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2018-09-11
I vescovi degli States chiedono un sinodo. Ma il Vaticano studia l’attacco all’ex nunzio
Ansa
Alcune indiscrezioni si fanno strada e lasciano pensare che qualcosa al di là del Tevere si sta muovendo. Forse non una risposta precisa alle circostanze riportate nel memoriale dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, ma qualcosa succederà.
Innanzitutto, sembra prossimo l'arrivo a Roma del cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi statunitensi, che in un comunicato dello scorso 27 agosto aveva dichiarato di essere «desideroso di un'udienza con il Santo Padre per ottenere il suo sostegno al nostro piano d'azione» per far fronte alla crisi degli abusi nel clero che sta devastando la chiesa americana. Peraltro pare che Di Nardo avesse chiesto udienza al Papa anche nel luglio scorso, prima che venissero accettate le dimissioni dal collegio cardinalizio dell'ex cardinale Theodore McCarrick il 28 luglio 2018. Senza però ricevere risposta. Comunque Di Nardo è tra i presuli statunitensi che ha mostrato di prendere sul serio il dossier Viganò, senza per questo sposarlo in tutto e per tutto, ma dicendo che gli interrogativi sollevati dal documento dell'ex nunzio «meritano risposte basate su prove».
È una linea condivisa in modo esplicito da almeno una ventina di vescovi americani, tra cui anche l'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che La Verità ha intervistato ieri. La richiesta di indagini «basate su prove» fa il paio con il suggerimento avanzato da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, che durante un incontro al seminario San Carlo Borromeo dello scorso 30 agosto, ha detto di aver scritto a Francesco invitandolo a «cancellare il prossimo sinodo sui giovani. In questo momento», ha detto, «i vescovi non avrebbero assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». La richiesta era stata avanzata anche da monsignor Philip Egan di Portsmouth, in Inghilterra, e da domenica vi si è aggiunto monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler in Texas. «Sostengo», ha scritto in un tweet, «l'arcivescovo Charles Chaput, il vescovo Edward Burns e altri vescovi che hanno chiesto che il Sinodo sui giovani venga cancellato e sostituito con un sinodo straordinario dei vescovi per affrontare la crisi degli abusi nella Chiesa. Questa crisi deve essere affrontata». Il 29 agosto, infatti, monsignor Edward Burns, vescovo di Dallas, aveva chiesto al Papa l'indizione di un sinodo straordinario che affrontasse il tema della protezione dei bambini e il rapporto con le vittime degli abusi, nello stesso tempo anche «l'abuso di potere, il clericalismo, la responsabilità e la comprensione della trasparenza nella Chiesa».
Dal 22 al 25 settembre il Papa sarà impegnato in un viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, quindi l'incontro con DiNardo e altri presuli americani potrebbe avvenire prima di questa partenza, all'inizio della prossima settimana. Si tratta di un incontro fondamentale, ma non è tutto. Sono altre le voci che si rincorrono sulle iniziative che il Papa e i suoi collaboratori starebbero per prendere al fine di rispondere al terremoto causato dal dossier Viganò. Una prima voce riguarda il coinvolgimento di diversi canonisti per valutare sanzioni dirette nei confronti dell'ex nunzio, in particolare riguardo alla possibile violazione del segreto di Stato da parte di Viganò; un'altra voce parla di un imprecisato dossier che si starebbe preparando per rispondere ai contenuti del memoriale, il quale, come sappiamo, chiama in causa tre papi e tre segretari di Stato vaticani in vario modo e titolo. Di entrambe queste indiscrezioni non ci sono conferme, anche se diverse fonti assicurano che qualcosa si sta effettivamente preparando, ma non è chiaro in che forma e soprattutto come verrà utilizzato.
Secondo il sito statunitense Church Militant sarebbe addirittura in corso una sorta di caccia all'uomo per trovare e raggiungere Viganò, un lavoro che vedrebbe impegnata l'intelligence vaticana, guidata dagli uomini di Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza dello Stato di Città del Vaticano, già ufficiale della guardia di finanza italiana ed ex membro del Sisde. Al di là dei risvolti in stile Mission Impossible, comminare una sanzione a Viganò, senza fornire puntuali risposte alle diverse domande che solleva il suo memoriale, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Qualcosa si muove nelle sacre stanze, la scelta del silenzio e della penitenza non potrà essere l'unica risposta ai molti interrogativi sollevati dal dossier Viganò. La tesi del complotto ordito contro Francesco è debole, e soprattutto non regge l'urto che arriva dagli Stati Uniti, dove vescovi e laici chiedono che si proceda a «risposte basate su prove».
Lorenzo Bertocchi
La difesa dei «pretoriani» è questa: chi osa dubitare è contro la Chiesa
Dopo la risposta del Papa alla giornalista Anna Matranga della Nbc sul volo di ritorno da Dublino, molta stampa ha costruito una narrazione sul memoriale dell'ex nunzio Viganò. «Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni», ha detto Francesco nella conferenza stampa sull'aereo. Da questo incipit in molti casi è scaturito una specie di romanzo giornalistico in cui le tinte sono passate dal giallo, al nero, con venature di spionaggio e thriller.
La parola più gettonata per definire il memoriale e i media che lo hanno pubblicato è «operazione». Su Vatican Insider, blog della Stampa che si occupa di cose vaticane, troviamo una sintesi perfetta della trama costruita su «l'operazione». La scrive Gianni Valente: «Lui», cioè Viganò, «e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell'intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all'altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati». Il racconto, bisogna dirlo, promette bene.
Però ci vuole un po' di politica per rendere più appetibile il plot. Ci pensa Louis Badilla, il direttore del blog paravaticano Il Sismografo: «Dietro a Viganò si nasconde la più bieca destra politica cattolica statunitense e alcuni burattini europei. È già accaduto e accadrà molte altre volte. Ovviamente in ogni momento, a seconda la natura dell'operazione, questa ideologia saprà trovare giornalisti, presuli vari, cardinali, arcivescovi, vescovi e altri, per colpire. Francesco, per la destra Usa ed europea, cattolica e non, politica, economica, parlamentare e religiosa, è un nemico e uno ostacolo». Aggiungete un po' di petroldollari e una spruzzata di Steve Bannon e avrete completato i contorni del film.
Sul Fatto quotidiano di ieri una didascalia definisce il retroscena. Francesco «da tre anni è assediato dai clericali allergici alla misericordia e sostenitori di una chiesa rigida e dottrinaria, politicamente schierata con il populismo xenofobo». Intanto sul Clarin, in Argentina, Elisabetta Piquet parla di «fazione ultraconservatrice». Però sappiamo che ogni buon racconto si regge su uno scontro, ma dall'altra parte non pensiate che ci sia semplicemente il Papa. No, per dare ritmo alla storia dobbiamo pensare agli «ultraliberal», o meglio i «modernisti».
«Destra» e «sinistra», «conservative» e «liberal», sono contenitori utili alla narrazione, ma sintomo di un bubbone, quello di una interpretazione esclusivamente politica delle cose di chiesa. Quattro cardinali che mostrano i loro dubia al Papa su un punto che ritengono ambiguo, diventano quattro rigidi dottrinari contro Francesco, e non conta che uno di loro, il cardinale Carlo Caffarra, morto un anno fa, avrebbe preferito sentir dire che aveva un amante piuttosto che fosse ritenuto contro il Papa.
«Destra» e «sinistra» nella Chiesa sono contenitori in cui si fanno rientrare da una parte i «rigidi», dall'altra i «morbidi», ma la domanda da porsi è: in riferimento a cosa? Al nostro sentire personale? Alle mode del momento? A un partito politico? Perché è questo riferimento che giudica della bontà o meno di una posizione, il resto è storytelling. La chiesa per questo ha un depositum fidei da custodire (e far sviluppare in modo omogeneo senza contraddizioni) che possiamo vedere espresso, come fonte prossima, nel catechismo.
Il caso Viganò, anzi «l'operazione», non ha a che fare con questo depositum, almeno non direttamente. È questione più bassa, se vogliamo. Ma cavarsela con le solite etichette è un film già visto, che non soddisfa più e non risolve i problemi.
Lorenzo Bertocchi
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Il clero Usa pressa il Papa sul dramma degli abusi: possibile incontro a breve. Da Roma filtra la notizia di un controdossier.La propaganda travolge chi pone domande. Tirati in ballo ultradestra e poteri deviati.Lo speciale contiene due articoliAlcune indiscrezioni si fanno strada e lasciano pensare che qualcosa al di là del Tevere si sta muovendo. Forse non una risposta precisa alle circostanze riportate nel memoriale dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, ma qualcosa succederà.Innanzitutto, sembra prossimo l'arrivo a Roma del cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi statunitensi, che in un comunicato dello scorso 27 agosto aveva dichiarato di essere «desideroso di un'udienza con il Santo Padre per ottenere il suo sostegno al nostro piano d'azione» per far fronte alla crisi degli abusi nel clero che sta devastando la chiesa americana. Peraltro pare che Di Nardo avesse chiesto udienza al Papa anche nel luglio scorso, prima che venissero accettate le dimissioni dal collegio cardinalizio dell'ex cardinale Theodore McCarrick il 28 luglio 2018. Senza però ricevere risposta. Comunque Di Nardo è tra i presuli statunitensi che ha mostrato di prendere sul serio il dossier Viganò, senza per questo sposarlo in tutto e per tutto, ma dicendo che gli interrogativi sollevati dal documento dell'ex nunzio «meritano risposte basate su prove».È una linea condivisa in modo esplicito da almeno una ventina di vescovi americani, tra cui anche l'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che La Verità ha intervistato ieri. La richiesta di indagini «basate su prove» fa il paio con il suggerimento avanzato da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, che durante un incontro al seminario San Carlo Borromeo dello scorso 30 agosto, ha detto di aver scritto a Francesco invitandolo a «cancellare il prossimo sinodo sui giovani. In questo momento», ha detto, «i vescovi non avrebbero assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». La richiesta era stata avanzata anche da monsignor Philip Egan di Portsmouth, in Inghilterra, e da domenica vi si è aggiunto monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler in Texas. «Sostengo», ha scritto in un tweet, «l'arcivescovo Charles Chaput, il vescovo Edward Burns e altri vescovi che hanno chiesto che il Sinodo sui giovani venga cancellato e sostituito con un sinodo straordinario dei vescovi per affrontare la crisi degli abusi nella Chiesa. Questa crisi deve essere affrontata». Il 29 agosto, infatti, monsignor Edward Burns, vescovo di Dallas, aveva chiesto al Papa l'indizione di un sinodo straordinario che affrontasse il tema della protezione dei bambini e il rapporto con le vittime degli abusi, nello stesso tempo anche «l'abuso di potere, il clericalismo, la responsabilità e la comprensione della trasparenza nella Chiesa».Dal 22 al 25 settembre il Papa sarà impegnato in un viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, quindi l'incontro con DiNardo e altri presuli americani potrebbe avvenire prima di questa partenza, all'inizio della prossima settimana. Si tratta di un incontro fondamentale, ma non è tutto. Sono altre le voci che si rincorrono sulle iniziative che il Papa e i suoi collaboratori starebbero per prendere al fine di rispondere al terremoto causato dal dossier Viganò. Una prima voce riguarda il coinvolgimento di diversi canonisti per valutare sanzioni dirette nei confronti dell'ex nunzio, in particolare riguardo alla possibile violazione del segreto di Stato da parte di Viganò; un'altra voce parla di un imprecisato dossier che si starebbe preparando per rispondere ai contenuti del memoriale, il quale, come sappiamo, chiama in causa tre papi e tre segretari di Stato vaticani in vario modo e titolo. Di entrambe queste indiscrezioni non ci sono conferme, anche se diverse fonti assicurano che qualcosa si sta effettivamente preparando, ma non è chiaro in che forma e soprattutto come verrà utilizzato. Secondo il sito statunitense Church Militant sarebbe addirittura in corso una sorta di caccia all'uomo per trovare e raggiungere Viganò, un lavoro che vedrebbe impegnata l'intelligence vaticana, guidata dagli uomini di Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza dello Stato di Città del Vaticano, già ufficiale della guardia di finanza italiana ed ex membro del Sisde. Al di là dei risvolti in stile Mission Impossible, comminare una sanzione a Viganò, senza fornire puntuali risposte alle diverse domande che solleva il suo memoriale, potrebbe rivelarsi un boomerang.Qualcosa si muove nelle sacre stanze, la scelta del silenzio e della penitenza non potrà essere l'unica risposta ai molti interrogativi sollevati dal dossier Viganò. La tesi del complotto ordito contro Francesco è debole, e soprattutto non regge l'urto che arriva dagli Stati Uniti, dove vescovi e laici chiedono che si proceda a «risposte basate su prove». Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vescovi-degli-states-chiedono-un-sinodo-ma-il-vaticano-studia-lattacco-allex-nunzio-2603777876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-dei-pretoriani-e-questa-chi-osa-dubitare-e-contro-la-chiesa" data-post-id="2603777876" data-published-at="1777634517" data-use-pagination="False"> La difesa dei «pretoriani» è questa: chi osa dubitare è contro la Chiesa Dopo la risposta del Papa alla giornalista Anna Matranga della Nbc sul volo di ritorno da Dublino, molta stampa ha costruito una narrazione sul memoriale dell'ex nunzio Viganò. «Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni», ha detto Francesco nella conferenza stampa sull'aereo. Da questo incipit in molti casi è scaturito una specie di romanzo giornalistico in cui le tinte sono passate dal giallo, al nero, con venature di spionaggio e thriller. La parola più gettonata per definire il memoriale e i media che lo hanno pubblicato è «operazione». Su Vatican Insider, blog della Stampa che si occupa di cose vaticane, troviamo una sintesi perfetta della trama costruita su «l'operazione». La scrive Gianni Valente: «Lui», cioè Viganò, «e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell'intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all'altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati». Il racconto, bisogna dirlo, promette bene. Però ci vuole un po' di politica per rendere più appetibile il plot. Ci pensa Louis Badilla, il direttore del blog paravaticano Il Sismografo: «Dietro a Viganò si nasconde la più bieca destra politica cattolica statunitense e alcuni burattini europei. È già accaduto e accadrà molte altre volte. Ovviamente in ogni momento, a seconda la natura dell'operazione, questa ideologia saprà trovare giornalisti, presuli vari, cardinali, arcivescovi, vescovi e altri, per colpire. Francesco, per la destra Usa ed europea, cattolica e non, politica, economica, parlamentare e religiosa, è un nemico e uno ostacolo». Aggiungete un po' di petroldollari e una spruzzata di Steve Bannon e avrete completato i contorni del film. Sul Fatto quotidiano di ieri una didascalia definisce il retroscena. Francesco «da tre anni è assediato dai clericali allergici alla misericordia e sostenitori di una chiesa rigida e dottrinaria, politicamente schierata con il populismo xenofobo». Intanto sul Clarin, in Argentina, Elisabetta Piquet parla di «fazione ultraconservatrice». Però sappiamo che ogni buon racconto si regge su uno scontro, ma dall'altra parte non pensiate che ci sia semplicemente il Papa. No, per dare ritmo alla storia dobbiamo pensare agli «ultraliberal», o meglio i «modernisti». «Destra» e «sinistra», «conservative» e «liberal», sono contenitori utili alla narrazione, ma sintomo di un bubbone, quello di una interpretazione esclusivamente politica delle cose di chiesa. Quattro cardinali che mostrano i loro dubia al Papa su un punto che ritengono ambiguo, diventano quattro rigidi dottrinari contro Francesco, e non conta che uno di loro, il cardinale Carlo Caffarra, morto un anno fa, avrebbe preferito sentir dire che aveva un amante piuttosto che fosse ritenuto contro il Papa. «Destra» e «sinistra» nella Chiesa sono contenitori in cui si fanno rientrare da una parte i «rigidi», dall'altra i «morbidi», ma la domanda da porsi è: in riferimento a cosa? Al nostro sentire personale? Alle mode del momento? A un partito politico? Perché è questo riferimento che giudica della bontà o meno di una posizione, il resto è storytelling. La chiesa per questo ha un depositum fidei da custodire (e far sviluppare in modo omogeneo senza contraddizioni) che possiamo vedere espresso, come fonte prossima, nel catechismo. Il caso Viganò, anzi «l'operazione», non ha a che fare con questo depositum, almeno non direttamente. È questione più bassa, se vogliamo. Ma cavarsela con le solite etichette è un film già visto, che non soddisfa più e non risolve i problemi. Lorenzo Bertocchi
Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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