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2019-08-01
Il Garante dell’infanzia conferma i soldi al Cismai. Poi svicola su Bibbiano
Ansa
Il caso Bibbiano è condensato lì, in due righe striminzite: «Si evidenzia che negli ultimi mesi, il tema della tutela dei bambini in Italia ha interessato l'opinione pubblica per il verificarsi di casi di cronaca che hanno scosso le coscienze». Questo è quanto ha scritto il Garante per l'infanzia e adolescenza, Filomena Albano, in un documento ufficiale datato 29 luglio e indirizzato a tutte le autorità che si occupano di tutela dei minori, al governo, al Parlamento, ai Comuni, alle Regioni e agli organi di informazione. La nota in questione, spiega il Garante, «contiene, in particolare, una serie di indicazioni in materia di riforma del procedimento in materia di responsabilità genitoriale, che viene dettagliato in tutti i passaggi procedurali secondo i principi del giusto processo. Tra di essi la necessità di disciplinare la fase di indagine del pm, quella di assicurare il contraddittorio tra le parti, l'introduzione del curatore e dell'avvocato del minorenne, la convalida degli allontanamenti d'urgenza, l'impugnabilità dei provvedimenti anche se provvisori, termini certi e celeri, la trasparenza nell'individuazione della famiglia affidataria o della struttura di accoglienza». Poi vengono sollecitati «controlli capillari sulle condizioni dei minorenni fuori famiglia, l'introduzione di un regime di incompatibilità per i magistrati onorari e la differenziazione tra soggetti che svolgono compiti valutativi, esecutivi e di controllo».
Sulla carta sono tutte ottime idee. Tuttavia questo documento fa emergere una serie di problemi di una certa rilevanza. Il primo è senz'altro il contenuto del documento. Il Garante dà indicazioni molto generiche, e invece il sistema di gestione dei minori ha bisogno di riforme puntuali, specifiche e rapide. Un esempio su tutti: l'articolo 403 del codice civile, cioè quello che dà la possibilità ai servizi sociali di togliere un minore alla famiglia senza prima passare da un giudice. Il Garante scrive che la convalida dell'allontanamento da parte del tribunale dei minori deve arrivare «entro un termine breve». Che significa breve? Un giorno, due giorni, 15? Forse sarebbe più utile fornire un'indicazione specifica, ad esempio «entro 24 o 48 ore».
Strana tempistica
Ma veniamo al secondo e più grave problema: i tempi. Le raccomandazioni del Garante sono arrivate il 29 luglio. Il caso Bibbiano è esploso alla fine di giugno. Viene da pensare, dunque, che questo documento sia soltanto un modo per levarsi dall'imbarazzo e dimostrare agli italiani che l'autorità che vigila sui minori si dà da fare. La verità è che i drammi del sistema di gestione dei bimbi e dei ragazzini sono noti da tempo. Esiste una relazione della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza pubblicata il 17 gennaio del 2018 in cui vengono snocciolate, punto per punto, tutte le mancanze e le criticità. Possibile che ci sia voluto oltre un anno e mezzo prima di intervenire? Per altro, quella relazione è solo l'ultima di una serie piuttosto lunga. Che cosa ha fatto il Garante in tutto questo tempo?
Di questo si è occupata, proprio ieri mattina, la commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, che ha ricevuto in audizione la Albano e le ha chiesto conto del suo operato. Le è stato domandato perché non sia intervenuta prima, e con più forza. La risposta è stata per lo meno deludente. Il Garante ha fatto sapere di non aver mai ricevuto segnalazioni di abusi sullo stile di Bibbiano, spiegando che, al massimo, tali segnalazioni possono essere arrivate ai Garanti dell'infanzia regionali. Secondo la Albano, il Garante nazionale, non avendo sufficienti sedi distaccate, non può farsi carico di tutto. Beh, magari però sarebbe bastato prestare un poco più di attenzione alle istanze dei Garanti regionali. Sei di loro, a metà giugno, hanno firmato una lettera in cui criticavano pesantemente la Albano. «In tre anni di Conferenza nazionale dei garanti», ha detto il Garante calabrese Antonio Marziale, «Albano si è interessata quasi esclusivamente di minori stranieri non accompagnati, eppure esistono tante altre emergenze e bimbi italiani in gravissimo stato di bisogno».
La convenzione
Molto duro in proposito il leghista Simone Pillon: «Trovo molto grave che il Garante, pur conoscendo almeno dal gennaio 2018 se non da prima le gravissime criticità nel mondo degli affidi - come ad esempio minori strappati ai genitori per ragioni economiche, oppure famiglie autorizzate a incontrare i figli un'ora a settimana, o figli tolti ai genitori e portati ad autolesionismo o al suicidio - non abbia fatto tutto quanto in suo potere per denunciare l'accaduto». Ed eccoci all'ultimo punto dolente. Alla fine di marzo, il Garante ha «promosso un progetto di ricerca, insieme a Cismai e Terre des Hommes, che punta a far luce sui maltrattamenti nei confronti di chi ha meno di 18 anni». Questa convenzione con il Cismai porterà, fra un anno, alla pubblicazione di un «dossier sui maltrattamenti dei bambini e degli adolescenti in Italia». Come abbiamo raccontato nei giorni passati, il nome del Cismai viene tirato in ballo sia nel caso Veleno, sia nei recenti fatti di Bibbiano, sia a Rignano Flaminio. Non che i vertici dell'associazione abbiano commesso reati. Però il Cismai esprime una visione del problema abusi molto precisa e, secondo alcuni, ideologica. Per quale motivo, allora, continuare a stipulare convenzioni con un organismo così discusso e già al centro di tante polemiche? La Albano ha fatto sapere che non intende interrompere i rapporti con il Cismai, anche perché vanno avanti da anni e le sembra giusto mantenere la continuità.
«L'impostazione colpevolista del Cismai», commenta Pillon «era già stata smentita dalle inchieste di Modena e di Rignano. Il nome del Cismai, inoltre, viene più volte collegato a fatti oggi all'attenzione dell'opinione pubblica. Su tutto questo la garante ha rifiutato ogni risposta, limitandosi a parlare di tavoli di lavoro e di sinergie. Le famiglie di Bibbiano attendo risposte serie e dettagliate. E chi risulta anche lontanamente associato a un'inchiesta di tale portata non può continuare a beneficiare del denaro delle convenzioni con l'autorità garante».
Nel corso dell'audizione di ieri, il Garante non ha detto quanto costi la convenzione con il Cismai (nonostante le sia stato domandato più volte). Così ci siamo rivolti ai suoi uffici per chiedere lumi. Ci è stato risposto che la convenzione con il Cismai e Terre des hommes prevede oneri finanziari per 38.990 euro.
«L'autorità garante», dicono i collaboratori della Albano, «ha più volte richiesto la messa a regime di un sistema informativo sui minorenni vittime di violenza, da ultimo con la nota di raccomandazioni del 31 dicembre 2018, rimasta senza riscontro. A febbraio 2019 il Comitato Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza [...] ha insistito nel chiedere all'Italia di istituire un sistema nazionale di raccolta, analisi e diffusione dei dati sulla violenza e sui maltrattamenti nei confronti dei minorenni».
«Il Comitato», sostiene ancora il Garante, «ha raccomandato di utilizzare come punto di partenza la prima edizione dell'Indagine del 2015 curata da Terre des hommes e Cismai. Nell'assenza di un sistema informativo e viste le raccomandazioni del comitato Onu, l'autorità garante a marzo ha avviato la seconda edizione dell'Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti. Affinché i dati siano comparabili e possa essere prodotta una prima serie storica a cinque anni di distanza dalla precedente rilevazione, l'indagine è stata proseguita con gli stessi soggetti».
Francesco Borgonovo
Guadagna 180.000 euro all’anno. E si lamenta pure con il ministro
Da ieri è diventata operativa anche la «task force» voluta dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che avrà il compito di indagare sulle vicende di Bibbiano. In mattinata si è tenuta la prima riunione del gruppo di cui fanno parte il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Fulvio Baldi, il vice capo di Gabinetto Gianluca Massaro, Rossella Pegorari, magistrato del Gabinetto, Giampaolo Parodi, vice capo dell'Ufficio legislativo di via Arenula, il capo dell'Ispettorato del ministero, Andrea Nocera e Alessandra Cataldi, direttore generale per i Sistemi informativi automatizzati. Tra gli altri componenti ci sono poi il capo del Dipartimento degli affari di giustizia, Maria Casola, il capo del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, Barbara Fabbrini, il capo del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità, Gemma Tuccillo, Giuseppe Buffone della Direzione generale della giustizia civile, Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti.
Secondo Bonafede, «i fatti di cronaca emersi, in ultimo il caso di Bibbiano impongono allo Stato una maggiore attenzione e uno sforzo ulteriore rispetto al passato. Occorre prendersi cura dei bambini durante tutto lo svolgimento del percorso di affidamento, valutandone i presupposti ma anche garantendo un monitoraggio delle varie tappe. Lo Stato deve essere sempre al fianco dei bambini».
Che il lavoro della «task force» sia iniziato dovrebbe essere una buona notizia. Ma qualcuno non ha gradito. Stiamo parlando, di nuovo, della Garante dell'infanzia e dell'adolescenza, Filomena Albano. Sempre ieri mattina, parlando di fronte alla Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, si è detta «stupita» del fatto che il Garante regionale del Lazio, Jacopo Marzetti, sia nella squadra creata da Bonafede. Secondo la Albano, «l'autorità garante è terza e indipendente, indipendente ovviamente anche dal potere politico, in questo caso dal potere esecutivo. L'autorità si interfaccia con gli esiti della squadra speciale ma non può far parte della squadra di giustizia e mi stupisco che il ministro di Giustizia e il Garante regionale del Lazio non abbiano fatto una riflessione sull'autonomia che deve contraddistinguere figure di garanzia rispetto al governo».
Insistendo sul ruolo di Marzetti, la Albano ha detto che «la legge istitutiva dell'autorità prevede incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Richiede anche per i garanti regionali che vogliono far parte della conferenza nazionale dei garanti i medesimi requisiti di indipendenza, di autonomia e di incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Mi stupisce», ha aggiunto, «che ci siano garanti regionali che oltre alla loro qualifica di figura di garanzia ricoprano altri incarichi».
Questo attacco al collega regionale è davvero curioso. Se davvero la Albano fosse interessata a fare chiarezza sui fatti di Bibbiano, dovrebbe appoggiare qualunque iniziativa sul tema. Colpisce anche che il Garante continui a tirare in ballo la scarsità della risorse disponibili. Marzetti, per esempio, svolge il suo incarico nella squadra ministeriale a titolo gratuito.
La Albano, invece, percepisce uno stipendio piuttosto buono per guidare la sua autorità. Come risulta dai documenti ufficiali, la signora «percepisce il trattamento economico fondamentale pari a euro 144.603,48 annui lordi, erogato dalla propria amministrazione di provenienza (ministero della Giustizia). A titolo di trattamento accessorio percepisce inoltre la somma annua lorda di euro 36.150,87, avendo rinunciato all'indennità di Garante prevista dall'articolo 2, comma 4, della legge 112/2001». In totale, dunque, percepisce 180.754,35 euro all'anno. Tutto regolare, ci mancherebbe, anche perché la Albano è un magistrato, benché sia ormai da parecchi anni fuori ruolo.
Quanto all'autorità che dirige, apprendiamo dalla previsioni di bilancio scaricabili dal sito Web (che pure sono di difficile lettura, essendo scansioni di fotocopie) che le spese per il 2019 dovrebbero ammontare a 3.720.871,72 euro. Non è pochissimo. Per il personale se ne vanno 623.702,15 euro, mentre per i vari progetti e iniziative riguardanti l'infanzia escono 1.719.978,22 euro. Le attività per i minori stranieri, invece, costano 1.107.583,17. Forse i soldi sono pochi, ma quello che è stato fatto per risolvere i problemi del sistema minorile è ancora meno.
Francesco Borgonovo
I dati record sulle violenze sono una bufala
Il presidente del Cismai Gloria Soavi ha attaccato in un comunicato Uno Mattina Estate annunciando azioni legali e definendo ridicoli i tentativi di contestare i dati dell'Oms (l'Organizzazione mondiale sanità) sugli abusi sessuali sui minori in Europa, fatti propri dallo stesso Cismai.
Ecco i numeri: 18 milioni di minori (il 13,4% delle bambine e il 5,7 % dei bambini) sarebbero vittime di abuso sessuale, 44 milioni (il 22,9%) sarebbero vittime di violenza fisica, il 29,6% di violenza psicologica.
In sostanza, come già sostenuto da Claudio Foti nel convegno sulla «Violenza negata» svoltosi a Trieste lo scorso settembre, soltanto il 25% dei bambini italiani non sarebbe abusato sessualmente, fisicamente o psicologicamente.
Ricordo che nel 2010, quando ero sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, il Consiglio d'Europa lanciò una grande campagna promozionale contro gli abusi sessuali sui minori con lo slogan «One On Five», «Uno su cinque». Cioè, la campagna sosteneva che in Europa un bambino su cinque sarebbe abusato sessualmente.
Dopo ripetute sollecitazioni del mio dipartimento a nome del governo italiano, il Consiglio d'Europa fu costretto ad ammettere ufficialmente che quel numero incredibile era frutto della geniale pensata di un'agenzia pubblicitaria per coinvolgere l'opinione pubblica sul tema degli abusi sull'infanzia.
Davanti a questi altrettanto incredibili dati dell'Oms (per la verità riferiti all'intero mondo, e non solo all'Europa) mi chiedo (e sono certo di sì) se non siamo di fronte a un'altra gigantesca «bufala» che riprende quella del Consiglio d'Europa, non si sa in base a quali serie ricerche.
Ma la cosa più preoccupante è che l'allora Garante per l'infanzia Vincenzo Spadafora abbia affidato la relazione nazionale sugli abusi in Italia, uscita nel 2015, proprio al Cismai, che ha citato i dati Oms, e che l'attuale Garante Filomena Albano abbia rinnovato l'incarico allo stessa associazione per un aggiornamento al 2020.
È proprio dall'adesione acritica a questi numeri che ci dipingono come un popolo di «santi, navigatori, poeti e abusatori» che nascono gli orrori della Bassa Modenese, di Rignano Flaminio e di Bibbiano dove gli operatori, prima degli arresti, come quelli del Cismai, si vantavano di essere molto più bravi degli altri a smascherare quelli che le statistiche (e le loro pregiudiziali ideologiche verso la famiglia ) indicavano come potenziali abusatori.
Carlo Giovanardi
Continua a leggereRiduci
Sentita in commissione, Filomena Albano scarica ogni responsabilità e rinnova la fiducia al coordinamento al centro delle polemiche, a cui andranno 38.990 euro.Ieri la prima riunione della «task force» sulla Val d'Enza voluta da Alfonso Bonafede. La Albano attacca il collega laziale Jacopo Marzetti che ne fa parte: «Indipendenza pregiudicata». Poi accusa: «Mancano risorse».Già in passato sono stati smascherati i numeri del Consiglio d'Europa. E pure quelli dell'Oms sono dubbi.Lo speciale contiene tre articoliIl caso Bibbiano è condensato lì, in due righe striminzite: «Si evidenzia che negli ultimi mesi, il tema della tutela dei bambini in Italia ha interessato l'opinione pubblica per il verificarsi di casi di cronaca che hanno scosso le coscienze». Questo è quanto ha scritto il Garante per l'infanzia e adolescenza, Filomena Albano, in un documento ufficiale datato 29 luglio e indirizzato a tutte le autorità che si occupano di tutela dei minori, al governo, al Parlamento, ai Comuni, alle Regioni e agli organi di informazione. La nota in questione, spiega il Garante, «contiene, in particolare, una serie di indicazioni in materia di riforma del procedimento in materia di responsabilità genitoriale, che viene dettagliato in tutti i passaggi procedurali secondo i principi del giusto processo. Tra di essi la necessità di disciplinare la fase di indagine del pm, quella di assicurare il contraddittorio tra le parti, l'introduzione del curatore e dell'avvocato del minorenne, la convalida degli allontanamenti d'urgenza, l'impugnabilità dei provvedimenti anche se provvisori, termini certi e celeri, la trasparenza nell'individuazione della famiglia affidataria o della struttura di accoglienza». Poi vengono sollecitati «controlli capillari sulle condizioni dei minorenni fuori famiglia, l'introduzione di un regime di incompatibilità per i magistrati onorari e la differenziazione tra soggetti che svolgono compiti valutativi, esecutivi e di controllo».Sulla carta sono tutte ottime idee. Tuttavia questo documento fa emergere una serie di problemi di una certa rilevanza. Il primo è senz'altro il contenuto del documento. Il Garante dà indicazioni molto generiche, e invece il sistema di gestione dei minori ha bisogno di riforme puntuali, specifiche e rapide. Un esempio su tutti: l'articolo 403 del codice civile, cioè quello che dà la possibilità ai servizi sociali di togliere un minore alla famiglia senza prima passare da un giudice. Il Garante scrive che la convalida dell'allontanamento da parte del tribunale dei minori deve arrivare «entro un termine breve». Che significa breve? Un giorno, due giorni, 15? Forse sarebbe più utile fornire un'indicazione specifica, ad esempio «entro 24 o 48 ore».Strana tempisticaMa veniamo al secondo e più grave problema: i tempi. Le raccomandazioni del Garante sono arrivate il 29 luglio. Il caso Bibbiano è esploso alla fine di giugno. Viene da pensare, dunque, che questo documento sia soltanto un modo per levarsi dall'imbarazzo e dimostrare agli italiani che l'autorità che vigila sui minori si dà da fare. La verità è che i drammi del sistema di gestione dei bimbi e dei ragazzini sono noti da tempo. Esiste una relazione della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza pubblicata il 17 gennaio del 2018 in cui vengono snocciolate, punto per punto, tutte le mancanze e le criticità. Possibile che ci sia voluto oltre un anno e mezzo prima di intervenire? Per altro, quella relazione è solo l'ultima di una serie piuttosto lunga. Che cosa ha fatto il Garante in tutto questo tempo? Di questo si è occupata, proprio ieri mattina, la commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, che ha ricevuto in audizione la Albano e le ha chiesto conto del suo operato. Le è stato domandato perché non sia intervenuta prima, e con più forza. La risposta è stata per lo meno deludente. Il Garante ha fatto sapere di non aver mai ricevuto segnalazioni di abusi sullo stile di Bibbiano, spiegando che, al massimo, tali segnalazioni possono essere arrivate ai Garanti dell'infanzia regionali. Secondo la Albano, il Garante nazionale, non avendo sufficienti sedi distaccate, non può farsi carico di tutto. Beh, magari però sarebbe bastato prestare un poco più di attenzione alle istanze dei Garanti regionali. Sei di loro, a metà giugno, hanno firmato una lettera in cui criticavano pesantemente la Albano. «In tre anni di Conferenza nazionale dei garanti», ha detto il Garante calabrese Antonio Marziale, «Albano si è interessata quasi esclusivamente di minori stranieri non accompagnati, eppure esistono tante altre emergenze e bimbi italiani in gravissimo stato di bisogno».La convenzioneMolto duro in proposito il leghista Simone Pillon: «Trovo molto grave che il Garante, pur conoscendo almeno dal gennaio 2018 se non da prima le gravissime criticità nel mondo degli affidi - come ad esempio minori strappati ai genitori per ragioni economiche, oppure famiglie autorizzate a incontrare i figli un'ora a settimana, o figli tolti ai genitori e portati ad autolesionismo o al suicidio - non abbia fatto tutto quanto in suo potere per denunciare l'accaduto». Ed eccoci all'ultimo punto dolente. Alla fine di marzo, il Garante ha «promosso un progetto di ricerca, insieme a Cismai e Terre des Hommes, che punta a far luce sui maltrattamenti nei confronti di chi ha meno di 18 anni». Questa convenzione con il Cismai porterà, fra un anno, alla pubblicazione di un «dossier sui maltrattamenti dei bambini e degli adolescenti in Italia». Come abbiamo raccontato nei giorni passati, il nome del Cismai viene tirato in ballo sia nel caso Veleno, sia nei recenti fatti di Bibbiano, sia a Rignano Flaminio. Non che i vertici dell'associazione abbiano commesso reati. Però il Cismai esprime una visione del problema abusi molto precisa e, secondo alcuni, ideologica. Per quale motivo, allora, continuare a stipulare convenzioni con un organismo così discusso e già al centro di tante polemiche? La Albano ha fatto sapere che non intende interrompere i rapporti con il Cismai, anche perché vanno avanti da anni e le sembra giusto mantenere la continuità. «L'impostazione colpevolista del Cismai», commenta Pillon «era già stata smentita dalle inchieste di Modena e di Rignano. Il nome del Cismai, inoltre, viene più volte collegato a fatti oggi all'attenzione dell'opinione pubblica. Su tutto questo la garante ha rifiutato ogni risposta, limitandosi a parlare di tavoli di lavoro e di sinergie. Le famiglie di Bibbiano attendo risposte serie e dettagliate. E chi risulta anche lontanamente associato a un'inchiesta di tale portata non può continuare a beneficiare del denaro delle convenzioni con l'autorità garante».Nel corso dell'audizione di ieri, il Garante non ha detto quanto costi la convenzione con il Cismai (nonostante le sia stato domandato più volte). Così ci siamo rivolti ai suoi uffici per chiedere lumi. Ci è stato risposto che la convenzione con il Cismai e Terre des hommes prevede oneri finanziari per 38.990 euro.«L'autorità garante», dicono i collaboratori della Albano, «ha più volte richiesto la messa a regime di un sistema informativo sui minorenni vittime di violenza, da ultimo con la nota di raccomandazioni del 31 dicembre 2018, rimasta senza riscontro. A febbraio 2019 il Comitato Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza [...] ha insistito nel chiedere all'Italia di istituire un sistema nazionale di raccolta, analisi e diffusione dei dati sulla violenza e sui maltrattamenti nei confronti dei minorenni». «Il Comitato», sostiene ancora il Garante, «ha raccomandato di utilizzare come punto di partenza la prima edizione dell'Indagine del 2015 curata da Terre des hommes e Cismai. Nell'assenza di un sistema informativo e viste le raccomandazioni del comitato Onu, l'autorità garante a marzo ha avviato la seconda edizione dell'Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti. Affinché i dati siano comparabili e possa essere prodotta una prima serie storica a cinque anni di distanza dalla precedente rilevazione, l'indagine è stata proseguita con gli stessi soggetti». Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-garante-dellinfanzia-conferma-i-soldi-al-cismai-poi-svicola-su-bibbiano-2639562161.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guadagna-180-000-euro-allanno-e-si-lamenta-pure-con-il-ministro" data-post-id="2639562161" data-published-at="1782193202" data-use-pagination="False"> Guadagna 180.000 euro all’anno. E si lamenta pure con il ministro Da ieri è diventata operativa anche la «task force» voluta dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che avrà il compito di indagare sulle vicende di Bibbiano. In mattinata si è tenuta la prima riunione del gruppo di cui fanno parte il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Fulvio Baldi, il vice capo di Gabinetto Gianluca Massaro, Rossella Pegorari, magistrato del Gabinetto, Giampaolo Parodi, vice capo dell'Ufficio legislativo di via Arenula, il capo dell'Ispettorato del ministero, Andrea Nocera e Alessandra Cataldi, direttore generale per i Sistemi informativi automatizzati. Tra gli altri componenti ci sono poi il capo del Dipartimento degli affari di giustizia, Maria Casola, il capo del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, Barbara Fabbrini, il capo del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità, Gemma Tuccillo, Giuseppe Buffone della Direzione generale della giustizia civile, Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti. Secondo Bonafede, «i fatti di cronaca emersi, in ultimo il caso di Bibbiano impongono allo Stato una maggiore attenzione e uno sforzo ulteriore rispetto al passato. Occorre prendersi cura dei bambini durante tutto lo svolgimento del percorso di affidamento, valutandone i presupposti ma anche garantendo un monitoraggio delle varie tappe. Lo Stato deve essere sempre al fianco dei bambini». Che il lavoro della «task force» sia iniziato dovrebbe essere una buona notizia. Ma qualcuno non ha gradito. Stiamo parlando, di nuovo, della Garante dell'infanzia e dell'adolescenza, Filomena Albano. Sempre ieri mattina, parlando di fronte alla Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, si è detta «stupita» del fatto che il Garante regionale del Lazio, Jacopo Marzetti, sia nella squadra creata da Bonafede. Secondo la Albano, «l'autorità garante è terza e indipendente, indipendente ovviamente anche dal potere politico, in questo caso dal potere esecutivo. L'autorità si interfaccia con gli esiti della squadra speciale ma non può far parte della squadra di giustizia e mi stupisco che il ministro di Giustizia e il Garante regionale del Lazio non abbiano fatto una riflessione sull'autonomia che deve contraddistinguere figure di garanzia rispetto al governo». Insistendo sul ruolo di Marzetti, la Albano ha detto che «la legge istitutiva dell'autorità prevede incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Richiede anche per i garanti regionali che vogliono far parte della conferenza nazionale dei garanti i medesimi requisiti di indipendenza, di autonomia e di incompatibilità rispetto ad altri incarichi. Mi stupisce», ha aggiunto, «che ci siano garanti regionali che oltre alla loro qualifica di figura di garanzia ricoprano altri incarichi». Questo attacco al collega regionale è davvero curioso. Se davvero la Albano fosse interessata a fare chiarezza sui fatti di Bibbiano, dovrebbe appoggiare qualunque iniziativa sul tema. Colpisce anche che il Garante continui a tirare in ballo la scarsità della risorse disponibili. Marzetti, per esempio, svolge il suo incarico nella squadra ministeriale a titolo gratuito. La Albano, invece, percepisce uno stipendio piuttosto buono per guidare la sua autorità. Come risulta dai documenti ufficiali, la signora «percepisce il trattamento economico fondamentale pari a euro 144.603,48 annui lordi, erogato dalla propria amministrazione di provenienza (ministero della Giustizia). A titolo di trattamento accessorio percepisce inoltre la somma annua lorda di euro 36.150,87, avendo rinunciato all'indennità di Garante prevista dall'articolo 2, comma 4, della legge 112/2001». In totale, dunque, percepisce 180.754,35 euro all'anno. Tutto regolare, ci mancherebbe, anche perché la Albano è un magistrato, benché sia ormai da parecchi anni fuori ruolo. Quanto all'autorità che dirige, apprendiamo dalla previsioni di bilancio scaricabili dal sito Web (che pure sono di difficile lettura, essendo scansioni di fotocopie) che le spese per il 2019 dovrebbero ammontare a 3.720.871,72 euro. Non è pochissimo. Per il personale se ne vanno 623.702,15 euro, mentre per i vari progetti e iniziative riguardanti l'infanzia escono 1.719.978,22 euro. Le attività per i minori stranieri, invece, costano 1.107.583,17. Forse i soldi sono pochi, ma quello che è stato fatto per risolvere i problemi del sistema minorile è ancora meno. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-garante-dellinfanzia-conferma-i-soldi-al-cismai-poi-svicola-su-bibbiano-2639562161.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-dati-record-sulle-violenze-sono-una-bufala" data-post-id="2639562161" data-published-at="1782193202" data-use-pagination="False"> I dati record sulle violenze sono una bufala Il presidente del Cismai Gloria Soavi ha attaccato in un comunicato Uno Mattina Estate annunciando azioni legali e definendo ridicoli i tentativi di contestare i dati dell'Oms (l'Organizzazione mondiale sanità) sugli abusi sessuali sui minori in Europa, fatti propri dallo stesso Cismai. Ecco i numeri: 18 milioni di minori (il 13,4% delle bambine e il 5,7 % dei bambini) sarebbero vittime di abuso sessuale, 44 milioni (il 22,9%) sarebbero vittime di violenza fisica, il 29,6% di violenza psicologica. In sostanza, come già sostenuto da Claudio Foti nel convegno sulla «Violenza negata» svoltosi a Trieste lo scorso settembre, soltanto il 25% dei bambini italiani non sarebbe abusato sessualmente, fisicamente o psicologicamente. Ricordo che nel 2010, quando ero sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, il Consiglio d'Europa lanciò una grande campagna promozionale contro gli abusi sessuali sui minori con lo slogan «One On Five», «Uno su cinque». Cioè, la campagna sosteneva che in Europa un bambino su cinque sarebbe abusato sessualmente. Dopo ripetute sollecitazioni del mio dipartimento a nome del governo italiano, il Consiglio d'Europa fu costretto ad ammettere ufficialmente che quel numero incredibile era frutto della geniale pensata di un'agenzia pubblicitaria per coinvolgere l'opinione pubblica sul tema degli abusi sull'infanzia. Davanti a questi altrettanto incredibili dati dell'Oms (per la verità riferiti all'intero mondo, e non solo all'Europa) mi chiedo (e sono certo di sì) se non siamo di fronte a un'altra gigantesca «bufala» che riprende quella del Consiglio d'Europa, non si sa in base a quali serie ricerche. Ma la cosa più preoccupante è che l'allora Garante per l'infanzia Vincenzo Spadafora abbia affidato la relazione nazionale sugli abusi in Italia, uscita nel 2015, proprio al Cismai, che ha citato i dati Oms, e che l'attuale Garante Filomena Albano abbia rinnovato l'incarico allo stessa associazione per un aggiornamento al 2020. È proprio dall'adesione acritica a questi numeri che ci dipingono come un popolo di «santi, navigatori, poeti e abusatori» che nascono gli orrori della Bassa Modenese, di Rignano Flaminio e di Bibbiano dove gli operatori, prima degli arresti, come quelli del Cismai, si vantavano di essere molto più bravi degli altri a smascherare quelli che le statistiche (e le loro pregiudiziali ideologiche verso la famiglia ) indicavano come potenziali abusatori. Carlo Giovanardi
Corrado Augias (Ansa)
Mi è tornata in mente - la pochade nella pochade - davanti al (preteso) scandalo che si è consumato su quel pulmino diretto a Bisceglie, in cui viaggiavano i finalisti dell’edizione 2026 del premio Strega, vicenda su cui si è già intrattenuto ieri su queste pagine Francesco Borgonovo.
E che vede una dialettica molto accesa tutta interna all’universo progressista, tra uomini - patriarchi? - che invitano a non dare rilievo al pissipissi privato, e donne - neo o post-femministe? - che replicano: manco per niente, è una violenza inaudita, altro che «Mari un martire della libertà di espressione», come ha tuonato ieri un’appassionata Simonetta Sciandivasci su La Stampa, con incipit fulminante: «Stregacidio, giorno 3» (ussignur).
Con annessa preghiera di Maria Grazia Calandrone, finalista allo Strega 2023: «Non è il momento di litigare», appello rivolto a «chiunque faccia parte del mondo intellettuale, specie se di sinistra» (per poi aggiungere, testualmente: «Ignoro in effetti se ce ne sia uno di destra». E poi a sinistra si sorprendono se li si accusa di essere animati da pregiudizi, presunzione e arroganza).
«L’affaire Mari» è scandito da tre momenti.
Il primo, la messa al rogo di Michele Mari, «trasfigurato in un perfetto interprete del “meschino” maschilismo, va da sé, senile», come lo ha fotografato - con una lettera a Dagospia - lo scrittore Fulvio Abbate, demiurgo del concetto di «amichettismo» de sinistra, e questo nonostante il medesimo Mari abbia assicurato di non aver mai detto quanto attribuitogli, e cioè di ritenere Michela Murgia «una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia».
Parole che avrebbero provocato l’intervento di un’altra finalista, Teresa Ciabatti.
Il secondo, l’entrata in campo dell’«intera rubrica telefonica amichettistica della Confraternita della Beata Michela».
Che si è «mobilitata, tra “figli d’anima”, femministe devote alla schwa, narratrici pronte a citare frasi degne dei Baci Perugina di Fleur Jaeggy (scrittrice vedova dell’adelphiano editore Roberto Calasso, nda) e ancora, non ultimo, l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, autore presente con il romanzo Platone», ha continuato Abbate, che ha fatto pure coming out: «Si sappia che il sottoscritto ha votato I convitati di pietra, il romanzo di Mari, pubblicato da Einaudi, ritenendo il suo autore tra i maggiori narratori viventi» (per par condicio, ricordo che nel 2017 lo stesso Abbate aveva dichiarato di aver votato per Ciabatti e il suo La più amata, editore Mondadori).
Il terzo, con uno stuolo di interventi - a opera di giornalisti, scrittori, opinionisti maschi - il cui senso era riassumibile nel grido di dolore di Michele Serra: «Ma così, scusate, non si può più andare avanti».
Perché di questo passo «non si può più dire niente»?
No.
Il «basta» è alla pretesa che non ci siano «sporcature» nell’aulico Pantheon dei letterati, «laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso»: «Perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Non fa una grinza.
Se non fosse per un marginale, quanto fastidioso sospetto.
Se le presunte opinioni offensive espresse da Mari le avesse «sparate» uno scrittore estraneo al circoletto degli «Amici della domenica», quelli della fondatrice del premio Strega Maria Bellonci ma pure di Walter Veltroni, nume tutelare degli artisti engagé, «allineati e coperti», cosa sarebbe accaduto?
Per andare giù piatti: se quella sentenza «sessista» l’avesse pronunciata un irregolare fuori dagli schemi, dalle confraternite e dalle conventicole, anarchico o, Dio non voglia, dichiaratamente «di destra», cultore di, che so, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline e Charles Bukowski con il suo famoso «realismo sporco», il «soccorso rosso» sarebbe ugualmente scattato?
Il dubbio mi è sorto leggendo l’esortazione formulata ieri dalle colonne di Repubblica da Corrado Augias: «Saper distinguere l’opera e l’autore» (anche lui quindi facente inconsapevolmente parte della categoria dei «compagni della mozione: vale il romanzo, non il romanziere», irrisi da Sciandivasci).
Argomento non inedito, trattato ad esempio da Claire Dederer nel suo Mostri - Distinguere o non distinguere le vite dallo opere: il tormento dei fan (il Post - Iperborea, 2023).
Augias, per dare forza alla sua tesi, evoca invece Umberto Eco e Marcel Proust.
Dimenticando - ma qui è il Franti che è in me a parlare - le polemiche in cui è finito lui medesimo, per il sospetto che in almeno un suo scritto non si riuscisse a distinguere non tanto l’autore dall’opera, bensì dell’opera (nel 2009 ci fu la querelle sul volume Disputa su Dio e dintorni, scritto con il teologo Vito Mancuso, in cui le conclusioni di Augias ricalcavano quasi alla lettera quelle di Edward Osborne Wilson nel suo saggio La Creazione. Augias non fece un plissé: «Mi sono avvalso di numerose testimonianze, dalla Confessioni di Sant'Agostino a Internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile». Mancuso fu invece più tranchant: «Sono amareggiato, completamente sbalordito, non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere»).
Conclusione odierna di Augias: niente caccia alle streghe, basata per di più sull’«eventuale chiacchiericcio rubato in un pulmino».
Niente affatto, lo aveva anticipato Donatella Di Pietrantonio, vincitrice dello Strega 2024, sul quotidiano Il Centro: «Se vere, sono frasi gravissime. Non sono garantista al punto da pensare che quello del van, che portava insieme tutte quelle persone, fosse da considerare come un luogo “privato”».
Di più: «Chi parla di conversazione privata mi sembra che finisca per sfruttare la stessa argomentazione usata a difesa dei partecipanti alle chat sessiste degli autisti Atm» (a difesa della cui privacy è peraltro intervenuto il Garante).
Giusto.
Ma perché, a questo punto, non far concorrere anche loro?
Anzi: in nome dell’interclassismo, se la loro è la stessa prosa di Mari, perché non premiare - con una clamorosa iniziativa situazionista - direttamente i tranvieri meneghini?
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John Elkann (Ansa)
A sparigliare i giochi nel procedimento che vede a rischio di processo John Elkann, il commercialista di famiglia Gianluca Ferrero e, per un episodio diverso, il notaio Remo Morone, è stata la richiesta della figlia dell’Avvocato (e madre di Elkann), Margherita Agnelli, di costituirsi parte civile, con una richiesta di danni morali per 1,3 milioni di euro.
L’udienza è stata aggiornata a settembre per dare modo alle difese di esprimere un parere. Il processo vede imputati il presidente di Stellantis e Ferrero con le pesanti accuse di dichiarazione fraudolenta mediante artifici (in relazione alle dichiarazioni fiscali di Marella Caracciolo) e truffa aggravata ai danni dello Stato per la residenza della vedova dell’Avvocato, che secondo l’accusa sarebbe stata fittiziamente stabilita in Svizzera anziché in Italia.
In origine le due ipotesi di reato erano oggetto di due procedimenti separati e in uno dei due Elkann, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario, aveva chiesto di accedere alla messa alla prova, mentre Ferrero aveva chiesto di patteggiare una pena pecuniaria, ma il gup aveva dato parere negativo e ordinato l’imputazione coatta.
«Margherita Agnelli ha depositato il proprio atto di costituzione di parte civile anche nei confronti di John Elkann per il danno morale e di immagine in quanto è stata vittima di un articolato piano fraudolento ai suoi danni, oltreché degli interessi pubblici volti a escluderla dalla successione dei suoi genitori nonché dalla titolarità di partecipazioni rilevanti e/o di controllo della società Dicembre, la cassaforte di famiglia» che controlla le varie società della galassia Agnelli-Elkann, ha dichiarato il team legale della figlia dell’Avvocato.
La risposta di uno dei difensori del presidente di Stellantis, Paolo Siniscalchi, lascia però presagire che sulla richiesta della donna ci sarà battaglia: «Ritengo che ci sia poco di morale» nella richiesta di costituzione di parte civile di Margherita Agnelli contro il figlio John. Siniscalchi ha anche ricordato che «Margherita è diventata miliardaria ed è scappata dal gruppo che aveva guidato suo padre».
«Per quanto riguarda poi il tema della Dicembre», hanno poi aggiunto i legali dell’imputato, «visto che è stato accennato nella richiesta di Costituzione di Parte civile, ricordiamo che Margherita Agnelli in sede civile è stata dichiarata priva di legittimazione, cioè non può fare delle domande perché ha perso la qualità di socia della nel 2004». «Margherita Agnelli ha sottoscritto delle transazioni che prescindevano completamente dalla composizione del patrimonio dei genitori», concludono i legali di Elkann, «ha ricevuto dalla successione dei suoi genitori degli importi enormi e rilevantissimi molto superiori a quelli ricevuti in eredità e dai suoi figli in primo letto. Questo è un dato di fatto è un dato matematico e come pure è un dato di fatto che il ruolo di John Elkann come successore del nonno è stato fortemente voluto da tutta la famiglia accettato da tutti e accettato soprattutto anche da Margherita Agnelli e quindi non sono di che cosa si possa oggi lamentare».
A quanto pare, però, i legali della donna avrebbro fatto presente al gup che la discussione intorno a Dicembre è ancora aperta in quanto è in corso un procedimento civile davanti al tribunale di Torino.
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Alex Schwazer (Ansa)
Ancora guai, ancora accuse di doping. E questa volta sarebbe la terza, nonostante le stranezze che hanno contraddistinto soprattutto la seconda, nel 2016. Alex Schwazer non ha pace e, dice lui, a 41 anni sta considerando l’ipotesi di tirare i remi in barca. O meglio di appendere al chiodo le scarpe da maratoneta. Già da lunedì i corvi volavano sopra la sua testa: un comunicato della Nada, l’Agenzia nazionale antidoping della Germania, aveva fatto intendere di voler aprire un procedimento contro l’atleta altoatesino. Schwazer sarebbe risultato positivo ai controlli sull’utilizzo di eritroproietina (l’Epo, sostanza proibita che favorisce l’ossigenazione del sangue migliorando le prestazioni aerobiche) a margine dei campionati tedeschi di maratona, da lui vinti con un tempo record, poco più di tre ore, lo scorso 27 aprile.
La Nada ha comunicato di aver trasmesso la documentazione anche alla magistratura ordinaria perché in Germania, come in Italia, il doping in una gara sportiva sotto l’egida del Cio costituisce reato. Già nel 2012 il corridore azzurro era incappato in una vicenda analoga, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra. Poi arrivò un altro episodio nel 2016, un fattaccio assai nebuloso: positività all’utilizzo di testosterone in un controllo a sorpresa che gli costò una squalifica di otto anni. Salvo poi, nel 2021, vedere archiviate le accuse a suo carico dal Gip di Bolzano per «non aver commesso il fatto». Fatto archiviato, ma squalifica confermata dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping, al punto che Schwazer ha considerato l’ipotesi di una manomissione ad arte delle provette di urina per farlo finire nei guai.
Nel 2025, l’azzurro è tornato a gareggiare quasi per diletto, allenandosi nei ritagli di tempo scovati tra il lavoro e i momenti con la famiglia, senza rinunciare alle velleità competitive. La sua prestazione in Germania aveva addirittura rilanciato la sua candidatura all’Europeo di Birmingham, poi sfumata. Schwazer ha spiegato la sua versione dei fatti in una conferenza stampa convocata su Zoom dalla sua manager Giulia Mancini. L’atmosfera sembrava intrisa di palese rassegnazione. «Venerdì mattina ho ricevuto una mail in cui incredibilmente si parla di una mia positività all’Epo», ha spiegato con occhi esausti. «Sono innocente, non ho assunto Epo e non ho assunto altre sostanze vietate. Allo stesso tempo dico che questa volta non mi difenderò più. Non ho più la forza e l’energia di farlo».
Poi la memoria corre indietro nel tempo: «Se ripenso a tutte le battaglie che abbiamo intrapreso con udienze, perizie, memorie, ricorsi, controricorsi, al pensiero di dover affrontare un percorso di questo tipo, io non ce la faccio più. Possono fare quello che vogliono, tanto lo farebbero comunque. Ho 41 anni, una bella famiglia e una mia vita, un lavoro che nulla ha a che fare con lo sport. Non voglio rovinare tutto». Insomma, sia fatta la volontà del Cielo, pare dire lui. Non rinunciando a un’ultima mossa: «Non mi difenderò più, l’unica cosa che chiederemo sarà una controanalisi, a patto che venga analizzato pure un campione di urina che Sandro (Donati, il suo allenatore, ndr) ha portato a casa. Non stateci male, probabilmente io nello sport non posso più starci, ma ho la coscienza a posto».
C’è tempo per qualche riflessione ulteriore: «Non so come l’Epo sia finita nella provetta, non lo voglio sapere, non siamo a dieci anni fa quando i miei giorni giravano intorno a queste domande. Altrimenti mi rovino. Sono un innocente e le altre cose non mi interessano».
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L'ad di Unicredit Andrea Orcel (Ansa)
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.
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