True
2018-09-11
I vescovi degli States chiedono un sinodo. Ma il Vaticano studia l’attacco all’ex nunzio
Ansa
Alcune indiscrezioni si fanno strada e lasciano pensare che qualcosa al di là del Tevere si sta muovendo. Forse non una risposta precisa alle circostanze riportate nel memoriale dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, ma qualcosa succederà.
Innanzitutto, sembra prossimo l'arrivo a Roma del cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi statunitensi, che in un comunicato dello scorso 27 agosto aveva dichiarato di essere «desideroso di un'udienza con il Santo Padre per ottenere il suo sostegno al nostro piano d'azione» per far fronte alla crisi degli abusi nel clero che sta devastando la chiesa americana. Peraltro pare che Di Nardo avesse chiesto udienza al Papa anche nel luglio scorso, prima che venissero accettate le dimissioni dal collegio cardinalizio dell'ex cardinale Theodore McCarrick il 28 luglio 2018. Senza però ricevere risposta. Comunque Di Nardo è tra i presuli statunitensi che ha mostrato di prendere sul serio il dossier Viganò, senza per questo sposarlo in tutto e per tutto, ma dicendo che gli interrogativi sollevati dal documento dell'ex nunzio «meritano risposte basate su prove».
È una linea condivisa in modo esplicito da almeno una ventina di vescovi americani, tra cui anche l'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che La Verità ha intervistato ieri. La richiesta di indagini «basate su prove» fa il paio con il suggerimento avanzato da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, che durante un incontro al seminario San Carlo Borromeo dello scorso 30 agosto, ha detto di aver scritto a Francesco invitandolo a «cancellare il prossimo sinodo sui giovani. In questo momento», ha detto, «i vescovi non avrebbero assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». La richiesta era stata avanzata anche da monsignor Philip Egan di Portsmouth, in Inghilterra, e da domenica vi si è aggiunto monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler in Texas. «Sostengo», ha scritto in un tweet, «l'arcivescovo Charles Chaput, il vescovo Edward Burns e altri vescovi che hanno chiesto che il Sinodo sui giovani venga cancellato e sostituito con un sinodo straordinario dei vescovi per affrontare la crisi degli abusi nella Chiesa. Questa crisi deve essere affrontata». Il 29 agosto, infatti, monsignor Edward Burns, vescovo di Dallas, aveva chiesto al Papa l'indizione di un sinodo straordinario che affrontasse il tema della protezione dei bambini e il rapporto con le vittime degli abusi, nello stesso tempo anche «l'abuso di potere, il clericalismo, la responsabilità e la comprensione della trasparenza nella Chiesa».
Dal 22 al 25 settembre il Papa sarà impegnato in un viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, quindi l'incontro con DiNardo e altri presuli americani potrebbe avvenire prima di questa partenza, all'inizio della prossima settimana. Si tratta di un incontro fondamentale, ma non è tutto. Sono altre le voci che si rincorrono sulle iniziative che il Papa e i suoi collaboratori starebbero per prendere al fine di rispondere al terremoto causato dal dossier Viganò. Una prima voce riguarda il coinvolgimento di diversi canonisti per valutare sanzioni dirette nei confronti dell'ex nunzio, in particolare riguardo alla possibile violazione del segreto di Stato da parte di Viganò; un'altra voce parla di un imprecisato dossier che si starebbe preparando per rispondere ai contenuti del memoriale, il quale, come sappiamo, chiama in causa tre papi e tre segretari di Stato vaticani in vario modo e titolo. Di entrambe queste indiscrezioni non ci sono conferme, anche se diverse fonti assicurano che qualcosa si sta effettivamente preparando, ma non è chiaro in che forma e soprattutto come verrà utilizzato.
Secondo il sito statunitense Church Militant sarebbe addirittura in corso una sorta di caccia all'uomo per trovare e raggiungere Viganò, un lavoro che vedrebbe impegnata l'intelligence vaticana, guidata dagli uomini di Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza dello Stato di Città del Vaticano, già ufficiale della guardia di finanza italiana ed ex membro del Sisde. Al di là dei risvolti in stile Mission Impossible, comminare una sanzione a Viganò, senza fornire puntuali risposte alle diverse domande che solleva il suo memoriale, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Qualcosa si muove nelle sacre stanze, la scelta del silenzio e della penitenza non potrà essere l'unica risposta ai molti interrogativi sollevati dal dossier Viganò. La tesi del complotto ordito contro Francesco è debole, e soprattutto non regge l'urto che arriva dagli Stati Uniti, dove vescovi e laici chiedono che si proceda a «risposte basate su prove».
Lorenzo Bertocchi
La difesa dei «pretoriani» è questa: chi osa dubitare è contro la Chiesa
Dopo la risposta del Papa alla giornalista Anna Matranga della Nbc sul volo di ritorno da Dublino, molta stampa ha costruito una narrazione sul memoriale dell'ex nunzio Viganò. «Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni», ha detto Francesco nella conferenza stampa sull'aereo. Da questo incipit in molti casi è scaturito una specie di romanzo giornalistico in cui le tinte sono passate dal giallo, al nero, con venature di spionaggio e thriller.
La parola più gettonata per definire il memoriale e i media che lo hanno pubblicato è «operazione». Su Vatican Insider, blog della Stampa che si occupa di cose vaticane, troviamo una sintesi perfetta della trama costruita su «l'operazione». La scrive Gianni Valente: «Lui», cioè Viganò, «e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell'intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all'altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati». Il racconto, bisogna dirlo, promette bene.
Però ci vuole un po' di politica per rendere più appetibile il plot. Ci pensa Louis Badilla, il direttore del blog paravaticano Il Sismografo: «Dietro a Viganò si nasconde la più bieca destra politica cattolica statunitense e alcuni burattini europei. È già accaduto e accadrà molte altre volte. Ovviamente in ogni momento, a seconda la natura dell'operazione, questa ideologia saprà trovare giornalisti, presuli vari, cardinali, arcivescovi, vescovi e altri, per colpire. Francesco, per la destra Usa ed europea, cattolica e non, politica, economica, parlamentare e religiosa, è un nemico e uno ostacolo». Aggiungete un po' di petroldollari e una spruzzata di Steve Bannon e avrete completato i contorni del film.
Sul Fatto quotidiano di ieri una didascalia definisce il retroscena. Francesco «da tre anni è assediato dai clericali allergici alla misericordia e sostenitori di una chiesa rigida e dottrinaria, politicamente schierata con il populismo xenofobo». Intanto sul Clarin, in Argentina, Elisabetta Piquet parla di «fazione ultraconservatrice». Però sappiamo che ogni buon racconto si regge su uno scontro, ma dall'altra parte non pensiate che ci sia semplicemente il Papa. No, per dare ritmo alla storia dobbiamo pensare agli «ultraliberal», o meglio i «modernisti».
«Destra» e «sinistra», «conservative» e «liberal», sono contenitori utili alla narrazione, ma sintomo di un bubbone, quello di una interpretazione esclusivamente politica delle cose di chiesa. Quattro cardinali che mostrano i loro dubia al Papa su un punto che ritengono ambiguo, diventano quattro rigidi dottrinari contro Francesco, e non conta che uno di loro, il cardinale Carlo Caffarra, morto un anno fa, avrebbe preferito sentir dire che aveva un amante piuttosto che fosse ritenuto contro il Papa.
«Destra» e «sinistra» nella Chiesa sono contenitori in cui si fanno rientrare da una parte i «rigidi», dall'altra i «morbidi», ma la domanda da porsi è: in riferimento a cosa? Al nostro sentire personale? Alle mode del momento? A un partito politico? Perché è questo riferimento che giudica della bontà o meno di una posizione, il resto è storytelling. La chiesa per questo ha un depositum fidei da custodire (e far sviluppare in modo omogeneo senza contraddizioni) che possiamo vedere espresso, come fonte prossima, nel catechismo.
Il caso Viganò, anzi «l'operazione», non ha a che fare con questo depositum, almeno non direttamente. È questione più bassa, se vogliamo. Ma cavarsela con le solite etichette è un film già visto, che non soddisfa più e non risolve i problemi.
Lorenzo Bertocchi
Continua a leggereRiduci
Il clero Usa pressa il Papa sul dramma degli abusi: possibile incontro a breve. Da Roma filtra la notizia di un controdossier.La propaganda travolge chi pone domande. Tirati in ballo ultradestra e poteri deviati.Lo speciale contiene due articoliAlcune indiscrezioni si fanno strada e lasciano pensare che qualcosa al di là del Tevere si sta muovendo. Forse non una risposta precisa alle circostanze riportate nel memoriale dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, ma qualcosa succederà.Innanzitutto, sembra prossimo l'arrivo a Roma del cardinale Daniel Di Nardo, presidente dei vescovi statunitensi, che in un comunicato dello scorso 27 agosto aveva dichiarato di essere «desideroso di un'udienza con il Santo Padre per ottenere il suo sostegno al nostro piano d'azione» per far fronte alla crisi degli abusi nel clero che sta devastando la chiesa americana. Peraltro pare che Di Nardo avesse chiesto udienza al Papa anche nel luglio scorso, prima che venissero accettate le dimissioni dal collegio cardinalizio dell'ex cardinale Theodore McCarrick il 28 luglio 2018. Senza però ricevere risposta. Comunque Di Nardo è tra i presuli statunitensi che ha mostrato di prendere sul serio il dossier Viganò, senza per questo sposarlo in tutto e per tutto, ma dicendo che gli interrogativi sollevati dal documento dell'ex nunzio «meritano risposte basate su prove».È una linea condivisa in modo esplicito da almeno una ventina di vescovi americani, tra cui anche l'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che La Verità ha intervistato ieri. La richiesta di indagini «basate su prove» fa il paio con il suggerimento avanzato da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, che durante un incontro al seminario San Carlo Borromeo dello scorso 30 agosto, ha detto di aver scritto a Francesco invitandolo a «cancellare il prossimo sinodo sui giovani. In questo momento», ha detto, «i vescovi non avrebbero assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». La richiesta era stata avanzata anche da monsignor Philip Egan di Portsmouth, in Inghilterra, e da domenica vi si è aggiunto monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler in Texas. «Sostengo», ha scritto in un tweet, «l'arcivescovo Charles Chaput, il vescovo Edward Burns e altri vescovi che hanno chiesto che il Sinodo sui giovani venga cancellato e sostituito con un sinodo straordinario dei vescovi per affrontare la crisi degli abusi nella Chiesa. Questa crisi deve essere affrontata». Il 29 agosto, infatti, monsignor Edward Burns, vescovo di Dallas, aveva chiesto al Papa l'indizione di un sinodo straordinario che affrontasse il tema della protezione dei bambini e il rapporto con le vittime degli abusi, nello stesso tempo anche «l'abuso di potere, il clericalismo, la responsabilità e la comprensione della trasparenza nella Chiesa».Dal 22 al 25 settembre il Papa sarà impegnato in un viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, quindi l'incontro con DiNardo e altri presuli americani potrebbe avvenire prima di questa partenza, all'inizio della prossima settimana. Si tratta di un incontro fondamentale, ma non è tutto. Sono altre le voci che si rincorrono sulle iniziative che il Papa e i suoi collaboratori starebbero per prendere al fine di rispondere al terremoto causato dal dossier Viganò. Una prima voce riguarda il coinvolgimento di diversi canonisti per valutare sanzioni dirette nei confronti dell'ex nunzio, in particolare riguardo alla possibile violazione del segreto di Stato da parte di Viganò; un'altra voce parla di un imprecisato dossier che si starebbe preparando per rispondere ai contenuti del memoriale, il quale, come sappiamo, chiama in causa tre papi e tre segretari di Stato vaticani in vario modo e titolo. Di entrambe queste indiscrezioni non ci sono conferme, anche se diverse fonti assicurano che qualcosa si sta effettivamente preparando, ma non è chiaro in che forma e soprattutto come verrà utilizzato. Secondo il sito statunitense Church Militant sarebbe addirittura in corso una sorta di caccia all'uomo per trovare e raggiungere Viganò, un lavoro che vedrebbe impegnata l'intelligence vaticana, guidata dagli uomini di Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza dello Stato di Città del Vaticano, già ufficiale della guardia di finanza italiana ed ex membro del Sisde. Al di là dei risvolti in stile Mission Impossible, comminare una sanzione a Viganò, senza fornire puntuali risposte alle diverse domande che solleva il suo memoriale, potrebbe rivelarsi un boomerang.Qualcosa si muove nelle sacre stanze, la scelta del silenzio e della penitenza non potrà essere l'unica risposta ai molti interrogativi sollevati dal dossier Viganò. La tesi del complotto ordito contro Francesco è debole, e soprattutto non regge l'urto che arriva dagli Stati Uniti, dove vescovi e laici chiedono che si proceda a «risposte basate su prove». Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vescovi-degli-states-chiedono-un-sinodo-ma-il-vaticano-studia-lattacco-allex-nunzio-2603777876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-dei-pretoriani-e-questa-chi-osa-dubitare-e-contro-la-chiesa" data-post-id="2603777876" data-published-at="1782371966" data-use-pagination="False"> La difesa dei «pretoriani» è questa: chi osa dubitare è contro la Chiesa Dopo la risposta del Papa alla giornalista Anna Matranga della Nbc sul volo di ritorno da Dublino, molta stampa ha costruito una narrazione sul memoriale dell'ex nunzio Viganò. «Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni», ha detto Francesco nella conferenza stampa sull'aereo. Da questo incipit in molti casi è scaturito una specie di romanzo giornalistico in cui le tinte sono passate dal giallo, al nero, con venature di spionaggio e thriller. La parola più gettonata per definire il memoriale e i media che lo hanno pubblicato è «operazione». Su Vatican Insider, blog della Stampa che si occupa di cose vaticane, troviamo una sintesi perfetta della trama costruita su «l'operazione». La scrive Gianni Valente: «Lui», cioè Viganò, «e i suoi sponsor mediatici agiscono con ostentato disprezzo dell'intelligenza altrui, trattando tutti da gonzi narcotizzati, sfornando una pseudo informativa all'altezza del peggior dossieraggio da servizietti segreti deviati». Il racconto, bisogna dirlo, promette bene. Però ci vuole un po' di politica per rendere più appetibile il plot. Ci pensa Louis Badilla, il direttore del blog paravaticano Il Sismografo: «Dietro a Viganò si nasconde la più bieca destra politica cattolica statunitense e alcuni burattini europei. È già accaduto e accadrà molte altre volte. Ovviamente in ogni momento, a seconda la natura dell'operazione, questa ideologia saprà trovare giornalisti, presuli vari, cardinali, arcivescovi, vescovi e altri, per colpire. Francesco, per la destra Usa ed europea, cattolica e non, politica, economica, parlamentare e religiosa, è un nemico e uno ostacolo». Aggiungete un po' di petroldollari e una spruzzata di Steve Bannon e avrete completato i contorni del film. Sul Fatto quotidiano di ieri una didascalia definisce il retroscena. Francesco «da tre anni è assediato dai clericali allergici alla misericordia e sostenitori di una chiesa rigida e dottrinaria, politicamente schierata con il populismo xenofobo». Intanto sul Clarin, in Argentina, Elisabetta Piquet parla di «fazione ultraconservatrice». Però sappiamo che ogni buon racconto si regge su uno scontro, ma dall'altra parte non pensiate che ci sia semplicemente il Papa. No, per dare ritmo alla storia dobbiamo pensare agli «ultraliberal», o meglio i «modernisti». «Destra» e «sinistra», «conservative» e «liberal», sono contenitori utili alla narrazione, ma sintomo di un bubbone, quello di una interpretazione esclusivamente politica delle cose di chiesa. Quattro cardinali che mostrano i loro dubia al Papa su un punto che ritengono ambiguo, diventano quattro rigidi dottrinari contro Francesco, e non conta che uno di loro, il cardinale Carlo Caffarra, morto un anno fa, avrebbe preferito sentir dire che aveva un amante piuttosto che fosse ritenuto contro il Papa. «Destra» e «sinistra» nella Chiesa sono contenitori in cui si fanno rientrare da una parte i «rigidi», dall'altra i «morbidi», ma la domanda da porsi è: in riferimento a cosa? Al nostro sentire personale? Alle mode del momento? A un partito politico? Perché è questo riferimento che giudica della bontà o meno di una posizione, il resto è storytelling. La chiesa per questo ha un depositum fidei da custodire (e far sviluppare in modo omogeneo senza contraddizioni) che possiamo vedere espresso, come fonte prossima, nel catechismo. Il caso Viganò, anzi «l'operazione», non ha a che fare con questo depositum, almeno non direttamente. È questione più bassa, se vogliamo. Ma cavarsela con le solite etichette è un film già visto, che non soddisfa più e non risolve i problemi. Lorenzo Bertocchi
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 25 giugno con Carlo Cambi
Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
Continua a leggereRiduci
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
Continua a leggereRiduci