2019-03-07
Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può darsi, ma un amico non lo si può scegliere sulla base elle relazioni politiche o delle inchieste prossime venture.
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo gli attacchi incrociati, il regime comunica agli Usa che gestirà in esclusiva lo Stretto per un mese, limitando la navigazione Una mossa per ottenere l’ok al pedaggio sui transiti. Trump sbotta: «Quando smetteremo di essere ragionevoli, non esisterete più».
Il conflitto fra Usa e Iran s’è riacceso ieri con attacchi incrociati che fanno scricchiolare la fragile tregua. E minacciano di far naufragare i prossimi colloqui Teheran-Washington previsti il 2 luglio a Doha, in Qatar, insieme ai mediatori pachistani e qatarioti, sebbene indiscrezioni del Wall Street Journal abbiano parlato di colloqui riservati da tenersi ieri in Svizzera, già saltati per le scaramucce.
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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Eugenia Roccella (Ansa)
La titolare della Famiglia bersagliata sui social dai soliti «buonisti» di sinistra dopo la scomparsa del marito nel lago. Meloni: «Commenti ignobili e disumani, che schifo».
Sono ore di angoscia senza fine quelle che sta vivendo il ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella. Da sabato suo marito Luigi Cavallari, ingegnere di 84 anni, professore universitario stimato e figura da sempre lontana dai riflettori, è disperso nelle acque del lago di Vico, nel Viterbese. Un pomeriggio di svago trasformatosi in dramma nel giro di pochi minuti, un tuffo e l’uomo non è più riemerso.
Cavallari e la moglie si trovavano a bordo di una piccola imbarcazione in località Fiorò, nel Comune di Ronciglione. Stando a una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri, l’uomo sarebbe riemerso per qualche istante dopo il tuffo, il tempo di dire alla moglie di non sentirsi bene. Ma la barca, che non era ancorata, nel frattempo si era allontanata, rendendo impossibile un intervento immediato.
È stata proprio la Roccella a dare l’allarme, facendo scattare la macchina dei soccorsi. L’incidente è avvenuto a poche decine di metri dalla riva, in una zona molto frequentata: nelle vicinanze c’erano numerosi bagnanti e i clienti di un ristorante affacciato sul lago. Dopo essere stata portata a riva, Roccella è stata accompagnata nella casa sua e del marito in provincia di Viterbo, in località Rio Vicano, dove attende notizie in uno stato di comprensibile disperazione.
Le operazioni si sono articolate su più fronti: ricerche visive da parte dei sommozzatori, impiego di Rov, ovvero sonde filoguidate dotate di telecamere, ecoscandagli e termocamere. La sfida più grande che le squadre di soccorso si trovano ad affrontare è la scarsissima visibilità sott’acqua. Lo ha spiegato chiaramente il vicario del prefetto di Viterbo, Andrea Nino Caputo, presente sul posto a coordinare le operazioni: «Stanno procedendo ininterrottamente le ricerche nel lago di Vico per individuare il coniuge del ministro Eugenia Roccella. Si sta procedendo con verifiche da parte dei sommozzatori ma anche con strumenti che aiutano l’operazione mirata nel lago. Si tratta di una ricerca particolarmente complessa per lo scenario: la visibilità è molto bassa già a pelo dell’acqua, quindi più si scende più si riduce ed è prossima allo zero».
Non appena la notizia della scomparsa di Cavallari si è diffusa in rete, su piattaforme come X, Facebook e Instagram si sono moltiplicati commenti di una ferocia inaudita. Chi si definisce «antifascista», chi si dichiara pro Palestina, chi semplicemente nutre un odio viscerale per il governo Meloni ha trasformato la tragedia di una famiglia in un’occasione di sfogo e di esultanza. C’è chi ha scritto «dovrebbero andare tutti lì», riferendosi agli altri ministri del governo e al lago teatro della tragedia. C’è chi ha tirato in ballo Gaza con una logica distorta: «Ora la Roccella proverà quello che provano le mogli e le madri di Gaza». C’è chi ha insinuato che il ministro avrebbe «consentito» a un uomo anziano di tuffarsi, attribuendole una responsabilità morale nell’accaduto. Qualcuno, con cinismo da brividi, ha commentato «se ne sarà scappato da lei». «Ora avrà meno tempo per provare ad abrogare le unioni civili», un altro vergognoso commento.
L’ondata di odio ha suscitato la feroce reazione del premier Giorgia Meloni: «C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato, ed è quello del rispetto dovuto alla sofferenza umana. Quando si arriva a colpire una persona in un momento così, non si è più nel campo dello scontro politico, ma in quello della miseria morale. È anche il frutto di un clima avvelenato che alcuni hanno alimentato, legittimando odio, disumanizzazione e disprezzo. Questo schifo dovrebbe indignare tutti».
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