2019-03-07
Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
Donald Trump (Ansa)
La Repubblica islamica dice no alle proposte, ma rilancia con 10 punti. The Donald: «Passo in avanti, però non basta».
Sono ore di alta tensione quelle che sta attraversando la crisi iraniana. Stasera (alle ore 20 di Washington Dc), è prevista la scadenza dell’ultimatum fissato da Donald Trump: a meno che Teheran non riapra lo Stretto di Hormuz, il presidente statunitense, che domenica non ha escluso l’eventualità di schierare truppe di terra, si è detto pronto a colpire le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica.
Uno scenario, questo, che ha innescato la dura reazione del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. «Le conseguenze di una situazione del genere non si limiteranno all’Iran e alla regione, ma avranno anche effetti devastanti sull’energia e sull’economia globali, per i quali la responsabilità ricadrà esclusivamente sui funzionari statunitensi e sugli aggressori», ha dichiarato, minacciando anche una «reazione decisa e completa» in caso di attacco americano.
Resta intanto avvolto nell’incertezza il destino del cessate il fuoco di 45 giorni di cui Stati Uniti e Iran starebbero discutendo attraverso la mediazione di vari attori regionali, a partire dal Pakistan. Da quanto si apprende, la tregua prevedrebbe che Teheran riapra gradualmente Hormuz, diminuendo anche le proprie scorte di uranio, mentre gli Usa sbloccherebbero miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Nella seconda fase, si avvierebbero invece dei negoziati per un’intesa a lungo termine.
Ieri, Teheran ha respinto l’idea di un cessate il fuoco, dicendosi invece favorevole a una conclusione definitiva del conflitto. Nell’occasione, il regime khomeinista ha presentato dieci clausole, che trattano di vari argomenti: dalla revoca delle sanzioni alla ricostruzione postbellica, passando per il futuro dello Stretto di Hormuz. «Possiamo continuare la guerra finché le autorità politiche lo riterranno opportuno», ha dichiarato il portavoce dell’esercito di Teheran, Mohammad Akraminia.
«Hanno fatto una proposta, ed è una proposta significativa. È un passo significativo. Non è sufficiente, ma è un passo molto significativo», ha detto ieri Trump, riferendosi alla controproposta iraniana. «Hanno fatto un passo avanti, sono in trattativa. Vedremo cosa succederà», ha aggiunto, aprendo così uno spiraglio diplomatico. «Il primo regime è stato rovesciato, il secondo regime è stato rovesciato. Ora il terzo gruppo di persone con cui abbiamo a che fare non è così radicalizzato e pensiamo che siano in realtà molto più intelligenti», ha proseguito, per poi ribadire che oggi scadrà l’ultimatum relativo alla riapertura di Hormuz. «Non posso parlare di cessate il fuoco, ma posso dirvi che dall’altra parte abbiamo un partecipante attivo e disponibile. Vorrebbero raggiungere un accordo. Non posso dire altro», ha continuato.
Il presidente americano ha altresì sottolineato che il suo vice, JD Vance, «potrebbe» essere coinvolto in eventuali colloqui diretti tra Washington e Teheran. «L’intero Paese può essere messo fuori combattimento in una sola notte», ha detto Trump durante una conferenza stampa dedicata allo storico salvataggio dei piloti statunitensi in Iran. «E quella notte potrebbe essere domani sera», ha proseguito, riferendosi alla scadenza dell’ultimatum. «Nell’esercito degli Stati Uniti non lasciamo indietro nessun americano», ha anche detto, elogiando l’operazione di salvataggio dei piloti, per poi tornare a dirsi «molto deluso» dal comportamento dell’Alleanza atlantica. Il presidente ha inoltre espresso notevole interesse nei confronti del greggio iraniano.
Insomma, la situazione generale resta appesa a un filo. Il regime khomeinista è internamente spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian) e una battagliera, che è legata ai pasdaran: quegli stessi pasdaran che, proprio ieri, hanno annunciato che la situazione a Hormuz «non tornerà mai più allo stato precedente, soprattutto per gli Stati Uniti e Israele». Non è un caso che Israele e Stati Uniti stiano continuando ad aumentare la pressione militare sulle Guardie della rivoluzione: è in questo quadro che, sempre ieri, lo Stato ebraico ha reso nota l’eliminazione del capo dell’intelligence dei pasdaran, Majid Khademi.
Dall’altra parte, Trump sta cercando di accelerare la conclusione del conflitto, essendo preoccupato per il notevole aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: il che rappresenta potenzialmente un problema rilevante per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Tuttavia, oltre alla linea dura dei pasdaran, il presidente americano deve far fronte anche allo scetticismo di alcuni alleati. Secondo Channel 12, l’altro ieri Benjamin Netanyahu avrebbe sconsigliato a Trump di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con gli iraniani: una prospettiva, quella del premier israeliano, che sarebbe condivisa anche da sauditi ed emiratini. Di contro, Pakistan e Turchia spingono per la soluzione diplomatica. «Ci stiamo impegnando per cogliere ogni opportunità, per quanto piccola, affinché le ostilità cessino e si aprano i negoziati», ha affermato ieri Recep Tayyip Erdogan. «Il governo israeliano ha continuato a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra», ha aggiunto il presidente turco.
Del resto, anche all’interno dell’amministrazione americana si registra una dialettica sotterranea. Se il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso una tregua, di tutt’altro avviso appare Vance che, come abbiamo visto, sta assumendo un ruolo centrale nell’iniziativa diplomatica con cui la Casa Bianca sta cercando di chiudere il conflitto con Teheran.
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(Ansa)
A Brindisi solo riserve limitate per voli statali, di ricerca e soccorso, e ospedalieri. Quantità scarse anche a Reggio Calabria e Pescara. Un nuovo problema per l’esecutivo mentre il ministro Pichetto Fratin prevede risorse solamente per un altro mese.
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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(Getty Images)
Nonostante la narrazione, il «passaggio in transito» è sancito dal diritto internazionale.
Ogni volta che la tensione nel Golfo Persico sale, riemerge come un riflesso automatico la stessa frase: «L’Iran potrebbe chiudere lo Stretto di Hormuz». È diventata quasi uno slogan, ripetuto da analisti, giornalisti e talvolta anche da esponenti politici, come se si trattasse di una facoltà naturale di Teheran.
Domenico Vecchioni, già ambasciatore italiano a Cuba.
Ma è davvero così? Davvero lo Stretto di Hormuz è, per usare una metafora efficace, una sorta di «lago iraniano»? La risposta, dal punto di vista del diritto internazionale, è netta: no. Hormuz è uno degli esempi più classici di Stretto internazionale, cioè di un passaggio marittimo che collega due bacini e che è indispensabile per la navigazione globale. In questi casi non si applica la sovranità piena degli Stati costieri, ma un regime giuridico speciale, codificato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos): quello del «passaggio in transito».
Qui sta il punto che troppo spesso viene dimenticato - o volutamente ignorato perché non politicamente corretto.
Il passaggio in transito non è una concessione, ma un diritto della Comunità internazionale. Le navi, civili e militari, possono attraversare lo Stretto senza dover chiedere permessi, senza poter essere fermate arbitrariamente e, soprattutto, senza che lo Stato rivierasco possa sospendere tale diritto. Unica eccezione riguarda le navi che, in caso di conflitto, potrebbero minacciare la sicurezza dello Stato rivierasco. Il «passaggio in transito» insomma non è un dettaglio tecnico: è il pilastro che garantisce la circolazione delle merci, dell’energia, della stessa economia mondiale.
È vero peraltro che l’Iran ha firmato, ma non ratificato la Convenzione Unclos. Ma va tenuto presente che le norme sugli Stretti sono oramai parte del diritto internazionale consuetudinario e si applicano quindi anche agli Stati che non fanno parte della suddetta Convenzione.
Eppure, nel racconto corrente, tutto questo scompare. Si parla di Hormuz come se fosse sotto il controllo discrezionale dell’Iran, come se Teheran potesse decidere chi passa, quando passa e a quali condizioni. È una rappresentazione profondamente fuorviante.
Intanto, lo Stretto non appartiene a un solo Stato. Sulla sponda opposta si affaccia l’Oman, e le acque sono condivise. Già questo basterebbe a escludere qualsiasi pretesa unilaterale. Ma soprattutto, il diritto internazionale - anche nella sua dimensione consuetudinaria, come abbiamo visto - esclude che uno Stato possa trasformare uno Stretto internazionale in una sorta di casello autostradale.
L’idea, talvolta evocata, di imporre dazi o pedaggi per il passaggio è semplicemente incompatibile con questo regime giuridico. Non si paga per transitare in uno Stretto internazionale, se non per servizi effettivamente resi. Diversamente, si violerebbe un principio consolidato e condiviso.
Naturalmente, la realtà è più complessa del diritto. L’Iran utilizza lo Stretto come strumento di pressione strategica: minacce di chiusura, sequestri di navi, controlli aggressivi. Ma qui siamo già fuori dal terreno del diritto e dentro quello, ben più scivoloso, della forza.
Ed è proprio questa confusione tra ciò che è possibile e ciò che è legittimo a inquinare il dibattito. Che l’Iran possa, in determinate circostanze, ostacolare il traffico è un dato di fatto. Che abbia il diritto di farlo è un’altra questione - e la risposta, ancora una volta, è negativa.
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