2019-03-07
Vladimir Putin (Getty)
Donald Trump leva le sanzioni al greggio dello zar per tamponare il blocco di Hormuz e calmare i prezzi, ma la Ue (noi compresi) si oppone e così il Brent resta sui massimi. Tutto per non ammettere che senza Vladimir Putin siamo ko.
Gli Stati Uniti allentano le sanzioni contro la Russia. Già una settimana fa, dopo le prime bombe su Teheran, il Tesoro americano aveva autorizzato le raffinerie indiane ad acquistare milioni di barili di greggio da Vladimir Putin, facendo per 30 giorni un’eccezione al divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina e inasprito di recente. Ma quello che era ritenuto inderogabile all’inizio del 2026, dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, oggi non lo è più.
Così Donald Trump va oltre ed estende la moratoria concessa a Nuova Delhi anche ad altri Paesi, Europa compresa. Per un mese sarà consentito l’acquisto di petrolio russo stoccato in mare, che secondo alcune stime si aggira intorno a 120 milioni di barili, trasportati in giro per il mondo da una flotta ombra di circa 800 petroliere. Tutto ciò per consentire la stabilizzazione dei mercati energetici globali, scossi dal conflitto in Iran.
Ne abbiamo scritto giorni fa. Quanto possono reggere le economie globali se l’Iran impedisce il transito delle navi cariche di greggio? Un mese, qualche settimana? E quanto a lungo possono sopportare gli Stati un prezzo del petrolio che è doppio, triplo o quadruplo rispetto a quello praticato prima dell’inizio del conflitto? Anche in questo caso parliamo di mesi, perché il rincaro si tradurrebbe immediatamente in aumento delle bollette e una fiammata dell’inflazione, che famiglie e imprese faticherebbero a sopportare.
Insomma, se anche Stati Uniti e Israele sono in grado di proseguire la campagna contro il regime degli ayatollah, continuando i bombardamenti, e se pure l’Iran può resistere per altro tempo, insistendo a colpire i Paesi del Golfo, a non reggere è il resto del mondo e in particolare l’Europa. Dunque, Trump toglie le sanzioni alla Russia per immettere petrolio a prezzi più bassi e alleggerire la tensione sul mercato. E l’Ue che fa? Dice di no. Sì, non strabuzzate gli occhi, l’Unione europea è contraria e rifiuta il petrolio (e il gas) di Putin perché non vuole darla vinta allo zar del Cremlino. Posizione certamente nobile, perché i soldi che Mosca incasserebbe con la vendita dei combustibili fossili verrebbero immediatamente reinvestiti in armi, per sostenere l’offensiva contro l’Ucraina. Il Financial Times ha calcolato che la sola fiammata dei prezzi abbia fruttato alla Russia quasi 2 miliardi di euro in più e a questi livelli in un mese potrebbe anche incassare fra i 3,3 e i 4,9 miliardi.
Ovviamente stiamo parlando di quotazioni del greggio al massimo livello, mentre la decisione di Trump di togliere le sanzioni serve a raffreddare i mercati immettendo petrolio a costi più bassi. Ma, comunque sia, è ovvio che se riesce a piazzare i milioni di barili caricati dalla flotta ombra, Putin con il ricavato finanzierà la guerra. O per lo meno alzerà il prezzo per raggiungere una tregua. Dunque, l’Europa dice no. Ma siamo sicuri che sia una buona scelta? Capisco le remore di Bruxelles (e anche di Francia, Germania e Italia), ma oggi l’Unione è in grado di resistere a uno choc petrolifero che rischia di trascinare il continente in recessione? I prezzi dell’energia e dei carburanti ai valori massimi potrebbero far collassare interi sistemi, oltre che i magri bilanci delle famiglie e questo potrebbe compromettere oltre alla situazione sociale anche quella politica.
Sarò ancora più esplicito: davvero l’Europa si vuole immolare nella difesa delle sanzioni contro Mosca, accettando di pagare a caro prezzo la decisione? Non siamo più di fronte al bivio proposto nel 2022 da Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra libertà e aria condizionata», ormai siamo oltre, perché qui non si tratta di rinunciare a ridurre le temperature estive, ma di mettere a repentaglio la vita delle imprese e il futuro delle famiglie.
Comprendiamo le resistenze, ma oggi, di fronte a una guerra che potrebbe prolungarsi e avere ricadute pesanti sui bilanci dell’intera Europa, serve il coraggio di una decisione che tuteli gli interessi nazionali.
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Arcivescovo Bruno Forte (Ansa)
La struttura che ospita i piccini fa riferimento a un ente religioso, ma il vescovo di Chieti-Vasto anziché spendersi per lenire le sofferenze dei Trevallion, ha scelto il silenzio per sé e la Chiesa che rappresenta.
Molte anime belle sostengono, come ha fatto l’altro giorno la celebre sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa, che attorno alla vicenda della ex famiglia nel bosco (ora famiglia dilaniata in nome del presunto superiore interesse dei minori) si è scritto e parlato troppo.
E in effetti anche le istituzioni sembrano molto preoccupate dalla presenza della stampa: per non attirare l’attenzione dei cronisti il tribunale ha impedito a Marina Terragni di farsi accompagnare da esperti per visitare i bambini, per il timore dei colleghi sembra che l’assistente sociale che segue i Trevallion abbia disertato l’incontro con la garante dell’infanzia. In ogni caso va di gran moda fra gli intellettuali più raffinati, quelli che sdegnano il populismo, la pancia del Paese, e senza aver ragionato un secondo sulle carte affermano che se i giudici hanno deciso così un motivo ci sarà pure, e che non bisogna fidarsi di quegli svalvolati in odore di antivaccinismo. Ovviamente, tutti questi fenomeni non solo danno dimostrazione di non aver approfondito i fatti, ma confermano che quella del silenzio è la via auspicata dalle istituzioni. Se i giornali e di conseguenza la politica non avessero seguito la storia di questa famiglia, il dramma si consumerebbe lontano da sguardi indiscreti, non si sarebbe mossa la garante e non ci sarebbero ispettori al tribunale dell’Aquila. In pratica, senza la stampa qualora ci fosse una ingiustizia (e a nostro parere già c’è) nessuno potrebbe porvi rimedio.
Qualcuno che ha scelto la strada del silenzio pressoché totale tuttavia c’è, anche se purtroppo si tratta di qualcuno che dovrebbe invece parlare e farsi sentire per una serie di motivi che ci apprestiamo a elencare. Si tratta della diocesi di Chieti-Vasto, la cui presenza sulla scena di questo triste spettacolo è evanescente, per usare un eufemismo. I Trevallion sono una famiglia che vive un momento di enorme difficoltà e attraversa una prova pesante. Avrebbero bisogno di un sostegno e un supporto, e ci pare che rientri tra le prerogative della istituzione cattolica dare conforto alle famiglie.
Ma c’è ovviamente di più. La casa protetta in cui si trovano i bambini - e i cui responsabili hanno preteso l’allontanamento della madre - è gestita dalla Fondazione casa accoglienza Genova Rulli che la carità cristiana come bussola, almeno stando allo statuto. Nel documento fondativo si legge che «l’assistenza, la cura, la vigilanza, l’educazione civile e religiosa degli ospiti della Casa Accoglienza è stata affidata, per espressa volontà dei Fondatori, alla Congregazione, delle Suore Figlie della Croce, dette di S. Andrea. In mancanza della disponibilità della suddetta Congregazione ad assolvere ai citati compiti, il Consiglio di amministrazione può affidarli ad altra Congregazione di suore con carisma specifico, ovvero ad una equipe educativa, composta da psicologi, educatori ed altre figure ritenute idonee».
Nel medesimo statuto si legge anche che «la Fondazione è amministrata da un Consiglio di amministrazione composto da sette membri, dei quali tre nominati dall’Ordinario Diocesano della Diocesi di Chieti-Vasto, due dal Sindaco della Città di Vasto e due dal Presidente del Capitolo della Concattedrale di Vasto». Insomma la diocesi indica direttamente tre membri del cda su sette, dunque ha per forza di cose un ruolo fondamentale. Ma come è possibile allora che proprio la struttura di accoglienza abbia richiesto di allontanare mamma Catherine dai suoi bambini?
Qualche giorno fa, parlando a Tv Verità, l’autorevole Tonino Cantelmi, esperto molto apprezzato nel mondo cattolico, si è rivolto direttamente al vescovo di Chieti-Vasto chiedendo un suo intervento. Per altro, come lo stesso Cantelmi ha notato, il monsignore in questione non è uno qualsiasi, ma un nome noto e apprezzato, un intellettuale e saggista famoso, un teologo che a dicembre ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Vasto: l’arcivescovo Bruno Forte.
Sua eminenza, in effetti, ha preso parola sulla vicenda, ma ormai molto tempo fa, a novembre, pochi giorni dopo l’allontanamento dei bambini da casa. In quella occasione, su Il Centro, Forte aveva scandito parole pacate ma pregnanti. «Era proprio necessario un pronunciamento da parte dell’autorità giudiziaria?», scrisse. «Non sarebbe potuta bastare un’interlocuzione più articolata fra le istituzioni locali, scolastiche e amministrative, e i detentori dell’autorità parentale? In coscienza, ritengo che questo dialogo poteva e doveva essere proposto e perseguito con determinazione: non so se e fino a che punto questo sia avvenuto, ma da quanto i media ci hanno fatto conoscere non mi sembra che sia stata la via prioritariamente perseguita».
Frasi più che condivisibili, le quali però non sono evidentemente state accolte dal tribunale e nemmeno dalla casa protetta. Da allora, più nulla nonostante le numerose sollecitazioni. Per questo abbiamo provato a chiamare monsignor Forte, che però non sembra avere gradito molto. Ci ha risposto di avere già parlato, e ci ha rimandato al suo vecchio articolo. Gli abbiamo fatto notare che nel frattempo era successo di tutto, e che la casa protetta dipende in buona parte dalla diocesi. Ma il monsignore ci ha risposto che non intende esprimersi, anche perché, dice, i media non hanno fatto un buon servizio in questa storia. Viene da dire che i media, almeno, un servizio hanno provato a farlo, altrimenti sarebbe appunto calato il silenzio. Forte ci ha anche detto di avere già incontrato la famiglia, ma ci risulta che in realtà non abbia avuto un vero e proprio incontro: sotto Natale è passato a visitare la casa protetta, una visita ordinaria, viene da dire, come se ne fanno tante. Non ha incontrato Nathan Trevallion, e non pare abbia avuto chissà quale interazione con Catherine.
In ogni caso, il tempo per rimediare non manca. I Trevallion hanno bisogno di appoggio per affrontare le assurde peripezie a cui una parte dello Stato li sta sottoponendo. Un piccolo segnale del vescovo sarebbe importante, e nemmeno troppo faticoso da mandare.
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Alessandro Bastoni (Ansa)
Regione Lombardia assegna il riconoscimento «Rosa camuna» al difensore dell’Inter reo della sceneggiata con la Juve. Motivazione surreale: dopo averla fatta, si è scusato.
Dal tuffo in campo alla Rosa Camuna il passo non è breve. Ma nel calcio italiano - e nella politica che spesso gli gira attorno - può diventarlo. Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter, è stato insignito della massima onorificenza di Regione Lombardia, riconoscimento che negli anni è finito nelle mani di imprenditori, dirigenti, associazioni e personalità che hanno segnato la vita economica e civile del territorio.
La scelta ha acceso una discussione che travalica il semplice episodio sportivo e si addentra nel territorio, sempre scivoloso, dove calcio, politica e narrazione pubblica si incontrano. Il punto di partenza è noto. Durante Inter-Juve del 14 febbraio scorso, Bastoni accentua un contatto col difensore bianconero Pierre Kalulu. L’arbitro espelle il giocatore juventino, Bastoni esulta e la polemica divampa. Da lì il difensore nerazzurro è bersaglio di fischi in tutti gli stadi. Qualche giorno dopo, Bastoni ammette pubblicamente di aver sbagliato. Un episodio che, nella lettura dei promotori del premio, si trasforma da simulazione a esempio di responsabilità sportiva. La proposta di conferirgli la Rosa Camuna nasce al Pirellone. A presentarla è il presidente del Consiglio regionale Federico Romani, esponente di Fdi, col sostegno bipartisan del consigliere del Pd Pietro Bussolati: due interisti di ferro (il secondo è presidente dell’Inter Club al Pirellone). Nella motivazione ufficiale si parla di «maturità nel riconoscere pubblicamente un errore». Fin qui la versione istituzionale. Ma attorno alla vicenda si è rapidamente attivata quella che negli ambienti calcistici hanno definito «macchina narrativa nerazzurra», un sistema di solidarietà che nel mondo Inter raramente lascia soli i propri simboli. Dalle dichiarazioni di dirigenti e opinionisti fino ai commenti nei talk sportivi, la linea è diventata presto chiara: Bastoni non è il simulatore che gli avversari hanno dipinto, ma un giocatore che ha avuto il coraggio di dire la verità quando nessuno lo fa. Il risultato è una dinamica da riunione ad Appiano Gentile, per chi osserva da vicino il mondo interista: quando uno dei protagonisti finisce sotto accusa, la reazione è spesso compatta, quasi corporativa. In pochi giorni Bastoni è passato dall’esser criticato per una simulazione a diventare il simbolo di una sorta di «redenzione sportiva», caso esemplare da difendere pubblicamente. Ed è proprio qui che nasce il vero cortocircuito. Perché la Rosa Camuna, istituita nel 1996 e assegnata ogni anno in occasione della Festa della Lombardia, è tradizionalmente destinata a chi ha contribuito in modo significativo allo sviluppo economico, sociale o culturale della regione. Tra i premiati compaiono Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga, associazioni impegnate nel volontariato (come i City Angels) o realtà che operano quotidianamente sul territorio lombardo. Nel 2024 vinse il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta. Vedi a volte il caso.
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(Ansa)
Bomba nei pressi di un corteo a Teheran, uccisa una donna. Esplosioni pure in Libano durante la visita dell’inviato del Papa.
Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad allargarsi coinvolgendo progressivamente un’area sempre più ampia del Medio Oriente. Mentre gli attacchi militari si moltiplicano su diversi fronti, all’interno della Repubblica islamica cresce l’incertezza sulla stabilità del potere politico, alimentando rivalità e manovre tra alcune delle figure più influenti del regime. La campagna militare israeliana prosegue con intensità. Le Forze di difesa israeliane hanno reso noto che dall’avvio dell’operazione «Leone Ruggente», iniziata il 28 febbraio, sono stati effettuati oltre 7.600 attacchi sul territorio iraniano e più di 1.100 in Libano.
Secondo il bilancio diffuso dai vertici militari, circa 2.000 raid hanno preso di mira centri di comando e infrastrutture legate all’apparato del regime, mentre circa 4.700 operazioni hanno colpito strutture connesse al programma missilistico iraniano. In risposta ai bombardamenti, Teheran continua a lanciare missili e droni contro Israele, spesso in coordinamento con Hezbollah. La maggior parte dei vettori viene intercettata dalla difesa antiaerea israeliana, ma i frammenti che ricadono al suolo provocano comunque danni e feriti. Dall’inizio del conflitto, secondo i dati disponibili, 12 persone sono state uccise in Israele. Nuove esplosioni sono state segnalate anche a Tel Aviv, dove le sirene di allarme hanno risuonato dopo il rilevamento di missili provenienti dall’Iran. Le detonazioni sono state percepite fino a Gerusalemme, distante circa 50 chilometri. In serata un cratere si è aperto sull’autostrada 431, a Sud della città, dopo l’impatto di un ordigno che, secondo le prime ipotesi, potrebbe essere stato provocato da munizioni a grappolo.
L’escalation militare non riguarda soltanto Israele e il Golfo persico, attaccato anche ieri. Un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso la Turchia è stato intercettato e distrutto dalle difese aeree della Nato nel Mediterraneo orientale. Secondo il ministero della Difesa di Ankara si tratta del terzo episodio di questo tipo registrato dall’inizio della guerra. «Impediremo qualsiasi violazione del nostro spazio aereo», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, assicurando che la Turchia è pronta ad affrontare ogni eventualità per tenere il Paese fuori dalla cintura di fuoco del conflitto. Nelle stesse ore Ankara ha reso noto anche un episodio legato alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Una nave di proprietà di un armatore turco è riuscita ad attraversare il passaggio marittimo con l’autorizzazione delle autorità iraniane. Di fronte all’allargamento della crisi, Washington ha deciso di rafforzare la propria presenza militare nell’area.
Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, il Pentagono ha autorizzato il dispiegamento in Medio Oriente di una unità di spedizione dei Marines per rispondere all’aumento degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz. Il contingente potrebbe arrivare a comprendere fino a circa 5.000 militari. La guerra colpisce duramente anche il Libano. Nelle ultime ore l’aviazione israeliana ha effettuato nuovi bombardamenti in diverse zone del Paese, compresi i sobborghi meridionali di Beirut e alcune località della valle della Bekaa. L’Ordine di Malta ha annunciato la morte di Chadi Ammar, giovane membro dello staff dell’organizzazione in Libano, rimasto ucciso in un attacco aereo che ha colpito la località di Aïn Ebel, nel Sud del Paese.
Nel Sud del Libano le bombe sono cadute anche mentre era in corso la visita dell’inviato del Papa nei villaggi più devastati dal conflitto. Secondo il ministero della Sanità, dall’inizio della guerra sono morte 773 persone, tra cui oltre 100 bambini e 62 donne, mentre i feriti hanno superato quota 1.900. Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto la cessazione degli attacchi israeliani dopo aver incontrato a Beirut il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. «Il Libano non ha scelto questa guerra», ha dichiarato il premier, criticando anche i lanci di razzi di Hezbollah contro Israele. Salam ha inoltre affermato che il governo è impegnato nel disarmo delle milizie sciite e che oltre 500 postazioni militari e depositi di armi nel Sud del Paese sarebbero già stati smantellati. In risposta l’esercito israeliano ha annunciato il trasferimento di ulteriori truppe nel Nord del Paese in vista di una possibile espansione delle operazioni in Libano.
Mentre il conflitto si estende su più fronti cresce anche l’incertezza politica all’interno dell’Iran. In questo clima sta riemergendo Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ed ex presidente del Parlamento, tornato a esporsi pubblicamente insieme ad altre personalità, per rafforzare il proprio peso politico. Ieri era a Teheran alla manifestazione per la «Giornata di Quds», durante la quale sono stati lanciati slogan e minacce contro Israele e Usa. Nel corso del corteo una bomba è caduta nelle vicinanze provocando la morte di una donna. Resta intanto avvolta nel mistero la condizione della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, intervistato da Fox News Radio, ha dichiarato di ritenere che il leader iraniano possa essere stato gravemente ferito ma non necessariamente ucciso: «Credo che sia stato colpito duramente, ma penso che probabilmente sia ancora vivo». In Israele, invece, diversi ambienti della sicurezza ritengono che Mojtaba possa essere morto già nei primi giorni di guerra. Trump ha inoltre aggiunto che la Russia starebbe offrendo un certo livello di supporto a Teheran.
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