True
2020-08-12
Il Garante si allinea: «Pubblicate i nomi di quei tre deputati»
Andrea Dara (Ansa)
Continua la caccia ai tre furbetti che avrebbero percepito il bonus previsto dal decreto Cura Italia da 600 euro, destinato ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, mentre i partiti fanno i conti con le conseguenze della «spifferata» che arriva dall'Inps alla vigilia del referendum sul taglio dei parlamentari. E benché i tre non abbiano commesso alcun reato né illecito, poiché la norma non esclude alcuna categoria e non prevede un tetto, la questione, come ha fatto trapelare il Quirinale, ha lasciato «amareggiato e sconcertato» anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una questione che però mette in evidenza anche il pasticcio combinato dall'Inps e dal suo presidente, Pasquale Tridico, che appena uscita la notizia bomba si è subito trincerato dietro il diritto alla privacy per non rivelare i nomi dei furbetti, a parte ridimensionarli da cinque a tre edescludere esponenti di Italia viva.
A quanto sembra, a ottenere quel bonus sarebbero stati due leghisti e un grillino. Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera però hanno fatto solo i nomi dei «presunti colpevoli» leghisti: Andrea Dara, classe 1979, nato a Castel Goffredo (Mantova), imprenditore tessile, ed Elena Murelli, classe 1975, nata a Piacenza, segretaria della XI commissione lavoro pubblico e privato, consulente in finanziamenti europei. Dara avrebbe confermato tutto a una testata mantovana, attribuendo la colpa al commercialista. La Murelli non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ci sarebbero, poi, sempre secondo le indiscrezioni, un «deputato leghista del Sud» e un renziano che avrebbero chiesto il bonus senza ottenerlo.
Intanto dalla Lega pare sia partito il consiglio a tutti i parlamentari di non rispondere al telefono e di non parlare con i giornalisti, mentre Luca Zaia, in Veneto, sta chiedendo ai candidati al consiglio regionale di firmare, prima che le liste siano depositate la settimana prossima, una dichiarazione sul «non aver ricevuto contributi pubblici», mentre si dice che siano a rischio candidatura Montagnoli, Barbisan e il vicepresidente veneto, Forcolin.
Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha ribadito quanto detto dal leader Matteo Salvini: «Se qualcuno ha preso un bonus verrà sospeso, anche se quei soldi sono stati dati in beneficenza».
Nel frattempo ieri, il garante della privacy, a tre giorni di distanza dalla notizia dei parlamentari furbetti, ha diffuso una nota ufficiale andando in contraddizione su quanto lasciato trapelare all'indomani del fattaccio, ovvero che «i tre nomi dovevano rimanere riservati», una posizione all'inizio diametralmente opposta a quella dell'Anac. L'Autorità, i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio scorso, si è contraddetta infatti scrivendo: «Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto - incredibilmente - il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto. La privacy non è d'ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell'interessato». Stessa posizione quindi dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, secondo la quale «nel caso del bonus Covid ai parlamentari la trasparenza conta più della privacy, quindi i nomi vanno resi noti». E del Codacons: «Entro 24 ore l'Inps dovrà fornire al Codacons i nomi dei parlamentari», ha dichiarato il presidente, Carlo Rienzi.
A ogni modo, anche il comportamento dell'Inps nella vicenda è finito sotto la lente di ingrandimento: come anticipato dalla Verità, nei prossimi giorni, l'Authority avvierà un'istruttoria per capire cosa sia andato storto nel data protection officer dell'Inps, per capire «la metodologia seguita dall'Istituto rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse».
Non solo, Pd e Italia viva non vogliono perdere tempo e hanno fatto sapere che Tridico dovrà essere convocato al più presto in Parlamento. Camillo D'Alessandro (Iv): «Abbiamo presentato richiesta formale alla presidente Serracchiani di audire immediatamente il presidente dell'Inps». A stretto giro è arrivata la conferma della Serracchiani: si lavora per un incontro entro il 24 agosto.
Una posizione in linea con le parole del leader di Italia viva, Matteo Renzi, rilasciate al Corriere ieri mattina: «Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l'Inps ha instaurato. Nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi?». E ancora: «Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente dell'Inps, che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente. Tridico ha sbagliato tutto su cassa integrazione e misure per le partite Iva: per questo deve andare a casa, non per il pasticciaccio sui parlamentari».
Ricordando che i furbastri non hanno commesso alcun illecito né abuso formale, il governo sta pensando a come «migliorare» la norma, che dal ministero delle Finanze hanno ammesso di aver scritto in fretta, di certo non retroattivamente. Sollecitato dal Movimento 5 stelle, l'esecutivo sta ipotizzando di inserire un emendamento nel decreto Agosto che preveda un tetto di 35-40.000 euro per gli iscritti non soltanto alle casse di previdenza privata, ma anche all'Inps, per evitare altri «furbetti» in futuro.
Anche il Pd ha il suo furbetto in Consiglio regionale
Lo scandalo dei furbetti del bonus si diffonde nei consigli regionali: sono sei i consiglieri che si sono autodenunciati in Piemonte e Veneto, di cui cinque della Lega e uno del Partito democratico. Ad ammettere di aver incassato, «per errore», il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva dal decreto Cura Italia, è il consigliere della Regione Piemonte del Pd Diego Sarno, social media manager della sua società di comunicazione, già consigliere e assessore a Nichelino, tra i referenti di Libera. «Un errore» lo ha definito, scaricando le colpe sul commercialista, che però è anche la sua fidanzata. E se nella lista dei 2.000 amministratori che hanno chiesto il sostegno economico durante il lockdown ci sono consiglieri e assessori comunali che generalmente non prendono più di un gettone, per i «colleghi» regionali gli importi arrivano fino a 8.000 euro e certo non giustificano la richiesta del bonus, come nel caso di Sarno.
«La mia compagna fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale», ha scritto il piddino in un post su Facebook, «e durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora». E ancora: «Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre, ha usato la mia partita Iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore. Quando me lo ha detto, e qui c'è l'errore di sottovalutazione e poca attenzione, ho lasciato correre dando per scontato che il bonus non mi sarebbe stato concesso vista la mia situazione reddituale». Sarno non sapeva, dunque, che il bonus varato dal governo, dove il suo partito è in maggioranza, non prevedeva un tetto e allora «quando ho visto l'accredito sul mio conto corrente», ha proseguito, «ho cercato una soluzione e non sapendo di poter restituire la somma direttamente all'Inps, ho effettuato un bonifico pari all'importo ricevuto delle due tranche da 600 euro come beneficenza per l'emergenza Covid».
Il consigliere Sarno non sapeva neanche che i soldi si potevano benissimo restituire all'Inps come ha fatto il suo collega leghista Matteo Gagliasso, che pure si era ritrovato il bonus dopo che il suo commercialista aveva inoltrato la pratica. Gagliasso, venerdì scorso, quando ha saputo che gli erano state accreditate due rate da 1.200 euro, ha deciso di restituirle all'Inps con un bonifico. Come lui anche il consigliere del Carroccio, eletto a Torino, Claudio Leone, che ha raccontato di aver ricevuto e poi restituito il bonus.
In Veneto invece sotto accusa ci sono i due consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, oltre al vicepresidente della giunta, Gianluca Forcolin, che si è già detto pronto a fare un passo indietro. A presentare la domanda per il bonus (non concesso) per Forcolin sarebbe stata la sua socia. Barbisan ha invece ottenuto il bonus, richiesto dal suo commercialista, ma ha prodotto documenti che attestano che ha devoluto la somma in beneficenza. Il veronese Montagnoli ha dato la colpa alla moglie, che però «ha destinato il bonus all'emergenza Covid: sono stati dati contributi agli alpini, alla Regione, all'acquisto di camici e materiali per un importo superiore a quello dell'Istituo di previdenza, mostrerò le pezze giustificative».
Soluzione più drastica in Liguria, dove il consigliere regionale leghista Alessandro Puggioni si è autodenunciato e sospeso: «Non mi candido più».
Continua a leggereRiduci
Nel ciclone finiscono solo i salviniani Andrea Dara ed Elena Murelli. Intanto renziani e dem vogliono sentire Pasquale Tridico entro il 24 agosto.In Piemonte, Diego Sarno dà la colpa alla commercialista che però è la sua fidanzata. Il leghista Alessandro Puggioni: «Non mi candido più».Lo speciale contiene due articoli.Continua la caccia ai tre furbetti che avrebbero percepito il bonus previsto dal decreto Cura Italia da 600 euro, destinato ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, mentre i partiti fanno i conti con le conseguenze della «spifferata» che arriva dall'Inps alla vigilia del referendum sul taglio dei parlamentari. E benché i tre non abbiano commesso alcun reato né illecito, poiché la norma non esclude alcuna categoria e non prevede un tetto, la questione, come ha fatto trapelare il Quirinale, ha lasciato «amareggiato e sconcertato» anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una questione che però mette in evidenza anche il pasticcio combinato dall'Inps e dal suo presidente, Pasquale Tridico, che appena uscita la notizia bomba si è subito trincerato dietro il diritto alla privacy per non rivelare i nomi dei furbetti, a parte ridimensionarli da cinque a tre edescludere esponenti di Italia viva. A quanto sembra, a ottenere quel bonus sarebbero stati due leghisti e un grillino. Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera però hanno fatto solo i nomi dei «presunti colpevoli» leghisti: Andrea Dara, classe 1979, nato a Castel Goffredo (Mantova), imprenditore tessile, ed Elena Murelli, classe 1975, nata a Piacenza, segretaria della XI commissione lavoro pubblico e privato, consulente in finanziamenti europei. Dara avrebbe confermato tutto a una testata mantovana, attribuendo la colpa al commercialista. La Murelli non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ci sarebbero, poi, sempre secondo le indiscrezioni, un «deputato leghista del Sud» e un renziano che avrebbero chiesto il bonus senza ottenerlo. Intanto dalla Lega pare sia partito il consiglio a tutti i parlamentari di non rispondere al telefono e di non parlare con i giornalisti, mentre Luca Zaia, in Veneto, sta chiedendo ai candidati al consiglio regionale di firmare, prima che le liste siano depositate la settimana prossima, una dichiarazione sul «non aver ricevuto contributi pubblici», mentre si dice che siano a rischio candidatura Montagnoli, Barbisan e il vicepresidente veneto, Forcolin. Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha ribadito quanto detto dal leader Matteo Salvini: «Se qualcuno ha preso un bonus verrà sospeso, anche se quei soldi sono stati dati in beneficenza».Nel frattempo ieri, il garante della privacy, a tre giorni di distanza dalla notizia dei parlamentari furbetti, ha diffuso una nota ufficiale andando in contraddizione su quanto lasciato trapelare all'indomani del fattaccio, ovvero che «i tre nomi dovevano rimanere riservati», una posizione all'inizio diametralmente opposta a quella dell'Anac. L'Autorità, i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio scorso, si è contraddetta infatti scrivendo: «Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto - incredibilmente - il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto. La privacy non è d'ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell'interessato». Stessa posizione quindi dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, secondo la quale «nel caso del bonus Covid ai parlamentari la trasparenza conta più della privacy, quindi i nomi vanno resi noti». E del Codacons: «Entro 24 ore l'Inps dovrà fornire al Codacons i nomi dei parlamentari», ha dichiarato il presidente, Carlo Rienzi. A ogni modo, anche il comportamento dell'Inps nella vicenda è finito sotto la lente di ingrandimento: come anticipato dalla Verità, nei prossimi giorni, l'Authority avvierà un'istruttoria per capire cosa sia andato storto nel data protection officer dell'Inps, per capire «la metodologia seguita dall'Istituto rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse». Non solo, Pd e Italia viva non vogliono perdere tempo e hanno fatto sapere che Tridico dovrà essere convocato al più presto in Parlamento. Camillo D'Alessandro (Iv): «Abbiamo presentato richiesta formale alla presidente Serracchiani di audire immediatamente il presidente dell'Inps». A stretto giro è arrivata la conferma della Serracchiani: si lavora per un incontro entro il 24 agosto. Una posizione in linea con le parole del leader di Italia viva, Matteo Renzi, rilasciate al Corriere ieri mattina: «Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l'Inps ha instaurato. Nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi?». E ancora: «Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente dell'Inps, che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente. Tridico ha sbagliato tutto su cassa integrazione e misure per le partite Iva: per questo deve andare a casa, non per il pasticciaccio sui parlamentari».Ricordando che i furbastri non hanno commesso alcun illecito né abuso formale, il governo sta pensando a come «migliorare» la norma, che dal ministero delle Finanze hanno ammesso di aver scritto in fretta, di certo non retroattivamente. Sollecitato dal Movimento 5 stelle, l'esecutivo sta ipotizzando di inserire un emendamento nel decreto Agosto che preveda un tetto di 35-40.000 euro per gli iscritti non soltanto alle casse di previdenza privata, ma anche all'Inps, per evitare altri «furbetti» in futuro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-garante-si-allinea-pubblicate-i-nomi-di-quei-tre-deputati-2646951734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-pd-ha-il-suo-furbetto-in-consiglio-regionale" data-post-id="2646951734" data-published-at="1597176289" data-use-pagination="False"> Anche il Pd ha il suo furbetto in Consiglio regionale Lo scandalo dei furbetti del bonus si diffonde nei consigli regionali: sono sei i consiglieri che si sono autodenunciati in Piemonte e Veneto, di cui cinque della Lega e uno del Partito democratico. Ad ammettere di aver incassato, «per errore», il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva dal decreto Cura Italia, è il consigliere della Regione Piemonte del Pd Diego Sarno, social media manager della sua società di comunicazione, già consigliere e assessore a Nichelino, tra i referenti di Libera. «Un errore» lo ha definito, scaricando le colpe sul commercialista, che però è anche la sua fidanzata. E se nella lista dei 2.000 amministratori che hanno chiesto il sostegno economico durante il lockdown ci sono consiglieri e assessori comunali che generalmente non prendono più di un gettone, per i «colleghi» regionali gli importi arrivano fino a 8.000 euro e certo non giustificano la richiesta del bonus, come nel caso di Sarno. «La mia compagna fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale», ha scritto il piddino in un post su Facebook, «e durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora». E ancora: «Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre, ha usato la mia partita Iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore. Quando me lo ha detto, e qui c'è l'errore di sottovalutazione e poca attenzione, ho lasciato correre dando per scontato che il bonus non mi sarebbe stato concesso vista la mia situazione reddituale». Sarno non sapeva, dunque, che il bonus varato dal governo, dove il suo partito è in maggioranza, non prevedeva un tetto e allora «quando ho visto l'accredito sul mio conto corrente», ha proseguito, «ho cercato una soluzione e non sapendo di poter restituire la somma direttamente all'Inps, ho effettuato un bonifico pari all'importo ricevuto delle due tranche da 600 euro come beneficenza per l'emergenza Covid». Il consigliere Sarno non sapeva neanche che i soldi si potevano benissimo restituire all'Inps come ha fatto il suo collega leghista Matteo Gagliasso, che pure si era ritrovato il bonus dopo che il suo commercialista aveva inoltrato la pratica. Gagliasso, venerdì scorso, quando ha saputo che gli erano state accreditate due rate da 1.200 euro, ha deciso di restituirle all'Inps con un bonifico. Come lui anche il consigliere del Carroccio, eletto a Torino, Claudio Leone, che ha raccontato di aver ricevuto e poi restituito il bonus. In Veneto invece sotto accusa ci sono i due consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, oltre al vicepresidente della giunta, Gianluca Forcolin, che si è già detto pronto a fare un passo indietro. A presentare la domanda per il bonus (non concesso) per Forcolin sarebbe stata la sua socia. Barbisan ha invece ottenuto il bonus, richiesto dal suo commercialista, ma ha prodotto documenti che attestano che ha devoluto la somma in beneficenza. Il veronese Montagnoli ha dato la colpa alla moglie, che però «ha destinato il bonus all'emergenza Covid: sono stati dati contributi agli alpini, alla Regione, all'acquisto di camici e materiali per un importo superiore a quello dell'Istituo di previdenza, mostrerò le pezze giustificative». Soluzione più drastica in Liguria, dove il consigliere regionale leghista Alessandro Puggioni si è autodenunciato e sospeso: «Non mi candido più».
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
Continua a leggereRiduci
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Continua a leggereRiduci