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Il conto per i traffici di Carboni aperto grazie al cognome Boschi

Nell'inchiesta per riciclaggio della Procura di Arezzo, riguardante il faccendiere Flavio Carboni, bancarottiere e presunto membro della P3, e altri sodali, sono state depositate centinaia di pagine presso il Tribunale del riesame. La Verità le ha visionate ha trovato un estratto conto di banca Etruria intestato alla Geovision srl, un'azienda aretina dedita al commercio di materiale plastico. Una paginetta apparentemente anonima, ma che in realtà è l'anello di congiunzione tra quelli che in Mafia capitale vengono definiti il mondo di sopra e quello di sotto. Quel conto è il passaporto per il mondo di mezzo in cui il padre di un'influente ministra della Repubblica, Pier Luigi Boschi, si è calato per poter incontrare Carboni & c. L'ascensore con cui scende è la Geovision e l'ascensorista è un discepolo di Carboni, il massone Valeriano Mureddu. Secondo gli inquirenti, questa società, ora sull'orlo del fallimento, era la scatola vuota attraverso cui l'apprendista faccendiere Mureddu gestiva gli affari del suo maestro. Per esempio alla Geovision era intestato l'affitto dell'ufficio romano di Carboni, a due passi da Via Veneto e in quelle stanze nel giugno del 2014 si svolsero alcuni degli incontri tra il bancarottiere e i vertici di Bpel, il presidente Lorenzo Rosi e, appunto, il suo vice Boschi.

Ma quelli all'ombra del Colosseo non furono gli unici incontri tra babbo Pier Luigi e Carboni. Infatti proprio in quelle settimane i rapporti tra il faccendiere sardo, il fido Mureddu e i vertici dell'istituto erano diventati intensi e avevano come principale obiettivo quello di trovare capitali freschi per salvare la banca, ma anche di individuare un direttore generale consigliato da Carboni e con buone entrature in Bankitalia.

Il libro-inchiesta di Maurizio Belpietro, I segreti di Renzi, ci illumina su questo scivoloso argomento: «Negli interrogatori che si stanno svolgendo ad Arezzo gli inquirenti hanno chiesto a diversi testimoni e indagati notizie sugli incontri di babbo Boschi con Carboni e Mureddu. Almeno in due hanno raccontato che nel primo trimestre del 2014 Boschi avrebbe incontrato un paio di volte Carboni all'A Point Park Hotel di Arezzo, all'uscita del raccordo autostradale in località Battifolle. (…) Altri incontri operativi avvennero nella sede della Geovision Srl, in un capannone a Civitella Val di Chiana: «Ricordo che in quel periodo dirigenti della Banca Etruria, tra cui il presidente Rosi Lorenzo e il vicepresidente Boschi Pier Luigi, sono venuti in due o tre occasioni presso la sede della Geovision per parlare con il Mureddu Valeriano, io non ho mai preso parte a tali riunioni», ha dichiarato l'ex titolare della Geovision Emiliano Casciere, indagato e oggi prezioso collaboratore nell'indagine. «Boschi e Rosi salivano nell'ufficio di Mureddu e qui si chiudevano dentro», ha ricordato il testimone.

È proprio Casciere, ex braccio destro di Mureddu, ad aprire il 25 giugno del 2014 il conto finito sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti, il numero 148/1919-5, per far transitare dall'estero i soldi diretti a Carboni. Sono i giorni degli incontri con Rosi e Boschi e a condurre Casciere negli uffici di Bpel è Mureddu in persona. Il conto avrà vita breve (durerà solo tre mesi), ma sopra vi passerà un mare di soldi, dalla probabile origine illecita e destinati al riciclaggio.

Il libro di Belpietro ci informa che «i documenti per l'apertura del conto erano contenuti in una cartellina azzurra con sopra un breve appunto: “Emiliano Casciere amico di famiglia di Emanuele Boschi"». Un cognome che a quei tempi è più di una garanzia in Bpel. In tre mesi sul conto arrivano circa 1,1 milioni di euro e 176.000 vengono versati dalla banca come anticipo fatture; questo affidamento è concesso a gran velocità (dopo appena due settimane) e con garanzie davvero blande, visto che una delle specialità della Geovision era le fatture false.

Nell'ultima settimana di luglio, invece, atterrano dalla Svizzera ben 923.000 euro e dallo stesso conto il 10 luglio iniziano a partire bonifici indirizzati alla moglie di Flavio Carboni, Maria Laura Scanu Concas. In un mese e mezzo ne vengono inviati 9 per un importo complessivo di 290 mila euro. Le causali sono diverse e vanno da «contratto di rappresentanza» a «pagamento spese contrattuali».

I soldi provengono da una società elvetica, la Dumar sa, un'azienda di proprietà della famiglia Ferretti, coinvolta con Mureddu e la Geovision in una presunta frode carosello, un'evasione dell'Iva che gli investigatori hanno quantificato in 20 milioni di euro.

Su questo fiume di euro diretto a Carboni, uno degli indagati, Giuliano Michelucci, in una conversazione registrata, confida a un amico: «Mureddu in sette-otto anni ha fatto avere a Carboni 20 milioni di euro truffando la gente». Poi parla di una presunta «bomba» che «si potrebbe far scoppiare» per via di quei 900.000 euro passati da Etruria e di cui Boschi era informato. L'amico domanda preoccupato: «Non è che Mureddu farà qualche altro casino anche con Boschi...». Michelucci annuisce con tono amaro: «Sì farà casino anche con Boschi».Dentro a Etruria qualcuno a un certo punto deve essersi accorto di questo rischio e ha deciso di far chiudere d'imperio il conto 148/1919-5. Il 4 settembre del 2014 la direttrice dell'agenzia 1, Ede Polvani, convoca Casciere e gli consegna un assegno circolare da 146 mila euro. Senza troppe spiegazioni.

Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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