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2024-10-27
«Il capo di Fondazione Fiera vendeva dati segreti a tutti». Iscritti Arpe e Del Vecchio jr
Enrico Pazzali (Ansa)
L’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio.
Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna.
I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. Cosa che verrà effettivamente scoperta dagli investigatori privati che sul lavoro erano, a quanto pare, imbattibili.
Il protagonista dell’indagine
«Non riesco a crederci». Chi ha conosciuto Enrico Pazzali ha commentato con stupore la notizia dell’indagine che potrebbe travolgere la sua carriera di manager che lo ha portato ad essere un possibile candidato alla successione di Domenico Arcuri al vertice di Invitalia. Sessant’anni, Pazzali è al vertice della Fondazione Fiera Milano dal luglio del 2019. È quindi sotto la sua guida che è nato l’ospedale Covid nei padiglioni della Fiera. Dal 2009 al 2015 il manager era stato amministratore delegato di una controllata della Fondazione, la Fiera di Milano Spa, poi 5 anni a Roma, al vertice di Eur Spa, controllata del Mef e del Comune di Roma che gestisce il patrimonio immobiliare dell’omonimo quartiere, compresa la «Nuvola di Fuksas». Pochi mesi prima del suo ritorno a Milano Pazzali fonda la Equalize Srl, della quale detiene il 95% delle quote, con le restanti in mano all’ex poliziotto Carmine Gallo. Nell’inchiesta sulle banche dati hackerate la Procura di Milano lo accusa nell’inchiesta sulle banche dati hackerate perché avrebbe voluto «danneggiare l’immagine dei competitors» o degli «avversari politici» suoi o di «persone a lui legate». Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». E sarebbe «unicamente» una «anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna».
L’erede spiava fidanzata e familiari
Uno degli indagati eccellenti è di sicuro Leonardo Maria Del Vecchio che si sarebbe rivolto a Equalize per spiare i suoi famigliari e costruire dossier che potessero comprometterli nella battaglia sull’eredità del fondatore, morto nel giugno del 2022. Il ventinovenne è uno degli otto azionisti della cassaforte Delfin che custodisce EssilorLuxottica che in Borsa vale da sola più di 100 miliardi e di cui è chief strategy officer. Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan.
Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico».
Il banchiere
Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
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Maxi inchiesta a Milano: Enrico Pazzali avrebbe ordinato accessi abusivi ad archivi ufficiali con un ex poliziotto e un finanziere. Banchiere e rampollo tra i loro presunti «clienti» Il manager che inventò l’ospedale Covid accusato di collezionare info sui «nemici»Il falso dossier sul fratello maggiore il figlio del patron di LuxotticaL’ex enfant prodige di Capitalia avrebbe fatto spiare dei conti correntiLo speciale contiene quattro articoliL’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio. Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna. I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. 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Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». 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Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan. Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-fondazione-fiera-vendeva-dati-segreti-a-tutti-iscritti-arpe-e-del-vecchio-jr-2669488127.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-banchiere" data-post-id="2669488127" data-published-at="1729971982" data-use-pagination="False"> Il banchiere Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
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Si tratta, in sostanza, del diritto a non subire la «costrizione» a emigrare. Ed essa è ravvisabile quando nel proprio Paese mancano le condizioni minime per una dignitosa e sicura sopravvivenza. Il che vale a distinguere tale situazione da quella nella quale l’emigrazione si presenti, invece, soltanto come la via più promettente per tentare il miglioramento delle proprie condizioni di vita. In questo secondo caso l’emigrazione costituisce null’altro che una libera scelta di ciascun individuo, che lo Stato di provenienza non dovrebbe, in linea di massima, ostacolare ma alla quale può contrapporsi, da parte dello Stato verso il quale si vuole emigrare, il diritto di rifiutare l’accoglienza se ritenuta, per una qualsiasi ragione, contraria al proprio interesse. Nel primo caso, invece, si può ritenere che lo Stato al quale il migrante si rivolge sia gravato da un «dovere di accoglienza» che, però, può definirsi propriamente «giuridico» solo quando ciò sia desumibile dalle norme interne del medesimo Stato, ovvero da convenzioni internazionali alle quali esso abbia aderito, come ad esempio la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo «status» dei rifugiati. Altrimenti rimane soltanto un generico quanto elastico «dovere morale» dal quale ciascuno Stato può, a sua totale discrezione, ritenersi o meno gravato, sulla base di considerazioni etiche e politiche che possono essere della più varia natura.
Alla stregua della suddetta distinzione, è poi facile comprendere che la mancanza di condizioni minime di dignitosa e sicura sopravvivenza costituisce un cerchio concentrico, ma di raggio ridottissimo rispetto a quello, enormemente più ampio, costituito dalla sola mancanza delle condizioni che consentano, senza lasciare il proprio Paese, un apprezzabile miglioramento del proprio livello di vita. Tanto per fare un esempio, la massiccia emigrazione italiana che ebbe luogo tra la fine del diciannovesimo secolo e i primi anni del ventesimo non fu certamente dovuta, nella stragrande maggioranza dei casi, all’esigenza di sfuggire a quello che, altrimenti, sarebbe stato un inesorabile destino a morire di stenti, ma soltanto al legittimo desiderio di cercare, al di là dell’oceano, una fortuna che in Italia non sarebbe stato possibile trovare.
I nostri emigranti erano, quindi, del tutto equiparabili a quelli che oggi si definiscono i «migranti economici», per cui, come essi erano legittimamente respinti quando non avevano titolo o non rispondevano alle condizioni previste per essere accolti nel paese in cui volevano emigrare, anche gli attuali «migranti economici» possono essere respinti, per le stesse ragioni, dal nostro come da qualsiasi altro Paese nel quale abbiano manifestato l’intenzione di stabilirsi.
Vi è, poi, da chiedersi, a questo punto, su chi faccia carico, a fronte del diritto di ciascuno di non essere «costretto» a emigrare, il dovere di impedire l’insorgere di una tale costrizione. E a questo interrogativo non può che rispondersi, secondo logica e comune buonsenso, che un tale dovere incombe essenzialmente sulle pubbliche autorità dello Stato al quale ciascuno appartiene. Esse, infatti, sono in primo luogo responsabili della eventuale mancanza delle condizioni minime di dignitosa sopravvivenza per tutti i cittadini dello Stato amministrato, salve, naturalmente, le situazioni di emergenza createsi, ad esempio, per imprevedibili catastrofi naturali (ivi comprese quelle ipoteticamente prodotte da mutamenti climatici), ovvero quelle derivanti da aggressioni esterne o sommovimenti interni cui, da parte delle stesse autorità, non si sia in alcun modo data causa. Solo in via del tutto subordinata possono ammettersi responsabilità di altri Stati o di potenti organismi economici sovranazionali per vere o presunte «ingiustizie economiche» derivanti dall’abuso di posizioni di vantaggio acquisite nello Stato nel quale si manifesti il fenomeno dell’emigrazione.
Responsabilità, quelle ora dette, che ben difficilmente potrebbero essere esclusive, ma potrebbero tutt’al più concorrere con quelle delle autorità locali per aver esse contravvenuto al dovere di combattere, in tutti i modi possibili, l’affermarsi delle suddette posizioni di vantaggio, una volta resasi riconoscibile la loro nocività rispetto agli interessi della popolazione. Al riguardo può evocarsi, come esempio storico, quello del re Ferdinando II di Napoli, il quale non esitò a mettersi in fiero contrasto con quella che era allora la superpotenza britannica, fino a rischiare addirittura la guerra, per tutelare i legittimi interessi del Regno e delle popolazioni siciliane contro le vessatorie condizioni alle quali la Gran Bretagna pretendeva che le fosse fornito lo zolfo estratto dalle miniere della Sicilia. E il risultato, anche se non del tutto conforme alle attese, fu comunque quello di un miglioramento delle suddette condizioni.
Occorre, dunque, decidersi a lasciar finalmente cadere un certo, diffuso modo di pensare che tende, per un verso, a considerare frutto di «costrizione» quello che, invece, nella quasi totalità dei casi, è frutto soltanto di una libera, ancorché condizionata scelta di ciascun soggetto che decida di lasciare il proprio paese in cerca di miglior fortuna; per altro verso, ad esonerare i governanti dei paesi dai quali provengono i maggiori flussi migratori da ogni responsabilità con riguardo alla ritenuta esistenza, in essi, di condizioni tali da dar luogo alla vera o presunta «costrizione», per una parte della popolazione, ad intraprendere la via dell’emigrazione. Atteggiamento, quest’ultimo, all’origine del quale appare facilmente riconoscibile un residuo di vero e proprio «razzismo», tale dovendosi ritenere quello di chi, da una parte, in nome del più rigoroso antirazzismo, pretende giustamente il riconoscimento di uguali diritti e uguale dignità per gli appartenenti a qualsiasi etnia ma, dall’altra, ritiene normale che non ci si possa attendere, da chi appartiene a determinate etnie, l’adempimento degli stessi doveri e l’assunzione delle stesse responsabilità che gravano su chi appartenga alle altre.
di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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Il musicologo jazz Luca Bragalini racconta l’emozionante scoperta di alcune opere inedite del grande sassofonista Gerry Mulligan. Un’avventura partita dal Conservatorio di Brescia e finita in gloria tra gli scatoloni della Library of Congress di Washington.
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Diverse associazioni protestano, chiedono al Parlamento «centralità dei diritti dei minorenni» e che «il loro superiore interesse prevalga e non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione». Curioso, che si chieda al nostro Paese di discostarsi da un Patto europeo entrato in vigore il 12 giugno e che finalmente riforma la gestione dei flussi e introduce procedure uniformi, vincolanti per tutti gli Stati membri. Ancora più singolare, che la richiesta avvenga dopo che le Ong riconoscono che l’Italia ha «una delle normative più avanzate d’Europa in materia di tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati […] possiede già tutto ciò che serve a garantire il pieno rispetto dei diritti e la risposta ai bisogni di bambini, bambine e adolescenti soli».
Dunque, quale sarebbe la deriva? «La raccolta obbligatoria dei dati biometrici (impronte digitali e foto del volto) a partire dai 6 anni», dichiarano nel documento le varie organizzazioni firmatarie, da ActionAid Italia a Cir-Consiglio italiano per i rifugiati, che chiedono di promuovere e coordinare un’iniziativa politica in Europa «per una moratoria immediata sull’applicazione del rilievo biometrico sotto i 14 anni».
Dimenticano, queste Ong, che era stato Amber Alert Europe, il Centro europeo per i bambini scomparsi, fondazione paneuropea che riunisce 85 organizzazioni in 29 Paesi, a chiedere nell’aprile del 2018 alla Commissione europea di utilizzare l’identificazione tramite impronte digitali per i bambini a partire dai 6 anni e di includerli nel database biometrico Eurodac.
«Prendere le impronte digitali di un bambino può contribuire notevolmente alla sua protezione», affermò Frank Hoen, fondatore di Amber Alert Europe. «Quando i bambini che arrivano nell’Unione europea vengono correttamente identificati e registrati alla frontiera, le autorità competenti sono in grado di tenerli lontani dai trafficanti e persino di aiutarli a ricongiungersi con i familiari. In questo modo possono ricevere la protezione e le cure di cui hanno bisogno». Adesso la raccolta e la digitalizzazione delle impronte digitali dei minori stranieri sono diventate un atto lesivo. Sotto accusa è finito anche l’articolo 5 del disegno di legge in discussione, quello che contiene «Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di ingresso e soggiorno». Non piacciono gli interventi proposti in tema di «prosieguo amministrativo», ovvero la misura che consente il prosieguo del percorso di accoglienza e integrazione a beneficio del minore anche dopo il compimento della maggiore età. Forse infastidisce che siano precisate le regole procedurali per la presentazione della domanda, che deve avvenire «su richiesta documentata presentata anche dai servizi sociali del Comune» e «a pena di inammissibilità, entro il compimento del diciottesimo anno d’età».
Ma ben vengano disposizioni certe e chiare. Così pure è stata fonte di contrarietà la previsione di un nuovo comma 2-bis, in base al quale «il Tribunale per i minorenni può disporre, in ogni tempo, la cessazione della misura quando risulti da una relazione dei servizi sociali che il neo maggiorenne abbia tenuto una condotta incompatibile con la prosecuzione del percorso di inserimento sociale». Solo perché è migrante, se si comporta male dovrebbe beneficiare di trattamenti di favore rispetto a un ragazzo italiano con lo stesso bisogno di accompagnamento e di percorso educativo? Non dimentichiamo che per la legge 47/2017, conosciuta come legge Zampa, tanto citata dalle Ong come modello riconosciuto a livello europeo, presupposti per la richiesta del proseguo amministrativo sono che il destinatario della misura abbia intrapreso «un percorso di inserimento sociale»; che necessiti «di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia»; che abbia l’obiettivo di realizzare il diritto all’integrazione sociale. Servono volontà e impegno.
Soprattutto, le barricate sono state alzate contro la proposta di riduzione della durata del prosieguo, da 21 a 19 anni. Forse il legislatore deve meglio definire, se la riduzione verrà valutata a seconda dei risultati già ottenuti a livello individuale, o se sarà una regola per ogni percorso del minore straniero e allora capiremo la logica che ha dettato questo accorciamento dei tempi.
Di sicuro, suona strano che per l’autonomia del migrante 19 anni siano pochi, quando diverse forze politiche di centrosinistra chiedono da tempo di estendere il diritto di voto ai sedicenni, per le elezioni amministrative, europee, politiche. L’ultima, quella lanciata a gennaio da +Europa: «In Italia a 16 anni lavori, paghi le tasse e rispondi penalmente delle tue azioni. Ma non puoi scegliere chi ti rappresenta».
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, l'agente morto durante un inseguimento. Sullo sfondo la polizia locale di Peschiera Borromeo e di Milano sul luogo dell'incidente dove è deceduto l'agente (Ansa)
Si potrebbe fare il glorioso quiz de La Settimana enigmistica: trova la differenza, solo che la soluzione è troppo facile e salta agli occhi. Se sei extracomunitario ti viene sempre e comunque applicata una sorta di «scriminante a prescindere». Una dimostrazione clamorosa è di queste ore. Genti Berisha, uno che ha una fedina penale come un lenzuolo, sfuggito all’alt della polizia locale con conseguente caduta mortale dell’agente Francesco Imprezzabile che lo inseguiva, non fa un giorno di galera e va agli arresti domiciliari perché il gip Giulia Masci gli riqualifica il reato da omicidio stradale a morte in conseguenza di altro reato.
Invece il carabiniere Antonio Lenoci, che guidava la Gazzella all’inseguimento di Ramy, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 mentre fuggiva in scooter da un posto di blocco, andrà a giudizio con l’accusa di omicidio stradale con l’aggravante dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Va detto che in Appello a Fares Bouzidi, immigrato che guidava lo scooter di Ramy, la pena è stata dimezzata: se l’è cavata con un anno e sei mesi e il riconoscimento pieno delle attenuanti generiche. Trova la differenza, appunto. Siamo a Milano, sono tutti e due inseguimenti. Il carabiniere viene accusato di omicidio stradale, l’albanese che provoca la morte di un vigile urbano gode dello sconto immediato: gli riqualificano il reato riducendone la gravità. Che invece, stando al racconto dei fatti, c’è tutta.
Lunedì 22 giugno Genti Berisha a bordo di un’Audi a noleggio percorre la strada nel quartiere Ponte Lambro. Lì c’è di pattuglia Imprezzabile che lo vede sfrecciare a forte velocità: gli intima l’alt. L’albanese accelera, ne nasce un inseguimento e Imprezzabile con la moto arriva a oltre 180 chilometri all’ora per cercare di fermare l’Audi: cade e muore. Berisha, arrestato, si difende dicendo di non aver speronato la moto dell’agente e spiega: «Non mi sono fermato al posto di blocco perché avevo un po’ di droga con me». Detta così, sembra quasi una disgraziata fatalità, ma lui è accusato di essere un trafficante internazionale. Era però libero di girare in Italia perché un giudice l’aveva scarcerato.
Berisha era stato beccato in Albania, estradato in Italia un anno fa perché la Procura di Brescia sospetta che sia uno degli uomini di fiducia del clan Cela, che gestisce un traffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia via Albania. Ma scaduti i termini lo hanno messo fuori con obbligo di firma. E quella sera, vicino a Linate, era lì per i suoi affari. Incontrandolo, Imprezzabile ha perso la vita, ma per il gip di Milano, che lo ha messo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, l’albanese non ha ucciso; ha solo provocato una morte. Appunto: trova la differenza. Il ministro di giustizia Carlo Nordio ha detto che siccome il Codice Rocco è fascista andrebbe riformato, ma ci pensano già i magistrati italiani a introdurre delle nuove scriminanti tra le norme penali. Perché se l’accusa di razzismo è un’aggravante per un italiano, essere di un’altra etnia se si commette un reato è un’attenuante.
La cronaca lo propone tutti i giorni. A Pegli, giovedì, vicino al bagno Mediterraneé, un gambiano si è calato gli slip e ha cominciato, in pieno giorno, a masturbarsi davanti ai bambini, alle famigliole. Lo hanno ripreso e il video ha fatto 40 milioni di visualizzazioni in dodici ore su TikTok. Sono arrivati gli agenti della municipale, lo hanno fatto allontanare. Ora ha una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, ma non gli succederà nulla anche perché nessuno sa più dove sia. Anche se i bagnanti di Pegli hanno raccontato: «Non ne possiamo più, bivaccano dappertutto, fanno i loro bisogni, i loro comodi senza che nessuno faccia nulla». L’avvocato difensore di uno egiziano di 21 anni che l’8 giugno ha stuprato una ragazza di 16 anni ad Avezzano ha detto: «Non è una storia d’immigrazione, i due si conoscono, avevano solo bevuto troppo». Risultato l’egiziano (filmato mentre abusava della ragazza) è finito in carcere l’8 giugno, ma dopo l’interrogatorio di garanzia lo hanno rimesso in libertà». A Ferrara, un mese fa, un maliano di 29 anni ha cercato di violentare una ragazza di 20 anni in pieno centro. I carabinieri lo hanno arrestato, ma il giudice lo ha rimesso in libertà solo con l’obbligo di firma. Resta clamorosa la sentenza del gup di Brescia, Valeria Rey, che ha riqualificato il reato a carico di un bengalese di 29 anni che in un campo profughi nel Collio aveva stuprato e messo incinta una bambina di dieci anni. Per la giudice non ci sono gli estremi dello stupro, perché i rapporti si sono ripetuti, per cui per il bengalese, tenendo conto anche della sua cultura (così si è detto in tribunale), basta una condanna a cinque anni per «atti sessuali con minorenni». Sono solo gli ultimi casi. Giusto per memoria, a Firenze una professoressa trentenne che dava lezioni private d’inglese, ma anche di sesso a un ragazzino di 13 anni, è rimasta incinta. L’hanno condannata a sei anni e mezzo. Lei è fiorentina. Dunque: trova la differenza!
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