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2026-05-13
L’Italia dello sport oltre il calcio: non solo Sinner e Antonelli
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Jannik Sinner (Ansa)
Quattro Mondiali, una bacheca di trofei continentali delle squadre di club che fa invidia a quasi tutte le rivali europee, e una galleria di leggende - Buffon, Maldini, Baresi, Baggio, Totti - che appartengono non soltanto alla storia dello sport mondiale, ma a quella della cultura popolare, con tutto ciò che questo comporta in termini di mitologia collettiva, di identità, di appartenenza. Ma oggi, senza troppi giri di parole, quel calcio è ai minimi storici. L’ultima partecipazione italiana alla Coppa del Mondo risale (ahinoi) al 2014, con una mestissima eliminazione ai gironi. Basta questo per relegare lo sport nazionale storicamente più seguito a trofei «preistorici» o «impagliati»? No, certamente no. Eppure, nel frattempo, l'orgoglio sportivo di un Paese che non sa stare senza eroi ha trovato nuovi vettori, in questo momento straordinariamente più fecondi nei risultati.
Il tennis ha avuto in passato i suoi momenti di luce brillante - Pietrangeli, signore della terra rossa a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, e poi Panatta, emozionante nel trionfo a Parigi del 1976 - ma mai, fino ad oggi, un numero uno mondiale. Mai un Sinner, insomma. A sua volta, la Formula Uno ha conosciuto la sua stagione aurea agli albori, con Nino Farina e Alberto Ascari campioni mondiali, poi ottimi piloti - Alboreto, Trulli, Fisichella -, senza tuttavia quel «cannibalismo» necessario a mordere il titolo. La MotoGp vanta invece una storia ben più gloriosa: i leggendari Valentino Rossi e, più anticamente, Giacomo Agostini, rispettivamente 9 e 15 titoli. Fino ai talenti contemporanei.
Jannik Sinner lo conosciamo ormai tutti. Ne ammiriamo la precisione, la mentalità vincente, l’eleganza dentro e fuori dal campo. E pensare che da bambino sognava la Formula Uno, ma i go-kart costavano troppo per i suoi genitori. A tre anni e mezzo ha cominciato dunque con lo sci - a sette vinceva il Gran Premio Giovanissimi in slalom gigante, a 12 era campione italiano di categoria. Ha scelto il tennis molto tardivamente, Jannik, a 13 anni, perché gli allenamenti sulle nevi gli sembravano sproporzionati rispetto alla brevità delle gare. Una scelta che ad oggi si è rivelata vincente, alla luce dei quattro titoli del Grande Slam - due Australian Open, un Wimbledon, un US Open - 28 titoli nel circuito maggiore, nove Masters 1000 di cui cinque consecutivi, due Coppe Davis. Il primo italiano nella storia a occupare il primo posto della classifica Atp. Non è soltanto il più forte tennista italiano di sempre: è uno dei più grandi sportivi che questa nazione abbia mai prodotto.
Kimi Antonelli ha scelto il numero 12 per il suo esordio in Formula Uno nel 2025, in onore di Ayrton Senna, da sempre il suo idolo. Un primo anno di assestamento, con alti e bassi, in cui appare nettamente inferiore al suo – già ampiamente rodato – compagno di scuderia George Russell. Poi, nel 2026, avviene il cambio regolamentare, e la Mercedes si trasforma nella squadra da battere, con Antonelli che ne diviene rapidamente il simbolo più luminoso. Prima pole position in Cina a 19 anni - record assoluto, battendo il precedente di Vettel - poi vittoria, poi Giappone e infine Miami, dove ha dedicato la terza pole consecutiva ad Alex Zanardi morto 24 ore prima. Tre vittorie consecutive nelle prime tre gare in cui parte dalla pole, tutte mantenendo la testa dall'inizio alla fine: nessun pilota, in tutta la storia della Formula Uno, aveva mai fatto altrettanto. Insomma, ci sono tutte le carte in regola per qualcosa di speciale, magari nel segno del suo idolo Ayrton Senna. Restiamo aperti a sogni e speranze, senza mettere pressione a questo ragazzo giovane e coraggioso.
E come non citare Marco Bezzecchi, riminese classe 1998, che ha saputo attendere con rara pazienza il suo momento. Approdato all’Aprilia lo scorso anno, nel 2026 sembra essere finalmente riuscito a sfondare, con quella maturità che gli ha permesso di ottenere tre vittorie consecutive nelle prime cinque gare stagionali, tutte conducendo dall'inizio alla fine - 120 giri di fila al comando, record assoluto, superando il precedente di un mostro sacro come Jorge Lorenzo. Un gruppo ristrettissimo di piloti ha vinto cinque gare di fila nella storia della MotoGp: Márquez, Rossi, Doohan, Agostini, Surtees, Hailwood, Duke. Adesso anche Bezzecchi. Con vista sul primo titolo mondiale di MotoGp.
Ma il potenziale azzurro non si esaurisce in questi tre nomi. Giovani italiani che uniscono il talento all’ambizione stanno popolando le discipline più disparate, coltivando la speranza di un futuro dell’Italia dello sport degno del glorioso passato. Sara Curtis, classe 2006, detiene i record italiani sui 50 e sui 100 metri stile libero e punta con precisione chirurgica ai Giochi di Los Angeles 2028. Kelly Doualla, nata a Pavia nel 2009, è campionessa europea Under 20 sui 100 metri con tre primati italiani di categoria: a 16 anni, è già convocata ai Mondiali. Giovanni Franzoni, bresciano classe 2001, ha vinto l'argento olimpico nella discesa libera a Milano-Cortina 2026, risollevando uno sci maschile lasciato in ombra per molto tempo dall’eccellenza femminile. Tommaso Menoncello, trevigiano classe 2002, è un potente centro del Benetton e presto passerà allo Stade Toulousain, club di livello mondiale: simbolo di un rugby italiano che torna a credersi capace di storia. Flora Tabanelli, bolognese classe 2007, cresciuta in un rifugio appenninico senza televisione né smartphone, ha già conquistato bronzo olimpico, oro agli X Games e Coppa del Mondo di freestyle.
L'Italia sportiva, nel 2026, non ha il suo acmè nel calcio, non più. Lo ha distribuito, con eccezionale generosità, tra discipline che un tempo si accontentavano di stare sullo sfondo, quasi dimenticate nel panorama nazionale. Anche il calcio deve trarne linfa vitale per ripartire al meglio e tornare agli antichi fasti. Nel frattempo, godiamoci Sinner, Antonelli, Bezzecchi e guardiamo al futuro con rinnovata fiducia e con la solita, incrollabile, passione.
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Al declino del calcio italiano, fa da contraltare il successo negli altri sport. Sinner domina nel tennis, Antonelli irrompe nella Formula Uno, Bezzecchi nella MotoGp. E sono molte le stelle del futuro.Il cuore sportivo degli italiani ha battuto per decenni all’impazzata, accelerato all’inverosimile da quella febbre calcistica che nessuna disciplina ha mai eguagliato a livello nazionale.Quattro Mondiali, una bacheca di trofei continentali delle squadre di club che fa invidia a quasi tutte le rivali europee, e una galleria di leggende - Buffon, Maldini, Baresi, Baggio, Totti - che appartengono non soltanto alla storia dello sport mondiale, ma a quella della cultura popolare, con tutto ciò che questo comporta in termini di mitologia collettiva, di identità, di appartenenza. Ma oggi, senza troppi giri di parole, quel calcio è ai minimi storici. L’ultima partecipazione italiana alla Coppa del Mondo risale (ahinoi) al 2014, con una mestissima eliminazione ai gironi. Basta questo per relegare lo sport nazionale storicamente più seguito a trofei «preistorici» o «impagliati»? No, certamente no. Eppure, nel frattempo, l'orgoglio sportivo di un Paese che non sa stare senza eroi ha trovato nuovi vettori, in questo momento straordinariamente più fecondi nei risultati.Il tennis ha avuto in passato i suoi momenti di luce brillante - Pietrangeli, signore della terra rossa a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, e poi Panatta, emozionante nel trionfo a Parigi del 1976 - ma mai, fino ad oggi, un numero uno mondiale. Mai un Sinner, insomma. A sua volta, la Formula Uno ha conosciuto la sua stagione aurea agli albori, con Nino Farina e Alberto Ascari campioni mondiali, poi ottimi piloti - Alboreto, Trulli, Fisichella -, senza tuttavia quel «cannibalismo» necessario a mordere il titolo. La MotoGp vanta invece una storia ben più gloriosa: i leggendari Valentino Rossi e, più anticamente, Giacomo Agostini, rispettivamente 9 e 15 titoli. Fino ai talenti contemporanei.Jannik Sinner lo conosciamo ormai tutti. Ne ammiriamo la precisione, la mentalità vincente, l’eleganza dentro e fuori dal campo. E pensare che da bambino sognava la Formula Uno, ma i go-kart costavano troppo per i suoi genitori. A tre anni e mezzo ha cominciato dunque con lo sci - a sette vinceva il Gran Premio Giovanissimi in slalom gigante, a 12 era campione italiano di categoria. Ha scelto il tennis molto tardivamente, Jannik, a 13 anni, perché gli allenamenti sulle nevi gli sembravano sproporzionati rispetto alla brevità delle gare. Una scelta che ad oggi si è rivelata vincente, alla luce dei quattro titoli del Grande Slam - due Australian Open, un Wimbledon, un US Open - 28 titoli nel circuito maggiore, nove Masters 1000 di cui cinque consecutivi, due Coppe Davis. Il primo italiano nella storia a occupare il primo posto della classifica Atp. Non è soltanto il più forte tennista italiano di sempre: è uno dei più grandi sportivi che questa nazione abbia mai prodotto.Kimi Antonelli ha scelto il numero 12 per il suo esordio in Formula Uno nel 2025, in onore di Ayrton Senna, da sempre il suo idolo. Un primo anno di assestamento, con alti e bassi, in cui appare nettamente inferiore al suo – già ampiamente rodato – compagno di scuderia George Russell. Poi, nel 2026, avviene il cambio regolamentare, e la Mercedes si trasforma nella squadra da battere, con Antonelli che ne diviene rapidamente il simbolo più luminoso. Prima pole position in Cina a 19 anni - record assoluto, battendo il precedente di Vettel - poi vittoria, poi Giappone e infine Miami, dove ha dedicato la terza pole consecutiva ad Alex Zanardi morto 24 ore prima. Tre vittorie consecutive nelle prime tre gare in cui parte dalla pole, tutte mantenendo la testa dall'inizio alla fine: nessun pilota, in tutta la storia della Formula Uno, aveva mai fatto altrettanto. Insomma, ci sono tutte le carte in regola per qualcosa di speciale, magari nel segno del suo idolo Ayrton Senna. Restiamo aperti a sogni e speranze, senza mettere pressione a questo ragazzo giovane e coraggioso.E come non citare Marco Bezzecchi, riminese classe 1998, che ha saputo attendere con rara pazienza il suo momento. Approdato all’Aprilia lo scorso anno, nel 2026 sembra essere finalmente riuscito a sfondare, con quella maturità che gli ha permesso di ottenere tre vittorie consecutive nelle prime cinque gare stagionali, tutte conducendo dall'inizio alla fine - 120 giri di fila al comando, record assoluto, superando il precedente di un mostro sacro come Jorge Lorenzo. Un gruppo ristrettissimo di piloti ha vinto cinque gare di fila nella storia della MotoGp: Márquez, Rossi, Doohan, Agostini, Surtees, Hailwood, Duke. Adesso anche Bezzecchi. Con vista sul primo titolo mondiale di MotoGp.Ma il potenziale azzurro non si esaurisce in questi tre nomi. Giovani italiani che uniscono il talento all’ambizione stanno popolando le discipline più disparate, coltivando la speranza di un futuro dell’Italia dello sport degno del glorioso passato. Sara Curtis, classe 2006, detiene i record italiani sui 50 e sui 100 metri stile libero e punta con precisione chirurgica ai Giochi di Los Angeles 2028. Kelly Doualla, nata a Pavia nel 2009, è campionessa europea Under 20 sui 100 metri con tre primati italiani di categoria: a 16 anni, è già convocata ai Mondiali. Giovanni Franzoni, bresciano classe 2001, ha vinto l'argento olimpico nella discesa libera a Milano-Cortina 2026, risollevando uno sci maschile lasciato in ombra per molto tempo dall’eccellenza femminile. Tommaso Menoncello, trevigiano classe 2002, è un potente centro del Benetton e presto passerà allo Stade Toulousain, club di livello mondiale: simbolo di un rugby italiano che torna a credersi capace di storia. Flora Tabanelli, bolognese classe 2007, cresciuta in un rifugio appenninico senza televisione né smartphone, ha già conquistato bronzo olimpico, oro agli X Games e Coppa del Mondo di freestyle.L'Italia sportiva, nel 2026, non ha il suo acmè nel calcio, non più. Lo ha distribuito, con eccezionale generosità, tra discipline che un tempo si accontentavano di stare sullo sfondo, quasi dimenticate nel panorama nazionale. Anche il calcio deve trarne linfa vitale per ripartire al meglio e tornare agli antichi fasti. Nel frattempo, godiamoci Sinner, Antonelli, Bezzecchi e guardiamo al futuro con rinnovata fiducia e con la solita, incrollabile, passione.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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