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2020-08-12
Il Garante si allinea: «Pubblicate i nomi di quei tre deputati»
Andrea Dara (Ansa)
Continua la caccia ai tre furbetti che avrebbero percepito il bonus previsto dal decreto Cura Italia da 600 euro, destinato ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, mentre i partiti fanno i conti con le conseguenze della «spifferata» che arriva dall'Inps alla vigilia del referendum sul taglio dei parlamentari. E benché i tre non abbiano commesso alcun reato né illecito, poiché la norma non esclude alcuna categoria e non prevede un tetto, la questione, come ha fatto trapelare il Quirinale, ha lasciato «amareggiato e sconcertato» anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una questione che però mette in evidenza anche il pasticcio combinato dall'Inps e dal suo presidente, Pasquale Tridico, che appena uscita la notizia bomba si è subito trincerato dietro il diritto alla privacy per non rivelare i nomi dei furbetti, a parte ridimensionarli da cinque a tre edescludere esponenti di Italia viva.
A quanto sembra, a ottenere quel bonus sarebbero stati due leghisti e un grillino. Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera però hanno fatto solo i nomi dei «presunti colpevoli» leghisti: Andrea Dara, classe 1979, nato a Castel Goffredo (Mantova), imprenditore tessile, ed Elena Murelli, classe 1975, nata a Piacenza, segretaria della XI commissione lavoro pubblico e privato, consulente in finanziamenti europei. Dara avrebbe confermato tutto a una testata mantovana, attribuendo la colpa al commercialista. La Murelli non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ci sarebbero, poi, sempre secondo le indiscrezioni, un «deputato leghista del Sud» e un renziano che avrebbero chiesto il bonus senza ottenerlo.
Intanto dalla Lega pare sia partito il consiglio a tutti i parlamentari di non rispondere al telefono e di non parlare con i giornalisti, mentre Luca Zaia, in Veneto, sta chiedendo ai candidati al consiglio regionale di firmare, prima che le liste siano depositate la settimana prossima, una dichiarazione sul «non aver ricevuto contributi pubblici», mentre si dice che siano a rischio candidatura Montagnoli, Barbisan e il vicepresidente veneto, Forcolin.
Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha ribadito quanto detto dal leader Matteo Salvini: «Se qualcuno ha preso un bonus verrà sospeso, anche se quei soldi sono stati dati in beneficenza».
Nel frattempo ieri, il garante della privacy, a tre giorni di distanza dalla notizia dei parlamentari furbetti, ha diffuso una nota ufficiale andando in contraddizione su quanto lasciato trapelare all'indomani del fattaccio, ovvero che «i tre nomi dovevano rimanere riservati», una posizione all'inizio diametralmente opposta a quella dell'Anac. L'Autorità, i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio scorso, si è contraddetta infatti scrivendo: «Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto - incredibilmente - il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto. La privacy non è d'ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell'interessato». Stessa posizione quindi dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, secondo la quale «nel caso del bonus Covid ai parlamentari la trasparenza conta più della privacy, quindi i nomi vanno resi noti». E del Codacons: «Entro 24 ore l'Inps dovrà fornire al Codacons i nomi dei parlamentari», ha dichiarato il presidente, Carlo Rienzi.
A ogni modo, anche il comportamento dell'Inps nella vicenda è finito sotto la lente di ingrandimento: come anticipato dalla Verità, nei prossimi giorni, l'Authority avvierà un'istruttoria per capire cosa sia andato storto nel data protection officer dell'Inps, per capire «la metodologia seguita dall'Istituto rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse».
Non solo, Pd e Italia viva non vogliono perdere tempo e hanno fatto sapere che Tridico dovrà essere convocato al più presto in Parlamento. Camillo D'Alessandro (Iv): «Abbiamo presentato richiesta formale alla presidente Serracchiani di audire immediatamente il presidente dell'Inps». A stretto giro è arrivata la conferma della Serracchiani: si lavora per un incontro entro il 24 agosto.
Una posizione in linea con le parole del leader di Italia viva, Matteo Renzi, rilasciate al Corriere ieri mattina: «Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l'Inps ha instaurato. Nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi?». E ancora: «Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente dell'Inps, che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente. Tridico ha sbagliato tutto su cassa integrazione e misure per le partite Iva: per questo deve andare a casa, non per il pasticciaccio sui parlamentari».
Ricordando che i furbastri non hanno commesso alcun illecito né abuso formale, il governo sta pensando a come «migliorare» la norma, che dal ministero delle Finanze hanno ammesso di aver scritto in fretta, di certo non retroattivamente. Sollecitato dal Movimento 5 stelle, l'esecutivo sta ipotizzando di inserire un emendamento nel decreto Agosto che preveda un tetto di 35-40.000 euro per gli iscritti non soltanto alle casse di previdenza privata, ma anche all'Inps, per evitare altri «furbetti» in futuro.
Anche il Pd ha il suo furbetto in Consiglio regionale
Lo scandalo dei furbetti del bonus si diffonde nei consigli regionali: sono sei i consiglieri che si sono autodenunciati in Piemonte e Veneto, di cui cinque della Lega e uno del Partito democratico. Ad ammettere di aver incassato, «per errore», il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva dal decreto Cura Italia, è il consigliere della Regione Piemonte del Pd Diego Sarno, social media manager della sua società di comunicazione, già consigliere e assessore a Nichelino, tra i referenti di Libera. «Un errore» lo ha definito, scaricando le colpe sul commercialista, che però è anche la sua fidanzata. E se nella lista dei 2.000 amministratori che hanno chiesto il sostegno economico durante il lockdown ci sono consiglieri e assessori comunali che generalmente non prendono più di un gettone, per i «colleghi» regionali gli importi arrivano fino a 8.000 euro e certo non giustificano la richiesta del bonus, come nel caso di Sarno.
«La mia compagna fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale», ha scritto il piddino in un post su Facebook, «e durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora». E ancora: «Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre, ha usato la mia partita Iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore. Quando me lo ha detto, e qui c'è l'errore di sottovalutazione e poca attenzione, ho lasciato correre dando per scontato che il bonus non mi sarebbe stato concesso vista la mia situazione reddituale». Sarno non sapeva, dunque, che il bonus varato dal governo, dove il suo partito è in maggioranza, non prevedeva un tetto e allora «quando ho visto l'accredito sul mio conto corrente», ha proseguito, «ho cercato una soluzione e non sapendo di poter restituire la somma direttamente all'Inps, ho effettuato un bonifico pari all'importo ricevuto delle due tranche da 600 euro come beneficenza per l'emergenza Covid».
Il consigliere Sarno non sapeva neanche che i soldi si potevano benissimo restituire all'Inps come ha fatto il suo collega leghista Matteo Gagliasso, che pure si era ritrovato il bonus dopo che il suo commercialista aveva inoltrato la pratica. Gagliasso, venerdì scorso, quando ha saputo che gli erano state accreditate due rate da 1.200 euro, ha deciso di restituirle all'Inps con un bonifico. Come lui anche il consigliere del Carroccio, eletto a Torino, Claudio Leone, che ha raccontato di aver ricevuto e poi restituito il bonus.
In Veneto invece sotto accusa ci sono i due consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, oltre al vicepresidente della giunta, Gianluca Forcolin, che si è già detto pronto a fare un passo indietro. A presentare la domanda per il bonus (non concesso) per Forcolin sarebbe stata la sua socia. Barbisan ha invece ottenuto il bonus, richiesto dal suo commercialista, ma ha prodotto documenti che attestano che ha devoluto la somma in beneficenza. Il veronese Montagnoli ha dato la colpa alla moglie, che però «ha destinato il bonus all'emergenza Covid: sono stati dati contributi agli alpini, alla Regione, all'acquisto di camici e materiali per un importo superiore a quello dell'Istituo di previdenza, mostrerò le pezze giustificative».
Soluzione più drastica in Liguria, dove il consigliere regionale leghista Alessandro Puggioni si è autodenunciato e sospeso: «Non mi candido più».
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Nel ciclone finiscono solo i salviniani Andrea Dara ed Elena Murelli. Intanto renziani e dem vogliono sentire Pasquale Tridico entro il 24 agosto.In Piemonte, Diego Sarno dà la colpa alla commercialista che però è la sua fidanzata. Il leghista Alessandro Puggioni: «Non mi candido più».Lo speciale contiene due articoli.Continua la caccia ai tre furbetti che avrebbero percepito il bonus previsto dal decreto Cura Italia da 600 euro, destinato ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, mentre i partiti fanno i conti con le conseguenze della «spifferata» che arriva dall'Inps alla vigilia del referendum sul taglio dei parlamentari. E benché i tre non abbiano commesso alcun reato né illecito, poiché la norma non esclude alcuna categoria e non prevede un tetto, la questione, come ha fatto trapelare il Quirinale, ha lasciato «amareggiato e sconcertato» anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una questione che però mette in evidenza anche il pasticcio combinato dall'Inps e dal suo presidente, Pasquale Tridico, che appena uscita la notizia bomba si è subito trincerato dietro il diritto alla privacy per non rivelare i nomi dei furbetti, a parte ridimensionarli da cinque a tre edescludere esponenti di Italia viva. A quanto sembra, a ottenere quel bonus sarebbero stati due leghisti e un grillino. Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera però hanno fatto solo i nomi dei «presunti colpevoli» leghisti: Andrea Dara, classe 1979, nato a Castel Goffredo (Mantova), imprenditore tessile, ed Elena Murelli, classe 1975, nata a Piacenza, segretaria della XI commissione lavoro pubblico e privato, consulente in finanziamenti europei. Dara avrebbe confermato tutto a una testata mantovana, attribuendo la colpa al commercialista. La Murelli non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Ci sarebbero, poi, sempre secondo le indiscrezioni, un «deputato leghista del Sud» e un renziano che avrebbero chiesto il bonus senza ottenerlo. Intanto dalla Lega pare sia partito il consiglio a tutti i parlamentari di non rispondere al telefono e di non parlare con i giornalisti, mentre Luca Zaia, in Veneto, sta chiedendo ai candidati al consiglio regionale di firmare, prima che le liste siano depositate la settimana prossima, una dichiarazione sul «non aver ricevuto contributi pubblici», mentre si dice che siano a rischio candidatura Montagnoli, Barbisan e il vicepresidente veneto, Forcolin. Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha ribadito quanto detto dal leader Matteo Salvini: «Se qualcuno ha preso un bonus verrà sospeso, anche se quei soldi sono stati dati in beneficenza».Nel frattempo ieri, il garante della privacy, a tre giorni di distanza dalla notizia dei parlamentari furbetti, ha diffuso una nota ufficiale andando in contraddizione su quanto lasciato trapelare all'indomani del fattaccio, ovvero che «i tre nomi dovevano rimanere riservati», una posizione all'inizio diametralmente opposta a quella dell'Anac. L'Autorità, i cui nuovi componenti si sono insediati il 28 luglio scorso, si è contraddetta infatti scrivendo: «Questa non è una questione di privacy. I deputati che hanno chiesto - incredibilmente - il bonus Covid non possono farsi scudo delle norme a protezione della riservatezza. In altre parole, non possono invocare la privacy per chiedere che il loro nome resti segreto. La privacy non è d'ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell'interessato». Stessa posizione quindi dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, secondo la quale «nel caso del bonus Covid ai parlamentari la trasparenza conta più della privacy, quindi i nomi vanno resi noti». E del Codacons: «Entro 24 ore l'Inps dovrà fornire al Codacons i nomi dei parlamentari», ha dichiarato il presidente, Carlo Rienzi. A ogni modo, anche il comportamento dell'Inps nella vicenda è finito sotto la lente di ingrandimento: come anticipato dalla Verità, nei prossimi giorni, l'Authority avvierà un'istruttoria per capire cosa sia andato storto nel data protection officer dell'Inps, per capire «la metodologia seguita dall'Istituto rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse». Non solo, Pd e Italia viva non vogliono perdere tempo e hanno fatto sapere che Tridico dovrà essere convocato al più presto in Parlamento. Camillo D'Alessandro (Iv): «Abbiamo presentato richiesta formale alla presidente Serracchiani di audire immediatamente il presidente dell'Inps». A stretto giro è arrivata la conferma della Serracchiani: si lavora per un incontro entro il 24 agosto. Una posizione in linea con le parole del leader di Italia viva, Matteo Renzi, rilasciate al Corriere ieri mattina: «Mi colpisce il clima populista di caccia alle streghe che l'Inps ha instaurato. Nessuno di Italia viva ha preso quei soldi, ma perché siamo stati coinvolti anche noi?». E ancora: «Chi dovrebbe riflettere sulle proprie dimissioni non sono solo i tre parlamentari interessati ma anche e soprattutto il presidente dell'Inps, che da mesi dimostra di essere totalmente impreparato e incompetente. Tridico ha sbagliato tutto su cassa integrazione e misure per le partite Iva: per questo deve andare a casa, non per il pasticciaccio sui parlamentari».Ricordando che i furbastri non hanno commesso alcun illecito né abuso formale, il governo sta pensando a come «migliorare» la norma, che dal ministero delle Finanze hanno ammesso di aver scritto in fretta, di certo non retroattivamente. Sollecitato dal Movimento 5 stelle, l'esecutivo sta ipotizzando di inserire un emendamento nel decreto Agosto che preveda un tetto di 35-40.000 euro per gli iscritti non soltanto alle casse di previdenza privata, ma anche all'Inps, per evitare altri «furbetti» in futuro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-garante-si-allinea-pubblicate-i-nomi-di-quei-tre-deputati-2646951734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-pd-ha-il-suo-furbetto-in-consiglio-regionale" data-post-id="2646951734" data-published-at="1597176289" data-use-pagination="False"> Anche il Pd ha il suo furbetto in Consiglio regionale Lo scandalo dei furbetti del bonus si diffonde nei consigli regionali: sono sei i consiglieri che si sono autodenunciati in Piemonte e Veneto, di cui cinque della Lega e uno del Partito democratico. Ad ammettere di aver incassato, «per errore», il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva dal decreto Cura Italia, è il consigliere della Regione Piemonte del Pd Diego Sarno, social media manager della sua società di comunicazione, già consigliere e assessore a Nichelino, tra i referenti di Libera. «Un errore» lo ha definito, scaricando le colpe sul commercialista, che però è anche la sua fidanzata. E se nella lista dei 2.000 amministratori che hanno chiesto il sostegno economico durante il lockdown ci sono consiglieri e assessori comunali che generalmente non prendono più di un gettone, per i «colleghi» regionali gli importi arrivano fino a 8.000 euro e certo non giustificano la richiesta del bonus, come nel caso di Sarno. «La mia compagna fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale», ha scritto il piddino in un post su Facebook, «e durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora». E ancora: «Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre, ha usato la mia partita Iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore. Quando me lo ha detto, e qui c'è l'errore di sottovalutazione e poca attenzione, ho lasciato correre dando per scontato che il bonus non mi sarebbe stato concesso vista la mia situazione reddituale». Sarno non sapeva, dunque, che il bonus varato dal governo, dove il suo partito è in maggioranza, non prevedeva un tetto e allora «quando ho visto l'accredito sul mio conto corrente», ha proseguito, «ho cercato una soluzione e non sapendo di poter restituire la somma direttamente all'Inps, ho effettuato un bonifico pari all'importo ricevuto delle due tranche da 600 euro come beneficenza per l'emergenza Covid». Il consigliere Sarno non sapeva neanche che i soldi si potevano benissimo restituire all'Inps come ha fatto il suo collega leghista Matteo Gagliasso, che pure si era ritrovato il bonus dopo che il suo commercialista aveva inoltrato la pratica. Gagliasso, venerdì scorso, quando ha saputo che gli erano state accreditate due rate da 1.200 euro, ha deciso di restituirle all'Inps con un bonifico. Come lui anche il consigliere del Carroccio, eletto a Torino, Claudio Leone, che ha raccontato di aver ricevuto e poi restituito il bonus. In Veneto invece sotto accusa ci sono i due consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, oltre al vicepresidente della giunta, Gianluca Forcolin, che si è già detto pronto a fare un passo indietro. A presentare la domanda per il bonus (non concesso) per Forcolin sarebbe stata la sua socia. Barbisan ha invece ottenuto il bonus, richiesto dal suo commercialista, ma ha prodotto documenti che attestano che ha devoluto la somma in beneficenza. Il veronese Montagnoli ha dato la colpa alla moglie, che però «ha destinato il bonus all'emergenza Covid: sono stati dati contributi agli alpini, alla Regione, all'acquisto di camici e materiali per un importo superiore a quello dell'Istituo di previdenza, mostrerò le pezze giustificative». Soluzione più drastica in Liguria, dove il consigliere regionale leghista Alessandro Puggioni si è autodenunciato e sospeso: «Non mi candido più».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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