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2019-09-26
200.000 euro al comitato Sì
a fondo perduto. Vacilla la difesa di Bianchi
Ansa
Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell'inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d'influenze illecite l'avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d'Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale - relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade - una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall'avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L'altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e - a quanto si sa - non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l'interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l'avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?
All'epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d'indirizzo c'era proprio Alberto Bianchi.
Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi - come sindaco o supplente - in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l'area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell'Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.
Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell'allora premier rottamatore. Il quale, nell'ottobre 2014, torcendo un po' il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell'azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d'assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott'assedio.
Toto non trattava solo col Pd. Anche il Movimento 5 stelle ha consolidato il suo potere
Non solo Pd. Di «grazie», per il gruppo Toto, ne sono arrivate anche dai 5 stelle. La Verità, in questi giorni, ha ricostruito la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi, gestore delle arterie abruzzesi A24 e A25 e l'Anas, sulle rate del corrispettivo del prezzo della concessione non corrisposte dalla società dei Toto all'ente statale. Nella diatriba era intervenuto, nel 2017, il governo Gentiloni, che aveva sospeso l'obbligo di pagamento purché quel denaro fosse impiegato da Strada dei parchi per i lavori di messa in sicurezza dell'infrastruttura. Il denaro doveva essere poi restituito in tre rate negli anni 2028, 2029 e 2030. Nel luglio scorso, su sollecitazione del tribunale di Roma, che aveva sollevato un dubbio di costituzionalità proprio sull'articolo 52 quinquies del del 50/2017, è intervenuta la Consulta, che si è pronunciata su un altro aspetto della controversia: i Toto ritenevano di essere creditori del Mit e non di Anas, ma la Consulta, confermando questo aspetto della legge approvata dal governo Gentiloni, ha dato loro torto. L'odissea delle rate Anas, però, non è finita. A questo punto, anzi, la holding abruzzese potrebbe ricevere un altro aiuto dalla politica.
Nell'accordo stipulato ad agosto tra Strada dei parchi e ministero delle Infrastrutture, relativo all'approvazione del nuovo piano economico e finanziario, sollecitata da una sentenza del Consiglio di Stato, si prefigura la possibilità di stornare le rate degli anni 2017, 2018 e 2019, ipoteticamente destinate ad Anas e ora bloccate su un conto da circa 178 milioni di euro, per consentire al gestore delle autostrade di coprire, con quel denaro, i 70 milioni di buco di bilancio derivanti dai mancati incrementi dei pedaggi, nonché per scongiurare ulteriori aumenti da dopo il 30 novembre prossimo. Difatti, è fino a quella data che Strada dei parchi, con il Mit, si è impegnata a mantenere le tariffe attuali ai caselli di A24 e A25.
A onor del vero, bisogna sottolineare che l'idea di destinare a tale scopo le rate spettanti all'Anas era stata caldeggiata anche dal presidente della Regione Abruzzo ed ex senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio. Anche se il «diritto d'autore» sulla trovata spetta all'ex presidente del Pd, Luciano D'Alfonso, che nel 2016 ventilò l'ipotesi di congelare il versamento dei 55 milioni l'anno - che però, a differenza di quello che riteneva D'Alfonso, non erano il canone, bensì la rateizzazione del prezzo di vendita della concessione. Ma non finisce qui. Sbloccando l'iter per l'approvazione del Pef, il ministero che fino a quest'estate era retto da Danilo Toninelli ha accettato anche di prorogare la concessione autostradale di 10 anni, dal 2030 al 2040. Non proprio quello che sperava Carlo Toto quando, lanciando un progetto di varianti sul tracciato per oltre 5 miliardi, propose al Mit di Graziano Delrio una proroga di 45 anni, ma è già qualcosa...
Eppure, tra Strada dei parchi e Toninelli, l'anno scorso, era cominciato un braccio di ferro durante il quale il grillino era arrivato a minacciare la revoca della concessione. Una parabola incredibile: dalla paventata rescissione del contratto con i Toto alla proroga decennale. Dalle polemiche sui fondi ministeriali per la messa in sicurezza dei viadotti, all'approvazione di un maxi piano di lavori da 3,1 miliardi, di cui 2 a carico dello Stato.
Nel frattempo, la scorsa primavera, a trattative per il salvataggio di Alitalia in corso, era stato Luigi Di Maio, all'epoca ministro dello Sviluppo economico, a tirare fuori dal cappello il nome del gruppo Toto. La società si era dichiarata disposta a mettere sul piatto una cifra tra i 300 e i 400 milioni, per aggiudicarsi il 30% delle quote del capitale della compagnia, completando la cordata composta dall'americana Delta, da Ferrovie dello Stato e dal ministero del Tesoro. La mossa, però, aveva suscitato diverse riserve, anzitutto da parte di Fs, gemella di Anas. Scettica anche Delta. A pesare sui giudizi dei potenziali partner c'erano i trascorsi di Carlo Toto con Air One e Alitalia (cui l'imprenditore abruzzese aveva venduto la propria compagnia, trasferendo 600 milioni di debiti), quelli del figlio Riccardo, già patron di Air One, con la Livingstone, compagnia da lui rilevata ma fallita pochi anni dopo, oltre che l'esposizione finanziaria della holding, che secondo il bilancio 2016 ammontava a un miliardo e 128 milioni. È possibile che il coinvolgimento dei Toto servisse a Di Maio per prendere tempo e fare pressione sui partner già interessati all'affare Alitalia, inducendoli a chiudere l'accordo. Parallelamente al dialogo con l'ex titolare del Mise, oggi alla Farnesina, i Toto erano coinvolti nell'alterco con Toninelli. Un ministro giunto dal pungo alla carezza. In fondo, che i canali di comunicazione con la politica, per la dinastia chietina, siano molteplici, lo mostra una curiosa circostanza: mentre il capostipite Carlo è stato testimone di nozze dell'ex governatore abruzzese del Pd, Luciano D'Alfonso (dai Toto definito «uno di famiglia»), il figlio Alfonso, immortalato nel 2015 all'inaugurazione della variante di valico sull'A1 con Matteo Renzi, lo è stato dello sposo di Sara Marcozzi, candidata alle ultime regionali con il Movimento 5 stelle. E acerrima nemica di D'Alfonso.
Jet privato e vacanze per D’Alfonso il renziano che dominava l’Abruzzo
L'inchiesta di Firenze sta esaminando i collegamenti professionali e commerciali fra il gruppo Toto e il Giglio magico. La dinastia di imprenditori abruzzesi è usa a dimostrare una certa generosità verso la politica. A cominciare da quella abruzzese, come si evince dalle inchieste che sviscerarono i legami dei Toto con l'ex sindaco di Pescara, ex governatore e oggi senatore dem, il «sempre assolto» (in dieci processi) Luciano D'Alfonso, massimo esponente del renzismo in Regione: basti dire che, lo scorso marzo, a invitare Matteo Renzi a presentare il suo libro nella sala comunale del capoluogo adriatico, era stato proprio D'Alfonso.
Nonostante egli sostenga di non aver mai organizzato incontri privati tra Renzi, Luca Lotti e i Toto, ma di aver presenziato solo a eventi istituzionali, con La Verità D'Alfonso ha ricordato di essersi ritrovato proprio con Renzi e l'ad di Strada dei parchi (società dei Toto) per una consumazione «francescana, ma forse anche costosa», durante una visita ai laboratori del Gran Sasso. I rapporti dei Toto con il «sempre assolto» renziano (che però non ha seguito il Bullo in Italia viva) sono tanto cristallini che se Mario Toto, fratello del capostipite Carlo, davanti ai magistrati lo definì «uno di famiglia», il secondo addirittura si descrisse come loro «damo di compagnia». Quei legami sono stati alla base di alcuni procedimenti giudiziari che hanno coinvolto gli imprenditori e l'ex sindaco pescarese. Ad esempio, l'inchiesta Housework, che portò, nel 2008, agli arresti domiciliari di D'Alfonso. L'accusa, sostenuta dal pm Gennaro Varone, ipotizzava che Carlo Toto e il figlio Alfonso (più un'altra ventina di imprenditori) avessero elargito favori al primo cittadino per garantirsi gli appalti del Comune. Allora finirono agli atti i doni dei Toto a D'Alfonso e famiglia. Il Fatto Quotidiano, per questo accusato dall'ex governatore di una «lettura pornografica» del processo, le aveva elencate tutte: un jet privato Falcon 20 per le tratte Pescara-Malta, Malta-Venezia e Venezia-Pescara; un motoscafo taxi; un soggiorno a Santiago de Compostela, trascorso insieme dalle due famiglie ma pagato dai Toto; biglietti Roma-Chicago per cognato e sorella di D'Alfonso, 10.786 euro; biglietti Roma-Istanbul, dieci voli privati nel 2006, altri due a Spalato nel 2005 e nel 2008, uno a Zagabria, uno a Belgrado. E ancora: cene elettorali per 10.800 euro, «pranzo di lavoro di un'associazione facente capo a D'Alfonso per 924 euro in un hotel di Roma», uno stipendio mensile da 1.500 euro a «Fabrizio Paolini (borsista al Comune di Pescara nel 2005 e, di fatto, autista e coadiutore del sindaco)», oltre a un «rimborso spese carburante e facoltà d'uso di una Alfa Romeo 166» tra il 2004 e il 2007. Il tutto, sempre secondo l'accusa, per aggiudicarsi, quali unici concorrenti, il bando per la realizzazione e gestione dei parcheggi a pagamento nell'area di risulta dell'ex ferrovia di Pescara (appalto in seguito revocato). La tesi del pm Varone era chiara: nel suo ricorso dopo l'assoluzione in primo grado del 2013, riportato dal sito I due punti, si legge che i Toto sarebbero stati «a completa disposizione di D'Alfonso per ogni sua esigenza economica. D'Alfonso disponeva della cassaforte dei Toto». Tanto che l'allora sindaco del capoluogo adriatico, rilevò l'accusa, prelevava poco denaro dal suo conto. La difesa replicava che D'Alfonso, per le spese familiari, si sarebbe fatto aiutare dalla zia, dai suoceri e dai genitori. Nella sentenza di assoluzione bis per gli imputati, risalente al 2015, i giudici d'Appello notarono che «non è per nulla eccezionale e inverosimile, nella nostra realtà socioeconomica, ancora caratterizzata da modelli familiari tradizionali, che familiari si mobilitino in favore di un congiunto e lo sostengano economicamente». I magistrati smontarono anche l'ipotesi di corruzione: «Nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D'Alfonso». Insomma, non si poteva provare che vacanze, biglietti aerei, jet privati e motoscafi avessero comprato i favori dell'ex sindaco. Ormai era acclarato che il «damo di compagnia» fosse «uno di famiglia» (tant'è che Carlo Toto gli fece da testimone di nozze), però i giudici d'Appello ritennero che «il rapporto amicale» fosse «già esistente quando D'Alfonso non era sindaco», che in quella generosità non ci fosse malizia e che, anzi, essa perdurasse anche «quando il Comune di Pescara assumeva decisioni contrarie ai loro interessi». Nel mirino dei pm finì pure la vicenda della mancata realizzazione della Mare-Monti, la statale 81, quando D'Alfonso era presidente della provincia di Pescara. Secondo l'accusa, la Toto spa avrebbe ottenuto dal politico il via libera, senza le dovute autorizzazioni, a «una variante predisposta dall'impresa medesima idonea a stravolgere l'originario progetto […], peraltro portando il tracciato a invadere i confini della riserva del lago di Penne», come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del 2008 del gip di Pescara. Nel 2017, il tribunale ha dichiarato prescritti i reati. Ma D'Alfonso ha rinunciato alla prescrizione, venendo assolto per non aver commesso il fatto nel 2018.
Alcuni scambi di carinerie tra i Toto e l'ex governatore abruzzese sono rimasti fuori dalle aule di tribunale. Da presidente della Regione, D'Alfonso è stato un grande propugnatore del progetto di Strada dei parchi per realizzare tunnel e varianti su A24 e A25: un cantiere da 5,7 miliardi di euro, in parte da finanziare grazie ai fondi Ue, in parte ripagati grazie a un indotto da 10.000 posti di lavoro, che i gestori delle autostrade promettevano in cambio del prolungamento della concessione di 45 anni rispetto alla scadenza del 2030. Con una delibera, la 325 del 2015, la Regione dichiarava persino di aver preso atto che «la messa in sicurezza della A24 e della A25 comporta la necessità di varianti di tracciato». In pratica, la Giunta D'Alfonso affermava che l'antisismicità delle infrastrutture dipendeva dal recepimento del progetto dei Toto. Peccato non la pensasse così il Mit guidato, allora, da Graziano Delrio, che bocciò il progetto.
Ultima chicca. In questi giorni, La Verità ha approfondito la questione del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. Prima di entrare in politica e mettersi in aspettativa, D'Alfonso lavorava proprio presso quell'ente statale. Da governatore abruzzese, per scongiurare gli aumenti dei pedaggi su A24 e A25, D'Alfonso proponeva ad Anas, cioè al suo datore di lavoro, di rinunciare alle famose rate del corrispettivo del prezzo della concessione che Strada dei parchi avrebbe dovuto versare. Esattamente la soluzione individuata dall'emendamento alla manovrina del 2017, che sospese il pagamento dei 121 milioni purché fossero usati dal concessionario per i lavori di adeguamento sismico. Ovviamente, una coincidenza.
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L'avvocato, dopo aver incassato dal gruppo Toto una ricca parcella da 2 milioni, elargì 200.000 euro alla fondazione Open e altrettanti alla struttura che sosteneva la battaglia referendaria di Matteo Renzi. Questi ultimi sono stati versati a fondo perduto.Con Danilo Toninelli alle infrastrutture, Strada dei parchi si è vista prolungare di 10 anni la concessione autostradale e ha ottenuto 2 miliardi per i lavori di messa in sicurezza.L'ex presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, è stato processato, assieme a Carlo Toto, con l'accusa di aver ricevuto doni in cambio di appalti. In aula si giustificò definendosi «damo di compagnia» del magnate della A24.Lo speciale contiene tre articoli. Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell'inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d'influenze illecite l'avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d'Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale - relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade - una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall'avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L'altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e - a quanto si sa - non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l'interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l'avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?All'epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d'indirizzo c'era proprio Alberto Bianchi.Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi - come sindaco o supplente - in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l'area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell'Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell'allora premier rottamatore. Il quale, nell'ottobre 2014, torcendo un po' il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell'azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d'assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott'assedio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-soldi-di-bianchi-al-comitato-del-si-un-regalo-2640630337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toto-non-trattava-solo-col-pd-anche-il-movimento-5-stelle-ha-consolidato-il-suo-potere" data-post-id="2640630337" data-published-at="1772960026" data-use-pagination="False"> Toto non trattava solo col Pd. Anche il Movimento 5 stelle ha consolidato il suo potere Non solo Pd. Di «grazie», per il gruppo Toto, ne sono arrivate anche dai 5 stelle. La Verità, in questi giorni, ha ricostruito la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi, gestore delle arterie abruzzesi A24 e A25 e l'Anas, sulle rate del corrispettivo del prezzo della concessione non corrisposte dalla società dei Toto all'ente statale. Nella diatriba era intervenuto, nel 2017, il governo Gentiloni, che aveva sospeso l'obbligo di pagamento purché quel denaro fosse impiegato da Strada dei parchi per i lavori di messa in sicurezza dell'infrastruttura. Il denaro doveva essere poi restituito in tre rate negli anni 2028, 2029 e 2030. Nel luglio scorso, su sollecitazione del tribunale di Roma, che aveva sollevato un dubbio di costituzionalità proprio sull'articolo 52 quinquies del del 50/2017, è intervenuta la Consulta, che si è pronunciata su un altro aspetto della controversia: i Toto ritenevano di essere creditori del Mit e non di Anas, ma la Consulta, confermando questo aspetto della legge approvata dal governo Gentiloni, ha dato loro torto. L'odissea delle rate Anas, però, non è finita. A questo punto, anzi, la holding abruzzese potrebbe ricevere un altro aiuto dalla politica. Nell'accordo stipulato ad agosto tra Strada dei parchi e ministero delle Infrastrutture, relativo all'approvazione del nuovo piano economico e finanziario, sollecitata da una sentenza del Consiglio di Stato, si prefigura la possibilità di stornare le rate degli anni 2017, 2018 e 2019, ipoteticamente destinate ad Anas e ora bloccate su un conto da circa 178 milioni di euro, per consentire al gestore delle autostrade di coprire, con quel denaro, i 70 milioni di buco di bilancio derivanti dai mancati incrementi dei pedaggi, nonché per scongiurare ulteriori aumenti da dopo il 30 novembre prossimo. Difatti, è fino a quella data che Strada dei parchi, con il Mit, si è impegnata a mantenere le tariffe attuali ai caselli di A24 e A25. A onor del vero, bisogna sottolineare che l'idea di destinare a tale scopo le rate spettanti all'Anas era stata caldeggiata anche dal presidente della Regione Abruzzo ed ex senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio. Anche se il «diritto d'autore» sulla trovata spetta all'ex presidente del Pd, Luciano D'Alfonso, che nel 2016 ventilò l'ipotesi di congelare il versamento dei 55 milioni l'anno - che però, a differenza di quello che riteneva D'Alfonso, non erano il canone, bensì la rateizzazione del prezzo di vendita della concessione. Ma non finisce qui. Sbloccando l'iter per l'approvazione del Pef, il ministero che fino a quest'estate era retto da Danilo Toninelli ha accettato anche di prorogare la concessione autostradale di 10 anni, dal 2030 al 2040. Non proprio quello che sperava Carlo Toto quando, lanciando un progetto di varianti sul tracciato per oltre 5 miliardi, propose al Mit di Graziano Delrio una proroga di 45 anni, ma è già qualcosa... Eppure, tra Strada dei parchi e Toninelli, l'anno scorso, era cominciato un braccio di ferro durante il quale il grillino era arrivato a minacciare la revoca della concessione. Una parabola incredibile: dalla paventata rescissione del contratto con i Toto alla proroga decennale. Dalle polemiche sui fondi ministeriali per la messa in sicurezza dei viadotti, all'approvazione di un maxi piano di lavori da 3,1 miliardi, di cui 2 a carico dello Stato. Nel frattempo, la scorsa primavera, a trattative per il salvataggio di Alitalia in corso, era stato Luigi Di Maio, all'epoca ministro dello Sviluppo economico, a tirare fuori dal cappello il nome del gruppo Toto. La società si era dichiarata disposta a mettere sul piatto una cifra tra i 300 e i 400 milioni, per aggiudicarsi il 30% delle quote del capitale della compagnia, completando la cordata composta dall'americana Delta, da Ferrovie dello Stato e dal ministero del Tesoro. La mossa, però, aveva suscitato diverse riserve, anzitutto da parte di Fs, gemella di Anas. Scettica anche Delta. A pesare sui giudizi dei potenziali partner c'erano i trascorsi di Carlo Toto con Air One e Alitalia (cui l'imprenditore abruzzese aveva venduto la propria compagnia, trasferendo 600 milioni di debiti), quelli del figlio Riccardo, già patron di Air One, con la Livingstone, compagnia da lui rilevata ma fallita pochi anni dopo, oltre che l'esposizione finanziaria della holding, che secondo il bilancio 2016 ammontava a un miliardo e 128 milioni. È possibile che il coinvolgimento dei Toto servisse a Di Maio per prendere tempo e fare pressione sui partner già interessati all'affare Alitalia, inducendoli a chiudere l'accordo. Parallelamente al dialogo con l'ex titolare del Mise, oggi alla Farnesina, i Toto erano coinvolti nell'alterco con Toninelli. Un ministro giunto dal pungo alla carezza. In fondo, che i canali di comunicazione con la politica, per la dinastia chietina, siano molteplici, lo mostra una curiosa circostanza: mentre il capostipite Carlo è stato testimone di nozze dell'ex governatore abruzzese del Pd, Luciano D'Alfonso (dai Toto definito «uno di famiglia»), il figlio Alfonso, immortalato nel 2015 all'inaugurazione della variante di valico sull'A1 con Matteo Renzi, lo è stato dello sposo di Sara Marcozzi, candidata alle ultime regionali con il Movimento 5 stelle. E acerrima nemica di D'Alfonso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-soldi-di-bianchi-al-comitato-del-si-un-regalo-2640630337.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jet-privato-e-vacanze-per-dalfonso-il-renziano-che-dominava-labruzzo" data-post-id="2640630337" data-published-at="1772960026" data-use-pagination="False"> Jet privato e vacanze per D’Alfonso il renziano che dominava l’Abruzzo L'inchiesta di Firenze sta esaminando i collegamenti professionali e commerciali fra il gruppo Toto e il Giglio magico. La dinastia di imprenditori abruzzesi è usa a dimostrare una certa generosità verso la politica. A cominciare da quella abruzzese, come si evince dalle inchieste che sviscerarono i legami dei Toto con l'ex sindaco di Pescara, ex governatore e oggi senatore dem, il «sempre assolto» (in dieci processi) Luciano D'Alfonso, massimo esponente del renzismo in Regione: basti dire che, lo scorso marzo, a invitare Matteo Renzi a presentare il suo libro nella sala comunale del capoluogo adriatico, era stato proprio D'Alfonso. Nonostante egli sostenga di non aver mai organizzato incontri privati tra Renzi, Luca Lotti e i Toto, ma di aver presenziato solo a eventi istituzionali, con La Verità D'Alfonso ha ricordato di essersi ritrovato proprio con Renzi e l'ad di Strada dei parchi (società dei Toto) per una consumazione «francescana, ma forse anche costosa», durante una visita ai laboratori del Gran Sasso. I rapporti dei Toto con il «sempre assolto» renziano (che però non ha seguito il Bullo in Italia viva) sono tanto cristallini che se Mario Toto, fratello del capostipite Carlo, davanti ai magistrati lo definì «uno di famiglia», il secondo addirittura si descrisse come loro «damo di compagnia». Quei legami sono stati alla base di alcuni procedimenti giudiziari che hanno coinvolto gli imprenditori e l'ex sindaco pescarese. Ad esempio, l'inchiesta Housework, che portò, nel 2008, agli arresti domiciliari di D'Alfonso. L'accusa, sostenuta dal pm Gennaro Varone, ipotizzava che Carlo Toto e il figlio Alfonso (più un'altra ventina di imprenditori) avessero elargito favori al primo cittadino per garantirsi gli appalti del Comune. Allora finirono agli atti i doni dei Toto a D'Alfonso e famiglia. Il Fatto Quotidiano, per questo accusato dall'ex governatore di una «lettura pornografica» del processo, le aveva elencate tutte: un jet privato Falcon 20 per le tratte Pescara-Malta, Malta-Venezia e Venezia-Pescara; un motoscafo taxi; un soggiorno a Santiago de Compostela, trascorso insieme dalle due famiglie ma pagato dai Toto; biglietti Roma-Chicago per cognato e sorella di D'Alfonso, 10.786 euro; biglietti Roma-Istanbul, dieci voli privati nel 2006, altri due a Spalato nel 2005 e nel 2008, uno a Zagabria, uno a Belgrado. E ancora: cene elettorali per 10.800 euro, «pranzo di lavoro di un'associazione facente capo a D'Alfonso per 924 euro in un hotel di Roma», uno stipendio mensile da 1.500 euro a «Fabrizio Paolini (borsista al Comune di Pescara nel 2005 e, di fatto, autista e coadiutore del sindaco)», oltre a un «rimborso spese carburante e facoltà d'uso di una Alfa Romeo 166» tra il 2004 e il 2007. Il tutto, sempre secondo l'accusa, per aggiudicarsi, quali unici concorrenti, il bando per la realizzazione e gestione dei parcheggi a pagamento nell'area di risulta dell'ex ferrovia di Pescara (appalto in seguito revocato). La tesi del pm Varone era chiara: nel suo ricorso dopo l'assoluzione in primo grado del 2013, riportato dal sito I due punti, si legge che i Toto sarebbero stati «a completa disposizione di D'Alfonso per ogni sua esigenza economica. D'Alfonso disponeva della cassaforte dei Toto». Tanto che l'allora sindaco del capoluogo adriatico, rilevò l'accusa, prelevava poco denaro dal suo conto. La difesa replicava che D'Alfonso, per le spese familiari, si sarebbe fatto aiutare dalla zia, dai suoceri e dai genitori. Nella sentenza di assoluzione bis per gli imputati, risalente al 2015, i giudici d'Appello notarono che «non è per nulla eccezionale e inverosimile, nella nostra realtà socioeconomica, ancora caratterizzata da modelli familiari tradizionali, che familiari si mobilitino in favore di un congiunto e lo sostengano economicamente». I magistrati smontarono anche l'ipotesi di corruzione: «Nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D'Alfonso». Insomma, non si poteva provare che vacanze, biglietti aerei, jet privati e motoscafi avessero comprato i favori dell'ex sindaco. Ormai era acclarato che il «damo di compagnia» fosse «uno di famiglia» (tant'è che Carlo Toto gli fece da testimone di nozze), però i giudici d'Appello ritennero che «il rapporto amicale» fosse «già esistente quando D'Alfonso non era sindaco», che in quella generosità non ci fosse malizia e che, anzi, essa perdurasse anche «quando il Comune di Pescara assumeva decisioni contrarie ai loro interessi». Nel mirino dei pm finì pure la vicenda della mancata realizzazione della Mare-Monti, la statale 81, quando D'Alfonso era presidente della provincia di Pescara. Secondo l'accusa, la Toto spa avrebbe ottenuto dal politico il via libera, senza le dovute autorizzazioni, a «una variante predisposta dall'impresa medesima idonea a stravolgere l'originario progetto […], peraltro portando il tracciato a invadere i confini della riserva del lago di Penne», come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del 2008 del gip di Pescara. Nel 2017, il tribunale ha dichiarato prescritti i reati. Ma D'Alfonso ha rinunciato alla prescrizione, venendo assolto per non aver commesso il fatto nel 2018. Alcuni scambi di carinerie tra i Toto e l'ex governatore abruzzese sono rimasti fuori dalle aule di tribunale. Da presidente della Regione, D'Alfonso è stato un grande propugnatore del progetto di Strada dei parchi per realizzare tunnel e varianti su A24 e A25: un cantiere da 5,7 miliardi di euro, in parte da finanziare grazie ai fondi Ue, in parte ripagati grazie a un indotto da 10.000 posti di lavoro, che i gestori delle autostrade promettevano in cambio del prolungamento della concessione di 45 anni rispetto alla scadenza del 2030. Con una delibera, la 325 del 2015, la Regione dichiarava persino di aver preso atto che «la messa in sicurezza della A24 e della A25 comporta la necessità di varianti di tracciato». In pratica, la Giunta D'Alfonso affermava che l'antisismicità delle infrastrutture dipendeva dal recepimento del progetto dei Toto. Peccato non la pensasse così il Mit guidato, allora, da Graziano Delrio, che bocciò il progetto. Ultima chicca. In questi giorni, La Verità ha approfondito la questione del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. Prima di entrare in politica e mettersi in aspettativa, D'Alfonso lavorava proprio presso quell'ente statale. Da governatore abruzzese, per scongiurare gli aumenti dei pedaggi su A24 e A25, D'Alfonso proponeva ad Anas, cioè al suo datore di lavoro, di rinunciare alle famose rate del corrispettivo del prezzo della concessione che Strada dei parchi avrebbe dovuto versare. Esattamente la soluzione individuata dall'emendamento alla manovrina del 2017, che sospese il pagamento dei 121 milioni purché fossero usati dal concessionario per i lavori di adeguamento sismico. Ovviamente, una coincidenza.
I manifesti appesi in solidarietà alla cosiddetta famiglia del bosco fuori dalla casa famiglia di assegnazione a Vasto (Ansa)
Sì, perché malgrado il tempo ci fosse, venerdì, per spiegare alle tre creature che cosa stava per succedere, senza metterle davanti alla scena tremenda della mamma che deve andarsene con la valigia in mano, le modalità sono state di assoluta indifferenza per i sentimenti, la psiche di tre piccini.
«L’assistente sociale Veruska D’Angelo e una coordinatrice che non avevamo mai visto sono state chiuse tutto il giorno in ufficio e quando, verso le 18.30, ho chiesto loro quando intendevano eseguire il provvedimento di allontanamento della madre, mi hanno detto “oggi, adesso”. “I bambini sono stati informati?”, è stata la mia preoccupazione. Non si erano poste il problema». Così l’avvocato Danila Solinas, uno dei legali dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, descrive la disumana applicazione dell’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila.
Catherine non vuole andarsene, rifiuta di lasciare i figli, alla fine va a fare i bagagli. Quando i bambini capiscono quello che sta succedendo, reagiscono piangendo o chiudendosi in un tremendo mutismo. Alla più grande sale la febbre, le sue urla sono lancinanti. Alle 21.20 Nathan è arrivato, fa salire la moglie in auto, si allontanano dalla struttura. «I bambini hanno scoperto casualmente e drammaticamente la realtà del distacco e hanno avuto reazioni strazianti», dichiara sdegnato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani.
Sottolinea: «Queste sono scene che generano danni enormi, la cosa che mi sorprende è la modalità non empatica, priva di mediazione, con la quale dei professionisti hanno deciso di espellere la madre, senza valutare minimamente la ricaduta traumatica sui bambini. Le uniche persone capaci di consolare questi piccoli sono state la nonna Pauline di 81 anni, mamma di Catherine, e la zia Rachel che si sono prodigate in modo incisivo». «Catherine adesso è a Palmoli, ancora sotto choc», precisa l’avvocato. «Venerdì aveva avuto la forza di rispondere a più di 500 test, pur sapendo dell’ordinanza notificata il giorno della perizia, e di lasciare la struttura come le è stato chiesto. Altro che riottosa, non so come mi sarei comportata io al suo posto, con un trattamento così vergognoso», esclama Solinas. «La D’Angelo ha minacciato anche di chiamare le forze dell’ordine se la signora non lasciava la struttura spontaneamente».
Ci mancava anche una simile scena, per quei poveri piccoli. L’incognita è quando sposteranno i bambini, come disposto nell’ordinanza. Pare vadano in una struttura a Scerne di Pineto e auguriamoci che non li separino. «Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) mi hanno assicurato che i piccoli non venivano mossi da Vasto ma la preoccupazione delle assistenti sociali è di evitare giornalisti e riprese video, quindi temo che non si muoveranno di giorno», aggiunge il legale. Se la nuova casa famiglia fosse davvero nella frazione costiera più vicina a Teramo, papà Trevallion dovrà sostenere due ore di andata e due ore di ritorno sulla sua vecchia auto per andare a trovare i figli. E mamma Catherine? Nell’ordinanza «censurabile sotto tutti profili, giuridici, fattuali, ricostruttivi» sottolinea l’avvocato, non si fa cenno alle modalità previste per gli incontri della madre. La vogliono allontanare definitivamente? Solinas, assieme all’avvocato Marco Femminella, presenterà lunedì un reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila per una sospensione del provvedimento di allontanamento della madre, perché Catherine possa tornare a stare con i propri figli nell’attesa che siano concluse tutte le perizie richieste.
Ieri, tante persone hanno risposto all’appello per una fiaccolata silenziosa fuori dalla casa accoglienza Genova Rulli di Vasto, che ospita i tre bambini dal novembre scorso. Portavano peluche e dolci in dono, regali che sono stati rifiutati dai responsabili della struttura. Numerosi cartelli riportavano parole di sdegno, di condanna per quello che risulta un accanimento nei confronti della «famiglia nel bosco». Sugli striscioni, scritte come «I bambini a casa con i loro genitori. Stop agli abusi sui minori di 6 anni. Vergogna». Carola Profeta, responsabile del dipartimento Famiglia della Lega in Abruzzo, presente anche lei alla fiaccolata, ha scritto sui social: «La casa famiglia dove stavano i bambini e la madre è di proprietà della diocesi di Chieti-Vasto, da cristiana chiedo al vescovo, monsignor Bruno Forte, di esprimersi sulla vicenda e gli chiedo se sia normale che una proprietà della Chiesa venga usata per sfasciare le famiglie».
L’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli è stato definito da Profeta «l’ennesimo crimine di Stato. Ennesimo perché è dal 2020 che denuncio la Bibbiano D’Abruzzo. Il modus operandi del Tribunale minorile dell’Aquila è assolutamente inaccettabile e indegno di un Paese civile». Secondo l’esponente della Lega, «il presidente Cecilia Angrisano, iscritta al Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, ha messo in piedi un sistema di continua sottrazione di minori ai danni di genitori che potevano anche avere delle difficoltà, ma la famiglia va aiutata e non smembrata come è avvenuto con i Trevallion».
Profeta ha annunciato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Palmoli e chiederò a Nathan e Catherine di fare un appello con me al presidente Sergio Mattarella, che come capo del Consiglio superiore della magistratura, anche se non può revocare l’ordinanza, può però fare una moral suasion suggerendo ai magistrati a fare un passo indietro». La responsabile del dipartimento Famiglia si augura che il tentativo vada a buon fine anche se è la prima a dubitarne «vista la concomitanza con il referendum sulla giustizia. Che messaggio sarebbe se il presidente del Csm chiedesse a un giudice di fare un passo indietro?».
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Ansa
Nell’ospedale Monaldi di Napoli il clima che si respira è sempre più teso, i ricoveri sono diminuiti ma quello che si scopre, mettendo insieme i pezzi di un puzzle complesso, è che il reparto di Cardiochirurgia pediatrica è fermo e chiede «aiuto» al Bambino Gesù di Roma. Infatti, per «rafforzare e rilanciare l’attività di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi» l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale, ha deciso di siglare una convenzione con l’ospedale pediatrico di Roma. L’accordo è stato richiesto dall’azienda proprio dopo la tragica scomparsa del piccolo Domenico ed è stato così motivato: «Un passo concreto e immediato per garantire continuità assistenziale e rafforzare ulteriormente la qualità delle cure offerte ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, che non hanno mai smesso di credere nel Monaldi».
Che cosa succederà in pratica? In base all’accordo, per i prossimi tre mesi un’equipe altamente specializzata del Bambino Gesù opererà stabilmente a Napoli. Saranno infatti distaccati al Monaldi quattro professionisti, ovvero un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista, figure fondamentali per garantire la gestione dei casi più complessi e delle procedure cardiochirurgiche più avanzate. L’equipe lavorerà in stretta «integrazione con i professionisti dell’Azienda ospedaliera dei Colli, contribuendo al consolidamento delle attività cliniche e al trasferimento di competenze. In caso di necessità, la collaborazione potrà essere ulteriormente rafforzata con il supporto aggiuntivo di altri specialisti, tra cui un ulteriore cardiochirurgo e un anestesista».
Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha sempre sottolineato di non voler demonizzare tutto il Monaldi, ospedale che il piccolo ha frequentato spesso nei suoi due anni di vita perché soffriva di un problema al cuore. Eppure lì più di qualcosa non ha funzionato. Gli inquirenti parlano di «negligenza» e «imperizia» dei medici, nel provvedimento che vede sette specialisti indagati. L’inchiesta della Procura di Napoli sta cercando di fare chiarezza sia sul trasporto del nuovo organo da Bolzano a Napoli (contenitore, tempistiche e procedure di espianto) sia su quello che è accaduto nella sala operatoria del Monaldi dove è stato espiantato il cuore malato del piccolo Domenico.
Dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Cnt, redatta dopo i sopralluoghi al Monaldi e all’ospedale di Bolzano, emerge un altro particolare inquietante: il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un’anestesista dell’ospedale di Bolzano potrebbe aver danneggiato il cuore destinato a Domenico prima che questo venisse espiantato e congelato erroneamente col ghiaccio secco. Ma su questo elemento il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, sentito dall’Ansa, ha precisato: «Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti, comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi. Dalle prime indagini è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (uno degli indagati) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo. È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore. Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione». Intanto, con una lettera 186 genitori di bambini cardiopatici difendono il Monaldi e, in particolare, il primario Guido Oppido, il cardiochirurgo indagato: «Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla Cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Oppido. Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto: una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli».
Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Alberto Pagliafora, aveva rassegnato le dimissioni per motivi personali, ma dopo qualche ora le ha ritirate. In una nota, si precisa che «la decisione di proseguire nel proprio incarico è maturata a seguito di una riflessione personale, nella consapevolezza della delicatezza della fase che l’ospedale sta attraversando e dell’importanza di garantire continuità amministrativa e organizzativa alle attività dell’ente. L’azienda prosegue con determinazione nel suo lavoro».
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Stretto di Hormuz bloccato, non passano petroliere e metaniere. Salgono i prezzi di gas, petrolio, benzina e gasolio. Gnl dal Qatar fermo, i produttori di petrolio del Golfo frenano l’estrazione in cerca di stoccaggi.