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2021-07-15
Il ddl Zan rimane a galla per un solo voto
Ansa
A Palazzo Madama, ormai, lo chiamano il «fattore Ciampolillo». Quando una mozione, un provvedimento o un qualsiasi atto parlamentare viene approvato o respinto grazie al voto decisivo dell'eccentrico senatore ex grillino Lello Ciampolillo, al di là del risultato numerico della votazione ciò è unanimemente considerato come la pietra tombale per chi ha avuto bisogno dell'appoggio del citato parlamentare. Così è stato per Giuseppe Conte, quando la mozione di sfiducia al suo secondo esecutivo è stata stoppata grazie a lui e con l'ausilio del Var dopo un estenuante tira e molla, non impedendo peraltro la caduta rovinosa del governo giallorosso, e così è stato ieri per il ddl Zan.
È stato infatti grazie a un solo voto di scarto (136 no contro 135 sì), che l'Aula del Senato ha respinto la richiesta di Lega e Fi di sospensiva dell'esame del provvedimento, che se approvata avrebbe riportato il testo Zan in commissione Giustizia. Esattamente ciò che martedì era stato richiesto a più riprese dal centrodestra, che ha dato battaglia sia in Aula che in conferenza dei capigruppo scontrandosi però con la determinazione a tirare dritto da parte del blocco giallorosso.
Un voto, quello di ieri sulla sospensiva, che se analizzato in filigrana scorrendo i tabulati, presenta però più di una sfaccettatura e non sempre coerente. Partendo dal dato politico più cristallino, è ormai indiscutibile che il testo Zan così come approvato alla Camera, al Senato è praticamente morto: già martedì la manciata di voti che aveva consentito di respingere le pregiudiziali di costituzionalità aveva indicato un cammino quasi impossibile nella cajenna fatta di voti segreti e ostruzionismo a oltranza proprio di queste situazioni ma ora, di fronte a un voto palese sbrogliato dal centrosinistra grazie all'apporto risolutivo dell'«uomo che sussurrava agli alberi» (uno dei soprannomi di Ciampolillo, famoso tra le altre cose per avere eletto a propria residenza una pianta di ulivo), le opzioni a disposizione di Enrico Letta e i suoi appaiono elementari.
O proseguire sulla linea «Zan o morte» (che vuol dire morte), cercando di attribuire a Matteo Renzi la colpa suprema di aver affossato il provvedimento macchiandosi inoltre di intelligenza col nemico del popolo Matteo Salvini, o accettare le modifiche su identità di genere, libertà di opinione e autonomia scolastica, che godono già di un vasto consenso sia conclamato che latente nelle fila dei dem e del M5s.
Assodato che il percorso del testo Zan viaggia su un binario morto, a cercare il pelo nell'uovo il tabulato del voto di ieri mattina dice che, con uno sforzo in più da parte di Lega e Forza Italia, forse l'obiettivo di un supplemento di negoziato in commissione, perseguito nei giorni precedenti, invocato dal presidente della commissione Giustizia Andrea Ostellari in Aula e da tutti i leader del centrodestra nelle loro dichiarazioni pubbliche, sarebbe stato centrato. Comprendere chi sia assente giustificato o meno con la lettura dei tabulati delle votazioni non è cosa facile, perché spesso quanto scritto sopra di essi per i parlamentari in congedo o in missione viene smentito dai diretti interessati o dal corso degli scrutini, ma è un dato matematico che se un paio tra la quindicina di defezioni di Lega e Fi fossero state evitate, il provvedimento sarebbe tornato in commissione per due settimane, prima di rifare capolino in Aula il 27 luglio e, verosimilmente, per completare (in un modo o nell'altro) il proprio iter dopo la pausa estiva.
Non è un caso che Fratelli d'Italia, presente al completo, non abbia fatto mancare di far filtrare la propria irritazione per un un obiettivo additato per settimane e sfumato all'ultimo metro. Ci sono poi da segnalare le cinque assenze ingiustificate tra le fila del M5s, anch'esse da tenere in considerazione in vista della sequenza dei voti segreti della prossima settimana.
Si continuerà dunque così, in quel proverbiale Vietnam d'Aula che nemmeno ieri è venuto meno, quando il capogruppo di Italia viva Davide Faraone ha denunciato la gogna social architettata dalla collega del Pd Monica Cirinnà, che ha diffuso un video (ripreso contravvenendo al regolamento) in cui, durante il dibattito di martedì pomeriggio, Faraone applaudiva un passaggio dell'intervento di Salvini, innescando inevitabilmente una serie di commenti offensivi al suo indirizzo. L'esponente dem, poi, anche sotto la spinta della solidarietà espressa al senatore renziano persino da parlamentari del Pd, ha fatto dietrofront scusandosi per l'accaduto ma tenendo il punto sul «giudizio politico» dato su Faraone.
Preso atto del voto sulla sospensiva, i due Matteo hanno ripreso ad incalzare Enrico Letta e il blocco giallorosso in generale sulla necessità di dare corso a una trattativa seria su un nuovo testo della legge. Per Renzi «siccome i numeri sono a rischio, dobbiamo fare un grande accordo, perché a scrutinio segreto questa legge non passa». E Renzi non si nega nemmeno un affondo diretto al Nazareno, affermando che «ormai il Pd sembra la sesta stella di Grillo più che il vecchio Pd riformista che avevamo imparato a conoscere». Per Salvini «il voto dimostra che la legge senza accordo muore. Il Pd ci pensi».
Persino i francescani discettano delle differenze tra etero e gay
Il Capitolo generale è una assemblea periodica che gli ordini religiosi cattolici tengono per eleggere i nuovi responsabili, superare le difficoltà, valutare il presente e il futuro della congregazione. E soprattutto per misurare la fedeltà al carisma del fondatore.
Dal 3 al 18 luglio si sta svolgendo a Roma, presso il Collegio san Lorenzo da Brindisi, il Capitolo dei Frati minori, la famiglia più cospicua dei seguaci di san Francesco d'Assisi (circa 13.000 membri). Gli altri due rami sono i Conventuali e i Cappuccini. Il 13 luglio è stato eletto il nuovo numero uno, nella persona di padre Massimo Fusarelli, romano, classe 1963. Gli facciamo il migliore augurio possibile: che sia un nuovo Poverello nel XXI secolo!
Ma all'inizio del capitolo c'è stato qualcosa di strano, che getta perplessità sull'andamento del francescanesimo odierno. Il 4 luglio infatti, davanti a «116 capi e delegati dell'ordine dei Frati minori», l'allora superiore generale, fra Michael Perry (Indiana, 1954), chiamato dai francescani ministro generale, ha celebrato la messa di apertura. Nella predica ha fatto riferimento a san Paolo e alle difficoltà della comunità che lui fondò ad Efeso. «Siamo venuti a questo sacro evento del Capitolo generale per entrare nello stesso tipo di esperienza di cui parla san Paolo nella sua lettera alle comunità cristiane miste giudeo-gentili di Efeso, un'esperienza di guarigione, della riconciliazione, di andare oltre noi stessi, di iniziare un nuovo inizio come membri dell'unico Corpo di Cristo».
Benissimo. Solo che fra Perry piuttosto che tornare alle origini, ovvero a Cristo e a san Francesco (1181-1226), sembra totalmente inserito nelle mondanità e obnubilato dalle problematiche della più discussa (e discutibile) contemporaneità. Infatti, parlando dei travagli e delle difficoltà del suo ordine, che vive da anni un crollo generalizzato delle vocazioni e una continua chiusura di conventi, l'allora ministro generale ha affermato: «Sperimentiamo anche molte sfide, conseguenza della grande diversità presente nella vita dell'ordine: ideologica, spirituale, socioeconomica, clericale/laica, eterosessuale/gay, culturale, geografica, razziale, casta, regione, ecc.».
Ora, che tra religiosi che provengono dai cinque continenti del mondo e dai più svariati contesti socioculturali ci possano essere delle differenze e delle tensioni di stampo etnico, culturale, sociale e spirituale, non si fa davvero fatica a concepirlo. Ma che senso ha in questo contesto citare, verosimilmente per piacere al mondo, la «diversità etero/gay»?
Secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II e riconfermato da papa Francesco, quelle omosessuali sono tendenze disordinate e da correggere. E in ogni caso, trattandosi di religiosi con tanto di voto di castità, quale può essere il senso del discorso? Parrebbe quello di spalleggiare - come negli ultimi decenni ha fatto non raramente l'ambiente francescano - certe ideologie laiche che alcuni vorrebbero legalizzare e legittimare a tal punto da impedire le critiche ai loro oppositori (come dimostra il ddl Zan).
Non è ridicolo, prima ancora che scandaloso, che un uomo di Chiesa che in primis dovrebbe essere un uomo di Dio, parli della presenza dell'omosessualità nella propria comunità, quando è già la sessualità come tale, a dover esserne bandita? Cosa ne penserebbe Francesco d'Assisi che tentato dal diavolo contro il sesto comandamento si sottoponeva a incredibili penitenze per fortificarsi e resistere meglio? Speriamo che il novello superiore generale sappia reindirizzare i Frati minori alla fedeltà sine glossa al Vangelo e alla Regola, dopo anni di deviazioni, svendite e ambiguità.
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La richiesta di sospensiva che avrebbe rimandato il testo in commissione non passa grazie al sostegno dell'ex grillino Ciampolillo Ma se i numeri sono questi, la legge sembra destinata a morire. Irritazione da Fdi per le «sospette» assenze tra le file di Lega e FiL'allusione a «diversità» in seno all'Ordine è stata fatta durante il Capitolo generaleLo speciale contiene due articoliA Palazzo Madama, ormai, lo chiamano il «fattore Ciampolillo». Quando una mozione, un provvedimento o un qualsiasi atto parlamentare viene approvato o respinto grazie al voto decisivo dell'eccentrico senatore ex grillino Lello Ciampolillo, al di là del risultato numerico della votazione ciò è unanimemente considerato come la pietra tombale per chi ha avuto bisogno dell'appoggio del citato parlamentare. Così è stato per Giuseppe Conte, quando la mozione di sfiducia al suo secondo esecutivo è stata stoppata grazie a lui e con l'ausilio del Var dopo un estenuante tira e molla, non impedendo peraltro la caduta rovinosa del governo giallorosso, e così è stato ieri per il ddl Zan. È stato infatti grazie a un solo voto di scarto (136 no contro 135 sì), che l'Aula del Senato ha respinto la richiesta di Lega e Fi di sospensiva dell'esame del provvedimento, che se approvata avrebbe riportato il testo Zan in commissione Giustizia. Esattamente ciò che martedì era stato richiesto a più riprese dal centrodestra, che ha dato battaglia sia in Aula che in conferenza dei capigruppo scontrandosi però con la determinazione a tirare dritto da parte del blocco giallorosso. Un voto, quello di ieri sulla sospensiva, che se analizzato in filigrana scorrendo i tabulati, presenta però più di una sfaccettatura e non sempre coerente. Partendo dal dato politico più cristallino, è ormai indiscutibile che il testo Zan così come approvato alla Camera, al Senato è praticamente morto: già martedì la manciata di voti che aveva consentito di respingere le pregiudiziali di costituzionalità aveva indicato un cammino quasi impossibile nella cajenna fatta di voti segreti e ostruzionismo a oltranza proprio di queste situazioni ma ora, di fronte a un voto palese sbrogliato dal centrosinistra grazie all'apporto risolutivo dell'«uomo che sussurrava agli alberi» (uno dei soprannomi di Ciampolillo, famoso tra le altre cose per avere eletto a propria residenza una pianta di ulivo), le opzioni a disposizione di Enrico Letta e i suoi appaiono elementari. O proseguire sulla linea «Zan o morte» (che vuol dire morte), cercando di attribuire a Matteo Renzi la colpa suprema di aver affossato il provvedimento macchiandosi inoltre di intelligenza col nemico del popolo Matteo Salvini, o accettare le modifiche su identità di genere, libertà di opinione e autonomia scolastica, che godono già di un vasto consenso sia conclamato che latente nelle fila dei dem e del M5s. Assodato che il percorso del testo Zan viaggia su un binario morto, a cercare il pelo nell'uovo il tabulato del voto di ieri mattina dice che, con uno sforzo in più da parte di Lega e Forza Italia, forse l'obiettivo di un supplemento di negoziato in commissione, perseguito nei giorni precedenti, invocato dal presidente della commissione Giustizia Andrea Ostellari in Aula e da tutti i leader del centrodestra nelle loro dichiarazioni pubbliche, sarebbe stato centrato. Comprendere chi sia assente giustificato o meno con la lettura dei tabulati delle votazioni non è cosa facile, perché spesso quanto scritto sopra di essi per i parlamentari in congedo o in missione viene smentito dai diretti interessati o dal corso degli scrutini, ma è un dato matematico che se un paio tra la quindicina di defezioni di Lega e Fi fossero state evitate, il provvedimento sarebbe tornato in commissione per due settimane, prima di rifare capolino in Aula il 27 luglio e, verosimilmente, per completare (in un modo o nell'altro) il proprio iter dopo la pausa estiva. Non è un caso che Fratelli d'Italia, presente al completo, non abbia fatto mancare di far filtrare la propria irritazione per un un obiettivo additato per settimane e sfumato all'ultimo metro. Ci sono poi da segnalare le cinque assenze ingiustificate tra le fila del M5s, anch'esse da tenere in considerazione in vista della sequenza dei voti segreti della prossima settimana.Si continuerà dunque così, in quel proverbiale Vietnam d'Aula che nemmeno ieri è venuto meno, quando il capogruppo di Italia viva Davide Faraone ha denunciato la gogna social architettata dalla collega del Pd Monica Cirinnà, che ha diffuso un video (ripreso contravvenendo al regolamento) in cui, durante il dibattito di martedì pomeriggio, Faraone applaudiva un passaggio dell'intervento di Salvini, innescando inevitabilmente una serie di commenti offensivi al suo indirizzo. L'esponente dem, poi, anche sotto la spinta della solidarietà espressa al senatore renziano persino da parlamentari del Pd, ha fatto dietrofront scusandosi per l'accaduto ma tenendo il punto sul «giudizio politico» dato su Faraone. Preso atto del voto sulla sospensiva, i due Matteo hanno ripreso ad incalzare Enrico Letta e il blocco giallorosso in generale sulla necessità di dare corso a una trattativa seria su un nuovo testo della legge. Per Renzi «siccome i numeri sono a rischio, dobbiamo fare un grande accordo, perché a scrutinio segreto questa legge non passa». E Renzi non si nega nemmeno un affondo diretto al Nazareno, affermando che «ormai il Pd sembra la sesta stella di Grillo più che il vecchio Pd riformista che avevamo imparato a conoscere». Per Salvini «il voto dimostra che la legge senza accordo muore. 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Gli altri due rami sono i Conventuali e i Cappuccini. Il 13 luglio è stato eletto il nuovo numero uno, nella persona di padre Massimo Fusarelli, romano, classe 1963. Gli facciamo il migliore augurio possibile: che sia un nuovo Poverello nel XXI secolo! Ma all'inizio del capitolo c'è stato qualcosa di strano, che getta perplessità sull'andamento del francescanesimo odierno. Il 4 luglio infatti, davanti a «116 capi e delegati dell'ordine dei Frati minori», l'allora superiore generale, fra Michael Perry (Indiana, 1954), chiamato dai francescani ministro generale, ha celebrato la messa di apertura. Nella predica ha fatto riferimento a san Paolo e alle difficoltà della comunità che lui fondò ad Efeso. «Siamo venuti a questo sacro evento del Capitolo generale per entrare nello stesso tipo di esperienza di cui parla san Paolo nella sua lettera alle comunità cristiane miste giudeo-gentili di Efeso, un'esperienza di guarigione, della riconciliazione, di andare oltre noi stessi, di iniziare un nuovo inizio come membri dell'unico Corpo di Cristo». Benissimo. Solo che fra Perry piuttosto che tornare alle origini, ovvero a Cristo e a san Francesco (1181-1226), sembra totalmente inserito nelle mondanità e obnubilato dalle problematiche della più discussa (e discutibile) contemporaneità. Infatti, parlando dei travagli e delle difficoltà del suo ordine, che vive da anni un crollo generalizzato delle vocazioni e una continua chiusura di conventi, l'allora ministro generale ha affermato: «Sperimentiamo anche molte sfide, conseguenza della grande diversità presente nella vita dell'ordine: ideologica, spirituale, socioeconomica, clericale/laica, eterosessuale/gay, culturale, geografica, razziale, casta, regione, ecc.». Ora, che tra religiosi che provengono dai cinque continenti del mondo e dai più svariati contesti socioculturali ci possano essere delle differenze e delle tensioni di stampo etnico, culturale, sociale e spirituale, non si fa davvero fatica a concepirlo. Ma che senso ha in questo contesto citare, verosimilmente per piacere al mondo, la «diversità etero/gay»? Secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II e riconfermato da papa Francesco, quelle omosessuali sono tendenze disordinate e da correggere. E in ogni caso, trattandosi di religiosi con tanto di voto di castità, quale può essere il senso del discorso? Parrebbe quello di spalleggiare - come negli ultimi decenni ha fatto non raramente l'ambiente francescano - certe ideologie laiche che alcuni vorrebbero legalizzare e legittimare a tal punto da impedire le critiche ai loro oppositori (come dimostra il ddl Zan). Non è ridicolo, prima ancora che scandaloso, che un uomo di Chiesa che in primis dovrebbe essere un uomo di Dio, parli della presenza dell'omosessualità nella propria comunità, quando è già la sessualità come tale, a dover esserne bandita? Cosa ne penserebbe Francesco d'Assisi che tentato dal diavolo contro il sesto comandamento si sottoponeva a incredibili penitenze per fortificarsi e resistere meglio? Speriamo che il novello superiore generale sappia reindirizzare i Frati minori alla fedeltà sine glossa al Vangelo e alla Regola, dopo anni di deviazioni, svendite e ambiguità.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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