True
2019-09-26
200.000 euro al comitato Sì
a fondo perduto. Vacilla la difesa di Bianchi
Ansa
Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell'inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d'influenze illecite l'avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d'Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale - relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade - una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall'avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L'altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e - a quanto si sa - non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l'interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l'avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?
All'epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d'indirizzo c'era proprio Alberto Bianchi.
Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi - come sindaco o supplente - in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l'area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell'Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.
Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell'allora premier rottamatore. Il quale, nell'ottobre 2014, torcendo un po' il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell'azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d'assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott'assedio.
Toto non trattava solo col Pd. Anche il Movimento 5 stelle ha consolidato il suo potere
Non solo Pd. Di «grazie», per il gruppo Toto, ne sono arrivate anche dai 5 stelle. La Verità, in questi giorni, ha ricostruito la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi, gestore delle arterie abruzzesi A24 e A25 e l'Anas, sulle rate del corrispettivo del prezzo della concessione non corrisposte dalla società dei Toto all'ente statale. Nella diatriba era intervenuto, nel 2017, il governo Gentiloni, che aveva sospeso l'obbligo di pagamento purché quel denaro fosse impiegato da Strada dei parchi per i lavori di messa in sicurezza dell'infrastruttura. Il denaro doveva essere poi restituito in tre rate negli anni 2028, 2029 e 2030. Nel luglio scorso, su sollecitazione del tribunale di Roma, che aveva sollevato un dubbio di costituzionalità proprio sull'articolo 52 quinquies del del 50/2017, è intervenuta la Consulta, che si è pronunciata su un altro aspetto della controversia: i Toto ritenevano di essere creditori del Mit e non di Anas, ma la Consulta, confermando questo aspetto della legge approvata dal governo Gentiloni, ha dato loro torto. L'odissea delle rate Anas, però, non è finita. A questo punto, anzi, la holding abruzzese potrebbe ricevere un altro aiuto dalla politica.
Nell'accordo stipulato ad agosto tra Strada dei parchi e ministero delle Infrastrutture, relativo all'approvazione del nuovo piano economico e finanziario, sollecitata da una sentenza del Consiglio di Stato, si prefigura la possibilità di stornare le rate degli anni 2017, 2018 e 2019, ipoteticamente destinate ad Anas e ora bloccate su un conto da circa 178 milioni di euro, per consentire al gestore delle autostrade di coprire, con quel denaro, i 70 milioni di buco di bilancio derivanti dai mancati incrementi dei pedaggi, nonché per scongiurare ulteriori aumenti da dopo il 30 novembre prossimo. Difatti, è fino a quella data che Strada dei parchi, con il Mit, si è impegnata a mantenere le tariffe attuali ai caselli di A24 e A25.
A onor del vero, bisogna sottolineare che l'idea di destinare a tale scopo le rate spettanti all'Anas era stata caldeggiata anche dal presidente della Regione Abruzzo ed ex senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio. Anche se il «diritto d'autore» sulla trovata spetta all'ex presidente del Pd, Luciano D'Alfonso, che nel 2016 ventilò l'ipotesi di congelare il versamento dei 55 milioni l'anno - che però, a differenza di quello che riteneva D'Alfonso, non erano il canone, bensì la rateizzazione del prezzo di vendita della concessione. Ma non finisce qui. Sbloccando l'iter per l'approvazione del Pef, il ministero che fino a quest'estate era retto da Danilo Toninelli ha accettato anche di prorogare la concessione autostradale di 10 anni, dal 2030 al 2040. Non proprio quello che sperava Carlo Toto quando, lanciando un progetto di varianti sul tracciato per oltre 5 miliardi, propose al Mit di Graziano Delrio una proroga di 45 anni, ma è già qualcosa...
Eppure, tra Strada dei parchi e Toninelli, l'anno scorso, era cominciato un braccio di ferro durante il quale il grillino era arrivato a minacciare la revoca della concessione. Una parabola incredibile: dalla paventata rescissione del contratto con i Toto alla proroga decennale. Dalle polemiche sui fondi ministeriali per la messa in sicurezza dei viadotti, all'approvazione di un maxi piano di lavori da 3,1 miliardi, di cui 2 a carico dello Stato.
Nel frattempo, la scorsa primavera, a trattative per il salvataggio di Alitalia in corso, era stato Luigi Di Maio, all'epoca ministro dello Sviluppo economico, a tirare fuori dal cappello il nome del gruppo Toto. La società si era dichiarata disposta a mettere sul piatto una cifra tra i 300 e i 400 milioni, per aggiudicarsi il 30% delle quote del capitale della compagnia, completando la cordata composta dall'americana Delta, da Ferrovie dello Stato e dal ministero del Tesoro. La mossa, però, aveva suscitato diverse riserve, anzitutto da parte di Fs, gemella di Anas. Scettica anche Delta. A pesare sui giudizi dei potenziali partner c'erano i trascorsi di Carlo Toto con Air One e Alitalia (cui l'imprenditore abruzzese aveva venduto la propria compagnia, trasferendo 600 milioni di debiti), quelli del figlio Riccardo, già patron di Air One, con la Livingstone, compagnia da lui rilevata ma fallita pochi anni dopo, oltre che l'esposizione finanziaria della holding, che secondo il bilancio 2016 ammontava a un miliardo e 128 milioni. È possibile che il coinvolgimento dei Toto servisse a Di Maio per prendere tempo e fare pressione sui partner già interessati all'affare Alitalia, inducendoli a chiudere l'accordo. Parallelamente al dialogo con l'ex titolare del Mise, oggi alla Farnesina, i Toto erano coinvolti nell'alterco con Toninelli. Un ministro giunto dal pungo alla carezza. In fondo, che i canali di comunicazione con la politica, per la dinastia chietina, siano molteplici, lo mostra una curiosa circostanza: mentre il capostipite Carlo è stato testimone di nozze dell'ex governatore abruzzese del Pd, Luciano D'Alfonso (dai Toto definito «uno di famiglia»), il figlio Alfonso, immortalato nel 2015 all'inaugurazione della variante di valico sull'A1 con Matteo Renzi, lo è stato dello sposo di Sara Marcozzi, candidata alle ultime regionali con il Movimento 5 stelle. E acerrima nemica di D'Alfonso.
Jet privato e vacanze per D’Alfonso il renziano che dominava l’Abruzzo
L'inchiesta di Firenze sta esaminando i collegamenti professionali e commerciali fra il gruppo Toto e il Giglio magico. La dinastia di imprenditori abruzzesi è usa a dimostrare una certa generosità verso la politica. A cominciare da quella abruzzese, come si evince dalle inchieste che sviscerarono i legami dei Toto con l'ex sindaco di Pescara, ex governatore e oggi senatore dem, il «sempre assolto» (in dieci processi) Luciano D'Alfonso, massimo esponente del renzismo in Regione: basti dire che, lo scorso marzo, a invitare Matteo Renzi a presentare il suo libro nella sala comunale del capoluogo adriatico, era stato proprio D'Alfonso.
Nonostante egli sostenga di non aver mai organizzato incontri privati tra Renzi, Luca Lotti e i Toto, ma di aver presenziato solo a eventi istituzionali, con La Verità D'Alfonso ha ricordato di essersi ritrovato proprio con Renzi e l'ad di Strada dei parchi (società dei Toto) per una consumazione «francescana, ma forse anche costosa», durante una visita ai laboratori del Gran Sasso. I rapporti dei Toto con il «sempre assolto» renziano (che però non ha seguito il Bullo in Italia viva) sono tanto cristallini che se Mario Toto, fratello del capostipite Carlo, davanti ai magistrati lo definì «uno di famiglia», il secondo addirittura si descrisse come loro «damo di compagnia». Quei legami sono stati alla base di alcuni procedimenti giudiziari che hanno coinvolto gli imprenditori e l'ex sindaco pescarese. Ad esempio, l'inchiesta Housework, che portò, nel 2008, agli arresti domiciliari di D'Alfonso. L'accusa, sostenuta dal pm Gennaro Varone, ipotizzava che Carlo Toto e il figlio Alfonso (più un'altra ventina di imprenditori) avessero elargito favori al primo cittadino per garantirsi gli appalti del Comune. Allora finirono agli atti i doni dei Toto a D'Alfonso e famiglia. Il Fatto Quotidiano, per questo accusato dall'ex governatore di una «lettura pornografica» del processo, le aveva elencate tutte: un jet privato Falcon 20 per le tratte Pescara-Malta, Malta-Venezia e Venezia-Pescara; un motoscafo taxi; un soggiorno a Santiago de Compostela, trascorso insieme dalle due famiglie ma pagato dai Toto; biglietti Roma-Chicago per cognato e sorella di D'Alfonso, 10.786 euro; biglietti Roma-Istanbul, dieci voli privati nel 2006, altri due a Spalato nel 2005 e nel 2008, uno a Zagabria, uno a Belgrado. E ancora: cene elettorali per 10.800 euro, «pranzo di lavoro di un'associazione facente capo a D'Alfonso per 924 euro in un hotel di Roma», uno stipendio mensile da 1.500 euro a «Fabrizio Paolini (borsista al Comune di Pescara nel 2005 e, di fatto, autista e coadiutore del sindaco)», oltre a un «rimborso spese carburante e facoltà d'uso di una Alfa Romeo 166» tra il 2004 e il 2007. Il tutto, sempre secondo l'accusa, per aggiudicarsi, quali unici concorrenti, il bando per la realizzazione e gestione dei parcheggi a pagamento nell'area di risulta dell'ex ferrovia di Pescara (appalto in seguito revocato). La tesi del pm Varone era chiara: nel suo ricorso dopo l'assoluzione in primo grado del 2013, riportato dal sito I due punti, si legge che i Toto sarebbero stati «a completa disposizione di D'Alfonso per ogni sua esigenza economica. D'Alfonso disponeva della cassaforte dei Toto». Tanto che l'allora sindaco del capoluogo adriatico, rilevò l'accusa, prelevava poco denaro dal suo conto. La difesa replicava che D'Alfonso, per le spese familiari, si sarebbe fatto aiutare dalla zia, dai suoceri e dai genitori. Nella sentenza di assoluzione bis per gli imputati, risalente al 2015, i giudici d'Appello notarono che «non è per nulla eccezionale e inverosimile, nella nostra realtà socioeconomica, ancora caratterizzata da modelli familiari tradizionali, che familiari si mobilitino in favore di un congiunto e lo sostengano economicamente». I magistrati smontarono anche l'ipotesi di corruzione: «Nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D'Alfonso». Insomma, non si poteva provare che vacanze, biglietti aerei, jet privati e motoscafi avessero comprato i favori dell'ex sindaco. Ormai era acclarato che il «damo di compagnia» fosse «uno di famiglia» (tant'è che Carlo Toto gli fece da testimone di nozze), però i giudici d'Appello ritennero che «il rapporto amicale» fosse «già esistente quando D'Alfonso non era sindaco», che in quella generosità non ci fosse malizia e che, anzi, essa perdurasse anche «quando il Comune di Pescara assumeva decisioni contrarie ai loro interessi». Nel mirino dei pm finì pure la vicenda della mancata realizzazione della Mare-Monti, la statale 81, quando D'Alfonso era presidente della provincia di Pescara. Secondo l'accusa, la Toto spa avrebbe ottenuto dal politico il via libera, senza le dovute autorizzazioni, a «una variante predisposta dall'impresa medesima idonea a stravolgere l'originario progetto […], peraltro portando il tracciato a invadere i confini della riserva del lago di Penne», come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del 2008 del gip di Pescara. Nel 2017, il tribunale ha dichiarato prescritti i reati. Ma D'Alfonso ha rinunciato alla prescrizione, venendo assolto per non aver commesso il fatto nel 2018.
Alcuni scambi di carinerie tra i Toto e l'ex governatore abruzzese sono rimasti fuori dalle aule di tribunale. Da presidente della Regione, D'Alfonso è stato un grande propugnatore del progetto di Strada dei parchi per realizzare tunnel e varianti su A24 e A25: un cantiere da 5,7 miliardi di euro, in parte da finanziare grazie ai fondi Ue, in parte ripagati grazie a un indotto da 10.000 posti di lavoro, che i gestori delle autostrade promettevano in cambio del prolungamento della concessione di 45 anni rispetto alla scadenza del 2030. Con una delibera, la 325 del 2015, la Regione dichiarava persino di aver preso atto che «la messa in sicurezza della A24 e della A25 comporta la necessità di varianti di tracciato». In pratica, la Giunta D'Alfonso affermava che l'antisismicità delle infrastrutture dipendeva dal recepimento del progetto dei Toto. Peccato non la pensasse così il Mit guidato, allora, da Graziano Delrio, che bocciò il progetto.
Ultima chicca. In questi giorni, La Verità ha approfondito la questione del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. Prima di entrare in politica e mettersi in aspettativa, D'Alfonso lavorava proprio presso quell'ente statale. Da governatore abruzzese, per scongiurare gli aumenti dei pedaggi su A24 e A25, D'Alfonso proponeva ad Anas, cioè al suo datore di lavoro, di rinunciare alle famose rate del corrispettivo del prezzo della concessione che Strada dei parchi avrebbe dovuto versare. Esattamente la soluzione individuata dall'emendamento alla manovrina del 2017, che sospese il pagamento dei 121 milioni purché fossero usati dal concessionario per i lavori di adeguamento sismico. Ovviamente, una coincidenza.
Continua a leggereRiduci
L'avvocato, dopo aver incassato dal gruppo Toto una ricca parcella da 2 milioni, elargì 200.000 euro alla fondazione Open e altrettanti alla struttura che sosteneva la battaglia referendaria di Matteo Renzi. Questi ultimi sono stati versati a fondo perduto.Con Danilo Toninelli alle infrastrutture, Strada dei parchi si è vista prolungare di 10 anni la concessione autostradale e ha ottenuto 2 miliardi per i lavori di messa in sicurezza.L'ex presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, è stato processato, assieme a Carlo Toto, con l'accusa di aver ricevuto doni in cambio di appalti. In aula si giustificò definendosi «damo di compagnia» del magnate della A24.Lo speciale contiene tre articoli. Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell'inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d'influenze illecite l'avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d'Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale - relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade - una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall'avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L'altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e - a quanto si sa - non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l'interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l'avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?All'epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d'indirizzo c'era proprio Alberto Bianchi.Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi - come sindaco o supplente - in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l'area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell'Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell'allora premier rottamatore. Il quale, nell'ottobre 2014, torcendo un po' il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell'azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d'assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott'assedio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-soldi-di-bianchi-al-comitato-del-si-un-regalo-2640630337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toto-non-trattava-solo-col-pd-anche-il-movimento-5-stelle-ha-consolidato-il-suo-potere" data-post-id="2640630337" data-published-at="1777487152" data-use-pagination="False"> Toto non trattava solo col Pd. Anche il Movimento 5 stelle ha consolidato il suo potere Non solo Pd. Di «grazie», per il gruppo Toto, ne sono arrivate anche dai 5 stelle. La Verità, in questi giorni, ha ricostruito la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi, gestore delle arterie abruzzesi A24 e A25 e l'Anas, sulle rate del corrispettivo del prezzo della concessione non corrisposte dalla società dei Toto all'ente statale. Nella diatriba era intervenuto, nel 2017, il governo Gentiloni, che aveva sospeso l'obbligo di pagamento purché quel denaro fosse impiegato da Strada dei parchi per i lavori di messa in sicurezza dell'infrastruttura. Il denaro doveva essere poi restituito in tre rate negli anni 2028, 2029 e 2030. Nel luglio scorso, su sollecitazione del tribunale di Roma, che aveva sollevato un dubbio di costituzionalità proprio sull'articolo 52 quinquies del del 50/2017, è intervenuta la Consulta, che si è pronunciata su un altro aspetto della controversia: i Toto ritenevano di essere creditori del Mit e non di Anas, ma la Consulta, confermando questo aspetto della legge approvata dal governo Gentiloni, ha dato loro torto. L'odissea delle rate Anas, però, non è finita. A questo punto, anzi, la holding abruzzese potrebbe ricevere un altro aiuto dalla politica. Nell'accordo stipulato ad agosto tra Strada dei parchi e ministero delle Infrastrutture, relativo all'approvazione del nuovo piano economico e finanziario, sollecitata da una sentenza del Consiglio di Stato, si prefigura la possibilità di stornare le rate degli anni 2017, 2018 e 2019, ipoteticamente destinate ad Anas e ora bloccate su un conto da circa 178 milioni di euro, per consentire al gestore delle autostrade di coprire, con quel denaro, i 70 milioni di buco di bilancio derivanti dai mancati incrementi dei pedaggi, nonché per scongiurare ulteriori aumenti da dopo il 30 novembre prossimo. Difatti, è fino a quella data che Strada dei parchi, con il Mit, si è impegnata a mantenere le tariffe attuali ai caselli di A24 e A25. A onor del vero, bisogna sottolineare che l'idea di destinare a tale scopo le rate spettanti all'Anas era stata caldeggiata anche dal presidente della Regione Abruzzo ed ex senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio. Anche se il «diritto d'autore» sulla trovata spetta all'ex presidente del Pd, Luciano D'Alfonso, che nel 2016 ventilò l'ipotesi di congelare il versamento dei 55 milioni l'anno - che però, a differenza di quello che riteneva D'Alfonso, non erano il canone, bensì la rateizzazione del prezzo di vendita della concessione. Ma non finisce qui. Sbloccando l'iter per l'approvazione del Pef, il ministero che fino a quest'estate era retto da Danilo Toninelli ha accettato anche di prorogare la concessione autostradale di 10 anni, dal 2030 al 2040. Non proprio quello che sperava Carlo Toto quando, lanciando un progetto di varianti sul tracciato per oltre 5 miliardi, propose al Mit di Graziano Delrio una proroga di 45 anni, ma è già qualcosa... Eppure, tra Strada dei parchi e Toninelli, l'anno scorso, era cominciato un braccio di ferro durante il quale il grillino era arrivato a minacciare la revoca della concessione. Una parabola incredibile: dalla paventata rescissione del contratto con i Toto alla proroga decennale. Dalle polemiche sui fondi ministeriali per la messa in sicurezza dei viadotti, all'approvazione di un maxi piano di lavori da 3,1 miliardi, di cui 2 a carico dello Stato. Nel frattempo, la scorsa primavera, a trattative per il salvataggio di Alitalia in corso, era stato Luigi Di Maio, all'epoca ministro dello Sviluppo economico, a tirare fuori dal cappello il nome del gruppo Toto. La società si era dichiarata disposta a mettere sul piatto una cifra tra i 300 e i 400 milioni, per aggiudicarsi il 30% delle quote del capitale della compagnia, completando la cordata composta dall'americana Delta, da Ferrovie dello Stato e dal ministero del Tesoro. La mossa, però, aveva suscitato diverse riserve, anzitutto da parte di Fs, gemella di Anas. Scettica anche Delta. A pesare sui giudizi dei potenziali partner c'erano i trascorsi di Carlo Toto con Air One e Alitalia (cui l'imprenditore abruzzese aveva venduto la propria compagnia, trasferendo 600 milioni di debiti), quelli del figlio Riccardo, già patron di Air One, con la Livingstone, compagnia da lui rilevata ma fallita pochi anni dopo, oltre che l'esposizione finanziaria della holding, che secondo il bilancio 2016 ammontava a un miliardo e 128 milioni. È possibile che il coinvolgimento dei Toto servisse a Di Maio per prendere tempo e fare pressione sui partner già interessati all'affare Alitalia, inducendoli a chiudere l'accordo. Parallelamente al dialogo con l'ex titolare del Mise, oggi alla Farnesina, i Toto erano coinvolti nell'alterco con Toninelli. Un ministro giunto dal pungo alla carezza. In fondo, che i canali di comunicazione con la politica, per la dinastia chietina, siano molteplici, lo mostra una curiosa circostanza: mentre il capostipite Carlo è stato testimone di nozze dell'ex governatore abruzzese del Pd, Luciano D'Alfonso (dai Toto definito «uno di famiglia»), il figlio Alfonso, immortalato nel 2015 all'inaugurazione della variante di valico sull'A1 con Matteo Renzi, lo è stato dello sposo di Sara Marcozzi, candidata alle ultime regionali con il Movimento 5 stelle. E acerrima nemica di D'Alfonso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-soldi-di-bianchi-al-comitato-del-si-un-regalo-2640630337.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jet-privato-e-vacanze-per-dalfonso-il-renziano-che-dominava-labruzzo" data-post-id="2640630337" data-published-at="1777487152" data-use-pagination="False"> Jet privato e vacanze per D’Alfonso il renziano che dominava l’Abruzzo L'inchiesta di Firenze sta esaminando i collegamenti professionali e commerciali fra il gruppo Toto e il Giglio magico. La dinastia di imprenditori abruzzesi è usa a dimostrare una certa generosità verso la politica. A cominciare da quella abruzzese, come si evince dalle inchieste che sviscerarono i legami dei Toto con l'ex sindaco di Pescara, ex governatore e oggi senatore dem, il «sempre assolto» (in dieci processi) Luciano D'Alfonso, massimo esponente del renzismo in Regione: basti dire che, lo scorso marzo, a invitare Matteo Renzi a presentare il suo libro nella sala comunale del capoluogo adriatico, era stato proprio D'Alfonso. Nonostante egli sostenga di non aver mai organizzato incontri privati tra Renzi, Luca Lotti e i Toto, ma di aver presenziato solo a eventi istituzionali, con La Verità D'Alfonso ha ricordato di essersi ritrovato proprio con Renzi e l'ad di Strada dei parchi (società dei Toto) per una consumazione «francescana, ma forse anche costosa», durante una visita ai laboratori del Gran Sasso. I rapporti dei Toto con il «sempre assolto» renziano (che però non ha seguito il Bullo in Italia viva) sono tanto cristallini che se Mario Toto, fratello del capostipite Carlo, davanti ai magistrati lo definì «uno di famiglia», il secondo addirittura si descrisse come loro «damo di compagnia». Quei legami sono stati alla base di alcuni procedimenti giudiziari che hanno coinvolto gli imprenditori e l'ex sindaco pescarese. Ad esempio, l'inchiesta Housework, che portò, nel 2008, agli arresti domiciliari di D'Alfonso. L'accusa, sostenuta dal pm Gennaro Varone, ipotizzava che Carlo Toto e il figlio Alfonso (più un'altra ventina di imprenditori) avessero elargito favori al primo cittadino per garantirsi gli appalti del Comune. Allora finirono agli atti i doni dei Toto a D'Alfonso e famiglia. Il Fatto Quotidiano, per questo accusato dall'ex governatore di una «lettura pornografica» del processo, le aveva elencate tutte: un jet privato Falcon 20 per le tratte Pescara-Malta, Malta-Venezia e Venezia-Pescara; un motoscafo taxi; un soggiorno a Santiago de Compostela, trascorso insieme dalle due famiglie ma pagato dai Toto; biglietti Roma-Chicago per cognato e sorella di D'Alfonso, 10.786 euro; biglietti Roma-Istanbul, dieci voli privati nel 2006, altri due a Spalato nel 2005 e nel 2008, uno a Zagabria, uno a Belgrado. E ancora: cene elettorali per 10.800 euro, «pranzo di lavoro di un'associazione facente capo a D'Alfonso per 924 euro in un hotel di Roma», uno stipendio mensile da 1.500 euro a «Fabrizio Paolini (borsista al Comune di Pescara nel 2005 e, di fatto, autista e coadiutore del sindaco)», oltre a un «rimborso spese carburante e facoltà d'uso di una Alfa Romeo 166» tra il 2004 e il 2007. Il tutto, sempre secondo l'accusa, per aggiudicarsi, quali unici concorrenti, il bando per la realizzazione e gestione dei parcheggi a pagamento nell'area di risulta dell'ex ferrovia di Pescara (appalto in seguito revocato). La tesi del pm Varone era chiara: nel suo ricorso dopo l'assoluzione in primo grado del 2013, riportato dal sito I due punti, si legge che i Toto sarebbero stati «a completa disposizione di D'Alfonso per ogni sua esigenza economica. D'Alfonso disponeva della cassaforte dei Toto». Tanto che l'allora sindaco del capoluogo adriatico, rilevò l'accusa, prelevava poco denaro dal suo conto. La difesa replicava che D'Alfonso, per le spese familiari, si sarebbe fatto aiutare dalla zia, dai suoceri e dai genitori. Nella sentenza di assoluzione bis per gli imputati, risalente al 2015, i giudici d'Appello notarono che «non è per nulla eccezionale e inverosimile, nella nostra realtà socioeconomica, ancora caratterizzata da modelli familiari tradizionali, che familiari si mobilitino in favore di un congiunto e lo sostengano economicamente». I magistrati smontarono anche l'ipotesi di corruzione: «Nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D'Alfonso». Insomma, non si poteva provare che vacanze, biglietti aerei, jet privati e motoscafi avessero comprato i favori dell'ex sindaco. Ormai era acclarato che il «damo di compagnia» fosse «uno di famiglia» (tant'è che Carlo Toto gli fece da testimone di nozze), però i giudici d'Appello ritennero che «il rapporto amicale» fosse «già esistente quando D'Alfonso non era sindaco», che in quella generosità non ci fosse malizia e che, anzi, essa perdurasse anche «quando il Comune di Pescara assumeva decisioni contrarie ai loro interessi». Nel mirino dei pm finì pure la vicenda della mancata realizzazione della Mare-Monti, la statale 81, quando D'Alfonso era presidente della provincia di Pescara. Secondo l'accusa, la Toto spa avrebbe ottenuto dal politico il via libera, senza le dovute autorizzazioni, a «una variante predisposta dall'impresa medesima idonea a stravolgere l'originario progetto […], peraltro portando il tracciato a invadere i confini della riserva del lago di Penne», come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del 2008 del gip di Pescara. Nel 2017, il tribunale ha dichiarato prescritti i reati. Ma D'Alfonso ha rinunciato alla prescrizione, venendo assolto per non aver commesso il fatto nel 2018. Alcuni scambi di carinerie tra i Toto e l'ex governatore abruzzese sono rimasti fuori dalle aule di tribunale. Da presidente della Regione, D'Alfonso è stato un grande propugnatore del progetto di Strada dei parchi per realizzare tunnel e varianti su A24 e A25: un cantiere da 5,7 miliardi di euro, in parte da finanziare grazie ai fondi Ue, in parte ripagati grazie a un indotto da 10.000 posti di lavoro, che i gestori delle autostrade promettevano in cambio del prolungamento della concessione di 45 anni rispetto alla scadenza del 2030. Con una delibera, la 325 del 2015, la Regione dichiarava persino di aver preso atto che «la messa in sicurezza della A24 e della A25 comporta la necessità di varianti di tracciato». In pratica, la Giunta D'Alfonso affermava che l'antisismicità delle infrastrutture dipendeva dal recepimento del progetto dei Toto. Peccato non la pensasse così il Mit guidato, allora, da Graziano Delrio, che bocciò il progetto. Ultima chicca. In questi giorni, La Verità ha approfondito la questione del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. Prima di entrare in politica e mettersi in aspettativa, D'Alfonso lavorava proprio presso quell'ente statale. Da governatore abruzzese, per scongiurare gli aumenti dei pedaggi su A24 e A25, D'Alfonso proponeva ad Anas, cioè al suo datore di lavoro, di rinunciare alle famose rate del corrispettivo del prezzo della concessione che Strada dei parchi avrebbe dovuto versare. Esattamente la soluzione individuata dall'emendamento alla manovrina del 2017, che sospese il pagamento dei 121 milioni purché fossero usati dal concessionario per i lavori di adeguamento sismico. Ovviamente, una coincidenza.
Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 29 aprile 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin ci spiega le prospettive della crisi energetica.
Agenti armati del CIMO (Corps d'Intervention et de Maintien de l'Ordre) mantengono una forte presenza di sicurezza mentre operai e lavoratori marciano per le strade di Port-au-Prince (Getty Images)
L’Onu approva una nuova forza multinazionale per tentare di stabilizzare Haiti, dove le gang controllano gran parte di Port-au-Prince. Ma tra collasso istituzionale, crisi umanitaria e fragilità politica, la transizione resta estremamente incerta.
Totalmente fuori dal radar dei grandi media internazionali l’isola caraibica di Haiti rimane in una situazione drammatica, dove le gang restano padrone del paese. Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per Haiti ha annunciato che una nuova forza multinazionale per combattere le bande criminali sarà dispiegata gradualmente nei prossimi mesi.
Questa Forza di Repressione delle gang inizierà a sostituire l'attuale Missione multinazionale a supporto della polizia haitiana, con l'obiettivo di ristabilire l’ordine e soprattutto il monopolio della forza da parte del governo di Port au Prince. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un nuovo dispiegamento di 5.500 fra soldati ed agenti di polizia ed il primo contingente formato da 400 militari provenienti dal Ciad è già arrivato ad Haiti.
Il Palazzo di Vetro sembra finalmente voler fare qualcosa per aiutare la nazione caraibica, che ormai da cinque anni è in mano alla criminalità organizzata. La missione precedente, formata da poliziotti provenienti dal Kenya, non era mai stata finanziata ed attrezzata in maniera adeguata e gli agenti africani erano stati ininfluenti nella battaglia per il controllo della capitale. Dal Ciad in totale dovrebbero arrivare 1500 uomini, un contingente delle forze armate articolato in due battaglioni di fanteria. Ad Haiti le bande armate controllano circa il 75% della capitale Port-au-Prince, approfittando del collasso istituzionale seguito all’uccisione del presidente Jovenel Moïse ed al crollo dello stato. La polizia haitiana non riesce più a difendere nemmeno i quartieri governativi e vive asserragliata nelle caserme, dove subisce continui attacchi. Questa missione delle Nazioni Unite deve anche affrontare il problema di ricostruire un’entità statale che in questi anni è andata completamente persa. Le forze armate inviate potranno aiutare la popolazione, ma non saranno assolutamente sufficienti a garantire una transazione democratica per questa nazione che ha vissuto moltissime crisi nella sua travagliata storia.
Ad Haiti lo stato infatti non esiste più: da mesi i trasporti pubblici sono sospesi, i rifiuti non vengono raccolti ed i salari non vengono pagati. La maggioranza della popolazione è al limite della sopravvivenza e nel 75% dei quartieri della capitale sono le gang ad amministrare la vita quotidiana degli abitanti. Nonostante questa situazione le Nazioni Unite hanno espresso un giudizio positivo sul nuovo esecutivo guidato da Alix Didier Fils-Aimé, che sta faticosamente cercando di garantire una certa continuità dello Stato, sostenuta dal Patto nazionale per la stabilità, un accordo firmato da un grande rappresentanza della società civile. Anche il fatto che il governo abbia potuto ricominciare a riunirsi nella capitale, dopo tre anni, è visto come un fatto positivo. Le organizzazioni internazionali denunciano però una situazione umanitaria in rapido peggioramento con circa 1 milione e mezzo di persone sfollate che vivono in campi profughi o presso famiglie ospitanti, mentre si stima che entro la fine del 2026 circa 6,5 milioni di haitiani avranno bisogno di immediata assistenza umanitaria.
Stando a un recente rapporto, tra dicembre e febbraio oltre 2.400 persone sono state uccise, molte delle quali sospettate di essere membri di bande criminali, mentre la polizia sta cercando di intensificare le operazioni arruolando molti giovani disoccupati. Secondo il rapporto del BINUH (United Nations Integrated Office in Haiti), si registra un aumento del 23% degli omicidi rispetto al periodo precedente, con operazioni contro le bande criminali che hanno causato la morte di almeno 158 civili e il ferimento di oltre 100.
Lo scorso anno, più di 9.000 persone sono state uccise ad Haiti, e il paese registra un tasso di omicidi pari a 76 ogni 100.000 abitanti, uno dei più alti al mondo. A dicembre dovrebbe tenersi il primo turno delle elezioni, ma tutto resta estremamente aleatorio. Intanto il Primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha affermato che il governo di transizione «resta pienamente impegnato ad aiutare Haiti a uscire da questa crisi» e ha sottolineato che intende aumentare il numero di agenti di polizia e soldati, ribadendo che «lo Stato sta riprendendo il posto che gli spetta di diritto ed Haiti non perirà».
Continua a leggereRiduci