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2019-08-01
Il Garante dell’infanzia conferma i soldi al Cismai. Poi svicola su Bibbiano
Ansa
Il caso Bibbiano è condensato lì, in due righe striminzite: «Si evidenzia che negli ultimi mesi, il tema della tutela dei bambini in Italia ha interessato l'opinione pubblica per il verificarsi di casi di cronaca che hanno scosso le coscienze». Questo è quanto ha scritto il Garante per l'infanzia e adolescenza, Filomena Albano, in un documento ufficiale datato 29 luglio e indirizzato a tutte le autorità che si occupano di tutela dei minori, al governo, al Parlamento, ai Comuni, alle Regioni e agli organi di informazione. La nota in questione, spiega il Garante, «contiene, in particolare, una serie di indicazioni in materia di riforma del procedimento in materia di responsabilità genitoriale, che viene dettagliato in tutti i passaggi procedurali secondo i principi del giusto processo. Tra di essi la necessità di disciplinare la fase di indagine del pm, quella di assicurare il contraddittorio tra le parti, l'introduzione del curatore e dell'avvocato del minorenne, la convalida degli allontanamenti d'urgenza, l'impugnabilità dei provvedimenti anche se provvisori, termini certi e celeri, la trasparenza nell'individuazione della famiglia affidataria o della struttura di accoglienza». Poi vengono sollecitati «controlli capillari sulle condizioni dei minorenni fuori famiglia, l'introduzione di un regime di incompatibilità per i magistrati onorari e la differenziazione tra soggetti che svolgono compiti valutativi, esecutivi e di controllo».
Sulla carta sono tutte ottime idee. Tuttavia questo documento fa emergere una serie di problemi di una certa rilevanza. Il primo è senz'altro il contenuto del documento. Il Garante dà indicazioni molto generiche, e invece il sistema di gestione dei minori ha bisogno di riforme puntuali, specifiche e rapide. Un esempio su tutti: l'articolo 403 del codice civile, cioè quello che dà la possibilità ai servizi sociali di togliere un minore alla famiglia senza prima passare da un giudice. Il Garante scrive che la convalida dell'allontanamento da parte del tribunale dei minori deve arrivare «entro un termine breve». Che significa breve? Un giorno, due giorni, 15? Forse sarebbe più utile fornire un'indicazione specifica, ad esempio «entro 24 o 48 ore».
Strana tempistica
Ma veniamo al secondo e più grave problema: i tempi. Le raccomandazioni del Garante sono arrivate il 29 luglio. Il caso Bibbiano è esploso alla fine di giugno. Viene da pensare, dunque, che questo documento sia soltanto un modo per levarsi dall'imbarazzo e dimostrare agli italiani che l'autorità che vigila sui minori si dà da fare. La verità è che i drammi del sistema di gestione dei bimbi e dei ragazzini sono noti da tempo. Esiste una relazione della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza pubblicata il 17 gennaio del 2018 in cui vengono snocciolate, punto per punto, tutte le mancanze e le criticità. Possibile che ci sia voluto oltre un anno e mezzo prima di intervenire? Per altro, quella relazione è solo l'ultima di una serie piuttosto lunga. Che cosa ha fatto il Garante in tutto questo tempo?
Di questo si è occupata, proprio ieri mattina, la commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, che ha ricevuto in audizione la Albano e le ha chiesto conto del suo operato. Le è stato domandato perché non sia intervenuta prima, e con più forza. La risposta è stata per lo meno deludente. Il Garante ha fatto sapere di non aver mai ricevuto segnalazioni di abusi sullo stile di Bibbiano, spiegando che, al massimo, tali segnalazioni possono essere arrivate ai Garanti dell'infanzia regionali. Secondo la Albano, il Garante nazionale, non avendo sufficienti sedi distaccate, non può farsi carico di tutto. Beh, magari però sarebbe bastato prestare un poco più di attenzione alle istanze dei Garanti regionali. Sei di loro, a metà giugno, hanno firmato una lettera in cui criticavano pesantemente la Albano. «In tre anni di Conferenza nazionale dei garanti», ha detto il Garante calabrese Antonio Marziale, «Albano si è interessata quasi esclusivamente di minori stranieri non accompagnati, eppure esistono tante altre emergenze e bimbi italiani in gravissimo stato di bisogno».
La convenzione
Molto duro in proposito il leghista Simone Pillon: «Trovo molto grave che il Garante, pur conoscendo almeno dal gennaio 2018 se non da prima le gravissime criticità nel mondo degli affidi - come ad esempio minori strappati ai genitori per ragioni economiche, oppure famiglie autorizzate a incontrare i figli un'ora a settimana, o figli tolti ai genitori e portati ad autolesionismo o al suicidio - non abbia fatto tutto quanto in suo potere per denunciare l'accaduto». Ed eccoci all'ultimo punto dolente. Alla fine di marzo, il Garante ha «promosso un progetto di ricerca, insieme a Cismai e Terre des Hommes, che punta a far luce sui maltrattamenti nei confronti di chi ha meno di 18 anni». Questa convenzione con il Cismai porterà, fra un anno, alla pubblicazione di un «dossier sui maltrattamenti dei bambini e degli adolescenti in Italia». Come abbiamo raccontato nei giorni passati, il nome del Cismai viene tirato in ballo sia nel caso Veleno, sia nei recenti fatti di Bibbiano, sia a Rignano Flaminio. Non che i vertici dell'associazione abbiano commesso reati. Però il Cismai esprime una visione del problema abusi molto precisa e, secondo alcuni, ideologica. Per quale motivo, allora, continuare a stipulare convenzioni con un organismo così discusso e già al centro di tante polemiche? La Albano ha fatto sapere che non intende interrompere i rapporti con il Cismai, anche perché vanno avanti da anni e le sembra giusto mantenere la continuità.
«L'impostazione colpevolista del Cismai», commenta Pillon «era già stata smentita dalle inchieste di Modena e di Rignano. Il nome del Cismai, inoltre, viene più volte collegato a fatti oggi all'attenzione dell'opinione pubblica. Su tutto questo la garante ha rifiutato ogni risposta, limitandosi a parlare di tavoli di lavoro e di sinergie. Le famiglie di Bibbiano attendo risposte serie e dettagliate. E chi risulta anche lontanamente associato a un'inchiesta di tale portata non può continuare a beneficiare del denaro delle convenzioni con l'autorità garante».
Nel corso dell'audizione di ieri, il Garante non ha detto quanto costi la convenzione con il Cismai (nonostante le sia stato domandato più volte). Così ci siamo rivolti ai suoi uffici per chiedere lumi. Ci è stato risposto che la convenzione con il Cismai e Terre des hommes prevede oneri finanziari per 38.990 euro.
«L'autorità garante», dicono i collaboratori della Albano, «ha più volte richiesto la messa a regime di un sistema informativo sui minorenni vittime di violenza, da ultimo con la nota di raccomandazioni del 31 dicembre 2018, rimasta senza riscontro. A febbraio 2019 il Comitato Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza [...] ha insistito nel chiedere all'Italia di istituire un sistema nazionale di raccolta, analisi e diffusione dei dati sulla violenza e sui maltrattamenti nei confronti dei minorenni».
«Il Comitato», sostiene ancora il Garante, «ha raccomandato di utilizzare come punto di partenza la prima edizione dell'Indagine del 2015 curata da Terre des hommes e Cismai. Nell'assenza di un sistema informativo e viste le raccomandazioni del comitato Onu, l'autorità garante a marzo ha avviato la seconda edizione dell'Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti. Affinché i dati siano comparabili e possa essere prodotta una prima serie storica a cinque anni di distanza dalla precedente rilevazione, l'indagine è stata proseguita con gli stessi soggetti».
Francesco Borgonovo
Guadagna 180.000 euro all’anno. E si lamenta pure con il ministro
Da ieri è diventata operativa anche la «task force» voluta dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che avrà il compito di indagare sulle vicende di Bibbiano. In mattinata si è tenuta la prima riunione del gruppo di cui fanno parte il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Fulvio Baldi, il vice capo di Gabinetto Gianluca Massaro, Rossella Pegorari, magistrato del Gabinetto, Giampaolo Parodi, vice capo dell'Ufficio legislativo di via Arenula, il capo dell'Ispettorato del ministero, Andrea Nocera e Alessandra Cataldi, direttore generale per i Sistemi informativi automatizzati. Tra gli altri componenti ci sono poi il capo del Dipartimento degli affari di giustizia, Maria Casola, il capo del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, Barbara Fabbrini, il capo del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità, Gemma Tuccillo, Giuseppe Buffone della Direzione generale della giustizia civile, Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti.
Secondo Bonafede, «i fatti di cronaca emersi, in ultimo il caso di Bibbiano impongono allo Stato una maggiore attenzione e uno sforzo ulteriore rispetto al passato. Occorre prendersi cura dei bambini durante tutto lo svolgimento del percorso di affidamento, valutandone i presupposti ma anche garantendo un monitoraggio delle varie tappe. Lo Stato deve essere sempre al fianco dei bambini».
Che il lavoro della «task force» sia iniziato dovrebbe essere una buona notizia. Ma qualcuno non ha gradito. Stiamo parlando, di nuovo, della Garante dell'infanzia e dell'adolescenza, Filomena Albano. Sempre ieri mattina, parlando di fronte alla Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, si è detta «stupita» del fatto che il Garante regionale del Lazio, Jacopo Marzetti, sia nella squadra creata da Bonafede. Secondo la Albano, «l'autorità garante è terza e indipendente, indipendente ovviamente anche dal potere politico, in questo caso dal potere esecutivo. L'autorità si interfaccia con gli esiti della squadra speciale ma non può far parte della squadra di giustizia e mi stupisco che il ministro di Giustizia e il Garante regionale del Lazio non abbiano fatto una riflessione sull'autonomia che deve contraddistinguere figure di garanzia rispetto al governo».
Insistendo sul ruolo di Marzetti, la Albano ha detto che «la legge istitutiva dell'autorità prevede incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Richiede anche per i garanti regionali che vogliono far parte della conferenza nazionale dei garanti i medesimi requisiti di indipendenza, di autonomia e di incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Mi stupisce», ha aggiunto, «che ci siano garanti regionali che oltre alla loro qualifica di figura di garanzia ricoprano altri incarichi».
Questo attacco al collega regionale è davvero curioso. Se davvero la Albano fosse interessata a fare chiarezza sui fatti di Bibbiano, dovrebbe appoggiare qualunque iniziativa sul tema. Colpisce anche che il Garante continui a tirare in ballo la scarsità della risorse disponibili. Marzetti, per esempio, svolge il suo incarico nella squadra ministeriale a titolo gratuito.
La Albano, invece, percepisce uno stipendio piuttosto buono per guidare la sua autorità. Come risulta dai documenti ufficiali, la signora «percepisce il trattamento economico fondamentale pari a euro 144.603,48 annui lordi, erogato dalla propria amministrazione di provenienza (ministero della Giustizia). A titolo di trattamento accessorio percepisce inoltre la somma annua lorda di euro 36.150,87, avendo rinunciato all'indennità di Garante prevista dall'articolo 2, comma 4, della legge 112/2001». In totale, dunque, percepisce 180.754,35 euro all'anno. Tutto regolare, ci mancherebbe, anche perché la Albano è un magistrato, benché sia ormai da parecchi anni fuori ruolo.
Quanto all'autorità che dirige, apprendiamo dalla previsioni di bilancio scaricabili dal sito Web (che pure sono di difficile lettura, essendo scansioni di fotocopie) che le spese per il 2019 dovrebbero ammontare a 3.720.871,72 euro. Non è pochissimo. Per il personale se ne vanno 623.702,15 euro, mentre per i vari progetti e iniziative riguardanti l'infanzia escono 1.719.978,22 euro. Le attività per i minori stranieri, invece, costano 1.107.583,17. Forse i soldi sono pochi, ma quello che è stato fatto per risolvere i problemi del sistema minorile è ancora meno.
Francesco Borgonovo
I dati record sulle violenze sono una bufala
Il presidente del Cismai Gloria Soavi ha attaccato in un comunicato Uno Mattina Estate annunciando azioni legali e definendo ridicoli i tentativi di contestare i dati dell'Oms (l'Organizzazione mondiale sanità) sugli abusi sessuali sui minori in Europa, fatti propri dallo stesso Cismai.
Ecco i numeri: 18 milioni di minori (il 13,4% delle bambine e il 5,7 % dei bambini) sarebbero vittime di abuso sessuale, 44 milioni (il 22,9%) sarebbero vittime di violenza fisica, il 29,6% di violenza psicologica.
In sostanza, come già sostenuto da Claudio Foti nel convegno sulla «Violenza negata» svoltosi a Trieste lo scorso settembre, soltanto il 25% dei bambini italiani non sarebbe abusato sessualmente, fisicamente o psicologicamente.
Ricordo che nel 2010, quando ero sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, il Consiglio d'Europa lanciò una grande campagna promozionale contro gli abusi sessuali sui minori con lo slogan «One On Five», «Uno su cinque». Cioè, la campagna sosteneva che in Europa un bambino su cinque sarebbe abusato sessualmente.
Dopo ripetute sollecitazioni del mio dipartimento a nome del governo italiano, il Consiglio d'Europa fu costretto ad ammettere ufficialmente che quel numero incredibile era frutto della geniale pensata di un'agenzia pubblicitaria per coinvolgere l'opinione pubblica sul tema degli abusi sull'infanzia.
Davanti a questi altrettanto incredibili dati dell'Oms (per la verità riferiti all'intero mondo, e non solo all'Europa) mi chiedo (e sono certo di sì) se non siamo di fronte a un'altra gigantesca «bufala» che riprende quella del Consiglio d'Europa, non si sa in base a quali serie ricerche.
Ma la cosa più preoccupante è che l'allora Garante per l'infanzia Vincenzo Spadafora abbia affidato la relazione nazionale sugli abusi in Italia, uscita nel 2015, proprio al Cismai, che ha citato i dati Oms, e che l'attuale Garante Filomena Albano abbia rinnovato l'incarico allo stessa associazione per un aggiornamento al 2020.
È proprio dall'adesione acritica a questi numeri che ci dipingono come un popolo di «santi, navigatori, poeti e abusatori» che nascono gli orrori della Bassa Modenese, di Rignano Flaminio e di Bibbiano dove gli operatori, prima degli arresti, come quelli del Cismai, si vantavano di essere molto più bravi degli altri a smascherare quelli che le statistiche (e le loro pregiudiziali ideologiche verso la famiglia ) indicavano come potenziali abusatori.
Carlo Giovanardi
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Sentita in commissione, Filomena Albano scarica ogni responsabilità e rinnova la fiducia al coordinamento al centro delle polemiche, a cui andranno 38.990 euro.Ieri la prima riunione della «task force» sulla Val d'Enza voluta da Alfonso Bonafede. La Albano attacca il collega laziale Jacopo Marzetti che ne fa parte: «Indipendenza pregiudicata». Poi accusa: «Mancano risorse».Già in passato sono stati smascherati i numeri del Consiglio d'Europa. E pure quelli dell'Oms sono dubbi.Lo speciale contiene tre articoliIl caso Bibbiano è condensato lì, in due righe striminzite: «Si evidenzia che negli ultimi mesi, il tema della tutela dei bambini in Italia ha interessato l'opinione pubblica per il verificarsi di casi di cronaca che hanno scosso le coscienze». Questo è quanto ha scritto il Garante per l'infanzia e adolescenza, Filomena Albano, in un documento ufficiale datato 29 luglio e indirizzato a tutte le autorità che si occupano di tutela dei minori, al governo, al Parlamento, ai Comuni, alle Regioni e agli organi di informazione. La nota in questione, spiega il Garante, «contiene, in particolare, una serie di indicazioni in materia di riforma del procedimento in materia di responsabilità genitoriale, che viene dettagliato in tutti i passaggi procedurali secondo i principi del giusto processo. Tra di essi la necessità di disciplinare la fase di indagine del pm, quella di assicurare il contraddittorio tra le parti, l'introduzione del curatore e dell'avvocato del minorenne, la convalida degli allontanamenti d'urgenza, l'impugnabilità dei provvedimenti anche se provvisori, termini certi e celeri, la trasparenza nell'individuazione della famiglia affidataria o della struttura di accoglienza». Poi vengono sollecitati «controlli capillari sulle condizioni dei minorenni fuori famiglia, l'introduzione di un regime di incompatibilità per i magistrati onorari e la differenziazione tra soggetti che svolgono compiti valutativi, esecutivi e di controllo».Sulla carta sono tutte ottime idee. Tuttavia questo documento fa emergere una serie di problemi di una certa rilevanza. Il primo è senz'altro il contenuto del documento. Il Garante dà indicazioni molto generiche, e invece il sistema di gestione dei minori ha bisogno di riforme puntuali, specifiche e rapide. Un esempio su tutti: l'articolo 403 del codice civile, cioè quello che dà la possibilità ai servizi sociali di togliere un minore alla famiglia senza prima passare da un giudice. Il Garante scrive che la convalida dell'allontanamento da parte del tribunale dei minori deve arrivare «entro un termine breve». Che significa breve? Un giorno, due giorni, 15? Forse sarebbe più utile fornire un'indicazione specifica, ad esempio «entro 24 o 48 ore».Strana tempisticaMa veniamo al secondo e più grave problema: i tempi. Le raccomandazioni del Garante sono arrivate il 29 luglio. Il caso Bibbiano è esploso alla fine di giugno. Viene da pensare, dunque, che questo documento sia soltanto un modo per levarsi dall'imbarazzo e dimostrare agli italiani che l'autorità che vigila sui minori si dà da fare. La verità è che i drammi del sistema di gestione dei bimbi e dei ragazzini sono noti da tempo. Esiste una relazione della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza pubblicata il 17 gennaio del 2018 in cui vengono snocciolate, punto per punto, tutte le mancanze e le criticità. Possibile che ci sia voluto oltre un anno e mezzo prima di intervenire? Per altro, quella relazione è solo l'ultima di una serie piuttosto lunga. Che cosa ha fatto il Garante in tutto questo tempo? Di questo si è occupata, proprio ieri mattina, la commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, che ha ricevuto in audizione la Albano e le ha chiesto conto del suo operato. Le è stato domandato perché non sia intervenuta prima, e con più forza. La risposta è stata per lo meno deludente. Il Garante ha fatto sapere di non aver mai ricevuto segnalazioni di abusi sullo stile di Bibbiano, spiegando che, al massimo, tali segnalazioni possono essere arrivate ai Garanti dell'infanzia regionali. Secondo la Albano, il Garante nazionale, non avendo sufficienti sedi distaccate, non può farsi carico di tutto. Beh, magari però sarebbe bastato prestare un poco più di attenzione alle istanze dei Garanti regionali. Sei di loro, a metà giugno, hanno firmato una lettera in cui criticavano pesantemente la Albano. «In tre anni di Conferenza nazionale dei garanti», ha detto il Garante calabrese Antonio Marziale, «Albano si è interessata quasi esclusivamente di minori stranieri non accompagnati, eppure esistono tante altre emergenze e bimbi italiani in gravissimo stato di bisogno».La convenzioneMolto duro in proposito il leghista Simone Pillon: «Trovo molto grave che il Garante, pur conoscendo almeno dal gennaio 2018 se non da prima le gravissime criticità nel mondo degli affidi - come ad esempio minori strappati ai genitori per ragioni economiche, oppure famiglie autorizzate a incontrare i figli un'ora a settimana, o figli tolti ai genitori e portati ad autolesionismo o al suicidio - non abbia fatto tutto quanto in suo potere per denunciare l'accaduto». Ed eccoci all'ultimo punto dolente. Alla fine di marzo, il Garante ha «promosso un progetto di ricerca, insieme a Cismai e Terre des Hommes, che punta a far luce sui maltrattamenti nei confronti di chi ha meno di 18 anni». Questa convenzione con il Cismai porterà, fra un anno, alla pubblicazione di un «dossier sui maltrattamenti dei bambini e degli adolescenti in Italia». Come abbiamo raccontato nei giorni passati, il nome del Cismai viene tirato in ballo sia nel caso Veleno, sia nei recenti fatti di Bibbiano, sia a Rignano Flaminio. Non che i vertici dell'associazione abbiano commesso reati. Però il Cismai esprime una visione del problema abusi molto precisa e, secondo alcuni, ideologica. Per quale motivo, allora, continuare a stipulare convenzioni con un organismo così discusso e già al centro di tante polemiche? La Albano ha fatto sapere che non intende interrompere i rapporti con il Cismai, anche perché vanno avanti da anni e le sembra giusto mantenere la continuità. «L'impostazione colpevolista del Cismai», commenta Pillon «era già stata smentita dalle inchieste di Modena e di Rignano. Il nome del Cismai, inoltre, viene più volte collegato a fatti oggi all'attenzione dell'opinione pubblica. Su tutto questo la garante ha rifiutato ogni risposta, limitandosi a parlare di tavoli di lavoro e di sinergie. Le famiglie di Bibbiano attendo risposte serie e dettagliate. E chi risulta anche lontanamente associato a un'inchiesta di tale portata non può continuare a beneficiare del denaro delle convenzioni con l'autorità garante».Nel corso dell'audizione di ieri, il Garante non ha detto quanto costi la convenzione con il Cismai (nonostante le sia stato domandato più volte). Così ci siamo rivolti ai suoi uffici per chiedere lumi. Ci è stato risposto che la convenzione con il Cismai e Terre des hommes prevede oneri finanziari per 38.990 euro.«L'autorità garante», dicono i collaboratori della Albano, «ha più volte richiesto la messa a regime di un sistema informativo sui minorenni vittime di violenza, da ultimo con la nota di raccomandazioni del 31 dicembre 2018, rimasta senza riscontro. A febbraio 2019 il Comitato Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza [...] ha insistito nel chiedere all'Italia di istituire un sistema nazionale di raccolta, analisi e diffusione dei dati sulla violenza e sui maltrattamenti nei confronti dei minorenni». «Il Comitato», sostiene ancora il Garante, «ha raccomandato di utilizzare come punto di partenza la prima edizione dell'Indagine del 2015 curata da Terre des hommes e Cismai. Nell'assenza di un sistema informativo e viste le raccomandazioni del comitato Onu, l'autorità garante a marzo ha avviato la seconda edizione dell'Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti. Affinché i dati siano comparabili e possa essere prodotta una prima serie storica a cinque anni di distanza dalla precedente rilevazione, l'indagine è stata proseguita con gli stessi soggetti». Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-garante-dellinfanzia-conferma-i-soldi-al-cismai-poi-svicola-su-bibbiano-2639562161.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guadagna-180-000-euro-allanno-e-si-lamenta-pure-con-il-ministro" data-post-id="2639562161" data-published-at="1768238549" data-use-pagination="False"> Guadagna 180.000 euro all’anno. E si lamenta pure con il ministro Da ieri è diventata operativa anche la «task force» voluta dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che avrà il compito di indagare sulle vicende di Bibbiano. In mattinata si è tenuta la prima riunione del gruppo di cui fanno parte il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Fulvio Baldi, il vice capo di Gabinetto Gianluca Massaro, Rossella Pegorari, magistrato del Gabinetto, Giampaolo Parodi, vice capo dell'Ufficio legislativo di via Arenula, il capo dell'Ispettorato del ministero, Andrea Nocera e Alessandra Cataldi, direttore generale per i Sistemi informativi automatizzati. Tra gli altri componenti ci sono poi il capo del Dipartimento degli affari di giustizia, Maria Casola, il capo del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, Barbara Fabbrini, il capo del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità, Gemma Tuccillo, Giuseppe Buffone della Direzione generale della giustizia civile, Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti. Secondo Bonafede, «i fatti di cronaca emersi, in ultimo il caso di Bibbiano impongono allo Stato una maggiore attenzione e uno sforzo ulteriore rispetto al passato. Occorre prendersi cura dei bambini durante tutto lo svolgimento del percorso di affidamento, valutandone i presupposti ma anche garantendo un monitoraggio delle varie tappe. Lo Stato deve essere sempre al fianco dei bambini». Che il lavoro della «task force» sia iniziato dovrebbe essere una buona notizia. Ma qualcuno non ha gradito. Stiamo parlando, di nuovo, della Garante dell'infanzia e dell'adolescenza, Filomena Albano. Sempre ieri mattina, parlando di fronte alla Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, si è detta «stupita» del fatto che il Garante regionale del Lazio, Jacopo Marzetti, sia nella squadra creata da Bonafede. Secondo la Albano, «l'autorità garante è terza e indipendente, indipendente ovviamente anche dal potere politico, in questo caso dal potere esecutivo. L'autorità si interfaccia con gli esiti della squadra speciale ma non può far parte della squadra di giustizia e mi stupisco che il ministro di Giustizia e il Garante regionale del Lazio non abbiano fatto una riflessione sull'autonomia che deve contraddistinguere figure di garanzia rispetto al governo». Insistendo sul ruolo di Marzetti, la Albano ha detto che «la legge istitutiva dell'autorità prevede incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Richiede anche per i garanti regionali che vogliono far parte della conferenza nazionale dei garanti i medesimi requisiti di indipendenza, di autonomia e di incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Mi stupisce», ha aggiunto, «che ci siano garanti regionali che oltre alla loro qualifica di figura di garanzia ricoprano altri incarichi». Questo attacco al collega regionale è davvero curioso. Se davvero la Albano fosse interessata a fare chiarezza sui fatti di Bibbiano, dovrebbe appoggiare qualunque iniziativa sul tema. Colpisce anche che il Garante continui a tirare in ballo la scarsità della risorse disponibili. Marzetti, per esempio, svolge il suo incarico nella squadra ministeriale a titolo gratuito. La Albano, invece, percepisce uno stipendio piuttosto buono per guidare la sua autorità. Come risulta dai documenti ufficiali, la signora «percepisce il trattamento economico fondamentale pari a euro 144.603,48 annui lordi, erogato dalla propria amministrazione di provenienza (ministero della Giustizia). A titolo di trattamento accessorio percepisce inoltre la somma annua lorda di euro 36.150,87, avendo rinunciato all'indennità di Garante prevista dall'articolo 2, comma 4, della legge 112/2001». In totale, dunque, percepisce 180.754,35 euro all'anno. Tutto regolare, ci mancherebbe, anche perché la Albano è un magistrato, benché sia ormai da parecchi anni fuori ruolo. Quanto all'autorità che dirige, apprendiamo dalla previsioni di bilancio scaricabili dal sito Web (che pure sono di difficile lettura, essendo scansioni di fotocopie) che le spese per il 2019 dovrebbero ammontare a 3.720.871,72 euro. Non è pochissimo. Per il personale se ne vanno 623.702,15 euro, mentre per i vari progetti e iniziative riguardanti l'infanzia escono 1.719.978,22 euro. Le attività per i minori stranieri, invece, costano 1.107.583,17. Forse i soldi sono pochi, ma quello che è stato fatto per risolvere i problemi del sistema minorile è ancora meno. 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In sostanza, come già sostenuto da Claudio Foti nel convegno sulla «Violenza negata» svoltosi a Trieste lo scorso settembre, soltanto il 25% dei bambini italiani non sarebbe abusato sessualmente, fisicamente o psicologicamente. Ricordo che nel 2010, quando ero sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, il Consiglio d'Europa lanciò una grande campagna promozionale contro gli abusi sessuali sui minori con lo slogan «One On Five», «Uno su cinque». Cioè, la campagna sosteneva che in Europa un bambino su cinque sarebbe abusato sessualmente. Dopo ripetute sollecitazioni del mio dipartimento a nome del governo italiano, il Consiglio d'Europa fu costretto ad ammettere ufficialmente che quel numero incredibile era frutto della geniale pensata di un'agenzia pubblicitaria per coinvolgere l'opinione pubblica sul tema degli abusi sull'infanzia. Davanti a questi altrettanto incredibili dati dell'Oms (per la verità riferiti all'intero mondo, e non solo all'Europa) mi chiedo (e sono certo di sì) se non siamo di fronte a un'altra gigantesca «bufala» che riprende quella del Consiglio d'Europa, non si sa in base a quali serie ricerche. Ma la cosa più preoccupante è che l'allora Garante per l'infanzia Vincenzo Spadafora abbia affidato la relazione nazionale sugli abusi in Italia, uscita nel 2015, proprio al Cismai, che ha citato i dati Oms, e che l'attuale Garante Filomena Albano abbia rinnovato l'incarico allo stessa associazione per un aggiornamento al 2020. È proprio dall'adesione acritica a questi numeri che ci dipingono come un popolo di «santi, navigatori, poeti e abusatori» che nascono gli orrori della Bassa Modenese, di Rignano Flaminio e di Bibbiano dove gli operatori, prima degli arresti, come quelli del Cismai, si vantavano di essere molto più bravi degli altri a smascherare quelli che le statistiche (e le loro pregiudiziali ideologiche verso la famiglia ) indicavano come potenziali abusatori. Carlo Giovanardi
Roy De Vita affronta il tema della sicurezza in Italia, il rapporto sempre più difficile tra cittadini e forze dell’ordine e i limiti della legittima difesa. Dal caso del carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione, alle differenze con il modello americano, fino a immigrazione, Trump e Venezuela.
Daniele Ruvinetti (Imagoeconomica)
Daniele Ruvinetti è Senior Advisor della Fondazione Med-or. Già in passato sulle colonne della Verità aveva parlato di un accordo tra Stati Uniti e Russia per non ostacolarsi. Una sorta di compromesso del non intervento. Un «laissez faire» americano in Ucraina, in cambio di un lasciapassare di Mosca in Venezuela. E al di là delle azioni di facciata o meramente economiche (ci sono state delle dichiarazioni e qualche azione apparentemente ostili) i fatti hanno confermato le previsioni. Ora, l’analista allarga il discorso alla Cina e alla possibilità che questo intesa possa estendersi a Pechino che chiede di avere le mani libere su Taiwan.
Ma partiamo dal principio.
Cosa vuol dire non confondere la strategia di fondo con la tattica?
«Vuol dire non lasciarsi trarre in inganno per esempio dal sequestro americano di navi ombra russe usate per aggirare le sanzioni occidentali sul petrolio. Parliamo di una questione che ha di certo una rilevanza economica, ma non centrale per i rapporti tra i due Stati. Del resto è chiaro che nell’azione di Trump a Caracas ci sia la volontà di tutelare gli interessi energetici e finanziari degli Stati Uniti».
Finanziari?
«Certo. Centrale è il petrolio, ci mancherebbe, ma la Casa Bianca ha anche la necessità di dare delle garanzie ai grandi fondi Usa, vedi Blackrock, che hanno in pancia una buona parte del debito pubblico venezuelano».
Di che cifre parliamo?
«Il debito complessivo sfiora i 200 miliardi di dollari. Circa la metà è nella mani americane, mentre l’altra metà appartiene a Cina e Russia».
E qui torniamo al punto. Come mai Pechino e Mosca, dichiarazioni di facciata a parte, non hanno mosso un dito?
«Vero. Ma è altrettanto vero che ci siamo trovati di fronte a un’azione lampo. Le cui conseguenze si dispiegheranno nel tempo. E in futuro vedremo come, sia sul petrolio che sul debito, le tre grandi potenze sapranno trovare soluzioni per non rompere i loro equilibri. Ecco, appunto: questa è la strategia di base alla quale bisogna guardare. Le grandi sfere di influenza sono chiare (Russia sull’Ucraina, Stati Uniti in Sudamerica e Cina su Taiwan), poi sulle singole situazioni possiamo aspettarci piccoli o grandi scossoni che alla fine non cambieranno gli impegni di fondo».
In tutto questo come si spiega il possibile attacco americano in Groenlandia?
«Detto che non siamo ancora nell’ottica di un attacco, tuttavia le pressioni si spiegano con la visione di cui sopra. La Groenlandia è importante perché rappresenta uno snodo dal punto di vista delle rotte commerciali e per la presenza delle terre rare che sono appetite anche da Cina e Russia. Sempre di più i conflitti futuri avranno come obiettivo quello di assicurarsi i materiali strategici per l’intelligenza artificiale. Detto questo, non credo che Trump arrivi ad usare la forza, ma si cercheranno accordi di altro genere. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un Paese Nato».
Eppure anche le ultime dichiarazioni che arrivano da Washington non sono per nulla rassicuranti.
«Non penso che trovare un punto di equilibrio sarà semplice, come per esempio sta succedendo in Venezuela, ma sarei molto sorpreso se anche la contesa per la grande isola dovesse portare a una nuova guerra. Sarebbe molto rischioso».
L’equilibrio di cui parla appare abbastanza fragile.
«Secondo me è molto più solido di quello che appare. Poi certo le situazioni sono fluide. Pensi solo a quello che è successo qualche giorno fa con i volenterosi riuniti a Parigi».
Cioè?
«Tutte le ricostruzioni iniziali davano gli Stati Uniti pronti a dare una forte garanzia di intervento nel caso ci fosse stata una violazione di eventuali accordi di pace da parte di Putin. Ebbene, nella stesura finale del comunicato relativo a quell’incontro, l’impegno americano è evaporato, scomparso, come se non se ne fosse mai parlato. Guardi, ci sono delle posizioni diverse anche nella squadra di Trump, non è un segreto per nessuno che il segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Marco Rubio non sia propriamente un filo-russo, ma poi quando si va al dunque la logica della nuova divisione delle sfere di influenze resiste. Alla resa dei conti le ingerenze degli Stati Uniti sul conflitto a Kiev sono insignificanti».
Sembra che adesso Zelensky stia giocando la carta di un accordo di libero scambio con Trump da sottoscrivere a Davos. In questo modo spera di ottenere solide garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti.
«L’ennesimo tentativo di portare la Casa Bianca dalla propria parte che non credo avrà grandi risultati. Io resto molto scettico sulla possibilità di una pace a breve in Ucraina. Mi sembra ci siano due scogli quasi insormontabili al momento».
Ci spieghi.
«Da una parte il futuro del Donbass che nessuna delle due parti è disposto a cedere. Dall’altra le garanzie che Kiev chiede all’Europa, che Francia e Regno Unito, per esempio, si dicono disposte a concedere, e che Mosca non accetterà mai».
Parla delle truppe di Macron o Starmer sul campo?
«Esattamemnte».
Lei pensa che Putin non darà mai il via libera a un compromesso del genere?
«Mai».
Quindi non c’è via d’uscita?
«Al momento non ne vedo di percorribili».
Intanto i terreni di scontro si moltiplicano. L’ultimo è in Iran dove però le contraddizioni sembrano essere esplose internamente.
«In apparenza è così. Ma oggettivamente viene difficile pensare che quello che sta succedendo non sia figlio del rimescolamento delle sfere di influenza».
In che senso?
«Nel senso che se non ci fosse stato questo clima di cambiamento di un ordine che bene o male si era cristallizzato, non ci sarebbero stati i tentativi di rimuovere il regime ai quali stiamo assistendo».
E anche a Teheran, Trump vuol dettare le regole del gioco.
«Non lo so. Anche a Teheran ognuno fa il suo gioco, ma mi viene difficile pensare che Cina e Russia non faranno sentire in qualche modo la loro voce. Vero che qui l’asse Trump-Netanyahu resta portante e che per esempio la carta Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979, resta molto attraente, ma la partita è solo all’inizio e tutta da giocare».
Abbiamo quasi finito l’intervista e non abbiamo detto una parola sull’Europa. E sul non ruolo che sta giocando nello scacchiere internazionale.
«È evidente che in questa partita di spartizione delle sfere di influenza non riesce ad incidere. Il rischio di restare isolati è concreto anche perché Bruxelles non ha la stessa forza e la stessa velocità e capacità decisionale di Stati uniti, Russia e Cina. L’Europa si trova davanti a un bivio o risorge o si relega all’irrilevanza».
E cosa succederà?
«Esiste ancora la possibilità di rivedere dei meccanismi e di creare i presupposti per un’Europa dei popoli che metta gli interessi dei cittadini come priorità. Su questo, l’Italia può giocare un ruolo: come governo più stabile d’Europa, l’esecutivo italiano ha le capacità e probabilmente la visione per guidare certe dinamiche. Ma se devo essere sincero se l’Europa non agisce subito è ben più concreto il rischio che questo diventi un Continente completamente dipendente dal punto di vista energetico, tecnologico e militare dalle altre tre grandi potenze di cui sopra. Serve una presa di coscienza e la capacità di tradurla rapidamente in decisioni politiche».
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Stefano Parisi (Imagoeconomica)
Come state combattendo la rimozione del 7 ottobre?
« Assistiamo a un fenomeno ancora più grave della rimozione dell’orrore del 7 ottobre, è il tentativo di comparare la reazione di Israele alla strage perpetrata da Hamas all’Olocausto degli ebrei. Tra pochi giorni è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria dello sterminio nazista, e i pro Pal stanno organizzando per quella ricorrenza una vergognosa strumentalizzazione della propaganda dell’islam radicale. Quel giorno non possiamo tollerare da parte delle istituzioni una retorica sulla memoria senza che vengano ricordate le vittime degli stupri, delle mutilazioni, dei corpi bruciati, e delle torture inferte agli ostaggi del 7 ottobre. Rom Braslavsky e Liliana Segre sono superstiti dello stesso orrore e dello stesso odio. Non possiamo più tollerare la finta pietà verso gli ebrei sterminati dal nazismo e l’indignazione verso gli ebrei che combattono per non essere sterminati».
Come giudica l’atteggiamento dei partiti italiani di fronte alle crescenti minacce verso gli ebrei sovente confuso con un acritico appoggio ai pro Pal?
«L’antisemitismo è sempre esistito in Italia, ma nascosto sotto la cenere della retorica antifascista. Poi la falsa accusa di genocidio elevata verso Israele dopo il 7 ottobre ha liberato quell’antisemitismo che oggi è esploso, tollerato, giustificato e coltivato. I partiti della sinistra italiana, che si dichiarano antifascisti, grazie a questa gigantesca menzogna collettiva, hanno riscritto la storia del Novecento pur di rincorrere le piazze guidate dalla propaganda dell’islam radicale».
Graziano Delrio nel Pd è stato contestato per la sua proposta di legge sull’antisemitismo. Che sostegno siete disposti a dare a questa iniziativa?
«Graziano Delrio ha dimostrato che i valori storici della sinistra non sono sepolti sotto l’odio antisemita. Propone misure nel campo della formazione, dei poteri di Agcom per contrastare l’odio razziale sulle piattaforme social e ha proposto che la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance, ndr), già adottata dal governo italiano, sia legge dello Stato. Un partito di sinistra dovrebbe essere in prima linea ad approvare una simile norma, ma la durezza con la quale lui è stato isolato fa capire che l’attuale leadership del Pd vuole difendere coloro che accusano gli italiani ebrei delle azioni del governo di Gerusalemme a meno che non facciano abiura del loro Paese, vuole difendere coloro che nelle piazze urlano slogan per cancellare lo Stato di Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Questa è la sinistra antisemita».
Anche nelle cosiddette forze sociali si fa strada un antisemitismo legato alla confidenza con i sedicenti movimenti pro Pal. Penso all’Anpi che assimila Hamas alla lotta partigiana, penso alla Cgil che invita a boicottare Israele. Che si può fare per mutare questa «narrazione»?
«Certo, bisogna parlare alle persone che hanno partecipato in buona fede alle manifestazioni pro Pal, a quelle che sono iscritte al sindacato per difendere il loro salario, a coloro che credono nei valori della lotta partigiana, ai tanti che lottano per i diritti delle donne e degli omosessuali, per fare loro aprire gli occhi: avete dato soldi per i palestinesi e sono andati a finanziare i terroristi, avete fatto sciopero perdendo un giorno di salario e siete stati strumentalizzati per la carriera politica del vostro leader, avete partecipato alle manifestazioni del 25 aprile e non c’erano più le bandiere italiane, ma quelle dei palestinesi, partecipate al Gay Pride ma i vostri compagni hanno urlato slogan per cancellare Israele e instaurare uno Stato islamico dove le donne vengono sottomesse e gli omosessuali giustiziati».
L’arresto di Hannoun e la rete pro Hamas fa emergere che in Italia esiste una radicata base di appoggio ad Hamas. La preoccupa e crede che esista ancora una sorta di lodo Moro?
«Finalmente si fa luce sulla vera natura dei movimenti che hanno promosso e organizzato le manifestazioni pro Pal, che hanno finanziato la Flottilla (è nota anche la rete di finanziamenti di questa enorme azione di propaganda di Hamas), e dei loro legami con la politica e le istituzioni italiane. Ma è una rete che si estende in tutta Europa. Non vedo però nessuna accondiscendenza da parte del governo italiano come ai tempi di Moro e Andreotti. Anzi l’azione di contrasto è molto determinata. L’unica “falla” istituzionale è, semmai, in alcuni settori della magistratura, si pensi alle dichiarazioni recenti del Procuratore nazionale antimafia, agli appelli di Magistratura Democratica al boicottaggio delle aziende che hanno rapporti con Israele e alla reiterata inazione verso gli innumerevoli fenomeni di istigazione all’odio impuniti, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale. Servirebbe un forte e leale coordinamento tra le forze dell’ordine, i servizi di intelligence e la magistratura per sradicare l’eversione del radicalismo islamico».
Piazze piene per i pro Pal e per Maduro, ma niente per i morti in Ucraina o in appoggio alla rivolta iraniana. Sotto la cenere cova un mai sopito spirito antioccidentale?
«Sicuramente è lo spirito antioccidentale, l’ostilità verso gli Stati Uniti, l’odio verso noi stessi che ha radici profonde in una parte della nostra opinione pubblica e, soprattutto, dell’élite. Pensiamo quanto poco spazio danno oggi i giornali a questo straordinario movimento di popolo che sta rovesciando il regime in Iran. Lì ci sono milioni di persone che scendono in piazza, rischiando la vita contro un regime sanguinario, e i giornali danno mezza pagina mentre hanno dato pagine e pagine alle flottille e ai nostri figli di papà pro Pal che, senza rischiare nulla e spesso aggredendo e ferendo i nostri poliziotti, glorificano quello che il regime iraniano ha fatto, mentre i loro coetanei israeliani combattono e, a volte, perdono la vita per sconfiggere quello stesso regime, circondati dall’odio dell’Occidente».
Esiste un pericolo di islamizzazione forzata e strisciante in Italia e in Europa attraverso il diffondersi delle moschee e l’immigrazione? Bisogna proibire il velo e chiedere che i sermoni degli imam si facciano in italiano?
«Non credo sia necessario vietare il velo, dobbiamo difendere la libertà religiosa, dobbiamo solo non sottomettere i nostri valori a religioni che non tollerano la libertà religiosa. I simboli del cristianesimo non hanno mai offeso la millenaria presenza ebraica nel nostro Paese e non possiamo tollerare questa sottomissione strisciante per cui annulliamo la nostra identità per non “offendere” quella islamica. Dobbiamo soprattutto uscire dall’ambiguità verso l’islam radicale. I Fratelli musulmani sono messi al bando in molti Paesi musulmani, qui sono protetti, difesi, e corteggiati i loro voti. Dobbiamo controllarne i flussi finanziari, le attività eversive, che stanno penetrando le università, lo sport, lo sviluppo urbano, le associazioni di “beneficenza”. Si, dobbiamo controllare l’attività degli imam».
Lei ora si trova a Tel Aviv. Com’è la situazione anche guardando alla Palestina? È vero che c’è un’opposizione fortissima contro Netanyahu? Ed è vero che è aumentata la Aliya cioè la diaspora degli ebrei europei verso Israele?
«Israele è una democrazia viva, il senso della patria è fortissimo. I giovani, dopo la scuola, fanno tre anni di militare (due le donne) e vanno a combattere e anche a morire per difendere il loro Paese e continuano a farlo fino a 40 anni. Quasi tutti gli israeliani (se si escludono molti Haredim e molti arabi) hanno dato una parte della loro vita al Paese. Si sentono “azionisti” del loro Paese e partecipano attivamente alla vita politica. Le scelte del governo incidono sulla loro pelle. Ma l’opposizione a Netanyahu non ha nulla a che vedere con le accuse al governo di Gerusalemme che fa la nostra sinistra. Nessuna accusa di genocidio, l’opzione militare contro Hamas e contro il terrorismo sarebbe stata la stessa anche se al governo ci fosse un leader dell’opposizione. La critica al governo riguarda altri temi come la legge che vorrebbe varare sull’esonero dal militare dei giovani ortodossi che studiano nelle Yeshivà, mentre i loro coetanei vanno a combattere e a morire. O come la commissione di inchiesta per definire le responsabilità del 7 ottobre che l’opposizione vorrebbe indipendente, ma che il governo vuole composta da politici. Sì, nonostante la guerra e il terrorismo, per gli ebrei della diaspora Israele continua a essere il Paese più sicuro. Qui gli ebrei possono vivere senza paura, e anche il dolore per i propri morti è un dolore collettivo, di popolo, mentre in Europa, gli ebrei devono vivere la loro sofferenza, chiusi nelle loro piccole comunità».
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Navi da guerra cinesi al largo di Città del Capo (Ansa)
Insomma, è sempre più chiaro come stiano aumentando le fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e i Brics. Non si tratta d’altronde di una novità. Già a gennaio dell’anno scorso, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò esplicitamente il blocco, qualora avesse proseguito nei suoi propositi di de-dollarizzazione. Del resto, proprio il contrasto alla de-dollarizzazione ha rappresentato uno dei principali crucci di Donald Trump negli ultimi dodici mesi.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, la settimana scorsa, il presidente americano abbia chiaramente affermato che gli Stati Uniti sono disposti a vendere il greggio venezuelano a Cina e Russia: greggio che, in questi anni, la Repubblica popolare ha acquistato pagando in yuan e aggirando le sanzioni di Washington. In tal senso, la pressione americana su Teheran ha un risvolto petrolifero. Anche il greggio iraniano è infatti comprato da Pechino in yuan e in violazione delle sanzioni degli Usa.
È quindi abbastanza evidente come Trump punti a preservare il predominio globale del dollaro, oltre che a rilanciare l’influenza geopolitica statunitense sull’Emisfero occidentale, in ossequio a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Non dimentichiamo che la Casa Bianca vuole il controllo della Groenlandia per frenare le ambizioni di Mosca e Pechino nell'Artico. Inoltre, Washington non ha mai visto di buon occhio gli storici legami del regime chavista con Cina, Russia e Iran. La competizione geopolitica degli Usa con i Brics, o con alcuni loro importanti membri, riguarda quindi vari fronti interconnessi: dalla finanza all’energia, passando per la sfera militare. E’ dunque anche in quest’ottica che vanno lette le esercitazioni navali avviate sabato nei pressi di Città del Capo.
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