True
2024-10-27
«Il capo di Fondazione Fiera vendeva dati segreti a tutti». Iscritti Arpe e Del Vecchio jr
Enrico Pazzali (Ansa)
L’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio.
Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna.
I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. Cosa che verrà effettivamente scoperta dagli investigatori privati che sul lavoro erano, a quanto pare, imbattibili.
Il protagonista dell’indagine
«Non riesco a crederci». Chi ha conosciuto Enrico Pazzali ha commentato con stupore la notizia dell’indagine che potrebbe travolgere la sua carriera di manager che lo ha portato ad essere un possibile candidato alla successione di Domenico Arcuri al vertice di Invitalia. Sessant’anni, Pazzali è al vertice della Fondazione Fiera Milano dal luglio del 2019. È quindi sotto la sua guida che è nato l’ospedale Covid nei padiglioni della Fiera. Dal 2009 al 2015 il manager era stato amministratore delegato di una controllata della Fondazione, la Fiera di Milano Spa, poi 5 anni a Roma, al vertice di Eur Spa, controllata del Mef e del Comune di Roma che gestisce il patrimonio immobiliare dell’omonimo quartiere, compresa la «Nuvola di Fuksas». Pochi mesi prima del suo ritorno a Milano Pazzali fonda la Equalize Srl, della quale detiene il 95% delle quote, con le restanti in mano all’ex poliziotto Carmine Gallo. Nell’inchiesta sulle banche dati hackerate la Procura di Milano lo accusa nell’inchiesta sulle banche dati hackerate perché avrebbe voluto «danneggiare l’immagine dei competitors» o degli «avversari politici» suoi o di «persone a lui legate». Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». E sarebbe «unicamente» una «anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna».
L’erede spiava fidanzata e familiari
Uno degli indagati eccellenti è di sicuro Leonardo Maria Del Vecchio che si sarebbe rivolto a Equalize per spiare i suoi famigliari e costruire dossier che potessero comprometterli nella battaglia sull’eredità del fondatore, morto nel giugno del 2022. Il ventinovenne è uno degli otto azionisti della cassaforte Delfin che custodisce EssilorLuxottica che in Borsa vale da sola più di 100 miliardi e di cui è chief strategy officer. Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan.
Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico».
Il banchiere
Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
Continua a leggereRiduci
Maxi inchiesta a Milano: Enrico Pazzali avrebbe ordinato accessi abusivi ad archivi ufficiali con un ex poliziotto e un finanziere. Banchiere e rampollo tra i loro presunti «clienti» Il manager che inventò l’ospedale Covid accusato di collezionare info sui «nemici»Il falso dossier sul fratello maggiore il figlio del patron di LuxotticaL’ex enfant prodige di Capitalia avrebbe fatto spiare dei conti correntiLo speciale contiene quattro articoliL’inchiesta della Dda antimafia e della procura di Milano su quello che il procuratore Giovanni Melillo ha definito il «gigantesco mercato nero delle informazioni riservate», rischia di sollevare il gigantesco vaso di pandora delle agenzie di investigazione e di come vengono ottenuti e venduti dati sensibili o riservati. Sono lontani i tempi in cui gli investigatori privati si camuffavano con parrucche e nasi finti, provando a scoprire i segreti di mogli, parenti o dipendenti di azienda infedeli. Ora quello che conta sono solo i dati, che non vengono raccolti solo con trojan (o cimici) inseriti nei dispositivi elettronici (smartphone o pc), intercettazioni illegali o finti profili sui social network. Avere accesso abusivo alle banche dati strategiche nazionali - come lo Sdi che contiene i precedenti di polizia dei cittadini, o Serpico, Punto fisco, Anagrafe, Inps o ancora il sistema delle Sos di Bankitalia -, è un valore aggiunto che è possibile sfruttare per avere una clientela più ampia e soprattutto molto esigente. In teoria le agenzie dovrebbero sempre segnalare alla prefettura questo tipo di accessi, in modo anche da non accavallarsi con indagini delle forze dell’ordine. Ma negli ultimi anni avviene sempre di meno. E così c’è chi ne approfitta. Equalize, la società di consulenza attorno a cui ruota tutta l’inchiesta, forniva a chi si rivolgeva a loro, oltre a una fornitura di apparecchi di intercettazione all’avanguardia, un tariffario ben preciso a seconda dei report e delle informazioni richieste. I dossier potevano servire anche come ricatto. C’erano dei pacchetti base, definiti nell’ordinanza di custodia cautelare come Tips che valevano 1000 euro, i Kyc invece costavano 5000, mentre gli Eidd arrivavano a costare 15.000 euro. A detta degli inquirenti quelli che costavano di più contenevano sempre informazioni acquisite illecitamente, mentre i Tips solo alcune. Per di più Equalize aveva una piattaforma denominata Beyond, capace di raccogliere tutti i dati raccolti e assemblarli anche tramite intelligenza artificiale. Non solo. L’agenzia era anche capace di «mimetizzare» le informazioni «illegali», in modo tale da renderle spendibili tanto che veniva anche millantata un’autorizzazione da parte del ministero degli Interni. E’ un giro d’affari da decine di milioni di euro. La procura ha messo sotto indagine più di 50 persone per i reati, tra gli altri, di associazione per accesso abusivo al sistema telematico, atti di corruzione, intercettazione illecita e persino detenzione illecita di apparecchi per le intercettazioni. È indagato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano ma soprattutto azionista di maggioranza di Equalize.È finito ai domiciliari Carmine Gallo, storico poliziotto della mobile di Milano (famoso per indagini su ’ndrangheta, delitto Gucci e liberazione di Alessandra Sgarella), una vita in procura al fianco di magistrati come Alberto Nobili, marito di Ilda Boccassini. «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico» spiegava in un’intercettazione proprio Gallo. Era lui, a detta degli investigatori, la persona capace anche grazie alla sua rete di conoscenze nel settore della polizia giudiziaria, ad avere accesso a qualsiasi tipo di dato e a preparare dossier molto approfonditi. È lui a parlare spesso della piattaforma Beyond ai clienti e a rassicurarli sui dati che «non sono pubblicamente disponibili ma sono pubblici… devi solo andarli a cercare negli uffici[...]». Il lavoro di Gallo, considerato dai pm «il braccio operativo» e uno dei capi dell’associazione, sarebbe stato proprio quello di portare avanti le indagini, sia con i tecnici di Equalize ma soprattutto grazie alle entrate nella polizia di Stato (come Marco Malerba sovrintendente di polizia a Rho-Pero) come anche con l’aiuto di marescialli della Guardia di Finanza, tra cui Giuliano Schiano (in forza alla Dia di Lecce). L’altro vero protagonista dell’indagine è Nunzio Samuele Calamucci, classe 1979, (anche lui ai domiciliari) capace di utilizzare un gruppo di hacker per ottenere ogni tipo di informazione e coordinava tutte «le attività criminose del sodalizio». È proprio Calamucci, in un’intercettazione, a dire di «tenere in mano il Paese. Tutta Italia inculiamo». Calamucci sa muoversi molto bene tanto da utilizzare il Ced Interforze del Ministero dell’Interno per consultare le banche dati ministeriali. Anzi, si legge nell’ordinanza, «dimostra di conoscere tutti i dettagli della relativa infrastruttura informati ca e, tramite i propri “ragazzi”, ha accesso, come si è visto, anche a sezioni che nemmeno tutte le Forze dell’ordine possono consultare». È sempre Calamucci a spiegare ai suoi interlocutori come creare account falsi sui social network «al fine di acquisire dati e informazioni delle persone oggetto dell’attività di dossieraggio» in modo da entrare direttamente nei profili degli spiati. «Ti fai un profilo fake con scritto “Lina Dambroge”» spiega Calamucci intercettato «ti logghi su, quella vede l’amicizia per sbaglio, è matematico che te la dà per sbaglio. Come te la dà, magari poi ti fa blocca basta ma l’importante è che te la dà una volta sola o che va a vedere il tuo profilo, se ti vede il tuo profilo per diritto noi possiamo vedere il suo...». Grazie al loro lavoro si erano ritagliati una certa fama nel settore, tanto da aver costruito una «di una rete relazionale di livello, costituita da imprenditori, manager di importanti industrie, persone del mondo della politica e dello spettacolo, attraverso la quale la Equalize» ha «progressivamente costituito un importante bacino di clientela». Tra gli indagati compare anche Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei sei figli del fondatore di Luxottica, o il banchiere Matteo Arpe, insieme con il fratello Fabio. Tra i cari più eclatanti c’è quello legato a Barilla. Quando la storica azienda di pasta italiana avrebbe contattato Equalize per acquisire illecitamente dati del traffico telefonico di alcuni dipendenti, sospettati di aver passato informazioni a un giornalista di Milano Finanza per un articolo sul cambio dell’amministratore delegato Claudio Colzani con Gianluca Tondo. È Giuseppe De Angelis, ex questore di Como, a mettere in contatto gallo con il responsabile della sicurezza di Barilla, ovvero Maurizio D’Anna. I due avvieranno una serie di incontri per portare avanti l’incarico e anche per fornire a Barilla la piattaforma Beyond. C’è poi la questione legata a Erg, azienda che decide di affidarsi a Equalize, per alcune intercettazioni illegali sui dispositivi in uso ad alcuni dipendenti dell’azienda, «sospettati di effettuare operazioni di trading online abusando delle informazioni acquisiste nell’ambito del rapporto lavorativo». A parlarne a Gallo è un dirigente di Erg che, dopo aver ricevuto una lettera anonima, avverte l’ex superpoliziotto che in azienda un gruppo di persone utilizza la piattaforma di trading online Ig Europe. Cosa che verrà effettivamente scoperta dagli investigatori privati che sul lavoro erano, a quanto pare, imbattibili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-fondazione-fiera-vendeva-dati-segreti-a-tutti-iscritti-arpe-e-del-vecchio-jr-2669488127.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-protagonista-dellindagine" data-post-id="2669488127" data-published-at="1729971982" data-use-pagination="False"> Il protagonista dell’indagine «Non riesco a crederci». Chi ha conosciuto Enrico Pazzali ha commentato con stupore la notizia dell’indagine che potrebbe travolgere la sua carriera di manager che lo ha portato ad essere un possibile candidato alla successione di Domenico Arcuri al vertice di Invitalia. Sessant’anni, Pazzali è al vertice della Fondazione Fiera Milano dal luglio del 2019. È quindi sotto la sua guida che è nato l’ospedale Covid nei padiglioni della Fiera. Dal 2009 al 2015 il manager era stato amministratore delegato di una controllata della Fondazione, la Fiera di Milano Spa, poi 5 anni a Roma, al vertice di Eur Spa, controllata del Mef e del Comune di Roma che gestisce il patrimonio immobiliare dell’omonimo quartiere, compresa la «Nuvola di Fuksas». Pochi mesi prima del suo ritorno a Milano Pazzali fonda la Equalize Srl, della quale detiene il 95% delle quote, con le restanti in mano all’ex poliziotto Carmine Gallo. Nell’inchiesta sulle banche dati hackerate la Procura di Milano lo accusa nell’inchiesta sulle banche dati hackerate perché avrebbe voluto «danneggiare l’immagine dei competitors» o degli «avversari politici» suoi o di «persone a lui legate». Nell’ordinanza si legge infatti che Pazzali avrebbe dato incarico ad altri indagati di «introdursi abusivamente nei telefoni, pc e tablet di giornalisti economico-finanziari», del presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini e del suo consulente per le relazioni istituzionali in via Goito, Guido Rivolta. Sarebbero stati attenzionati anche i dispositivi del giornalista di Repubblica Giovanni Pons. Spiati anche ci sono il presidente del Milan ed ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni e il giornalista come Giovanni Dragoni del Sole 24 Ore. Gli hacker avrebbero dovuto acquisire «informazioni sui contatti dei titolari di tali sistemi e sui loro spostamenti nonché esfiltrando, mediante utilizzo delle parole chiave “Pazzali”, “Eur”, “Fiera”, “Fontana” e “Bonomi”, le conversazioni WhatsApp intercorse tra loro e con terzi. Nello specifico, Pazzali richiedeva a Gallo l’abusiva acquisizione dei dati e delle conversazioni WhatsApp». Su richiesta del manager Gallo, l’ex superpoliziotto ora ai domiciliari nell’inchiesta della Dda di Milano e della Dna, avrebbe effettuato «accertamenti» su persone «vicine politicamente» a Letizia Moratti, quando era candidata alle Regionali lombarde del 2023. Per i pm, Pazzali, voleva «reperire qualche notizia» da banche dati «idonea a mettere in cattiva luce l’immagine di Letizia Moratti, favorendo così la candidatura di Attilio Fontana». Nelle intercettazioni i suoi presunti complici chiamavano Pazzali indifferentemente «zio bello», «il Capo», il «Presidente». Per i pm il manager milanese «ricopriva un ruolo di vertice all’interno del sodalizio, quale ideatore, promotore organizzatore dell’associazione» Secondo la Procura, In particolare, anche in virtù della fitta rete di relazioni e di conoscenze di cui godeva anche in ragione del proprio incarico di presidente di Fondazione Fiera Milano, Pazzali si occupava del procacciamento d’importanti clienti per la società Equalize». In un’intercettazione Gallo parla così del suo socio nella Equalize: « «Se ti faccio vedere i report di Enrico (...) ne ho fatti a migliaia ho fatto di report a Enrico». La Procura aveva chiesto per Pazzali una misura cautelare, ma il gip scrive nell’ordinanza che «non è necessaria» e che è «completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa». E sarebbe «unicamente» una «anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-fondazione-fiera-vendeva-dati-segreti-a-tutti-iscritti-arpe-e-del-vecchio-jr-2669488127.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lerede-spiava-fidanzata-e-familiari" data-post-id="2669488127" data-published-at="1729971982" data-use-pagination="False"> L’erede spiava fidanzata e familiari Uno degli indagati eccellenti è di sicuro Leonardo Maria Del Vecchio che si sarebbe rivolto a Equalize per spiare i suoi famigliari e costruire dossier che potessero comprometterli nella battaglia sull’eredità del fondatore, morto nel giugno del 2022. Il ventinovenne è uno degli otto azionisti della cassaforte Delfin che custodisce EssilorLuxottica che in Borsa vale da sola più di 100 miliardi e di cui è chief strategy officer. Gli altri eredi del fondatore sono sua madre Nicoletta Zampillo e altri sei fratelli, quattro dei quali si sono appunto messi di traverso sull’eredità. Fra questi ultimi c’è il primogenito Claudio sul quale proprio Leonardo Maria avrebbe commissionato un falso dossier dove si raccontava anche di un transessuale accusato di crimini sessuali. Secondo i pm, in pratica, dietro questo falso rapporto della polizia di New York, ci sarebbe stato proprio Leonardo Maria che aveva l’obiettivo di a offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratellastro dell’indagato e primogenito del fondatore. Nel finto atto informatico, realizzato da un altro indagato, «si dava atto, contrariamente al vero, di un controllo eseguito in quella città nei confronti di Claudio Del Vecchio nel mentre si trovava in compagnia di un cosiddetto “travestito”, di nome Ralph A. Thompson, registrato sul National sex offender public website del Dipartimento di giustizia americano (sito pubblico contenente la lista nazionale dei sex offender) per crimini sessuali». Allo stesso tempo il rampollo avrebbe fatto spiare anche la fidanzata Jessica Michel Serfaty, a cui il compagno, si legge in uno dei capi d’imputazione, avrebbe tentato nel giugno 2023 di far installare un trojan, un captatore informatico nel cellulare della donna. L’accordo, secondo i pm, «prevedeva l’esecuzione di intercettazioni telematiche attive illegali sul dispositivo telefonico in uso alla Serfaty, poi non eseguite per ragioni tecniche (si trattava di un IPhone di ultima generazione) che impedivano l’inoculazione del captatore informatico nel dispositivo stesso». Allo stesso tempo, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, sul dispositivo della donna vennero formati «falsamente i contenuti di conversazioni telematiche e informatiche apparentemente intercorrenti» tra lei e David Blaine, «illusionista di fama mondiale», in realtà creati ad arte. Tra gli spiati ci sono anche gli altri fratelli, Clemente Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Marisa Del Vecchio e Paola Del Vecchio. Tra gli indagati c’è anche Marco Talarico, l’amministratore delegato della banca d’investimenti Lmdv capital di Del Vecchio jr che negli ultimi tempi è stata accostata al Twiga di Flavio Briatore. Nel portafoglio di Lmdv c’è anche altro. Per esempio una quota in Leone Film Group e il controllo di Boem la start-up nata per lanciare nuove bibite, dove ci sono soci anche i cantanti Fedez e Lazza, già noti per l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan. Secondo il suo difensore Maria Emanuela Mascalchi, Del Vecchio junior «sembrerebbe essere piuttosto persona offesa» e «altri sarebbero eventualmente i responsabili di quanto ipotizzato dagli inquirenti». E aggiunge: «ll dottor Leonardo Maria Del Vecchio attende serenamente lo svolgimento delle indagini preliminari che auspica si concludano rapidamente in modo da poter subito dimostrare la propria totale estraneità ai fatti e l’infondatezza delle accuse ipotizzate a proprio carico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-capo-di-fondazione-fiera-vendeva-dati-segreti-a-tutti-iscritti-arpe-e-del-vecchio-jr-2669488127.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-banchiere" data-post-id="2669488127" data-published-at="1729971982" data-use-pagination="False"> Il banchiere Saranno gli ulteriori sviluppi dell’indagine della Dda di Milano a stabilire se il banchiere Matteo Arpe, indagato insieme al fratello Fabio è stato un semplice cliente inconsapevole della Equalize Srl o se invece i due fratelli erano consapevoli dei metodi illeciti (secondo la Procura) usati dagli investigatori della società fondata dal presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali e dall’ex poliziotto Carmine Gallo. Ai due fratelli Arpe vengono contestati, in concorso con Gallo e con altri 4 indagati, due accessi abusivi alla banca dati Sdi e tre accessi a quella dell’Agenzia delle entrate. Le intrusioni contestate, effettuate da un pubblico ufficiale che aveva le credenziali per ragioni di servizio, sarebbero risalenti al periodo tra settembre e dicembre 2022 riguardano i nominativi di Gianfranco Arpe, il defunto padre dei due fratelli e di Fulvia Giovanna Bergamaschi compagna dell’uomo. La contestazione più grave mossa a Matteo Arpe e al fratello riguarda però un vero e proprio presunto hackeraggio. Gli altri indagati si sarebbero infatti introdotti nei «sistemi informatici protetti da misure di sicurezza» della «Banca Bpm Spa filiale di Alessandria [..] o nella Banca Dati del sistema dell’anagrafe dei conti correnti acquisendo i dati informativi» contenuti, coperti da segreto d’ufficio «relativi alle informazioni bancarie riservate riguardanti i conti correnti di Fulvia Giovanna Bergamaschi». «Nello specifico» scrive il gip Fabrizio Filice, uno degli indagati «agiva collegato in videoconferenza, guidando Carmine Gallo e Gabriel Malerba i quali, tramite un computer istallato all’interno degli uffici della Equalize Srl accedevano agli archivi della banca». Arrivato alla soglia dei sessant’anni, Matteo Arpe è stato per anni l’enfant prodige del mondo bancario italiano. Alle spalle ha infatti una lunga carriera con ruoli di primo piano in Mediobanca, Lehman Brothers e Banca di Roma poi diventata Capitalia, di cui nel 2003, a 39 anni, è stato nominato amministratore delegato. Uscito nel 2007 dalla banca, dopo la fusione che ha portato alla nascita di Unicredit, Matteo Arpe ha poi fondato Sator, ora in liquidazione, il fondo di private equity azionista di Banca Profilo, messa in vendita da qualche anno e ancora in cerca di un acquirente. Alla base del cambio di rotta c’è stata una vicenda giudiziaria che per nove anni ha impedito al banchiere di fare il suo lavoro. Si tratta della condanna per il caso Ciappazzi-Parmalat, legata a un finanziamento del 2002 fatto dalla Banca di Roma al gruppo alimentare. Da poco Arpe ha riottenuto il requisito di onorabilità e in un’intervista ha detto che non pensa di andare in pensione. Il coinvolgimento nell’inchiesta sulle banche dati potrebbe però mettere un nuovo freno alla carriera del banchiere, che tramite il suo legale si è definito «stupito perché si è trattato di un incarico professionale della famiglia limitato a una vicenda privata successiva alla scomparsa del padre», verosimilmente legata a questioni inerenti la successione. Anche Banca Profilo risulta coinvolta nell’inchiesta, per un episodio non collegato a quello dei fratelli Arpe. Ieri l’amministratore delegato Fabio Candeli ha segnalato da parte sua di aver firmato con la società di investigazioni Equalize, al centro della vicenda, un regolare contratto.
Getty Images
Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
Continua a leggereRiduci
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
Continua a leggereRiduci
Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
Continua a leggereRiduci
Matteo Piantedosi (Ansa)
Dal punto di vista personale, diciamolo chiaro e tondo, ognuno nella sua vita privata ha il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare, e Piantedosi non commenta per non alimentare gossip. A quanto apprende La Verità, il ministro è assolutamente sereno: la Conte non ha mai fatto parte di chat del ministero, non si è mai vista al Viminale, non c’erano per lei incarichi all’orizzonte, e del resto la professionista ha avuto modo di collaborare anche con amministrazioni di sinistra. Piantedosi, trapela dal Viminale, è «come sempre al lavoro», e la sua agenda resta confermata. Nei confronti di Claudia Conte si apprende ancora, «non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno», e chi ha sostenuto o sostiene il contrario «ne risponderà nelle sedi competenti: il ministro ha già dato mandato a un legale per tutelare la propria persona». Sempre a quanto apprende La Verità, Piantedosi sfida chiunque a passare in rassegna tutti gli incarichi professionali della Conte trovando una sola pressione, sollecitazione o interessamento del ministro.
Su questo punto infatti insistono le opposizioni: «Ho presentato», annuncia il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Chiedo di sapere quanti siano gli incarichi, in varie forme, conferiti a Claudia Conte nella pubblica amministrazione e in Rai e sulla base di quali criteri e competenze siano stati assegnati. Domando inoltre quali competenze abbia Claudia Conte per svolgere una docenza presso l’Alta scuola di formazione della polizia di Stato e se i contratti in Rai vengano definiti attraverso incontri casuali, come riportato da alcuni quotidiani che citano dichiarazioni di Pionati, ex direttore del Gr1». I componenti del Pd nella commissione di Vigilanza Rai chiedono all’azienda «di fare piena chiarezza sui dettagli delle collaborazioni e dei contratti con la signora Conte. Riteniamo necessario», recita una nota, «escludere qualsiasi possibile collegamento tra le relazioni con un ministro in carica pro tempore e le scelte editoriali e contrattuali del servizio pubblico. Chiediamo risposte puntuali e presenteremo un’interrogazione parlamentare a riguardo». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, introduce un ulteriore elemento: «Non vorremmo», attacca la Serracchiani, «che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile». Ricattabile, e come? Qui occorre addentrarsi nel mondo degli spifferi di Palazzo, mai così gelidi come in questi giorni di ritardato inverno. Perché, si chiedono tutti, la Conte ha deciso di rivelare la liaison con Piantedosi, tra l’altro chiedendo esplicitamente all’intervistatore di farle quella precisa domanda?
Ipotesi uno: ha voluto, in sintonia col ministro, anticipare qualche scoop in arrivo. Possibile ma, visti i risultati, la genialata avrebbe sortito l’effetto opposto a quello desiderato. Seconda ipotesi: la donna potrebbe essere arrabbiata con Piantedosi per motivi personali e avrebbe così spiattellato la relazione. Questo secondo scenario apre un orizzonte infinito di suggestioni: c’è chi teme uno stillicidio di rivelazioni, di conversazioni in chat, addirittura di foto imbarazzanti. Incubi, probabilmente paranoie da sindrome di accerchiamento: la Conte del resto ha competenze professionali pubbliche e riconosciute, ha alle spalle una carriera decennale che si è snodata e si snoda attraverso una fitta rete di contatti assolutamente trasversali, appare più delusa che vendicativa nei confronti del ministro dell’Interno.
Fdi fa muro: «Fratelli d’Italia», dichiarano i capigruppo del partito alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, «rinnova la piena fiducia al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per l’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida del ministero nel contrasto all’immigrazione clandestina di massa, alla criminalità e nel rafforzamento della sicurezza degli italiani». «A me non risulta», argomenta la deputata Sara Kelany, «che la signora abbia avuto degli incarichi retribuiti. È una giornalista che fa il suo lavoro, immagino che abbia la sua rete di rapporti, relazioni e contatti, indipendentemente dal fatto che abbiano esplicitato questa vicenda di carattere personale». Anche da Forza Italia arriva la vicinanza al ministro: «Rinnoviamo solidarietà e piena fiducia nel ministro Piantedosi», dichiara il deputato di Fi Alessandro Cattaneo a Rainews24, «Claudia Conte io l’ho vista in tante presentazioni con esponenti politici di ogni colore, poi se ci sono dei risvolti privati devono rimanere privati». «Io sono una grandissima tifosa del ministro Piantedosi», sottolinea Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, a Tagadà su La7, «uno dei più bravi ministri di questo governo, una persona perbene, con un grande senso delle istituzioni. E per questo mi sento di escludere sinceramente qualsiasi illazione legata a un fantomatico uso improprio di risorse pubbliche o a rapporti poco trasparenti».
Continua a leggereRiduci