Il Garante pensa solo ai bambini immigrati
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Quando un sindaco leghista si è azzardato a escludere dalla mensa scolastica la figlia di un immigrato che rifiutava di pagare la retta, il popolo buonista è insorto in difesa della piccola. Le colpe dei padri, morosi, non devono ricadere sui figli, è stato il leit motiv. Perché sui minori non ci può essere alcuna discriminazione, anche se i papà fanno i furbi e non pagano la bolletta, in quanto tutti i bambini sono uguali davanti alla legge, a prescindere dal Paese di provenienza e dal colore della loro pelle. Dunque, nessuna discriminazione può essere accettata. Perfetto: da sottoscrivere. (…)

(…) Ma se a essere discriminati fossero i nativi? Sì, se a essere oggetto di un trattamento meno favorevole fossero i figli degli italiani, che facciamo? Parliamo di razzismo e xenofobia come di regola si fa quando di mezzo c’è il pargolo di una famigliola straniera? Ovvio che no, perché in un Paese di italiani, gli italiani non possono essere discriminati e venire dopo. Prima gli italiani, recita Matteo Salvini. Ne siamo davvero sicuri? A leggere un articolo apparso ieri sulla Stampa di Torino si direbbe di no. Ma che diceva il quotidiano sabaudo nell’edizione di mercoledì? Raccontava la strana storia di sei garanti regionali dell’infanzia che lamentavano un trattamento discriminatorio nei confronti dei bambini italiani e a favore di quelli immigrati. Una lamentela che è arrivata perfino a uno strappo istituzionale. Già, perché ieri era la giornata dell’infanzia e tutti quelli che si occupano di tutelarla e di garantirne la crescita in un ambiente protetto erano convocati al Quirinale per una cerimonia da grandi occasioni. Tuttavia, all’appuntamento non si sono presentati sei garanti, ossia quelli di una serie di regioni: Lazio, Lombardia, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. La diserzione, a quanto recitava La Stampa, era dovuta all’atteggiamento del Garante nazionale, una signora ritenuta poco attenta alle esigenze dei bambini italiani e molto orientata nei confronti di quelle di figli di extracomunitari.

A tutta prima potrebbe sembrare una polemica sovranista, dettata dal nuovo corso politico filosalviniano, ma in realtà non si tratta di nulla di tutto ciò. Del resto, per capirlo è sufficiente dare uno sguardo alla provenienza geografica dei garanti che hanno rovinato la festa al Quirinale. L’unico funzionario del Nord – e di conseguenza sospettabile di essere filosovranista – è quello della Lombardia, mentre tutti gli altri rappresentano le Regioni meridionali. Non solo. Nel Lazio, in Campania, Calabria e Puglia, i governatori sono di sinistra e di regola il Garante dell’infanzia è espressione della maggioranza che governa e non di quella che sta all’opposizione. Perfino il protettore dei minori della Basilicata, Regione che da poco è passata al centrodestra, è stato nominato da una giunta piddina. Insomma, su sei che contestano i vertici, almeno cinque non sono di tendenza leghista.

Tuttavia, pur non essendo salviniani di stretta osservanza, i sei che ieri hanno rifiutato l’invito di Sergio Mattarella accusano la responsabile delle politiche di tutela dell’infanzia di avere occhi, cuore e soprattutto portafogli esclusivamente per i figli degli immigrati, lasciando al proprio destino quelli degli italiani. Un’accusa grave, anche perché, come si diceva all’inizio, sui bambini non si dovrebbero fare discriminazioni, né di censo né di pelle, figurarsi di provenienza. Però, a leggere le accuse, si capisce che esiste un pregiudizio all’incontrario, che non favorisce gli italiani, ma anzi li penalizza. «Si occupa solo di minori stranieri non accompagnati, ci esclude da ogni decisione e non difende i bambini italiani», è l’atto d’accusa nei confronti di Filomena Albano, la santa protettrice degli extracomunitari. Il più polemico con la signora non è il garante lombardo per l’infanzia, ma quello calabrese, il quale sostiene di averne le tasche piene di appuntamenti festaioli, ossia di cerimonie e chiacchiere: «Esistono tante altre emergenze oltre a quelle degli immigrati e ci sono bimbi italiani in gravissimo stato di bisogno». Antonio Marziale, questo il suo nome, parla ovviamente del suo territorio, la Calabria, dove è più alto l’indice di povertà. Situazione che però non sembra impietosire la responsabile nazionale. La rivolta rischia di essere contagiosa, perché ai sei che lamentano di ricevere solo inviti per celebrazioni, potrebbero aggiungersi i garanti di altre Regioni, i quali pur non avendo aderito alla diserzione sul Colle, la penserebbero allo stesso modo e sarebbero pronti alla ribellione. Urge dunque correre ai ripari. E almeno stabilire un principio. Ossia che se proprio non si riesce ad adeguarsi al motto «Prima gli italiani», almeno non ci si converta al «Dopo gli italiani». I quali, dagli asili agli aiuti, per passare poi all’assegnazione delle case popolari, rischiano di vedersi scavalcare da chi è appena approdato in Italia e nemmeno contribuisce a pagare le tasse, ma di quelle stesse tasse usufruisce. Tradotto in altre parole, forse all’attuale Garante c’è da garantire una rapida uscita di scena.

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