Il coming out di Bersani e Colombo: a governare l’Italia sono le toghe

Referendum, the day after.
L’ex magistrato Gherardo Colombo al Tg3: «Sono molto contento che i cittadini si siano accorti di quanto è importante tutelare l’indipendenza della magistratura, che consente di evitare che il potere invada i diritti dei fragili».
Primo sussulto.
Poi largo allo squillo di trombe (con eloquio un po' involuto, ma anche vagamente minaccioso): «Se verificare se personaggi politici, o strutture politiche, rispettano o meno le regole è considerata invasione (di campo), allora sì: la magistratura continuerà a invadere».
Secondo sussulto.
La stessa reazione avuta davanti alle parole di Pierluigi Bersani in un comizio prima del voto: «Noi dobbiamo al libero pensiero e alle idee di tanti magistrati un avanzamento dei valori costituzionali di questo Paese».
Capito? Non la loro difesa, ma addirittura il loro «avanzamento» è dovuto al «libero pensiero e alle idee di tanti magistrati».
Non basta: «Noi vogliamo che i magistrati abbiano idee e che la loro politicità sia quella costituzionale».
In che senso?
«Nel senso che si applica la Costituzione là dove è prescrittiva, nel senso che dove c’è il dubbio si manda gli atti alla Corte Costituzionale, nel senso che -nel dubbio- il magistrato si fa ispirare dalla Costituzione».
E qui la vertigine ti assale, perché l’immagine di un magistrato «ispirato» rimanda a una concezione quasi artistica, creativa, della sua azione (nota a margine, quanto alle parti prescrittive: attendo sempre che qualcuno domandi a Maurizio Landini, segretario Cgil - uno dei più lesti a comparire in tv per mettere il cappello sulla vittoria dei No, presentandosi come defensor fidei, un pasdaran a guardia del rispetto del dettato costituzionale - come mai i sindacati abbiano sempre fatto muro contro l’art. 39 della Carta, che prevede la regolamentazione della personalità giuridica dei sindacati medesimi).
Conclusione dell’arringa bersaniana: «Così hanno fatto i magistrati tante volte, sostituendo Parlamento e governo».
E qui uno alza bandiera bianca, davanti a un sagace politico che fa coming out, denunciando quasi con voluttà la propria marginalità istituzionale.
E legittimando la funzione «supplente» di pm e giudici.
Sembra quasi compiacersi, Bersani: per fortuna che a colmare ritardi e «vuoti» legislativi provvedono le toghe!
Con il riconoscimento di quel ruolo proattivo, interpretato a metà degli anni Settanta dai «pretori d’assalto».
Tali autorevoli testimonianze mi rafforzano nella convinzione che molti sostenitori del No non hanno tanto a cuore la democrazia liberale, con i tre poteri sullo stesso piano, con funzioni e missioni diverse: il governo amministra, il Parlamento legifera, la magistratura applica le leggi.
No: hanno in mente la Democrazia giudiziaria, titolo di un bel libro di Carlo Guarnieri e Patrizia Pederzoli (Il Mulino, 1997: non proprio un editore sovversivo di destra).
Non la Repubblica di Platone né quella di Eugenio Scalfari, dunque, bensì quella dei giudici.
Pronti al colpo di Stato, se necessario.
Provocazione che mi consento grazie a un volume della collana «Giustizia giusta», Il golpe dei giudici, pubblicato nell’ottobre 1994 a firma di Mauro Mellini.
Avvocato, già parlamentare radicale, che lo scrisse appena lasciato il Csm di cui era consigliere.
Per rappresentare l’andazzo in quel Csm che sarebbe da riformare perché ostaggio delle mefitiche logiche correntizie (contro cui si scagliò nel 2019 Nino Di Matteo in un’intervista al Corriere della Sera: «L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso»), Mellini dettagliò la storia di un magistrato il cui riassunto lascio alla penna di Stefano Livadiotti, valente giornalista progressista, una delle firme più note dell’Espresso, che nel 2009 mandò in libreria Magistrati - L’ultracasta (Bompiani), ben 12 anni prima, quindi, delle rivelazioni del «pentito» dell’Anm Luca Palamara.
«Nel 1973 un magistrato di 41 anni è sorpreso in un cinema di periferia dove ha promesso soldi a un ragazzino per appartarsi con lui. Arrestato, viene sospeso dal lavoro. Poi però, dopo tre gradi di giudizio e grazie a un’amnistia, tutto è annullato. E il Csm lo riabilita. Con una sentenza grottesca».
Mellini: «A conclusione della vicenda il magistrato non solo aveva ripreso servizio, ma era stato promosso a consigliere di Cassazione. Ma siccome la qualifica era arrivata con un ritardo di molti anni, e avendo nel frattempo accumulato molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, per il principio del trascinamento si portò dietro lo stipendio più elevato, superiore a quello dei suoi colleghi promossi a scadenze naturali. Che, grazie all’istituto del galleggiamento, ottennero un adeguamento della loro retribuzione a quella sua».
E quindi? «Pare che tale marchingegno abbia comportato per lo Stato un onere di svariate decine di miliardi di lire».
Quanti? Livadiotti: «Una fellatio da 70 miliardi. Tanto è costato ai contribuenti italiani il caldo pomeriggio del pedofilo in toga» (essì, perché il giovane era minorenne).
Ma per carità: giù le mani dal Csm. Perchè «la Costituzione non si tocca e non si cambia» (dissero quelli che nel 2001 realizzarono da soli la modifica del titolo V della Carta, che ha aperto le porte all’autonomia differenziata... che adesso combattono! È tutto meraviglioso).
Sempre quel Csm che non prese provvedimenti - perché «gli errori capitano» e «chi mangia pane fa molliche» - nei confronti dei magistrati che avevano contribuito al calvario giudiziario di Enzo Tortora.
Non sanzionati, e anzi promossi.
Non fu il caso del giudice d’appello Michele Morello che ai colleghi del processo di primo grado (che avevano condannato Tortora) riservò un trattamento con i fiocchi: «Ogni magistrato decide con la propria testa ma il libero convincimento non significa libero arbitrio, non può servire a colmare vuoti probatori. Se non ci sono prove non si può condannare. La semplice parola del pentito non è sufficiente».
E poi musica per le orecchie di chi ama la Costituzione ed è un sincero garantista: «Il magistrato oggi lotta contro determinati fenomeni sociali, mentre il suo unico compito è quello di giudicarli. Da questo malcostume nasce l’abbassamento del livello del rispetto delle regole».
Financial Times, 20 giugno 2008 (20 anni dalla morte di Tortora, 16 anni prima del referendum di domenica): «In Italia negli ultimi anni i giudici hanno goduto di un grado di potere unico nel mondo occidentale».
E così sarà in saecula saeculorum.
Amen.






































