. Allora è lecito domandarsi: che tipo di veto avrà il Papa? «La Chiesa», dice ancora padre Cervellera, «nella storia ha già realizzato compromessi di questo tipo sulla nomina dei vescovi, però in questo caso sarebbe davvero opportuno saperne di più. L'eventuale veto del Papa sarà effettivo oppure no?».
Le domande sono tante. Ma una prima significativa risposta c'è già, infatti, gli ultimi sette vescovi ordinati illecitamente da Pechino sono stati riconosciuti dalla Santa sede e il Papa ha cancellato la scomunica in cui erano incorsi automaticamente. Inoltre è stata ridisegnata la fisionomia territoriale di alcune diocesi, costituendo quella di Chengde, suffraganea di Beijing.
Dal 1951, quando la Cina ruppe con il Vaticano, i cattolici cinesi sono divisi in due: da una parte la Chiesa riconosciuta dal governo comunista e posta sotto il controllo dell'Associazione patriottica cattolica cinese, dall'altra la Chiesa clandestina in comunione con Roma, perseguitata duramente e ricca di martiri per questa sua fedeltà. Su questa situazione il cardinale Parolin si limita a una esortazione «all'unità» e a «vivere un autentico spirito di riconciliazione tra fratelli», ma gli umori della Chiesa sotterranea volgono al pessimismo. «Io comprendo e condivido il richiamo all'unità», dice Cervellera, «ma in questo ore registro un duplice atteggiamento che deve essere compreso. Se dalla Chiesa ufficiale arrivano generalmente commenti orientati all'ottimismo, nella Chiesa clandestina prevale il pessimismo. A volte con toni molto duri, di chi si sente tradito e come se la Chiesa fosse stata svenduta. Penso sarebbe opportuno ricondurre questi toni a un certo realismo e, da una parte e dall'altra, a una maggiore speranza».
Le domande nella Chiesa clandestina sono comprensibili. Di fronte a chi ha affrontato la persecuzione, il carcere e a volte persino la tortura, sono lecite le domande su cosa succederà ora. La preoccupazione è quella di subire ulteriori ritorsioni da parte di un governo che non si è mai fatto troppi problemi a usare la mano pesante, e che ora potrebbe ancora utilizzare questo accordo non in chiave religiosa, come si dice di voler procedere, ma in modo squisitamente politico.
Sono le preoccupazioni più volte manifestate dal vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Joseph Zen, il quale ha commentato dicendo che con questo accordo, per ora, si dice semplicemente ai cattolici cinesi di «accettare e obbedire» senza spiegare a chi e a cosa si deve questa accettazione e questa obbedienza.
L'accordo «provvisorio» e segreto quindi appare come un'ulteriore reticenza alle tante domande che attendono risposta dal Vaticano. Pur comprendendo la necessaria prudenza diplomatica è chiaro che i segreti e i silenzi non possono aiutare a svolgere dei processi ritenuti di portata «storica». I fedeli chiedono trasparenza e chiarezza. «In Cina», afferma infine padre Cervellera, «c'è una perplessità che posso condividere e sarebbe davvero importante saperne di più».
Lorenzo Bertocchi
- Dopo gli annunci, è partito l'iter per revocare le convenzioni con il colosso che gestisce il tratto stradale teatro della tragedia. Il premier Giuseppe Conte: «Contestiamo ad Autostrade la grave sciagura». Il ministro Danilo Toninelli: «Hanno 15 giorni per presentarci la loro relazione».
- Esercito di legali e nuovi portavoce Benetton pronti a sfidare Lega e M5s. Dopo le critiche per la mancanza di tatto davanti alla strage, Autostrade cambia agenzia di comunicazione. L'azienda prepara lo scontro in tribunale: ieri riunione fiume dei manager con un grande pool di avvocati.
- Clemente Mastella chiude il suo ponte Morandi. A Benevento c'è un viadotto firmato dall'ingegnere padre di quello genovese, edificato nel 1955. Il sindaco dispone una perizia e lo transenna: «Meglio le code che una strage».
Lo speciale contiene tre articoli
Il governo ha avviato l'iter della revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. L'annuncio dell'avvio della procedura è stato dato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «Il governo», ha dichiarato ieri sera Conte, «tramite la competente direzione del ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a Autostrade per l'Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo», ha aggiunto Conte, «contesta al concessionario che aveva l'obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte».
«È stata immediatamente costituita», ha spiegato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «una commissione ispettiva presso il mio ministero. È già all'opera per fare tutti gli accertamenti tecnici sul crollo del viadotto ed entro un mese mi relazionerà su cosa ha scoperto. Questi risultati saranno materiale per valutare le inadempienze di Autostrade per l'Italia».
«Il mio ministero», ha aggiunto Toninelli, «ha chiesto formalmente ad Autostrade per l'Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione».
«Nel governo», ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «non vi è nessuna divisione. L'iter», ha aggiunto Salvini, «non durerà 15 giorni; ci saranno le controdeduzioni di Autostrade, ci saranno pareri e contropareri, passeranno alcune settimane, se non alcuni mesi. Questo è l'iter, poi ci sono i fatti: 400 metri di autostrada crollata, 38 morti, più altri dispersi e una città divisa in due. Sono evidenti», ha sottolineato Salvini, «le colpe fattuali della società che ha incassato centinaia di milioni di euro di utili, che l'anno scorso ha incassato 3,5 miliardi di pedaggi autostradali dagli italiani e non ha fatto quello che doveva fare. Quindi mi sembra il minimo avviare le pratiche per rescindere il contratto». Alla domanda se la strada della revoca possa essere abbandonata nel caso Autostrade mettesse a disposizione fondi e aiuti per le famiglie delle vittime, Salvini ha risposto lapidario: «No, non siamo al mercato. Ci sono i morti. Non cerco vendetta», ha scandito Salvini, «ma l'atteggiamento del governo sarà rigoroso». Armonia totale quella tra i due vicepremier. «Lo dico chiaramente», ha detto Luigi Di Maio, «c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia. Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta. Hanno scritto», ha aggiunto Di Maio, «che il governo frena: falso, falsissimo! Il governo accelera e revocherà le concessioni».
Carlo Tarallo
Esercito di legali e nuovi portavoce: Benetton pronti a sfidare Lega e M5s
Qualche domandina iniziano a farsela anche i componenti della famiglia Benetton. «Di errori in questi giorni successivi alla tragedia del ponte Morandi ne abbiamo fatti parecchi», devono aver pensato ai piani alti dell'azienda di Ponzano. Difficile avere sangue freddo in simili occasioni, ma, devono aver ancora pensato da quelle parti, è giunto il momento di reagire approntando una strategia difensiva basata più sulla razionalità che sull'improvvisazione. Come dare loro torto? Ci sono di mezzo molti quattrini, ma anche un nome e un brand da difendere. Insomma, serve un piano di battaglia e dei professionisti adatti a gestire la situazione. È per questo che, come ha rivelato il sito Lettera43, ieri mattina a Milano si sono incontrati «Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l'Italia e Atlantia, Fabio Cerchiai, presidente di Edizione Holding, cassaforte della famiglia Benetton, Marco Patuano, amministratore delegato di Edizione. Al meeting hanno partecipato i rappresentati dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners allo scopo di mettere a punto le iniziative per gestire le conseguenze della tragedia di Genova».
Il contenuto dei colloqui non è trapelato, ma è certo che di argomenti sul tavolo ce ne fossero molti. Per martedì 21 e mercoledì 22 sono previsti due consigli d'amministrazione dagli esiti fondamentali per il futuro dei Benetton.
Che cosa faranno ora? Se nessuna certezza può essere espressa da questo punto di vista almeno si può azzardare qualche ipotesi più che plausibile. La più scontata, come nota anche Lettera43, è che per acquietare gli animi di un'opinione pubblica assai sconvolta si allarghino i cordoni della borsa elargendo somme risarcitorie nei confronti delle famiglie colpite dal crollo. Un segno, almeno economico, per esprimere quella vicinanza a chi ha sofferto che finora è mancata. Altra ipotesi quasi scontata e che i Benetton si facciano avanti per dare una mano nella ricostruzione di quanto andato distrutto.
Ma c'è un altro particolare interessante da sottolineare nella riunione di ieri: è stato deciso di affidare la gestione della comunicazione alla società Barabino & Partners, il cui titolare Luca Barabino è genovese. Anche su questo fronte, infatti, i Benetton qualche domanda devono essersela fatta dopo le magre figure dei giorni scorsi. Erano trascorse già quattro ore dalla tragedia, già era evidente che c'erano state delle vittime, siti e social moltiplicavano per il Web le immagini incredibili del ponte crollato, ma Autostrade per l'Italia ancora taceva. Niente, nisba, nemmeno un fiato. Poi la toppa peggiore del buco: un comunicato gelido che, dietro la spiegazione tecnica di cosa fosse capitato, nascondeva il grave disagio di trovare le parole adatte a commentare l'accaduto. Un comunicato che pareva un bollettino di lavori in corso su uno svincolo della tangenziale. Poche parole: «Erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto che, come da progetto, era stato installato un carroponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione».
Intanto tutte le tv, non solo italiane, trasmettevano le immagini e già iniziavano a circolare i numeri provvisori, ma destinati inevitabilmente a crescere, delle vittime, i racconti angoscianti dei feriti, quelli increduli dei miracolati. Ovunque su internet risuonava il grido «oh mio Dio» del primo video circolato sulla tragedia; ovunque appariva l'immagine del furgone fermo a pochi metri dall'abisso. Era successo qualcosa di inusuale, no? Non esattamente solo un ingorgo al casello o uno svincolo chiuso per lavori di manutenzione del manto stradale. Ma da Autostrade solo silenzio.
Per leggere un pensiero di umana pietà bisognava attendere le 20.42, quando finalmente Autostrade faceva un cenno alle vittime con un secondo comunicato in cui si esprimeva «cordoglio per le vittime del crollo del viadotto Polcevera sull'A10 e la profonda vicinanza ai loro familiari, insieme ai ringraziamenti per l'impegno straordinario profuso in queste ore dai soccorritori». Non molto, ma qualcosa, perlomeno. Certo, il ritardo di ore faceva suonare il tutto come maldestro, sospettoso e insincero.
Ecco, che ci sia qualcosa da registrare dal punto di vista della comunicazione deve essere chiaro agli stessi Benetton. Almeno un'altra pessima figura va registrata. All'annuncio da parte del governo di voler revocare la concessione, Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l'Italia, ha subito messo in chiaro che, in tal caso, avrebbe invocato il pagamento da parte dello Stato del valore residuo della concessione. Tutto legittimo, ovviamente, ma non proprio indice di una sensibilità umana spiccata mentre ancora si scavava (e si scava) per cercare i sepolti sotto le macerie.
Rachele Schirle
Mastella chiude il suo ponte Morandi
Psicosi collettiva o ragionevole prudenza? Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 38 vittime accertate, gli italiani hanno aperto traumaticamente gli occhi su una realtà che oramai era come il segreto di Pulcinella: le nostre infrastrutture sono vecchie, non manutenute e pericolanti. La Verità lo denuncia da un anno, forte del parere degli esperti che avevano ricordato come le opere realizzate nel nostro Paese negli anni del boom economico fossero soggette, in virtù delle tecniche di costruzione e dei materiali impiegati, al processo di «carbonizzazione», che ne segnava inesorabilmente il progessivo deterioramento.
Perciò non è per eccesso di prudenza che il sindaco di Benevento, Clemente Mastella (già ministro della Giustizia dell'ultimo governo di cui fu premier Romano Prodi), ieri ha emesso un'ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di un ponte progettato proprio dall'ingegner Riccardo Morandi e ultimato nel 1955 , quindi di 12 anni più vecchio di quello che si è sbriciolato nel capoluogo ligure.
Mastella aveva precedentemente interpellato il rettore dell'Università del Sannio, Filippo De Rossi, docente di Fisica tecnica ambientale, il professor Edoardo Cosenza, strutturista dell'Università di Napoli Federico II e un dirigente del Comune, Maurizio Perlingeri. «Facendo seguito all'evento tragico verificatosi il 14 agosto a Genova», aveva scritto il sindaco, «ritengo urgente e improcrastinabile procedere a una verifica approfondita concernente la sicurezza della staticità» del ponte San Nicola, che già nel 2015, dopo un'alluvione, aveva subito dei lavori di consolidamento. Vista la relazione tecnica e senza dubbio mosso da un comprensibile intento cautelativo, Mastella ha quindi stabilito di proibire il transito sul viadotto non solamente ai mezzi pesanti, come si era inizialmente ipotizzato, ma anche alle auto. Chiusura totale, «in attesa che la commissione di esperti» interpellata dal primo cittadino fornisca un «responso definitivo». All'Ansa, Mastella ha spiegato che pur rendendosi conto «che ci saranno disagi per i cittadini», è comunque preferibile «avere disagi che disgrazie». Una logica che, fosse stata applicata anche a Genova (visto che, come ormai noto, lo stesso ministero dei Trasporti, ai tempi di Graziano Delrio, era stato sollecitato dal deputato genovese Maurizio Rossi a svolgere accertamenti sulle condizioni del ponte Morandi), probabilmente avrebbe salvato molte vite. A incidere sulla decisione dell'ex Guardasigilli sono state anche le scosse che si stanno susseguendo sull'Appenino molisano: l'altro ieri, a Montecilfone, in provincia di Campobasso, si era verificato un sisma di 5,1 gradi Richter, per fortuna senza vittime, feriti né danni ingenti.
Ma la misura decisa da Mastella non è dettata esclusivamente dalla preoccupazione immediata per la sicurezza pubblica. Il primo cittadino di Benevento ne ha approfittato per denunciare la cronica mancanza di fondi destinati ai Comuni, dopo l'ulteriore taglio di 20 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie. Nel frattempo, ha lamentato l'ex ministro della Giustizia, «i sindaci rispondono in prima persona penalmente e civilmente». E per questo sentono il bisogno di trincerarsi dietro le relazioni di tecnici che certifichino la fruibilità delle infrastrutture in piena sicurezza. Dunque, non solo lo spot di un politico sui generis, non solo l'esplosione di paure irrazionali. La gente ha capito che questa Italia scricchiola. E non si può barattare l'incolumità delle persone con una viabilità scorrevole.
Alessandro Rico




