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2024-10-27
«Il capo di Fondazione Fiera vendeva dati segreti a tutti». Iscritti Arpe e Del Vecchio jr
Enrico Pazzali (Ansa)
L’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio.
Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna.
I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. Cosa che verrà effettivamente scoperta dagli investigatori privati che sul lavoro erano, a quanto pare, imbattibili.
Il protagonista dell’indagine
«Non riesco a crederci». Chi ha conosciuto Enrico Pazzali ha commentato con stupore la notizia dell’indagine che potrebbe travolgere la sua carriera di manager che lo ha portato ad essere un possibile candidato alla successione di Domenico Arcuri al vertice di Invitalia. Sessant’anni, Pazzali è al vertice della Fondazione Fiera Milano dal luglio del 2019. È quindi sotto la sua guida che è nato l’ospedale Covid nei padiglioni della Fiera. Dal 2009 al 2015 il manager era stato amministratore delegato di una controllata della Fondazione, la Fiera di Milano Spa, poi 5 anni a Roma, al vertice di Eur Spa, controllata del Mef e del Comune di Roma che gestisce il patrimonio immobiliare dell’omonimo quartiere, compresa la «Nuvola di Fuksas». Pochi mesi prima del suo ritorno a Milano Pazzali fonda la Equalize Srl, della quale detiene il 95% delle quote, con le restanti in mano all’ex poliziotto Carmine Gallo. Nell’inchiesta sulle banche dati hackerate la Procura di Milano lo accusa nell’inchiesta sulle banche dati hackerate perché avrebbe voluto «danneggiare l’immagine dei competitors» o degli «avversari politici» suoi o di «persone a lui legate». Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». E sarebbe «unicamente» una «anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna».
L’erede spiava fidanzata e familiari
Uno degli indagati eccellenti è di sicuro Leonardo Maria Del Vecchio che si sarebbe rivolto a Equalize per spiare i suoi famigliari e costruire dossier che potessero comprometterli nella battaglia sull’eredità del fondatore, morto nel giugno del 2022. Il ventinovenne è uno degli otto azionisti della cassaforte Delfin che custodisce EssilorLuxottica che in Borsa vale da sola più di 100 miliardi e di cui è chief strategy officer. Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan.
Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico».
Il banchiere
Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
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Maxi inchiesta a Milano: Enrico Pazzali avrebbe ordinato accessi abusivi ad archivi ufficiali con un ex poliziotto e un finanziere. Banchiere e rampollo tra i loro presunti «clienti» Il manager che inventò l’ospedale Covid accusato di collezionare info sui «nemici»Il falso dossier sul fratello maggiore il figlio del patron di LuxotticaL’ex enfant prodige di Capitalia avrebbe fatto spiare dei conti correntiLo speciale contiene quattro articoliL’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio. Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna. I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. 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Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». 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Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan. Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-fondazione-fiera-vendeva-dati-segreti-a-tutti-iscritti-arpe-e-del-vecchio-jr-2669488127.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-banchiere" data-post-id="2669488127" data-published-at="1729971982" data-use-pagination="False"> Il banchiere Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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