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2020-08-12
Il Garante si allinea: «Pubblicate i nomi di quei tre deputati»
Andrea Dara (Ansa)
Continua la caccia ai tre furbetti che avrebbero percepito il bonus previsto dal decreto Cura Italia da 600 euro, destinato ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, mentre i partiti fanno i conti con le conseguenze della «spifferata» che arriva dall'Inps alla vigilia del referendum sul taglio dei parlamentari. E benché i tre non abbiano commesso alcun reato né illecito, poiché la norma non esclude alcuna categoria e non prevede un tetto, la questione, come ha fatto trapelare il Quirinale, ha lasciato «amareggiato e sconcertato» anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una questione che però mette in evidenza anche il pasticcio combinato dall'Inps e dal suo presidente, Pasquale Tridico, che appena uscita la notizia bomba si è subito trincerato dietro il diritto alla privacy per non rivelare i nomi dei furbetti, a parte ridimensionarli da cinque a tre edescludere esponenti di Italia viva.
A quanto sembra, a ottenere quel bonus sarebbero stati due leghisti e un grillino. Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera però hanno fatto solo i nomi dei «presunti colpevoli» leghisti: Andrea Dara, classe 1979, nato a Castel Goffredo (Mantova), imprenditore tessile, ed Elena Murelli, classe 1975, nata a Piacenza, segretaria della XI commissione lavoro pubblico e privato, consulente in finanziamenti europei. Dara avrebbe confermato tutto a una testata mantovana, attribuendo la colpa al commercialista. La Murelli non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ci sarebbero, poi, sempre secondo le indiscrezioni, un «deputato leghista del Sud» e un renziano che avrebbero chiesto il bonus senza ottenerlo.
Intanto dalla Lega pare sia partito il consiglio a tutti i parlamentari di non rispondere al telefono e di non parlare con i giornalisti, mentre Luca Zaia, in Veneto, sta chiedendo ai candidati al consiglio regionale di firmare, prima che le liste siano depositate la settimana prossima, una dichiarazione sul «non aver ricevuto contributi pubblici», mentre si dice che siano a rischio candidatura Montagnoli, Barbisan e il vicepresidente veneto, Forcolin.
Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha ribadito quanto detto dal leader Matteo Salvini: «Se qualcuno ha preso un bonus verrà sospeso, anche se quei soldi sono stati dati in beneficenza».
Nel frattempo ieri, il garante della privacy, a tre giorni di distanza dalla notizia dei parlamentari furbetti, ha diffuso una nota ufficiale andando in contraddizione su quanto lasciato trapelare all'indomani del fattaccio, ovvero che «i tre nomi dovevano rimanere riservati», una posizione all'inizio diametralmente opposta a quella dell'Anac. L'Autorità, i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio scorso, si è contraddetta infatti scrivendo: «Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto - incredibilmente - il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto. La privacy non è d'ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell'interessato». Stessa posizione quindi dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, secondo la quale «nel caso del bonus Covid ai parlamentari la trasparenza conta più della privacy, quindi i nomi vanno resi noti». E del Codacons: «Entro 24 ore l'Inps dovrà fornire al Codacons i nomi dei parlamentari», ha dichiarato il presidente, Carlo Rienzi.
A ogni modo, anche il comportamento dell'Inps nella vicenda è finito sotto la lente di ingrandimento: come anticipato dalla Verità, nei prossimi giorni, l'Authority avvierà un'istruttoria per capire cosa sia andato storto nel data protection officer dell'Inps, per capire «la metodologia seguita dall'Istituto rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse».
Non solo, Pd e Italia viva non vogliono perdere tempo e hanno fatto sapere che Tridico dovrà essere convocato al più presto in Parlamento. Camillo D'Alessandro (Iv): «Abbiamo presentato richiesta formale alla presidente Serracchiani di audire immediatamente il presidente dell'Inps». A stretto giro è arrivata la conferma della Serracchiani: si lavora per un incontro entro il 24 agosto.
Una posizione in linea con le parole del leader di Italia viva, Matteo Renzi, rilasciate al Corriere ieri mattina: «Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l'Inps ha instaurato. Nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi?». E ancora: «Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente dell'Inps, che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente. Tridico ha sbagliato tutto su cassa integrazione e misure per le partite Iva: per questo deve andare a casa, non per il pasticciaccio sui parlamentari».
Ricordando che i furbastri non hanno commesso alcun illecito né abuso formale, il governo sta pensando a come «migliorare» la norma, che dal ministero delle Finanze hanno ammesso di aver scritto in fretta, di certo non retroattivamente. Sollecitato dal Movimento 5 stelle, l'esecutivo sta ipotizzando di inserire un emendamento nel decreto Agosto che preveda un tetto di 35-40.000 euro per gli iscritti non soltanto alle casse di previdenza privata, ma anche all'Inps, per evitare altri «furbetti» in futuro.
Anche il Pd ha il suo furbetto in Consiglio regionale
Lo scandalo dei furbetti del bonus si diffonde nei consigli regionali: sono sei i consiglieri che si sono autodenunciati in Piemonte e Veneto, di cui cinque della Lega e uno del Partito democratico. Ad ammettere di aver incassato, «per errore», il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva dal decreto Cura Italia, è il consigliere della Regione Piemonte del Pd Diego Sarno, social media manager della sua società di comunicazione, già consigliere e assessore a Nichelino, tra i referenti di Libera. «Un errore» lo ha definito, scaricando le colpe sul commercialista, che però è anche la sua fidanzata. E se nella lista dei 2.000 amministratori che hanno chiesto il sostegno economico durante il lockdown ci sono consiglieri e assessori comunali che generalmente non prendono più di un gettone, per i «colleghi» regionali gli importi arrivano fino a 8.000 euro e certo non giustificano la richiesta del bonus, come nel caso di Sarno.
«La mia compagna fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale», ha scritto il piddino in un post su Facebook, «e durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora». E ancora: «Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre, ha usato la mia partita Iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore. Quando me lo ha detto, e qui c'è l'errore di sottovalutazione e poca attenzione, ho lasciato correre dando per scontato che il bonus non mi sarebbe stato concesso vista la mia situazione reddituale». Sarno non sapeva, dunque, che il bonus varato dal governo, dove il suo partito è in maggioranza, non prevedeva un tetto e allora «quando ho visto l'accredito sul mio conto corrente», ha proseguito, «ho cercato una soluzione e non sapendo di poter restituire la somma direttamente all'Inps, ho effettuato un bonifico pari all'importo ricevuto delle due tranche da 600 euro come beneficenza per l'emergenza Covid».
Il consigliere Sarno non sapeva neanche che i soldi si potevano benissimo restituire all'Inps come ha fatto il suo collega leghista Matteo Gagliasso, che pure si era ritrovato il bonus dopo che il suo commercialista aveva inoltrato la pratica. Gagliasso, venerdì scorso, quando ha saputo che gli erano state accreditate due rate da 1.200 euro, ha deciso di restituirle all'Inps con un bonifico. Come lui anche il consigliere del Carroccio, eletto a Torino, Claudio Leone, che ha raccontato di aver ricevuto e poi restituito il bonus.
In Veneto invece sotto accusa ci sono i due consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, oltre al vicepresidente della giunta, Gianluca Forcolin, che si è già detto pronto a fare un passo indietro. A presentare la domanda per il bonus (non concesso) per Forcolin sarebbe stata la sua socia. Barbisan ha invece ottenuto il bonus, richiesto dal suo commercialista, ma ha prodotto documenti che attestano che ha devoluto la somma in beneficenza. Il veronese Montagnoli ha dato la colpa alla moglie, che però «ha destinato il bonus all'emergenza Covid: sono stati dati contributi agli alpini, alla Regione, all'acquisto di camici e materiali per un importo superiore a quello dell'Istituo di previdenza, mostrerò le pezze giustificative».
Soluzione più drastica in Liguria, dove il consigliere regionale leghista Alessandro Puggioni si è autodenunciato e sospeso: «Non mi candido più».
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Nel ciclone finiscono solo i salviniani Andrea Dara ed Elena Murelli. Intanto renziani e dem vogliono sentire Pasquale Tridico entro il 24 agosto.In Piemonte, Diego Sarno dà la colpa alla commercialista che però è la sua fidanzata. Il leghista Alessandro Puggioni: «Non mi candido più».Lo speciale contiene due articoli.Continua la caccia ai tre furbetti che avrebbero percepito il bonus previsto dal decreto Cura Italia da 600 euro, destinato ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, mentre i partiti fanno i conti con le conseguenze della «spifferata» che arriva dall'Inps alla vigilia del referendum sul taglio dei parlamentari. E benché i tre non abbiano commesso alcun reato né illecito, poiché la norma non esclude alcuna categoria e non prevede un tetto, la questione, come ha fatto trapelare il Quirinale, ha lasciato «amareggiato e sconcertato» anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una questione che però mette in evidenza anche il pasticcio combinato dall'Inps e dal suo presidente, Pasquale Tridico, che appena uscita la notizia bomba si è subito trincerato dietro il diritto alla privacy per non rivelare i nomi dei furbetti, a parte ridimensionarli da cinque a tre edescludere esponenti di Italia viva. A quanto sembra, a ottenere quel bonus sarebbero stati due leghisti e un grillino. Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera però hanno fatto solo i nomi dei «presunti colpevoli» leghisti: Andrea Dara, classe 1979, nato a Castel Goffredo (Mantova), imprenditore tessile, ed Elena Murelli, classe 1975, nata a Piacenza, segretaria della XI commissione lavoro pubblico e privato, consulente in finanziamenti europei. Dara avrebbe confermato tutto a una testata mantovana, attribuendo la colpa al commercialista. La Murelli non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ci sarebbero, poi, sempre secondo le indiscrezioni, un «deputato leghista del Sud» e un renziano che avrebbero chiesto il bonus senza ottenerlo. Intanto dalla Lega pare sia partito il consiglio a tutti i parlamentari di non rispondere al telefono e di non parlare con i giornalisti, mentre Luca Zaia, in Veneto, sta chiedendo ai candidati al consiglio regionale di firmare, prima che le liste siano depositate la settimana prossima, una dichiarazione sul «non aver ricevuto contributi pubblici», mentre si dice che siano a rischio candidatura Montagnoli, Barbisan e il vicepresidente veneto, Forcolin. Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha ribadito quanto detto dal leader Matteo Salvini: «Se qualcuno ha preso un bonus verrà sospeso, anche se quei soldi sono stati dati in beneficenza».Nel frattempo ieri, il garante della privacy, a tre giorni di distanza dalla notizia dei parlamentari furbetti, ha diffuso una nota ufficiale andando in contraddizione su quanto lasciato trapelare all'indomani del fattaccio, ovvero che «i tre nomi dovevano rimanere riservati», una posizione all'inizio diametralmente opposta a quella dell'Anac. L'Autorità, i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio scorso, si è contraddetta infatti scrivendo: «Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto - incredibilmente - il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto. La privacy non è d'ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell'interessato». Stessa posizione quindi dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, secondo la quale «nel caso del bonus Covid ai parlamentari la trasparenza conta più della privacy, quindi i nomi vanno resi noti». E del Codacons: «Entro 24 ore l'Inps dovrà fornire al Codacons i nomi dei parlamentari», ha dichiarato il presidente, Carlo Rienzi. A ogni modo, anche il comportamento dell'Inps nella vicenda è finito sotto la lente di ingrandimento: come anticipato dalla Verità, nei prossimi giorni, l'Authority avvierà un'istruttoria per capire cosa sia andato storto nel data protection officer dell'Inps, per capire «la metodologia seguita dall'Istituto rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse». Non solo, Pd e Italia viva non vogliono perdere tempo e hanno fatto sapere che Tridico dovrà essere convocato al più presto in Parlamento. Camillo D'Alessandro (Iv): «Abbiamo presentato richiesta formale alla presidente Serracchiani di audire immediatamente il presidente dell'Inps». A stretto giro è arrivata la conferma della Serracchiani: si lavora per un incontro entro il 24 agosto. Una posizione in linea con le parole del leader di Italia viva, Matteo Renzi, rilasciate al Corriere ieri mattina: «Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l'Inps ha instaurato. Nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi?». E ancora: «Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente dell'Inps, che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente. Tridico ha sbagliato tutto su cassa integrazione e misure per le partite Iva: per questo deve andare a casa, non per il pasticciaccio sui parlamentari».Ricordando che i furbastri non hanno commesso alcun illecito né abuso formale, il governo sta pensando a come «migliorare» la norma, che dal ministero delle Finanze hanno ammesso di aver scritto in fretta, di certo non retroattivamente. Sollecitato dal Movimento 5 stelle, l'esecutivo sta ipotizzando di inserire un emendamento nel decreto Agosto che preveda un tetto di 35-40.000 euro per gli iscritti non soltanto alle casse di previdenza privata, ma anche all'Inps, per evitare altri «furbetti» in futuro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-garante-si-allinea-pubblicate-i-nomi-di-quei-tre-deputati-2646951734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-pd-ha-il-suo-furbetto-in-consiglio-regionale" data-post-id="2646951734" data-published-at="1597176289" data-use-pagination="False"> Anche il Pd ha il suo furbetto in Consiglio regionale Lo scandalo dei furbetti del bonus si diffonde nei consigli regionali: sono sei i consiglieri che si sono autodenunciati in Piemonte e Veneto, di cui cinque della Lega e uno del Partito democratico. Ad ammettere di aver incassato, «per errore», il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva dal decreto Cura Italia, è il consigliere della Regione Piemonte del Pd Diego Sarno, social media manager della sua società di comunicazione, già consigliere e assessore a Nichelino, tra i referenti di Libera. «Un errore» lo ha definito, scaricando le colpe sul commercialista, che però è anche la sua fidanzata. E se nella lista dei 2.000 amministratori che hanno chiesto il sostegno economico durante il lockdown ci sono consiglieri e assessori comunali che generalmente non prendono più di un gettone, per i «colleghi» regionali gli importi arrivano fino a 8.000 euro e certo non giustificano la richiesta del bonus, come nel caso di Sarno. «La mia compagna fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale», ha scritto il piddino in un post su Facebook, «e durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora». E ancora: «Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre, ha usato la mia partita Iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore. Quando me lo ha detto, e qui c'è l'errore di sottovalutazione e poca attenzione, ho lasciato correre dando per scontato che il bonus non mi sarebbe stato concesso vista la mia situazione reddituale». Sarno non sapeva, dunque, che il bonus varato dal governo, dove il suo partito è in maggioranza, non prevedeva un tetto e allora «quando ho visto l'accredito sul mio conto corrente», ha proseguito, «ho cercato una soluzione e non sapendo di poter restituire la somma direttamente all'Inps, ho effettuato un bonifico pari all'importo ricevuto delle due tranche da 600 euro come beneficenza per l'emergenza Covid». Il consigliere Sarno non sapeva neanche che i soldi si potevano benissimo restituire all'Inps come ha fatto il suo collega leghista Matteo Gagliasso, che pure si era ritrovato il bonus dopo che il suo commercialista aveva inoltrato la pratica. Gagliasso, venerdì scorso, quando ha saputo che gli erano state accreditate due rate da 1.200 euro, ha deciso di restituirle all'Inps con un bonifico. Come lui anche il consigliere del Carroccio, eletto a Torino, Claudio Leone, che ha raccontato di aver ricevuto e poi restituito il bonus. In Veneto invece sotto accusa ci sono i due consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, oltre al vicepresidente della giunta, Gianluca Forcolin, che si è già detto pronto a fare un passo indietro. A presentare la domanda per il bonus (non concesso) per Forcolin sarebbe stata la sua socia. Barbisan ha invece ottenuto il bonus, richiesto dal suo commercialista, ma ha prodotto documenti che attestano che ha devoluto la somma in beneficenza. Il veronese Montagnoli ha dato la colpa alla moglie, che però «ha destinato il bonus all'emergenza Covid: sono stati dati contributi agli alpini, alla Regione, all'acquisto di camici e materiali per un importo superiore a quello dell'Istituo di previdenza, mostrerò le pezze giustificative». Soluzione più drastica in Liguria, dove il consigliere regionale leghista Alessandro Puggioni si è autodenunciato e sospeso: «Non mi candido più».
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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