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2026-05-04
Dai monaci agli alchimisti. Il miracolo del gin con una origine italiana
Abbiamo detto «altre botaniche». Cosa sono? In distilleria, le botaniche, anche dette in inglese botanicals, sono le erbe, le spezie, le radici, i fiori, le cortecce e i frutti che possono essere impiegati nei distillati allo scopo di aromatizzarli, aggiungendovi profumi e sapori particolari che li distinguono da altri distillati. Ciò è particolarmente vero col gin. Ingredienti naturali, come bacche di ginepro necessariamente, e poi a scelta coriandolo, agrumi e quant’altro vengono infusi, macerati o distillati con la base alcolica, per creare il profilo organolettico finale specifico di ogni gin: un particolare ingrediente non solo aromatizza in maniera unica quel gin, ma lega anche il gin al territorio di provenienza.
Particolare ingrediente a parte, l’ingrediente imprescindibile del gin è il ginepro: ne è la botanica «chiave», la botanica oggi obbligatoria per legge perché, tradizionalmente e filologicamente, non c’è gin senza ginepro. I galbuli di ginepro, per la precisione. Il galbulo, anche detto coccola o gazzozzola, è lo strobilo legnoso che è caratteristico delle Cupressacee, la famiglia di piante gimnosperme, tra cui il ginepro (Juniperus), famiglia che prende nome dal genere Cupressus, cioè il cipresso, che è il genere più rappresentativo. Poi, ci si abbinano altre botaniche come semi per esempio di coriandolo o di cardamomo, radici come quelle di liquirizia, di giaggiolo, di angelica, spezie come la cannella, erbe aromatiche come rosmarino e salvia, fiori. Ginepro obbligatorio, dicevamo: infatti il nome deriva proprio dal nome di questo aroma senza il quale il distillato in questione non è gin. Le bacche di ginepro, infatti, gli conferiscono il profumo ed il sapore tipico del gin. Questa predominanza del ginepro è stabilita, dicevamo, anche dalla legge, a tutela della tradizionale produzione di gin: il regolamento Ce n. 110 del 2008 stabilisce che il sapore del ginepro deve essere dominante.
Esso definisce norme europee per la produzione, etichettatura e protezione delle indicazioni geografiche delle bevande spiritose. Sebbene in gran parte abrogato e sostituito dal Regolamento (Ue) 2019/787, ha rappresentato una normativa fondamentale per il settore. Il Regolamento (Ue) 2019/787 stabilisce 4 tipi di gin: gin, gin distillato, gin London Dry, e sloe gin. Come spiega Wikipedia, il gin è la bevanda ottenuta mediante aromatizzazione, con bacche di ginepro comune (Juniperus communis) ed altre botaniche, di un distillato neutro di origine agricola, con una gradazione minima del 96%, con gusto predominante di ginepro. La bevanda può essere prodotta per infusione oppure aggiungendo aromi ed essenze all’alcol, senza prevedere una distillazione dell’intera miscela. La bevanda finale deve essere poi imbottigliata con un rapporto alcol/volume di almeno 37,5%. Il gin, insomma, è un superalcolico e in quanto tale va bevuto, eventualmente: occasionalmente e a piccole dosi. Il gin distillato si ottiene distillando nuovamente uno spirito rettificato al 96%, assieme a bacche di ginepro e altre botaniche e aromi naturali, a condizione che il sapore di ginepro sia sempre predominante.
Il prodotto finale deve avere almeno il 37,5% di alcol, e prima di essere imbottigliato può essere diluito o con acqua o addizionato con altro spirito rettificato. Nella precedente normativa era presente anche il Plymouth Gin, che può essere prodotto solo a Plymouth, da una sola distilleria. Il London Dry Gin è identico a un gin distillato, ma non si possono aggiungere aromi o altri ingredienti prima dell’imbottigliamento; inoltre, anche se ha il toponimo London nella sua denominazione, può essere prodotto ovunque. Se contiene la parola «dry», vuol dire che gli è stato aggiunto (al massimo) 0,1 g di dolcificante per litro. Oggi la normativa non prevede che il London Gin sia prodotto solo con alambicchi classici, come era invece in origine. Lo Sloe Gin, che è infuso con prugnole selvatiche, non si può considerare un gin aromatizzato ma deve essere considerato un liquore, in primo luogo per la sua dolcezza, in secondo luogo perché presenta una gradazione alcolica inferiore rispetto al canonico gin, una gradazione che si attiene a circa 28%.
Un’altra tipologia di gin, non prevista dal regolamento Ue, è l’Old Tom Gin, che è un London Dry Gin aggiunto di sciroppo di glucosio. Il regolamento europeo prevede inoltre vari altri spiriti aromatizzati al ginepro, come il jenever, prodotti aggiungendo aromi naturali, o identici a quelli naturali, che vanno imbottigliati con un rapporto alcol/volume del 30%. Sovente, i gin più particolari presentano un rapporto alcol/volume superiore al 37,5%.
A livello di storia del gin, eravamo rimasti al Sedicesimo secolo, Italia. La storia successiva del gin ci porta in Olanda: qualcuno dice nel 1658, chissà, comunque a metà del 1650, pare che il dottor Franciscus de le Boë, noto come Sylvius (1614-1672), medico e professore all’Università di Leida, creò un rimedio medicinale a base di ginepro. Conoscendo le proprietà diuretiche e purificanti delle bacche di ginepro, decise di unirle all’alcol puro, creando un infuso per curare dolori di stomaco, gotta e reumatismi. Questo preparato, chiamato «Jenever» (che in olandese vuol dire appunto ginepro) e anche «Aqua juniperi», era in vendita nella sua farmacia/laboratorio di Leida. Alcuni storici, va detto, hanno suggerito che la bevanda potesse essere già nota prima di Sylvius, comparendo la parola genever in manoscritti olandesi del XVI secolo. Poi, il gin si diffuse nel resto d’Europa, trovando in Gran Bretagna una sua patria elettiva.
Alla fine del Seicento, Guglielmo III d’Orange vi vietò l’importazione di spirits e questo determinò l’affinamento e l’aumento della produzione di gin locale. Fu un aumento davvero spropositato, che portò vantaggi e danni. Se da una parte, infatti, evitando di importare distillati stranieri (per esempio anche il cognac francese, oltre che il gin olandese) si sfruttava tutto il prodotto locale cerealicolo della Gran Bretagna, eccedenza compresa, dall’altra parte si produceva così tanto gin che a un certo punto si impiegava anche come parte della paga degli operai, remunerati, quindi, in soldi e bottiglie di gin. Ciò condusse anche a un certo alcolismo, problema da cui derivavano anche questioni, non meno importanti della dipendenza dal gin, di ordine pubblico. A ciò si tentò di ovviare con le Gin Acts, cinque leggi emanate tra 1729 e 1751 nel tentativo di arginare il consumo di gin. Tra i provvedimenti, ci fu quello di innalzare la tassa di distillazione, che fu portata a 50 sterline. William Hogarth, pittore, incisore e autore di stampe satiriche e morali, incise Beer Street e Gin Lane nel 1751 a sostegno dell’allerta nei confronti del gin: sono due stampe che vanno osservate una accanto all’altra e descrivono i mali del consumo di gin in confronto ai pregi del bere birra. Sono passati quasi 300 anni da allora, ma non è cambiata la saggia idea, che vi ribadiamo, di non esagerare mai con l’alcol.
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I precursori di questo distillato a base di orzo e frumento fermentati (e aromatizzati al ginepro) si possono rintracciare nella nostra penisola. Nel Seicento un medico olandese lo propose come farmaco per curare dolori di stomaco, reumatismi e gotta. Ma fu in Gran Bretagna che il superalcolico trovò infine la sua patria d’elezione.Sapete che molto probabilmente noi italiani abbiamo inventato il gin, il distillato a base di frumento e orzo fermentati ed aromatizzati al ginepro? Il protogin parrebbe proprio essere nato in Italia, lo dimostrerebbe un testo alchemico del 1555 di Alessio Piemontese, Secreti del Reverendo Donno Alessio Piemontese. E comunque pare che, qualche secolo prima, i monaci benedettini distillassero già il vino insieme con le bacche di ginepro e altre botaniche per ottenere una bevanda alcolica ad effetto tonico e curativo. Un vino «gineprato», insomma, che era una sorta di proto-protogin, di cui parla anche il Compendium Salernitanum, opera medica del 1055.Abbiamo detto «altre botaniche». Cosa sono? In distilleria, le botaniche, anche dette in inglese botanicals, sono le erbe, le spezie, le radici, i fiori, le cortecce e i frutti che possono essere impiegati nei distillati allo scopo di aromatizzarli, aggiungendovi profumi e sapori particolari che li distinguono da altri distillati. Ciò è particolarmente vero col gin. Ingredienti naturali, come bacche di ginepro necessariamente, e poi a scelta coriandolo, agrumi e quant’altro vengono infusi, macerati o distillati con la base alcolica, per creare il profilo organolettico finale specifico di ogni gin: un particolare ingrediente non solo aromatizza in maniera unica quel gin, ma lega anche il gin al territorio di provenienza. Particolare ingrediente a parte, l’ingrediente imprescindibile del gin è il ginepro: ne è la botanica «chiave», la botanica oggi obbligatoria per legge perché, tradizionalmente e filologicamente, non c’è gin senza ginepro. I galbuli di ginepro, per la precisione. Il galbulo, anche detto coccola o gazzozzola, è lo strobilo legnoso che è caratteristico delle Cupressacee, la famiglia di piante gimnosperme, tra cui il ginepro (Juniperus), famiglia che prende nome dal genere Cupressus, cioè il cipresso, che è il genere più rappresentativo. Poi, ci si abbinano altre botaniche come semi per esempio di coriandolo o di cardamomo, radici come quelle di liquirizia, di giaggiolo, di angelica, spezie come la cannella, erbe aromatiche come rosmarino e salvia, fiori. Ginepro obbligatorio, dicevamo: infatti il nome deriva proprio dal nome di questo aroma senza il quale il distillato in questione non è gin. Le bacche di ginepro, infatti, gli conferiscono il profumo ed il sapore tipico del gin. Questa predominanza del ginepro è stabilita, dicevamo, anche dalla legge, a tutela della tradizionale produzione di gin: il regolamento Ce n. 110 del 2008 stabilisce che il sapore del ginepro deve essere dominante. Esso definisce norme europee per la produzione, etichettatura e protezione delle indicazioni geografiche delle bevande spiritose. Sebbene in gran parte abrogato e sostituito dal Regolamento (Ue) 2019/787, ha rappresentato una normativa fondamentale per il settore. Il Regolamento (Ue) 2019/787 stabilisce 4 tipi di gin: gin, gin distillato, gin London Dry, e sloe gin. Come spiega Wikipedia, il gin è la bevanda ottenuta mediante aromatizzazione, con bacche di ginepro comune (Juniperus communis) ed altre botaniche, di un distillato neutro di origine agricola, con una gradazione minima del 96%, con gusto predominante di ginepro. La bevanda può essere prodotta per infusione oppure aggiungendo aromi ed essenze all’alcol, senza prevedere una distillazione dell’intera miscela. La bevanda finale deve essere poi imbottigliata con un rapporto alcol/volume di almeno 37,5%. Il gin, insomma, è un superalcolico e in quanto tale va bevuto, eventualmente: occasionalmente e a piccole dosi. Il gin distillato si ottiene distillando nuovamente uno spirito rettificato al 96%, assieme a bacche di ginepro e altre botaniche e aromi naturali, a condizione che il sapore di ginepro sia sempre predominante. Il prodotto finale deve avere almeno il 37,5% di alcol, e prima di essere imbottigliato può essere diluito o con acqua o addizionato con altro spirito rettificato. Nella precedente normativa era presente anche il Plymouth Gin, che può essere prodotto solo a Plymouth, da una sola distilleria. Il London Dry Gin è identico a un gin distillato, ma non si possono aggiungere aromi o altri ingredienti prima dell’imbottigliamento; inoltre, anche se ha il toponimo London nella sua denominazione, può essere prodotto ovunque. Se contiene la parola «dry», vuol dire che gli è stato aggiunto (al massimo) 0,1 g di dolcificante per litro. Oggi la normativa non prevede che il London Gin sia prodotto solo con alambicchi classici, come era invece in origine. Lo Sloe Gin, che è infuso con prugnole selvatiche, non si può considerare un gin aromatizzato ma deve essere considerato un liquore, in primo luogo per la sua dolcezza, in secondo luogo perché presenta una gradazione alcolica inferiore rispetto al canonico gin, una gradazione che si attiene a circa 28%. Un’altra tipologia di gin, non prevista dal regolamento Ue, è l’Old Tom Gin, che è un London Dry Gin aggiunto di sciroppo di glucosio. Il regolamento europeo prevede inoltre vari altri spiriti aromatizzati al ginepro, come il jenever, prodotti aggiungendo aromi naturali, o identici a quelli naturali, che vanno imbottigliati con un rapporto alcol/volume del 30%. Sovente, i gin più particolari presentano un rapporto alcol/volume superiore al 37,5%.A livello di storia del gin, eravamo rimasti al Sedicesimo secolo, Italia. La storia successiva del gin ci porta in Olanda: qualcuno dice nel 1658, chissà, comunque a metà del 1650, pare che il dottor Franciscus de le Boë, noto come Sylvius (1614-1672), medico e professore all’Università di Leida, creò un rimedio medicinale a base di ginepro. Conoscendo le proprietà diuretiche e purificanti delle bacche di ginepro, decise di unirle all’alcol puro, creando un infuso per curare dolori di stomaco, gotta e reumatismi. Questo preparato, chiamato «Jenever» (che in olandese vuol dire appunto ginepro) e anche «Aqua juniperi», era in vendita nella sua farmacia/laboratorio di Leida. Alcuni storici, va detto, hanno suggerito che la bevanda potesse essere già nota prima di Sylvius, comparendo la parola genever in manoscritti olandesi del XVI secolo. Poi, il gin si diffuse nel resto d’Europa, trovando in Gran Bretagna una sua patria elettiva. Alla fine del Seicento, Guglielmo III d’Orange vi vietò l’importazione di spirits e questo determinò l’affinamento e l’aumento della produzione di gin locale. Fu un aumento davvero spropositato, che portò vantaggi e danni. Se da una parte, infatti, evitando di importare distillati stranieri (per esempio anche il cognac francese, oltre che il gin olandese) si sfruttava tutto il prodotto locale cerealicolo della Gran Bretagna, eccedenza compresa, dall’altra parte si produceva così tanto gin che a un certo punto si impiegava anche come parte della paga degli operai, remunerati, quindi, in soldi e bottiglie di gin. Ciò condusse anche a un certo alcolismo, problema da cui derivavano anche questioni, non meno importanti della dipendenza dal gin, di ordine pubblico. A ciò si tentò di ovviare con le Gin Acts, cinque leggi emanate tra 1729 e 1751 nel tentativo di arginare il consumo di gin. Tra i provvedimenti, ci fu quello di innalzare la tassa di distillazione, che fu portata a 50 sterline. William Hogarth, pittore, incisore e autore di stampe satiriche e morali, incise Beer Street e Gin Lane nel 1751 a sostegno dell’allerta nei confronti del gin: sono due stampe che vanno osservate una accanto all’altra e descrivono i mali del consumo di gin in confronto ai pregi del bere birra. Sono passati quasi 300 anni da allora, ma non è cambiata la saggia idea, che vi ribadiamo, di non esagerare mai con l’alcol.
Ecco #DimmiLaVerità del 23 giugno 2026. Il senatore di Fdi Luca De Carlo ci racconta del Mundialito, esempio di buona integrazione organizzato dal Comune di Belluno.
Il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
Uno dei grandi temi energetici a livello nazionale è senza dubbio il nucleare. La riforma in merito è all'inizio del percorso in Senato, ed è già stato approvato il primo giro alla Camera. «La speranza», sostiene il ministro, «è di chiudere tutto entro la pausa estiva per poi presentare una proposta di decreto attuativo entro la fine dell'anno».
Ricorda inoltre che, nonostante il referendum che ha chiuso la relazione dell'Italia con il nucleare risalga al lontano 1987, «in Europa siamo rimasti il secondo Paese per competenze. Pensiamo a Marsiglia, dove si sta costruendo un enorme reattore di prova per la fusione nucleare: per quella infrastruttura, la guida è tutta italiana».
Nell'attesa, si continua ad andare avanti sul gas, che tuttavia presenta un forte problema di costi: il problema, racconta il ministro, è che quando arriva in Europa (sia che provenga dagli Usa sia dalla Russia) il prezzo si alza inevitabilmente. Chiaro poi che il blocco dello stretto di Hormuz ne abbia ulteriormente alzato i prezzi.
Spostando la tematica sul cambiamento climatico, le parole d'ordine sono adattamento e mitigazione. Pichetto Fratin, a questo proposito, spiega che «l'energia pulita significa proprio mitigazione, ad esempio un minor utilizzo del fossile. L'Italia, attualmente, pesa sulle emissioni mondiali per 0,6 %. Un terzo della nostra ricchezza risiede nelle esportazioni, non perché l'Italia faccia i prezzi più bassi (le commodities le vende la Cina), ma perché punta sulla qualità. Per produrre la stessa energia di un piccolo reattore nucleare da 300 MegaWatt (che occupa lo spazio di 3/4 campi da calcio), con il fotovoltaico occuperemmo lo spazio impressionante di 3000/4000 campi da calcio».
Riguardo alla lite fra Meloni e Trump, il ministro non pensa vi possano essere delle conseguenze a livello energetico: «Il mercato viaggia indipendentemente degli eventuali colpi di testa di Trump. Personalmente, già all'epoca delle elezioni, pensavo che per l'Europa fosse meglio la vittoria di Kamala Harris».
L'intervista si è chiusa con un commento sul generale Vannacci e sul suo partito Futuro nazionale: «Rappresenta certamente una parte della posizione politica nazionale. Bisogna tuttavia ancora vedere qual è la sua reale forza. Per quanto riguarda eventuali alleanze, le coalizioni si fanno sui contenuti, sugli obiettivi comuni. Le sue posizioni non rappresentano le mie».
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Al «Giorno della Verità» Riccardo Toto, direttore generale di Renexia; Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel; Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni; e Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, si sono confrontati sul futuro energetico europeo. Al centro del dibattito reti, supercalcolo, rinnovabili e competitività industriale.
Autonomia energetica, investimenti nelle reti, innovazione tecnologica e sviluppo delle rinnovabili. Sono stati questi i temi al centro del panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, andato in scena al «Giorno della Verità» e moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel, ha sottolineato come dalla guerra in Ucraina l’energia sia diventata sempre più una questione strategica per i Paesi europei, soprattutto per quelli che producono meno energia di quanta ne consumino. Secondo De Luca, per garantire resilienza di fronte agli shock energetici servono due direttrici: aumentare la produzione interna attraverso le fonti rinnovabili e rafforzare le infrastrutture di rete.
Un’esigenza destinata a crescere, considerando che i consumi energetici in Italia sono attesi in aumento del 20% nei prossimi anni. In questo contesto Enel ha annunciato un piano di investimenti globale da 53 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, dieci miliardi in più rispetto al precedente piano industriale.
Sul fronte dell’innovazione tecnologica è intervenuto Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni, che ha evidenziato il ruolo strategico del supercalcolo nello sviluppo industriale. «Il valore del supercalcolo nasce dall’unione tra potenza computazionale e competenze tecnico-scientifiche», ha spiegato, sottolineando come l’elaborazione di enormi quantità di dati permetta di sviluppare modelli più accurati e accelerare l’innovazione.
Fiorillo ha inoltre annunciato l’avvio del nuovo supercalcolatore Hpc7 di Eni, che porta l’Italia al primo posto in Europa e al quarto nel mondo per capacità di supercalcolo, dietro soltanto a Stati Uniti, Cina e Giappone.
Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, ha invece posto l’accento sulla competitività delle imprese. Per affrontare il nodo energetico, ha spiegato, occorre agire su tre direttrici: proteggere il costo dell’energia attraverso una maggiore efficienza, investire nelle infrastrutture necessarie a rendere sostenibile la crescita delle rinnovabili e rafforzare ricerca, innovazione e tecnologia all’interno di una strategia industriale europea.
A chiudere il confronto è stato Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, che ha indicato nell’eolico galleggiante una delle principali opportunità per il futuro energetico del Paese. Secondo Toto, le rinnovabili rappresentano una risposta fondamentale, ma servono approcci diversi rispetto al passato.
«Oggi c’è la possibilità di essere i primi in Europa e nel mondo nell’eolico fluttuante», ha affermato, spiegando come questa tecnologia possa contribuire non solo a ridurre la dipendenza da fattori geopolitici esterni, ma anche a creare una nuova filiera industriale nazionale. Una prospettiva che, secondo il manager, consentirebbe di trasformare la transizione energetica in un fattore di crescita economica e competitività per l’Italia.
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L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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