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2024-10-27
«Il capo di Fondazione Fiera vendeva dati segreti a tutti». Iscritti Arpe e Del Vecchio jr
Enrico Pazzali (Ansa)
L’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio.
Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna.
I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. Cosa che verrà effettivamente scoperta dagli investigatori privati che sul lavoro erano, a quanto pare, imbattibili.
Il protagonista dell’indagine
«Non riesco a crederci». Chi ha conosciuto Enrico Pazzali ha commentato con stupore la notizia dell’indagine che potrebbe travolgere la sua carriera di manager che lo ha portato ad essere un possibile candidato alla successione di Domenico Arcuri al vertice di Invitalia. Sessant’anni, Pazzali è al vertice della Fondazione Fiera Milano dal luglio del 2019. È quindi sotto la sua guida che è nato l’ospedale Covid nei padiglioni della Fiera. Dal 2009 al 2015 il manager era stato amministratore delegato di una controllata della Fondazione, la Fiera di Milano Spa, poi 5 anni a Roma, al vertice di Eur Spa, controllata del Mef e del Comune di Roma che gestisce il patrimonio immobiliare dell’omonimo quartiere, compresa la «Nuvola di Fuksas». Pochi mesi prima del suo ritorno a Milano Pazzali fonda la Equalize Srl, della quale detiene il 95% delle quote, con le restanti in mano all’ex poliziotto Carmine Gallo. Nell’inchiesta sulle banche dati hackerate la Procura di Milano lo accusa nell’inchiesta sulle banche dati hackerate perché avrebbe voluto «danneggiare l’immagine dei competitors» o degli «avversari politici» suoi o di «persone a lui legate». Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». E sarebbe «unicamente» una «anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna».
L’erede spiava fidanzata e familiari
Uno degli indagati eccellenti è di sicuro Leonardo Maria Del Vecchio che si sarebbe rivolto a Equalize per spiare i suoi famigliari e costruire dossier che potessero comprometterli nella battaglia sull’eredità del fondatore, morto nel giugno del 2022. Il ventinovenne è uno degli otto azionisti della cassaforte Delfin che custodisce EssilorLuxottica che in Borsa vale da sola più di 100 miliardi e di cui è chief strategy officer. Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan.
Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico».
Il banchiere
Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
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Maxi inchiesta a Milano: Enrico Pazzali avrebbe ordinato accessi abusivi ad archivi ufficiali con un ex poliziotto e un finanziere. Banchiere e rampollo tra i loro presunti «clienti» Il manager che inventò l’ospedale Covid accusato di collezionare info sui «nemici»Il falso dossier sul fratello maggiore il figlio del patron di LuxotticaL’ex enfant prodige di Capitalia avrebbe fatto spiare dei conti correntiLo speciale contiene quattro articoliL’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio. Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna. I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. 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Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». 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Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan. Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-fondazione-fiera-vendeva-dati-segreti-a-tutti-iscritti-arpe-e-del-vecchio-jr-2669488127.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-banchiere" data-post-id="2669488127" data-published-at="1729971982" data-use-pagination="False"> Il banchiere Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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