True
2018-11-03
Le trappole del «Corriere» sulla strada della manovra
ANSA
È molto difficile rappresentare la realtà quando reti di interessi politici, giornali e istituzioni sono ai ferri corti. Da un lato i barbari, dall'altro i vecchi bizantini che vedono nel nuovo governo esclusivamente una minaccia. Certo il governo gialloblù ci mette del suo e fa dichiarazioni contraddittorie: basti citare la posizione di Giancarlo Giorgetti sul reddito di cittadinanza e quella di Luigi Di Maio. Tutte queste fratture diventano solchi e opportunità politiche per chi anela a un «governo dei competenti» diretto o amministrato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Lo stesso che giovedì ha diffuso con grande enfasi una sua lettera destinata all'esecutivo. Il senso è: il governo faccia un altro passo indietro e accolga le direttive dell'Ue. Il testo in pratica serviva per sollecitare una linea politica: ogni volta che il governo fa un passo di lato sulla manovra, va spinto e sollecitato perché ne faccia uno indietro. Insomma, una costante creazione di trappole. La sollecitazione politica è stata raccolta immediatamente dal Corriere della Sera, che ieri ha aperto la prima pagina titolando: «Manovra, i conti non tornano». L'articolessa, firmata da uno dei vice direttori, si è premurata di consustanziare con tanto di numeri il messaggio del presidente della Repubblica. E lo ha fatto creando un grande calderone di fatti e ipotesi mischiati assieme con l'obiettivo di dimostrare due cose. La prima è che per il reddito di cittadinanza e le pensioni di cittadinanza serviranno 50 miliardi di euro. La seconda è che la promessa di quota 100 sia un evento sporadico. La cosiddetta una tantum.
Inoltre, metà pezzo prende per vere tutte le dichiarazioni di Luigi Di Maio sul reddito di cittadinanza, laddove servono a dimostrare che la manovra sforerà tutti i parametri, e omette invece i paletti che lo stesso governo ha voluto precisare. Ad esempio: sul reddito di cittadinanza e sulle pensioni è sempre stato specificato che servirà l'intera legislatura per attivare lo schema e metterlo a regime. L'unica cosa certa è che per i prossimi tre anni saranno stanziati per la riforma poco meno di 7 miliardi ogni anno. Da questo punto fermo si deduce che i grillini non riusciranno mai a raggiungere la cifra dei 780 euro, ma dovranno accontentarsi di alzare di qualche decina di euro gli assegni minimi. Lo stesso varrà per i disoccupati, i quali riceveranno i 780 euro ma vedranno ridurre il perimetro degli aventi diritto (vedi limitazioni sulla prima casa, eccetera).
Ne consegue che si può senza dubbio accusare i grillini di dribblare le loro stesse promesse, ma non è giusto affermare che queste costeranno 50 miliardi. La coerenza serve anche alle critiche. Lo stesso vale per gli anticipi pensionistici. Il Corriere scrive che non si sa quando partirà quota 100. Non è vero: la prima finestra sarà ad aprile, mentre la quarta finestra rientrerà già nel 2020. La manovra prevede per il 2019 6,7 miliardi e, dal 2020 in avanti, 7 miliardi ogni anno. Il giornale di via Solferino ipotizza che tutti gli aventi diritto usufruiscano di un anticipo di tre anni e quindi assorbano tutte le risorse. Pure quelle del triennio successivo. Dimentica che ci sarà una manovra anche nel 2019 e i costi delle finestre successive dovranno essere riequilibrati o per lo meno previsti. Se il governo sarà ancora in carica e non lo farà entro il prossimo ottobre, solo allora dovremo dire che si è rimangiato le promesse. Dirlo ora è al di fuori della realtà dei numeri. Certo, l'incapacità di chiudere testi di legge in tempi veloci e l'impreparazione in materia lascia aperte critiche e soprattutto dubbi. Anche noi della Verità ne abbiamo, sia sul calcolo dei contributi figurativi sia sui ricongiungimenti contributivi.
Così come abbiamo messo nero su bianco che l'ipotesi alla quale la Lega lavora (inserire quota 100 e il reddito di cittadinanza in una legge delega) serve a spostare più in là nel tempo l'attuazione delle misure e al tempo stesso portare il deficit effettivo e non quello dichiarato più vicino al 2%. Almeno al 2,1%. Questa linea è già foriera di tensioni tra Lega e 5 stelle. Anche perché al tempo stesso non è possibile immaginare, stando a quanto ha dichiarato ieri Di Maio, che un decreto legge a Natale risolva e renda attuative due mega riforme come quelle in questione. Così, per concludere, si può dire che il governo sta limando il deficit e la Lega sta edulcorando i lati più estremi della manovra, ma non che tutti i conti sballeranno e diventeremo la nuova Grecia dell'Europa.
Anche sulle banche il Corriere ha già preso delle topiche, dipingendo una situazione buia come la peste. Certo, assist in questa direzione sono arrivati agli editorialisti di via Solferino anche da elementi del governo. Uno su tutti, Giovanni Tria. Il quale ha lanciato l'allarme banche proprio il giorno prima che Mario Draghi parlasse a reti unificate. Le continue pressioni servono a smontare la manovra e sciogliere il collante che tiene assieme Lega e M5s. Però, a forza di tirare per la giacchetta i numeri, alla fine saltano fuori cifre sballate. Sarebbe intellettualmente più onesto porre domande e criticare i buchi legislativi.
Ma l’uscita anticipata dal mondo del lavoro ha zone d’ombra da chiarire
«Per un naturale bilanciamento abbiamo dovuto portare avanti la quota 100 sulle pensioni (62 anni di età e 38 di contributi), rinunciando, con questo, a una flat tax più estesa. Se l'avessimo fatta al posto delle pensioni, l'atteggiamento dell'Europa e dei mercati sarebbe stato diverso»: dal vangelo secondo Giancarlo Giorgetti, o per la precisione dal libro di Bruno Vespa, Rivoluzione. Quanto al reddito di cittadinanza, «ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a sé stesso». Ci preme prendere al balzo la prima sollecitazione di Giorgetti per porre una serie di interrogativi che a breve andranno chiariti in riferimento a quota 100. Innanzitutto, per chi dovrebbe goderne il prossimo anno è importante definire al più presto i paletti sottostanti. Stando a quanto risulta alla Verità, Palazzo Chigi e il ministero del Lavoro hanno chiesto al Mef di verificare la possibilità di ricalcolare i ricongiungimenti tra diverse casse contributive e renderli parzialmente onerosi. Se il risultato dovesse portare a una revisione della legge Gentiloni sul tema, sarà importante capire quanto questo possa impattare per ogni singola uscita anticipata.
Stesso tema vale per i contributi figurativi. Al momento, stando alle dichiarazioni del governo, dovrebbero rientrare in pieno nel calcolo dell'età di contribuzione. Secondo alcune indiscrezioni potrebbero invece produrre penalizzazioni in fase di uscita. Se, come risulta alla Verità, lo schema che introdurrà la legge anti Fornero si muoverà su uno schema di delega, i tempi si allungheranno e si conosceranno i dettagli pochi giorni prima dell'entrata in vigore. È bene ricordare che la prima finestra per quota 100 è prevista ad aprile. Il rischio è che da oggi fino ad allora si resti sprovvisti di dettagli, e in riforme come questa i dettagli sono tutto. Senza contare che dal 1° gennaio pende sulla testa di tutti i pensionati italiani la rivalutazione dell'assegno secondo l'adeguamento Istat. Il congelamento della rivalutazione voluto dal governo Monti e da quello Gentiloni va verso l'esaurimento. Se i gialloblù non dovessero intervenire scatteranno i nuovi valori degli assegni, alzando di oltre 2 miliardi la spesa pensionistica.
Giovedì e pure ieri il vicepremier, Luigi Di Maio, ha confermato che il taglio delle cosiddette pensioni d'oro rientrerà in manovra tramite emendamento. Su questo tema serve chiarezza e trasparenza. Lo schema inizialmente applicato (secondo il modello creato dal numero uno dell'Inps, Tito Boeri) prevedeva un taglio lineare sopra i 4.500 euro netti mensili. Un falso ricalcolo della quota retributiva che in realtà si sarebbe trasformato in una sforbiciata di circa il 2,5% per ogni anno di pensione in più goduto rispetto all'età benchmark. Il secondo modello è più simile a un contributo di solidarietà che prende forma dopo i 4.500 euro netti ma che parte già dai 2.800 euro netti. Il rischio concreto è che dal 1° gennaio il governo decida di annullare la rivalutazione tagliando gli assegni di tutti gli italiani, utilizzando lo stesso schema. Dunque a partire dai 2.800 euro netti. Il 1° gennaio è dietro l'angolo e se per coprire i costi di quota 100 o altre riforme si provvederà a bloccare nuovamente l'adeguamento Istat sarebbe bene dirlo subito.
Sappiamo che la coperta è corta. Siamo anche d'accordo con Giorgetti, questo governo avrebbe dovuto spendere per le pensioni e per il resto tagliare le tasse. Nulla di più. Fare deficit per abbattere la pressione fiscale è una mossa da difendere a spada tratta. Però al tempo stesso serve totale trasparenza. I futuri pensionati sono in attesa di quei dettagli che sulla carta sono commi e sotto commi, e poi nella vita reale si trasformano anche in centinaia di euro in meno all'anno da mettere nel portafogli. Soldi che si trasformano in minori risparmi, ma anche in minori consumi. Tutti sanno che a far salire il Pil non sono i ricchi, ma il ceto medio e quello basso.
Claudio Antonelli
Tensione fra Lega e M5s. Giorgetti mette sotto tiro il reddito di cittadinanza
«Se governassi da solo potrei fare tante cose velocemente, ma non governo da solo. Ovviamente se mettiamo 10 miliardi per il reddito di cittadinanza....». Parole e musica di Matteo Salvini, tre giorni fa. Parole pronunciate in risposta ai cronisti che chiedevano conto al vicepremier del mancato taglio delle accise sulla benzina, promesso da Salvini in campagna elettorale. Chi le aveva interpretate come un primo timido segnale di insofferenza della Lega nei confronti del provvedimento-bandiera del M5s, aveva colto nel segno. Il reddito di cittadinanza è concettualmente lontano dal programma della Lega e dalla sensibilità degli elettori del Carroccio. Ieri, non a caso, è stata diffusa una riflessione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti - braccio destro di Salvini - che solleva più chiaramente la questione. La considerazione di Giorgetti è contenuta nel libro di Bruno Vespa, Rivoluzione, in uscita il prossimo 7 novembre: «Il reddito di cittadinanza», dice Giorgetti, «ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene, altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso. Per un naturale bilanciamento», aggiunge Giorgetti, «abbiamo dovuto portare avanti la quota 100 sulle pensioni, rinunciando, con questo, a una flat tax più estesa. Se l'avessimo fatta al posto delle pensioni, l'atteggiamento dell'Europa e dei mercati sarebbe stato diverso».
Sempre nel libro di Vespa, anche Salvini torna a parlare del provvedimento simbolo del M5s: «Per il reddito di cittadinanza», spiega il leader della Lega, «cercheremo di avvicinarci il più possibile al reddito di autonomia della Lombardia che funziona benissimo ed è stato premiato a Bruxelles come esempio delle politiche attive. Finora i centri per l'impiego sono stati utili soltanto ai formatori. Se sui formatori investiamo un miliardo», aggiunge Salvini, «ci avviciniamo alle medie europee. La previsione è di partire a marzo».
Il reddito di autonomia, varato dall'ex governatore lombardo Roberto Maroni, è tutt'altro che uno «stipendio» per i disoccupati, ma va a sostenere nuclei familiari in difficoltà, anziani, diversamente abili, attraverso interventi mirati: contributi economici veri e propri, esenzioni, voucher, bonus affitti, bonus alle neo mamme, assegni agli anziani colpiti da Alzheimer e buoni che aiutano chi è in difficoltà economica ad accedere a servizi come l'iscrizione all'asilo nido e le prestazioni sanitarie ambulatoriali, e prevede la partecipazione a percorsi formativi per l'inserimento nel mondo del lavoro.
Le parole di Giorgetti, inevitabilmente, provocano la reazione del premier, Giuseppe Conte, e del vicepremier e leader del M5s, Luigi Di Maio: «Questa riforma del reddito di cittadinanza», risponde Conte a chi gli chiede di commentare le affermazioni di Giorgetti, «partirà l'anno prossimo. Siamo ben consapevoli tutti che va fatta con molta attenzione: è la ragione per cui non è stata inserita adesso, teniamo a farla bene e con tutti i dettagli. Le cifre le facciamo noi, avendo contezza dei dati Istat e decidendo noi la platea: le altre cifre non contano. Ci sono le risorse per finanziare il reddito che vogliamo sia per finanziare le riforma della legge Fornero». Il riferimento di Conte è un articolo che ieri quantificava in 27 miliardi di euro la cifra necessaria per coprire il reddito di cittadinanza nella formula voluta dal M5s. «Reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e quota 100», ribadisce Luigi Di Maio, in una diretta Facebook, «ci sono nella legge di bilancio: chi dice che non ci sono sta dicendo bugie, perché nella manovra ci sono i soldi, c'è la ciccia, ma le norme regolamentari non possono stare lì. Quindi», aggiunge Di Maio, «dopo la legge di bilancio, magari a Natale o subito dopo, si farà un decreto con le norme per reddito e pensioni di cittadinanza e riforma della Fornero. Lo faremo con un decreto, non con un disegno di legge, perché ci vorrebbe troppo e c'è l'emergenza povertà. La misura», aggiunge Di Maio, sarà operativa tra l'inizio e la fine di marzo».
Nel pomeriggio, la Lega dirama una nota per stoppare le polemiche e per arginare gli attacchi delle opposizioni: «Da parte della Lega», fanno sapere fonti governative del Carroccio, «non c'è alcuno scontro con il M5s e alcuna volontà di bloccare la misura. Da parte nostra c'è l'impegno a realizzare le misure contenute nel contratto di governo».
Carlo Tarallo
Continua a leggereRiduci
All'indomani della lettera di Sergio Mattarella, il quotidiano di via Solferino sostiene che il provvedimento bandiera dei grillini farà certamente sballare i calcoli. Stesso discorso per le pensioni: asserisce che non si sa quando partiranno, invece sarà ad aprile. Ma l'uscita anticipata ha ancora zone d'ombra. Il peso dei contributi figurativi e dei ricongiungimenti fra casse non è chiaro. Rivalutazioni Istat a rischio. Tensione fra Lega e M5s. Giancarlo Giorgetti mette sotto tiro il reddito di cittadinanza. Il sottosegretario confida a Bruno Vespa: «Ha complicazioni attuative non indifferenti». Luigi Di Maio contrattacca: «Decreto dopo Natale». Giuseppe Conte lo appoggia: «I soldi ci sono». Lo speciale contiene tre articoli. È molto difficile rappresentare la realtà quando reti di interessi politici, giornali e istituzioni sono ai ferri corti. Da un lato i barbari, dall'altro i vecchi bizantini che vedono nel nuovo governo esclusivamente una minaccia. Certo il governo gialloblù ci mette del suo e fa dichiarazioni contraddittorie: basti citare la posizione di Giancarlo Giorgetti sul reddito di cittadinanza e quella di Luigi Di Maio. Tutte queste fratture diventano solchi e opportunità politiche per chi anela a un «governo dei competenti» diretto o amministrato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Lo stesso che giovedì ha diffuso con grande enfasi una sua lettera destinata all'esecutivo. Il senso è: il governo faccia un altro passo indietro e accolga le direttive dell'Ue. Il testo in pratica serviva per sollecitare una linea politica: ogni volta che il governo fa un passo di lato sulla manovra, va spinto e sollecitato perché ne faccia uno indietro. Insomma, una costante creazione di trappole. La sollecitazione politica è stata raccolta immediatamente dal Corriere della Sera, che ieri ha aperto la prima pagina titolando: «Manovra, i conti non tornano». L'articolessa, firmata da uno dei vice direttori, si è premurata di consustanziare con tanto di numeri il messaggio del presidente della Repubblica. E lo ha fatto creando un grande calderone di fatti e ipotesi mischiati assieme con l'obiettivo di dimostrare due cose. La prima è che per il reddito di cittadinanza e le pensioni di cittadinanza serviranno 50 miliardi di euro. La seconda è che la promessa di quota 100 sia un evento sporadico. La cosiddetta una tantum. Inoltre, metà pezzo prende per vere tutte le dichiarazioni di Luigi Di Maio sul reddito di cittadinanza, laddove servono a dimostrare che la manovra sforerà tutti i parametri, e omette invece i paletti che lo stesso governo ha voluto precisare. Ad esempio: sul reddito di cittadinanza e sulle pensioni è sempre stato specificato che servirà l'intera legislatura per attivare lo schema e metterlo a regime. L'unica cosa certa è che per i prossimi tre anni saranno stanziati per la riforma poco meno di 7 miliardi ogni anno. Da questo punto fermo si deduce che i grillini non riusciranno mai a raggiungere la cifra dei 780 euro, ma dovranno accontentarsi di alzare di qualche decina di euro gli assegni minimi. Lo stesso varrà per i disoccupati, i quali riceveranno i 780 euro ma vedranno ridurre il perimetro degli aventi diritto (vedi limitazioni sulla prima casa, eccetera). Ne consegue che si può senza dubbio accusare i grillini di dribblare le loro stesse promesse, ma non è giusto affermare che queste costeranno 50 miliardi. La coerenza serve anche alle critiche. Lo stesso vale per gli anticipi pensionistici. Il Corriere scrive che non si sa quando partirà quota 100. Non è vero: la prima finestra sarà ad aprile, mentre la quarta finestra rientrerà già nel 2020. La manovra prevede per il 2019 6,7 miliardi e, dal 2020 in avanti, 7 miliardi ogni anno. Il giornale di via Solferino ipotizza che tutti gli aventi diritto usufruiscano di un anticipo di tre anni e quindi assorbano tutte le risorse. Pure quelle del triennio successivo. Dimentica che ci sarà una manovra anche nel 2019 e i costi delle finestre successive dovranno essere riequilibrati o per lo meno previsti. Se il governo sarà ancora in carica e non lo farà entro il prossimo ottobre, solo allora dovremo dire che si è rimangiato le promesse. Dirlo ora è al di fuori della realtà dei numeri. Certo, l'incapacità di chiudere testi di legge in tempi veloci e l'impreparazione in materia lascia aperte critiche e soprattutto dubbi. Anche noi della Verità ne abbiamo, sia sul calcolo dei contributi figurativi sia sui ricongiungimenti contributivi. Così come abbiamo messo nero su bianco che l'ipotesi alla quale la Lega lavora (inserire quota 100 e il reddito di cittadinanza in una legge delega) serve a spostare più in là nel tempo l'attuazione delle misure e al tempo stesso portare il deficit effettivo e non quello dichiarato più vicino al 2%. Almeno al 2,1%. Questa linea è già foriera di tensioni tra Lega e 5 stelle. Anche perché al tempo stesso non è possibile immaginare, stando a quanto ha dichiarato ieri Di Maio, che un decreto legge a Natale risolva e renda attuative due mega riforme come quelle in questione. Così, per concludere, si può dire che il governo sta limando il deficit e la Lega sta edulcorando i lati più estremi della manovra, ma non che tutti i conti sballeranno e diventeremo la nuova Grecia dell'Europa. Anche sulle banche il Corriere ha già preso delle topiche, dipingendo una situazione buia come la peste. Certo, assist in questa direzione sono arrivati agli editorialisti di via Solferino anche da elementi del governo. Uno su tutti, Giovanni Tria. Il quale ha lanciato l'allarme banche proprio il giorno prima che Mario Draghi parlasse a reti unificate. Le continue pressioni servono a smontare la manovra e sciogliere il collante che tiene assieme Lega e M5s. Però, a forza di tirare per la giacchetta i numeri, alla fine saltano fuori cifre sballate. Sarebbe intellettualmente più onesto porre domande e criticare i buchi legislativi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-corriere-semina-confusione-su-quota-100-e-assegni-ai-disoccupati-2617501835.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-luscita-anticipata-dal-mondo-del-lavoro-ha-zone-dombra-da-chiarire" data-post-id="2617501835" data-published-at="1774134751" data-use-pagination="False"> Ma l’uscita anticipata dal mondo del lavoro ha zone d’ombra da chiarire «Per un naturale bilanciamento abbiamo dovuto portare avanti la quota 100 sulle pensioni (62 anni di età e 38 di contributi), rinunciando, con questo, a una flat tax più estesa. Se l'avessimo fatta al posto delle pensioni, l'atteggiamento dell'Europa e dei mercati sarebbe stato diverso»: dal vangelo secondo Giancarlo Giorgetti, o per la precisione dal libro di Bruno Vespa, Rivoluzione. Quanto al reddito di cittadinanza, «ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a sé stesso». Ci preme prendere al balzo la prima sollecitazione di Giorgetti per porre una serie di interrogativi che a breve andranno chiariti in riferimento a quota 100. Innanzitutto, per chi dovrebbe goderne il prossimo anno è importante definire al più presto i paletti sottostanti. Stando a quanto risulta alla Verità, Palazzo Chigi e il ministero del Lavoro hanno chiesto al Mef di verificare la possibilità di ricalcolare i ricongiungimenti tra diverse casse contributive e renderli parzialmente onerosi. Se il risultato dovesse portare a una revisione della legge Gentiloni sul tema, sarà importante capire quanto questo possa impattare per ogni singola uscita anticipata. Stesso tema vale per i contributi figurativi. Al momento, stando alle dichiarazioni del governo, dovrebbero rientrare in pieno nel calcolo dell'età di contribuzione. Secondo alcune indiscrezioni potrebbero invece produrre penalizzazioni in fase di uscita. Se, come risulta alla Verità, lo schema che introdurrà la legge anti Fornero si muoverà su uno schema di delega, i tempi si allungheranno e si conosceranno i dettagli pochi giorni prima dell'entrata in vigore. È bene ricordare che la prima finestra per quota 100 è prevista ad aprile. Il rischio è che da oggi fino ad allora si resti sprovvisti di dettagli, e in riforme come questa i dettagli sono tutto. Senza contare che dal 1° gennaio pende sulla testa di tutti i pensionati italiani la rivalutazione dell'assegno secondo l'adeguamento Istat. Il congelamento della rivalutazione voluto dal governo Monti e da quello Gentiloni va verso l'esaurimento. Se i gialloblù non dovessero intervenire scatteranno i nuovi valori degli assegni, alzando di oltre 2 miliardi la spesa pensionistica. Giovedì e pure ieri il vicepremier, Luigi Di Maio, ha confermato che il taglio delle cosiddette pensioni d'oro rientrerà in manovra tramite emendamento. Su questo tema serve chiarezza e trasparenza. Lo schema inizialmente applicato (secondo il modello creato dal numero uno dell'Inps, Tito Boeri) prevedeva un taglio lineare sopra i 4.500 euro netti mensili. Un falso ricalcolo della quota retributiva che in realtà si sarebbe trasformato in una sforbiciata di circa il 2,5% per ogni anno di pensione in più goduto rispetto all'età benchmark. Il secondo modello è più simile a un contributo di solidarietà che prende forma dopo i 4.500 euro netti ma che parte già dai 2.800 euro netti. Il rischio concreto è che dal 1° gennaio il governo decida di annullare la rivalutazione tagliando gli assegni di tutti gli italiani, utilizzando lo stesso schema. Dunque a partire dai 2.800 euro netti. Il 1° gennaio è dietro l'angolo e se per coprire i costi di quota 100 o altre riforme si provvederà a bloccare nuovamente l'adeguamento Istat sarebbe bene dirlo subito. Sappiamo che la coperta è corta. Siamo anche d'accordo con Giorgetti, questo governo avrebbe dovuto spendere per le pensioni e per il resto tagliare le tasse. Nulla di più. Fare deficit per abbattere la pressione fiscale è una mossa da difendere a spada tratta. Però al tempo stesso serve totale trasparenza. I futuri pensionati sono in attesa di quei dettagli che sulla carta sono commi e sotto commi, e poi nella vita reale si trasformano anche in centinaia di euro in meno all'anno da mettere nel portafogli. Soldi che si trasformano in minori risparmi, ma anche in minori consumi. Tutti sanno che a far salire il Pil non sono i ricchi, ma il ceto medio e quello basso. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-corriere-semina-confusione-su-quota-100-e-assegni-ai-disoccupati-2617501835.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tensione-fra-lega-e-m5s-giorgetti-mette-sotto-tiro-il-reddito-di-cittadinanza" data-post-id="2617501835" data-published-at="1774134751" data-use-pagination="False"> Tensione fra Lega e M5s. Giorgetti mette sotto tiro il reddito di cittadinanza «Se governassi da solo potrei fare tante cose velocemente, ma non governo da solo. Ovviamente se mettiamo 10 miliardi per il reddito di cittadinanza....». Parole e musica di Matteo Salvini, tre giorni fa. Parole pronunciate in risposta ai cronisti che chiedevano conto al vicepremier del mancato taglio delle accise sulla benzina, promesso da Salvini in campagna elettorale. Chi le aveva interpretate come un primo timido segnale di insofferenza della Lega nei confronti del provvedimento-bandiera del M5s, aveva colto nel segno. Il reddito di cittadinanza è concettualmente lontano dal programma della Lega e dalla sensibilità degli elettori del Carroccio. Ieri, non a caso, è stata diffusa una riflessione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti - braccio destro di Salvini - che solleva più chiaramente la questione. La considerazione di Giorgetti è contenuta nel libro di Bruno Vespa, Rivoluzione, in uscita il prossimo 7 novembre: «Il reddito di cittadinanza», dice Giorgetti, «ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene, altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso. Per un naturale bilanciamento», aggiunge Giorgetti, «abbiamo dovuto portare avanti la quota 100 sulle pensioni, rinunciando, con questo, a una flat tax più estesa. Se l'avessimo fatta al posto delle pensioni, l'atteggiamento dell'Europa e dei mercati sarebbe stato diverso». Sempre nel libro di Vespa, anche Salvini torna a parlare del provvedimento simbolo del M5s: «Per il reddito di cittadinanza», spiega il leader della Lega, «cercheremo di avvicinarci il più possibile al reddito di autonomia della Lombardia che funziona benissimo ed è stato premiato a Bruxelles come esempio delle politiche attive. Finora i centri per l'impiego sono stati utili soltanto ai formatori. Se sui formatori investiamo un miliardo», aggiunge Salvini, «ci avviciniamo alle medie europee. La previsione è di partire a marzo». Il reddito di autonomia, varato dall'ex governatore lombardo Roberto Maroni, è tutt'altro che uno «stipendio» per i disoccupati, ma va a sostenere nuclei familiari in difficoltà, anziani, diversamente abili, attraverso interventi mirati: contributi economici veri e propri, esenzioni, voucher, bonus affitti, bonus alle neo mamme, assegni agli anziani colpiti da Alzheimer e buoni che aiutano chi è in difficoltà economica ad accedere a servizi come l'iscrizione all'asilo nido e le prestazioni sanitarie ambulatoriali, e prevede la partecipazione a percorsi formativi per l'inserimento nel mondo del lavoro. Le parole di Giorgetti, inevitabilmente, provocano la reazione del premier, Giuseppe Conte, e del vicepremier e leader del M5s, Luigi Di Maio: «Questa riforma del reddito di cittadinanza», risponde Conte a chi gli chiede di commentare le affermazioni di Giorgetti, «partirà l'anno prossimo. Siamo ben consapevoli tutti che va fatta con molta attenzione: è la ragione per cui non è stata inserita adesso, teniamo a farla bene e con tutti i dettagli. Le cifre le facciamo noi, avendo contezza dei dati Istat e decidendo noi la platea: le altre cifre non contano. Ci sono le risorse per finanziare il reddito che vogliamo sia per finanziare le riforma della legge Fornero». Il riferimento di Conte è un articolo che ieri quantificava in 27 miliardi di euro la cifra necessaria per coprire il reddito di cittadinanza nella formula voluta dal M5s. «Reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e quota 100», ribadisce Luigi Di Maio, in una diretta Facebook, «ci sono nella legge di bilancio: chi dice che non ci sono sta dicendo bugie, perché nella manovra ci sono i soldi, c'è la ciccia, ma le norme regolamentari non possono stare lì. Quindi», aggiunge Di Maio, «dopo la legge di bilancio, magari a Natale o subito dopo, si farà un decreto con le norme per reddito e pensioni di cittadinanza e riforma della Fornero. Lo faremo con un decreto, non con un disegno di legge, perché ci vorrebbe troppo e c'è l'emergenza povertà. La misura», aggiunge Di Maio, sarà operativa tra l'inizio e la fine di marzo». Nel pomeriggio, la Lega dirama una nota per stoppare le polemiche e per arginare gli attacchi delle opposizioni: «Da parte della Lega», fanno sapere fonti governative del Carroccio, «non c'è alcuno scontro con il M5s e alcuna volontà di bloccare la misura. Da parte nostra c'è l'impegno a realizzare le misure contenute nel contratto di governo». Carlo Tarallo
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci