True
2018-09-11
I vescovi degli States chiedono un sinodo. Ma il Vaticano studia l’attacco all’ex nunzio
Ansa
Alcune indiscrezioni si fanno strada e lasciano pensare che qualcosa al di là del Tevere si sta muovendo. Forse non una risposta precisa alle circostanze riportate nel memoriale dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, ma qualcosa succederà.
Innanzitutto, sembra prossimo l'arrivo a Roma del cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi statunitensi, che in un comunicato dello scorso 27 agosto aveva dichiarato di essere «desideroso di un'udienza con il Santo Padre per ottenere il suo sostegno al nostro piano d'azione» per far fronte alla crisi degli abusi nel clero che sta devastando la chiesa americana. Peraltro pare che Di Nardo avesse chiesto udienza al Papa anche nel luglio scorso, prima che venissero accettate le dimissioni dal collegio cardinalizio dell'ex cardinale Theodore McCarrick il 28 luglio 2018. Senza però ricevere risposta. Comunque Di Nardo è tra i presuli statunitensi che ha mostrato di prendere sul serio il dossier Viganò, senza per questo sposarlo in tutto e per tutto, ma dicendo che gli interrogativi sollevati dal documento dell'ex nunzio «meritano risposte basate su prove».
È una linea condivisa in modo esplicito da almeno una ventina di vescovi americani, tra cui anche l'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che La Verità ha intervistato ieri. La richiesta di indagini «basate su prove» fa il paio con il suggerimento avanzato da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, che durante un incontro al seminario San Carlo Borromeo dello scorso 30 agosto, ha detto di aver scritto a Francesco invitandolo a «cancellare il prossimo sinodo sui giovani. In questo momento», ha detto, «i vescovi non avrebbero assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». La richiesta era stata avanzata anche da monsignor Philip Egan di Portsmouth, in Inghilterra, e da domenica vi si è aggiunto monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler in Texas. «Sostengo», ha scritto in un tweet, «l'arcivescovo Charles Chaput, il vescovo Edward Burns e altri vescovi che hanno chiesto che il Sinodo sui giovani venga cancellato e sostituito con un sinodo straordinario dei vescovi per affrontare la crisi degli abusi nella Chiesa. Questa crisi deve essere affrontata». Il 29 agosto, infatti, monsignor Edward Burns, vescovo di Dallas, aveva chiesto al Papa l'indizione di un sinodo straordinario che affrontasse il tema della protezione dei bambini e il rapporto con le vittime degli abusi, nello stesso tempo anche «l'abuso di potere, il clericalismo, la responsabilità e la comprensione della trasparenza nella Chiesa».
Dal 22 al 25 settembre il Papa sarà impegnato in un viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, quindi l'incontro con DiNardo e altri presuli americani potrebbe avvenire prima di questa partenza, all'inizio della prossima settimana. Si tratta di un incontro fondamentale, ma non è tutto. Sono altre le voci che si rincorrono sulle iniziative che il Papa e i suoi collaboratori starebbero per prendere al fine di rispondere al terremoto causato dal dossier Viganò. Una prima voce riguarda il coinvolgimento di diversi canonisti per valutare sanzioni dirette nei confronti dell'ex nunzio, in particolare riguardo alla possibile violazione del segreto di Stato da parte di Viganò; un'altra voce parla di un imprecisato dossier che si starebbe preparando per rispondere ai contenuti del memoriale, il quale, come sappiamo, chiama in causa tre papi e tre segretari di Stato vaticani in vario modo e titolo. Di entrambe queste indiscrezioni non ci sono conferme, anche se diverse fonti assicurano che qualcosa si sta effettivamente preparando, ma non è chiaro in che forma e soprattutto come verrà utilizzato.
Secondo il sito statunitense Church Militant sarebbe addirittura in corso una sorta di caccia all'uomo per trovare e raggiungere Viganò, un lavoro che vedrebbe impegnata l'intelligence vaticana, guidata dagli uomini di Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza dello Stato di Città del Vaticano, già ufficiale della guardia di finanza italiana ed ex membro del Sisde. Al di là dei risvolti in stile Mission Impossible, comminare una sanzione a Viganò, senza fornire puntuali risposte alle diverse domande che solleva il suo memoriale, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Qualcosa si muove nelle sacre stanze, la scelta del silenzio e della penitenza non potrà essere l'unica risposta ai molti interrogativi sollevati dal dossier Viganò. La tesi del complotto ordito contro Francesco è debole, e soprattutto non regge l'urto che arriva dagli Stati Uniti, dove vescovi e laici chiedono che si proceda a «risposte basate su prove».
Lorenzo Bertocchi
La difesa dei «pretoriani» è questa: chi osa dubitare è contro la Chiesa
Dopo la risposta del Papa alla giornalista Anna Matranga della Nbc sul volo di ritorno da Dublino, molta stampa ha costruito una narrazione sul memoriale dell'ex nunzio Viganò. «Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni», ha detto Francesco nella conferenza stampa sull'aereo. Da questo incipit in molti casi è scaturito una specie di romanzo giornalistico in cui le tinte sono passate dal giallo, al nero, con venature di spionaggio e thriller.
La parola più gettonata per definire il memoriale e i media che lo hanno pubblicato è «operazione». Su Vatican Insider, blog della Stampa che si occupa di cose vaticane, troviamo una sintesi perfetta della trama costruita su «l'operazione». La scrive Gianni Valente: «Lui», cioè Viganò, «e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell'intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all'altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati». Il racconto, bisogna dirlo, promette bene.
Però ci vuole un po' di politica per rendere più appetibile il plot. Ci pensa Louis Badilla, il direttore del blog paravaticano Il Sismografo: «Dietro a Viganò si nasconde la più bieca destra politica cattolica statunitense e alcuni burattini europei. È già accaduto e accadrà molte altre volte. Ovviamente in ogni momento, a seconda la natura dell'operazione, questa ideologia saprà trovare giornalisti, presuli vari, cardinali, arcivescovi, vescovi e altri, per colpire. Francesco, per la destra Usa ed europea, cattolica e non, politica, economica, parlamentare e religiosa, è un nemico e uno ostacolo». Aggiungete un po' di petroldollari e una spruzzata di Steve Bannon e avrete completato i contorni del film.
Sul Fatto quotidiano di ieri una didascalia definisce il retroscena. Francesco «da tre anni è assediato dai clericali allergici alla misericordia e sostenitori di una chiesa rigida e dottrinaria, politicamente schierata con il populismo xenofobo». Intanto sul Clarin, in Argentina, Elisabetta Piquet parla di «fazione ultraconservatrice». Però sappiamo che ogni buon racconto si regge su uno scontro, ma dall'altra parte non pensiate che ci sia semplicemente il Papa. No, per dare ritmo alla storia dobbiamo pensare agli «ultraliberal», o meglio i «modernisti».
«Destra» e «sinistra», «conservative» e «liberal», sono contenitori utili alla narrazione, ma sintomo di un bubbone, quello di una interpretazione esclusivamente politica delle cose di chiesa. Quattro cardinali che mostrano i loro dubia al Papa su un punto che ritengono ambiguo, diventano quattro rigidi dottrinari contro Francesco, e non conta che uno di loro, il cardinale Carlo Caffarra, morto un anno fa, avrebbe preferito sentir dire che aveva un amante piuttosto che fosse ritenuto contro il Papa.
«Destra» e «sinistra» nella Chiesa sono contenitori in cui si fanno rientrare da una parte i «rigidi», dall'altra i «morbidi», ma la domanda da porsi è: in riferimento a cosa? Al nostro sentire personale? Alle mode del momento? A un partito politico? Perché è questo riferimento che giudica della bontà o meno di una posizione, il resto è storytelling. La chiesa per questo ha un depositum fidei da custodire (e far sviluppare in modo omogeneo senza contraddizioni) che possiamo vedere espresso, come fonte prossima, nel catechismo.
Il caso Viganò, anzi «l'operazione», non ha a che fare con questo depositum, almeno non direttamente. È questione più bassa, se vogliamo. Ma cavarsela con le solite etichette è un film già visto, che non soddisfa più e non risolve i problemi.
Lorenzo Bertocchi
Continua a leggereRiduci
Il clero Usa pressa il Papa sul dramma degli abusi: possibile incontro a breve. Da Roma filtra la notizia di un controdossier.La propaganda travolge chi pone domande. Tirati in ballo ultradestra e poteri deviati.Lo speciale contiene due articoliAlcune indiscrezioni si fanno strada e lasciano pensare che qualcosa al di là del Tevere si sta muovendo. Forse non una risposta precisa alle circostanze riportate nel memoriale dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, ma qualcosa succederà.Innanzitutto, sembra prossimo l'arrivo a Roma del cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi statunitensi, che in un comunicato dello scorso 27 agosto aveva dichiarato di essere «desideroso di un'udienza con il Santo Padre per ottenere il suo sostegno al nostro piano d'azione» per far fronte alla crisi degli abusi nel clero che sta devastando la chiesa americana. Peraltro pare che Di Nardo avesse chiesto udienza al Papa anche nel luglio scorso, prima che venissero accettate le dimissioni dal collegio cardinalizio dell'ex cardinale Theodore McCarrick il 28 luglio 2018. Senza però ricevere risposta. Comunque Di Nardo è tra i presuli statunitensi che ha mostrato di prendere sul serio il dossier Viganò, senza per questo sposarlo in tutto e per tutto, ma dicendo che gli interrogativi sollevati dal documento dell'ex nunzio «meritano risposte basate su prove».È una linea condivisa in modo esplicito da almeno una ventina di vescovi americani, tra cui anche l'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che La Verità ha intervistato ieri. La richiesta di indagini «basate su prove» fa il paio con il suggerimento avanzato da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, che durante un incontro al seminario San Carlo Borromeo dello scorso 30 agosto, ha detto di aver scritto a Francesco invitandolo a «cancellare il prossimo sinodo sui giovani. In questo momento», ha detto, «i vescovi non avrebbero assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». La richiesta era stata avanzata anche da monsignor Philip Egan di Portsmouth, in Inghilterra, e da domenica vi si è aggiunto monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler in Texas. «Sostengo», ha scritto in un tweet, «l'arcivescovo Charles Chaput, il vescovo Edward Burns e altri vescovi che hanno chiesto che il Sinodo sui giovani venga cancellato e sostituito con un sinodo straordinario dei vescovi per affrontare la crisi degli abusi nella Chiesa. Questa crisi deve essere affrontata». Il 29 agosto, infatti, monsignor Edward Burns, vescovo di Dallas, aveva chiesto al Papa l'indizione di un sinodo straordinario che affrontasse il tema della protezione dei bambini e il rapporto con le vittime degli abusi, nello stesso tempo anche «l'abuso di potere, il clericalismo, la responsabilità e la comprensione della trasparenza nella Chiesa».Dal 22 al 25 settembre il Papa sarà impegnato in un viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, quindi l'incontro con DiNardo e altri presuli americani potrebbe avvenire prima di questa partenza, all'inizio della prossima settimana. Si tratta di un incontro fondamentale, ma non è tutto. Sono altre le voci che si rincorrono sulle iniziative che il Papa e i suoi collaboratori starebbero per prendere al fine di rispondere al terremoto causato dal dossier Viganò. Una prima voce riguarda il coinvolgimento di diversi canonisti per valutare sanzioni dirette nei confronti dell'ex nunzio, in particolare riguardo alla possibile violazione del segreto di Stato da parte di Viganò; un'altra voce parla di un imprecisato dossier che si starebbe preparando per rispondere ai contenuti del memoriale, il quale, come sappiamo, chiama in causa tre papi e tre segretari di Stato vaticani in vario modo e titolo. Di entrambe queste indiscrezioni non ci sono conferme, anche se diverse fonti assicurano che qualcosa si sta effettivamente preparando, ma non è chiaro in che forma e soprattutto come verrà utilizzato. Secondo il sito statunitense Church Militant sarebbe addirittura in corso una sorta di caccia all'uomo per trovare e raggiungere Viganò, un lavoro che vedrebbe impegnata l'intelligence vaticana, guidata dagli uomini di Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza dello Stato di Città del Vaticano, già ufficiale della guardia di finanza italiana ed ex membro del Sisde. Al di là dei risvolti in stile Mission Impossible, comminare una sanzione a Viganò, senza fornire puntuali risposte alle diverse domande che solleva il suo memoriale, potrebbe rivelarsi un boomerang.Qualcosa si muove nelle sacre stanze, la scelta del silenzio e della penitenza non potrà essere l'unica risposta ai molti interrogativi sollevati dal dossier Viganò. La tesi del complotto ordito contro Francesco è debole, e soprattutto non regge l'urto che arriva dagli Stati Uniti, dove vescovi e laici chiedono che si proceda a «risposte basate su prove». Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vescovi-degli-states-chiedono-un-sinodo-ma-il-vaticano-studia-lattacco-allex-nunzio-2603777876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-dei-pretoriani-e-questa-chi-osa-dubitare-e-contro-la-chiesa" data-post-id="2603777876" data-published-at="1781305938" data-use-pagination="False"> La difesa dei «pretoriani» è questa: chi osa dubitare è contro la Chiesa Dopo la risposta del Papa alla giornalista Anna Matranga della Nbc sul volo di ritorno da Dublino, molta stampa ha costruito una narrazione sul memoriale dell'ex nunzio Viganò. «Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni», ha detto Francesco nella conferenza stampa sull'aereo. Da questo incipit in molti casi è scaturito una specie di romanzo giornalistico in cui le tinte sono passate dal giallo, al nero, con venature di spionaggio e thriller. La parola più gettonata per definire il memoriale e i media che lo hanno pubblicato è «operazione». Su Vatican Insider, blog della Stampa che si occupa di cose vaticane, troviamo una sintesi perfetta della trama costruita su «l'operazione». La scrive Gianni Valente: «Lui», cioè Viganò, «e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell'intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all'altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati». Il racconto, bisogna dirlo, promette bene. Però ci vuole un po' di politica per rendere più appetibile il plot. Ci pensa Louis Badilla, il direttore del blog paravaticano Il Sismografo: «Dietro a Viganò si nasconde la più bieca destra politica cattolica statunitense e alcuni burattini europei. È già accaduto e accadrà molte altre volte. Ovviamente in ogni momento, a seconda la natura dell'operazione, questa ideologia saprà trovare giornalisti, presuli vari, cardinali, arcivescovi, vescovi e altri, per colpire. Francesco, per la destra Usa ed europea, cattolica e non, politica, economica, parlamentare e religiosa, è un nemico e uno ostacolo». Aggiungete un po' di petroldollari e una spruzzata di Steve Bannon e avrete completato i contorni del film. Sul Fatto quotidiano di ieri una didascalia definisce il retroscena. Francesco «da tre anni è assediato dai clericali allergici alla misericordia e sostenitori di una chiesa rigida e dottrinaria, politicamente schierata con il populismo xenofobo». Intanto sul Clarin, in Argentina, Elisabetta Piquet parla di «fazione ultraconservatrice». Però sappiamo che ogni buon racconto si regge su uno scontro, ma dall'altra parte non pensiate che ci sia semplicemente il Papa. No, per dare ritmo alla storia dobbiamo pensare agli «ultraliberal», o meglio i «modernisti». «Destra» e «sinistra», «conservative» e «liberal», sono contenitori utili alla narrazione, ma sintomo di un bubbone, quello di una interpretazione esclusivamente politica delle cose di chiesa. Quattro cardinali che mostrano i loro dubia al Papa su un punto che ritengono ambiguo, diventano quattro rigidi dottrinari contro Francesco, e non conta che uno di loro, il cardinale Carlo Caffarra, morto un anno fa, avrebbe preferito sentir dire che aveva un amante piuttosto che fosse ritenuto contro il Papa. «Destra» e «sinistra» nella Chiesa sono contenitori in cui si fanno rientrare da una parte i «rigidi», dall'altra i «morbidi», ma la domanda da porsi è: in riferimento a cosa? Al nostro sentire personale? Alle mode del momento? A un partito politico? Perché è questo riferimento che giudica della bontà o meno di una posizione, il resto è storytelling. La chiesa per questo ha un depositum fidei da custodire (e far sviluppare in modo omogeneo senza contraddizioni) che possiamo vedere espresso, come fonte prossima, nel catechismo. Il caso Viganò, anzi «l'operazione», non ha a che fare con questo depositum, almeno non direttamente. È questione più bassa, se vogliamo. Ma cavarsela con le solite etichette è un film già visto, che non soddisfa più e non risolve i problemi. Lorenzo Bertocchi
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
Continua a leggereRiduci
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci