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L'«esproprio» firmato Speranza nel dl Aiuti va contro le riforme del governo

L'«esproprio» firmato Speranza nel dl Aiuti va contro le riforme del governo
Roberto Speranza (Ansa)
  • L’articolo 18 dell’Aiuti bis implica l’esproprio alle aziende di dispositivi medici per reperire tramite «payback» risorse con cui tappare i buchi della pandemia. Peccato che ciò cozzi con la norma che regolamenta le crisi d’impresa, varata nell’ambito del Pnrr.
  • Una bomba da 2 miliardi nel testo che nessuno riesce a disinnescare. Togliendo la parte incriminata salterebbe tutto l’intervento tanto atteso dagli italiani.

Lo speciale comprende due articoli.


Che fine farà esattamente il decreto Aiuti bis lo si capirà giovedì prossimo, quando l’Aula sarà chiamata a convertirlo. Nel frattempo le tensioni tra partiti e Palazzo Chigi sono oscurate da Giuseppe Conte che si sbraccia attorno al tema del Superbonus. Il vero problema è però un altro. L’articolo 18 del medesimo decreto. Tradotto, l’esproprio, programmato dal ministero guidato da Roberto Speranza con l’ok del Mef, per reperire tramite il meccanismo del «payback» risorse dalle aziende dei dispositivi medici per tappare i buchi del periodo pandemico. Si tratta di un meccanismo che permette a posteriori alle Regioni di imporre una tassa sul fatturato dei fornitori in base alle quote di mercato e in base all’importo complessivo del disavanzo. Se la norma diventerà legge le imprese saranno chiamate a versare 3,6 miliardi per il periodo d’imposta tra il 2015 e il 2020.

Di questa enorme somma circa 2 miliardi è stata messa a copertura dell’Aiuti bis. Elemento che inguaia la situazione. Far saltare l’articolo significa togliere uno dei tasselli fondamentali messi a copertura di un decreto che le altre aziende italiane attendono da ormai troppo tempo. Quindi, nonostante la scelta politicamente indegna di uno Stato liberale di togliere dalle tasche di alcune imprese per dare aiuti ad altre e nonostante le promesse di «non lasciare indietro nessuno» pubblicate a sei colonne sui quotidiani, la nuova tassa rischia di entrare in vigore. Ciò aprirà però un percorso di ricorsi al Tar. Immaginare di applicare il meccanismo del «payback» al bilancio del 2015 per aziende che non hanno accantonato liquidità (e non avrebbero potuto farlo, non essendo gestite da indovini) va a negare la legge approvata a giugno che regolamenta le crisi d’impresa e d’insolvenza. Il testo era atteso da anni e serve a definire le prassi di gestione non solo dei bilanci e degli accantonamenti, ma anche dei previsionali ai fini di una corretta esposizione finanziaria. Il testo di legge serve a rendere le procedure di fallimento più snelle quando le cose non vanno bene. Ma al tempo stesso fornisce una scaletta dei protocolli. Valgono per fornitori e clienti. E valgono soprattutto per lo Stato che certo non può ignorare una propria legge che invece imponendo il «payback» finirebbe per fa saltare le regole di bilancio e la liquidità delle aziende. L’aspetto ancor più paradossale è che il decreto Aiuti bis è stato partorito a fine luglio e la legge sulle crisi d’impresa è uno dei tasselli delle riforme del Pnrr. Nel lungo file pubblicato dal governo con cui Mario Draghi e i suoi ministri si impegnano di fronte all’Europa a portare avanti investimenti e in parallelo le riforme c’è il capitolo giustizia. Dentro il capitolo appare la legge approvata a giugno. Cosa che porta un record unico. In meno di due mesi il governo dei competenti è riuscito a decretare un articolo che smentisce le proprie riforme. Da un lato uno spunto interessante per chi vorrà fare ricorso. Dall’altro una amara consolazione. Nel caso di vittoria si creerà comunque un buco di bilancio che qualche altra azienda sarà chiamata a tappare con nuove tasse. Tra l’altro la possibilità che finisca con la vittoria dei privati in caso di ricorsi è innalzata dal fatto che, così come impostato, il «payback» si applicherebbe a macchia di leopardo. E non in modo uniformo lungo la Penisola. Per il quinquennio 2015/2020 la Toscana guidata da Eugenio Giani si troverà a chiedere ben 600 milioni. L’impresa che da sola ha una quota di mercato dell’1% si troverà a pagare 6 milioni di euro in 5 anni indipendentemente dai margini che ha ottenuto e dagli utili. Al contrario una azienda di pari stazza che si trova a operare in Lombardia e ha la medesima quota di mercato si troverà a versare una tassa di payback di «soli» 70.000 euro. Per il semplice fatto che la Regione guidata da Attilio Fontana ha un disavanzo minuscolo, di circa 7 milioni. In questo modo Roberto Speranza risucirebbe anche a realizzare il federalismo al contrario. Tant’è che ci dovremmo aspetto un intervento delle Regioni. Sebbene possa sembrare conveniente ai governatori tappare i buchi di spesa, si creerebbe dopo la pandemia un secondo pessimo precedenti. L’autonomia regionale sulla sanità a quel punto rischierebbe di sparire e i capoluoghi si ritroverebbero a fare i sostituti d’imposta per conto del governo centrale. Senza dimenticare l’aspetto più grave di tutti.

Le imprese che non hanno accantonato la tassa saranno obbligate a infilare l’intero costo nel bilancio di quest’anno. Un salasso dal quale molte non riusciranno a riprendersi. A quel punto chi darà continuità agli appalti e come faranno gli ospedali a curare i cittadini?


Una bomba da 2 miliardi nel testo che nessuno riesce a disinnescare

Le tensioni tra partiti e al tempo stesso l’esigenza di portare a casa velocemente un pacchetto a sostegno del caro bollette e delle insolvenze rendono praticamente impossibile sminare la grana che Roberto Speranza e Daniele Franco hanno lasciato in eredità ai partiti. L’articolo 18 del dl Aiuti bis (Accelerazione delle procedure di ripiano per il superamento del tetto di spesa per i dispositivi medici e dei tetti di spesa farmaceutici), contiene una serie di misure relative al ripiano e al superamento del tetto di spesa per i dispositivi medici per gli anni che vanno dal 2015 al 2018 (inclusi). In pratica, il ministero della Salute e quello dell’Economia hanno deciso di intervenire a posteriori per «sanare» la procedure del «payback» per le oltre 4.000 aziende che si occupano di dispositivi medicali. La norma non è mai stata definita fino ad oggi e teoricamente dovrebbe prevedere un prelievo sul fatturato delle aziende e in base alla quota di mercato nel momento in cui le singole Regioni vadano a consuntivo delle spese e finiscano con lo sforare il budget previsto. In pratica, l’idea si traduce in una sorta di esproprio che vale nel complesso (quinquennio 2015/2020) 3,6 miliardi. Solo il primo triennio dal valore di circa 2 miliardi è stato però messo a copertura del decreto. Aspetto che lega le mani a quasi tutti i partiti. I responsabili economici di Fratelli d’Italia (l’unico partito all’opposizione durante la legislatura Draghi) contattati da La Verità hanno fatto sapere di aver aperto il dossier e di aver avviato contatti con le associazioni di categoria per trovare soluzioni successive. Tradotto, possibili interventi riparatori ma solo in un decreto successivo.

Va ricordato che non è possibile utilizzare nemmeno il decreto Aiuti ter per porre rimedio. Il testo che si muoverà in parallelo al bis dovrebbe essere partorito dal Cdm in concomitanza della conversione del precedente. Sarà difficile arrivare a 12 miliardi di coperture, figuriamoci sottrarre in blocco un pacchetto da 2 miliardi. Il problema però resta. E l’associazione di categoria della Confindustria dispositivi medici ribadisce l’allarme. «Pandemia, guerra, crisi energetica e delle materie prime stanno lasciando il nostro comparto in forte sofferenza. A questi vanno purtroppo aggiunti sistemi di tassazione specifici per il settore, come il payback contenuto nell’Aiuti bis, che dovrebbe appunto aiutare le imprese e non metterle in difficoltà chiedendo al comparto di pagare un tributo di oltre 2 miliardi. Si tratta di un provvedimento», fanno sapere dall’associazione di categoria, «che grava sulle imprese in un momento già drammatico per la nostra economia. Non si può pensare che ci sono delle gare in cui vengono definiti prezzi e quantità e poi dopo anni viene richiesta una contribuzione del 50% dello sforamento della spesa regionale, di cui le aziende non hanno responsabilità». Resta il problema di fondo e la presa in giro. Come si può chiamare un decreto «Aiuti» alle aziende se dentro nasconde l’inganno di nuove tasse alle aziende? È la quintessenza di un pericoloso gioco delle tre carte che rischia di far saltare definitivamente il tessuto produttivo del Paese e, in questo specifico caso, pure un pezzo di welfare. Le imprese del comparto sono circa 4.000. L’80% di queste è costituito da piccole e medie imprese legate al territorio. Piccole aziende che significano posti di lavoro e ricchezza, ma anche innovazione del made in Italy. Tre voci che non si possono buttare alle ortiche. Tre enormi danni di cui soprattutto Speranza dovrebbe rispondere.

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