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2019-09-26
200.000 euro al comitato Sì
a fondo perduto. Vacilla la difesa di Bianchi
Ansa
Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell'inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d'influenze illecite l'avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d'Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale - relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade - una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall'avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L'altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e - a quanto si sa - non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l'interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l'avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?
All'epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d'indirizzo c'era proprio Alberto Bianchi.
Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi - come sindaco o supplente - in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l'area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell'Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.
Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell'allora premier rottamatore. Il quale, nell'ottobre 2014, torcendo un po' il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell'azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d'assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott'assedio.
Toto non trattava solo col Pd. Anche il Movimento 5 stelle ha consolidato il suo potere
Non solo Pd. Di «grazie», per il gruppo Toto, ne sono arrivate anche dai 5 stelle. La Verità, in questi giorni, ha ricostruito la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi, gestore delle arterie abruzzesi A24 e A25 e l'Anas, sulle rate del corrispettivo del prezzo della concessione non corrisposte dalla società dei Toto all'ente statale. Nella diatriba era intervenuto, nel 2017, il governo Gentiloni, che aveva sospeso l'obbligo di pagamento purché quel denaro fosse impiegato da Strada dei parchi per i lavori di messa in sicurezza dell'infrastruttura. Il denaro doveva essere poi restituito in tre rate negli anni 2028, 2029 e 2030. Nel luglio scorso, su sollecitazione del tribunale di Roma, che aveva sollevato un dubbio di costituzionalità proprio sull'articolo 52 quinquies del del 50/2017, è intervenuta la Consulta, che si è pronunciata su un altro aspetto della controversia: i Toto ritenevano di essere creditori del Mit e non di Anas, ma la Consulta, confermando questo aspetto della legge approvata dal governo Gentiloni, ha dato loro torto. L'odissea delle rate Anas, però, non è finita. A questo punto, anzi, la holding abruzzese potrebbe ricevere un altro aiuto dalla politica.
Nell'accordo stipulato ad agosto tra Strada dei parchi e ministero delle Infrastrutture, relativo all'approvazione del nuovo piano economico e finanziario, sollecitata da una sentenza del Consiglio di Stato, si prefigura la possibilità di stornare le rate degli anni 2017, 2018 e 2019, ipoteticamente destinate ad Anas e ora bloccate su un conto da circa 178 milioni di euro, per consentire al gestore delle autostrade di coprire, con quel denaro, i 70 milioni di buco di bilancio derivanti dai mancati incrementi dei pedaggi, nonché per scongiurare ulteriori aumenti da dopo il 30 novembre prossimo. Difatti, è fino a quella data che Strada dei parchi, con il Mit, si è impegnata a mantenere le tariffe attuali ai caselli di A24 e A25.
A onor del vero, bisogna sottolineare che l'idea di destinare a tale scopo le rate spettanti all'Anas era stata caldeggiata anche dal presidente della Regione Abruzzo ed ex senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio. Anche se il «diritto d'autore» sulla trovata spetta all'ex presidente del Pd, Luciano D'Alfonso, che nel 2016 ventilò l'ipotesi di congelare il versamento dei 55 milioni l'anno - che però, a differenza di quello che riteneva D'Alfonso, non erano il canone, bensì la rateizzazione del prezzo di vendita della concessione. Ma non finisce qui. Sbloccando l'iter per l'approvazione del Pef, il ministero che fino a quest'estate era retto da Danilo Toninelli ha accettato anche di prorogare la concessione autostradale di 10 anni, dal 2030 al 2040. Non proprio quello che sperava Carlo Toto quando, lanciando un progetto di varianti sul tracciato per oltre 5 miliardi, propose al Mit di Graziano Delrio una proroga di 45 anni, ma è già qualcosa...
Eppure, tra Strada dei parchi e Toninelli, l'anno scorso, era cominciato un braccio di ferro durante il quale il grillino era arrivato a minacciare la revoca della concessione. Una parabola incredibile: dalla paventata rescissione del contratto con i Toto alla proroga decennale. Dalle polemiche sui fondi ministeriali per la messa in sicurezza dei viadotti, all'approvazione di un maxi piano di lavori da 3,1 miliardi, di cui 2 a carico dello Stato.
Nel frattempo, la scorsa primavera, a trattative per il salvataggio di Alitalia in corso, era stato Luigi Di Maio, all'epoca ministro dello Sviluppo economico, a tirare fuori dal cappello il nome del gruppo Toto. La società si era dichiarata disposta a mettere sul piatto una cifra tra i 300 e i 400 milioni, per aggiudicarsi il 30% delle quote del capitale della compagnia, completando la cordata composta dall'americana Delta, da Ferrovie dello Stato e dal ministero del Tesoro. La mossa, però, aveva suscitato diverse riserve, anzitutto da parte di Fs, gemella di Anas. Scettica anche Delta. A pesare sui giudizi dei potenziali partner c'erano i trascorsi di Carlo Toto con Air One e Alitalia (cui l'imprenditore abruzzese aveva venduto la propria compagnia, trasferendo 600 milioni di debiti), quelli del figlio Riccardo, già patron di Air One, con la Livingstone, compagnia da lui rilevata ma fallita pochi anni dopo, oltre che l'esposizione finanziaria della holding, che secondo il bilancio 2016 ammontava a un miliardo e 128 milioni. È possibile che il coinvolgimento dei Toto servisse a Di Maio per prendere tempo e fare pressione sui partner già interessati all'affare Alitalia, inducendoli a chiudere l'accordo. Parallelamente al dialogo con l'ex titolare del Mise, oggi alla Farnesina, i Toto erano coinvolti nell'alterco con Toninelli. Un ministro giunto dal pungo alla carezza. In fondo, che i canali di comunicazione con la politica, per la dinastia chietina, siano molteplici, lo mostra una curiosa circostanza: mentre il capostipite Carlo è stato testimone di nozze dell'ex governatore abruzzese del Pd, Luciano D'Alfonso (dai Toto definito «uno di famiglia»), il figlio Alfonso, immortalato nel 2015 all'inaugurazione della variante di valico sull'A1 con Matteo Renzi, lo è stato dello sposo di Sara Marcozzi, candidata alle ultime regionali con il Movimento 5 stelle. E acerrima nemica di D'Alfonso.
Jet privato e vacanze per D’Alfonso il renziano che dominava l’Abruzzo
L'inchiesta di Firenze sta esaminando i collegamenti professionali e commerciali fra il gruppo Toto e il Giglio magico. La dinastia di imprenditori abruzzesi è usa a dimostrare una certa generosità verso la politica. A cominciare da quella abruzzese, come si evince dalle inchieste che sviscerarono i legami dei Toto con l'ex sindaco di Pescara, ex governatore e oggi senatore dem, il «sempre assolto» (in dieci processi) Luciano D'Alfonso, massimo esponente del renzismo in Regione: basti dire che, lo scorso marzo, a invitare Matteo Renzi a presentare il suo libro nella sala comunale del capoluogo adriatico, era stato proprio D'Alfonso.
Nonostante egli sostenga di non aver mai organizzato incontri privati tra Renzi, Luca Lotti e i Toto, ma di aver presenziato solo a eventi istituzionali, con La Verità D'Alfonso ha ricordato di essersi ritrovato proprio con Renzi e l'ad di Strada dei parchi (società dei Toto) per una consumazione «francescana, ma forse anche costosa», durante una visita ai laboratori del Gran Sasso. I rapporti dei Toto con il «sempre assolto» renziano (che però non ha seguito il Bullo in Italia viva) sono tanto cristallini che se Mario Toto, fratello del capostipite Carlo, davanti ai magistrati lo definì «uno di famiglia», il secondo addirittura si descrisse come loro «damo di compagnia». Quei legami sono stati alla base di alcuni procedimenti giudiziari che hanno coinvolto gli imprenditori e l'ex sindaco pescarese. Ad esempio, l'inchiesta Housework, che portò, nel 2008, agli arresti domiciliari di D'Alfonso. L'accusa, sostenuta dal pm Gennaro Varone, ipotizzava che Carlo Toto e il figlio Alfonso (più un'altra ventina di imprenditori) avessero elargito favori al primo cittadino per garantirsi gli appalti del Comune. Allora finirono agli atti i doni dei Toto a D'Alfonso e famiglia. Il Fatto Quotidiano, per questo accusato dall'ex governatore di una «lettura pornografica» del processo, le aveva elencate tutte: un jet privato Falcon 20 per le tratte Pescara-Malta, Malta-Venezia e Venezia-Pescara; un motoscafo taxi; un soggiorno a Santiago de Compostela, trascorso insieme dalle due famiglie ma pagato dai Toto; biglietti Roma-Chicago per cognato e sorella di D'Alfonso, 10.786 euro; biglietti Roma-Istanbul, dieci voli privati nel 2006, altri due a Spalato nel 2005 e nel 2008, uno a Zagabria, uno a Belgrado. E ancora: cene elettorali per 10.800 euro, «pranzo di lavoro di un'associazione facente capo a D'Alfonso per 924 euro in un hotel di Roma», uno stipendio mensile da 1.500 euro a «Fabrizio Paolini (borsista al Comune di Pescara nel 2005 e, di fatto, autista e coadiutore del sindaco)», oltre a un «rimborso spese carburante e facoltà d'uso di una Alfa Romeo 166» tra il 2004 e il 2007. Il tutto, sempre secondo l'accusa, per aggiudicarsi, quali unici concorrenti, il bando per la realizzazione e gestione dei parcheggi a pagamento nell'area di risulta dell'ex ferrovia di Pescara (appalto in seguito revocato). La tesi del pm Varone era chiara: nel suo ricorso dopo l'assoluzione in primo grado del 2013, riportato dal sito I due punti, si legge che i Toto sarebbero stati «a completa disposizione di D'Alfonso per ogni sua esigenza economica. D'Alfonso disponeva della cassaforte dei Toto». Tanto che l'allora sindaco del capoluogo adriatico, rilevò l'accusa, prelevava poco denaro dal suo conto. La difesa replicava che D'Alfonso, per le spese familiari, si sarebbe fatto aiutare dalla zia, dai suoceri e dai genitori. Nella sentenza di assoluzione bis per gli imputati, risalente al 2015, i giudici d'Appello notarono che «non è per nulla eccezionale e inverosimile, nella nostra realtà socioeconomica, ancora caratterizzata da modelli familiari tradizionali, che familiari si mobilitino in favore di un congiunto e lo sostengano economicamente». I magistrati smontarono anche l'ipotesi di corruzione: «Nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D'Alfonso». Insomma, non si poteva provare che vacanze, biglietti aerei, jet privati e motoscafi avessero comprato i favori dell'ex sindaco. Ormai era acclarato che il «damo di compagnia» fosse «uno di famiglia» (tant'è che Carlo Toto gli fece da testimone di nozze), però i giudici d'Appello ritennero che «il rapporto amicale» fosse «già esistente quando D'Alfonso non era sindaco», che in quella generosità non ci fosse malizia e che, anzi, essa perdurasse anche «quando il Comune di Pescara assumeva decisioni contrarie ai loro interessi». Nel mirino dei pm finì pure la vicenda della mancata realizzazione della Mare-Monti, la statale 81, quando D'Alfonso era presidente della provincia di Pescara. Secondo l'accusa, la Toto spa avrebbe ottenuto dal politico il via libera, senza le dovute autorizzazioni, a «una variante predisposta dall'impresa medesima idonea a stravolgere l'originario progetto […], peraltro portando il tracciato a invadere i confini della riserva del lago di Penne», come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del 2008 del gip di Pescara. Nel 2017, il tribunale ha dichiarato prescritti i reati. Ma D'Alfonso ha rinunciato alla prescrizione, venendo assolto per non aver commesso il fatto nel 2018.
Alcuni scambi di carinerie tra i Toto e l'ex governatore abruzzese sono rimasti fuori dalle aule di tribunale. Da presidente della Regione, D'Alfonso è stato un grande propugnatore del progetto di Strada dei parchi per realizzare tunnel e varianti su A24 e A25: un cantiere da 5,7 miliardi di euro, in parte da finanziare grazie ai fondi Ue, in parte ripagati grazie a un indotto da 10.000 posti di lavoro, che i gestori delle autostrade promettevano in cambio del prolungamento della concessione di 45 anni rispetto alla scadenza del 2030. Con una delibera, la 325 del 2015, la Regione dichiarava persino di aver preso atto che «la messa in sicurezza della A24 e della A25 comporta la necessità di varianti di tracciato». In pratica, la Giunta D'Alfonso affermava che l'antisismicità delle infrastrutture dipendeva dal recepimento del progetto dei Toto. Peccato non la pensasse così il Mit guidato, allora, da Graziano Delrio, che bocciò il progetto.
Ultima chicca. In questi giorni, La Verità ha approfondito la questione del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. Prima di entrare in politica e mettersi in aspettativa, D'Alfonso lavorava proprio presso quell'ente statale. Da governatore abruzzese, per scongiurare gli aumenti dei pedaggi su A24 e A25, D'Alfonso proponeva ad Anas, cioè al suo datore di lavoro, di rinunciare alle famose rate del corrispettivo del prezzo della concessione che Strada dei parchi avrebbe dovuto versare. Esattamente la soluzione individuata dall'emendamento alla manovrina del 2017, che sospese il pagamento dei 121 milioni purché fossero usati dal concessionario per i lavori di adeguamento sismico. Ovviamente, una coincidenza.
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L'avvocato, dopo aver incassato dal gruppo Toto una ricca parcella da 2 milioni, elargì 200.000 euro alla fondazione Open e altrettanti alla struttura che sosteneva la battaglia referendaria di Matteo Renzi. Questi ultimi sono stati versati a fondo perduto.Con Danilo Toninelli alle infrastrutture, Strada dei parchi si è vista prolungare di 10 anni la concessione autostradale e ha ottenuto 2 miliardi per i lavori di messa in sicurezza.L'ex presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, è stato processato, assieme a Carlo Toto, con l'accusa di aver ricevuto doni in cambio di appalti. In aula si giustificò definendosi «damo di compagnia» del magnate della A24.Lo speciale contiene tre articoli. Se è vero che i soldi non hanno colore, è altrettanto vero che non hanno sempre lo stesso peso. Nell'inchiesta di Firenze, in cui è indagato per traffico d'influenze illecite l'avvocato Alberto Bianchi, le impronte che lascia il denaro su conti correnti e bilanci sono il filo d'Arianna che gli inquirenti stanno seguendo per individuare le labili frontiere tra politica e affari, tra prestazioni professionali e lobbying. Si sa che Bianchi, presidente della fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi chiusa un anno fa, ha ottenuto per un incarico legale - relativo a una complessa transazione di 75 milioni di euro con Autostrade - una parcella di 2 milioni di euro dal gruppo Toto Costruzioni. Due terzi di questa cifra sono rimasti nella disponibilità dello studio associato mentre un terzo è stato trattenuto dall'avvocato stesso. Parliamo di circa 750.000 euro lordi, ovvero 400.000 netti. Somma che è stata ulteriormente «spacchettata» in due mosse. Duecentomila euro sono stati versati, da Bianchi, alla fondazione Open, in crisi finanziaria, e da questa successivamente restituiti quasi del tutto (190.000 euro sono tornati indietro un anno dopo). L'altra metà è stata invece bonificata sui conti del Comitato nazionale per il Sì al referendum del dicembre 2016, e - a quanto si sa - non più resa. E sono proprio questi ultimi i denari che maggiormente stanno incuriosendo gli investigatori, per un motivo molto semplice. Bianchi, per sua stessa ammissione, da presidente della fondazione sarebbe stato chiamato a rispondere di eventuali situazioni debitorie e, quindi, aveva tutto l'interesse a neutralizzare questo rischio. Che lo abbia fatto anticipando personalmente la cifra è il motivo di approfondimento investigativo di queste ore, soprattutto riguardo alla compatibilità, con lo statuto della fondazione, di questa operazione dare-avere. Nel secondo caso, i soldi sono stati invece versati a «titolo personale» nelle casse di un comitato che non solo aveva concluso la propria missione ma che, soprattutto, aveva una struttura molto meno rigida di Open riguardo a responsabilità civili nei confronti di terzi creditori. In una interrogazione parlamentare del 2016, infatti, Sinistra italiana già sollevava dubbi sulla eccessiva elasticità di cui godeva la gioiosa macchina da guerra renziana: «Le attuali normative non prevedono alcuna forma di rendiconto delle spese e dei finanziamenti da parte del Comitato nazionale basta un Sì, né tantomeno alcuna forma di controllo e di verifica, come invece previsto per le spese elettorali dei partiti e dei movimenti politici». La domanda, quindi, è una: perché, a un certo punto, l'avvocato Bianchi ha deciso di sacrificare, dai propri profitti personali, ben 200.000 euro per una causa persa come quella del referendum 2016?All'epoca, il tesoriere del Comitato era il commercialista fiorentino Lorenzo Anichini. Contattato dal nostro giornale, ha preferito non rilasciare dichiarazioni al riguardo, limitandosi solo a chiarire che i promessi 500.000 euro di finanziamento pubblico, che il Comitato avrebbe dovuto ricevere per le spese referendarie, «non sono mai stati incassati». In quei mesi si parlò addirittura di una trattativa tra il Comitato e la ex Cassa di risparmio di Firenze per ottenere una linea di credito per la campagna referendaria. Nel consiglio di amministrazione della Cr sedeva Marco Carrai, imprenditore fedelissimo di Matteo Renzi, mentre nel consiglio d'indirizzo c'era proprio Alberto Bianchi.Anichini è uno dei petali minori del Giglio magico, ma non per questo è meno importante. Attualmente ricopre ben 18 incarichi - come sindaco o supplente - in altrettante società. È presidente del collegio sindacale della Stazione Leopolda, la società a responsabilità limitata che gestisce l'area fiere diventata famosa per i meeting renziani. Stessa posizione è quella in Gse spa (Gestore dei servizi energetici, una controllata del ministero dell'Economia): Anichini è stato nominato nel luglio 2017 e resterà in carica per tre anni.Il commercialista toscano è inoltre sindaco della Centrale del latte della Toscana spa, in cui nel 2004 trovò spazio come consigliere di amministrazione pure Andrea Bacci, amico di famiglia dei Renzi e ristrutturatore della villa di Matteo a Pontassieve. Anichini fa parte del collegio sindacale pure di Bat (British American Tobacco) con scadenza del mandato fissata al 31 dicembre 2019. La multinazionale Usa delle sigarette è un nome ricorrente nelle vicende renziane. Ha finanziato con 110.000 euro la fondazione Open, di cui Bianchi era presidente, e ha apertamente sostenuto il corso dell'allora premier rottamatore. Il quale, nell'ottobre 2014, torcendo un po' il protocollo, andò a inaugurare lo stabilimento bolognese della Philip Morris in cui venivano prodotte le sigarette di nuova generazione che, a quei tempi, beneficiarono di uno sconto del 50% sulle accise nella versione finale del decreto di riforma del comparto. Pochi mesi prima, Renzi aveva pure incontrato a Roma il gran capo dell'azienda a stelle e strisce, Nicandro Durante. Erano i giorni del renzismo d'assalto assai lontani da quelli odierni del renzismo sott'assedio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-soldi-di-bianchi-al-comitato-del-si-un-regalo-2640630337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toto-non-trattava-solo-col-pd-anche-il-movimento-5-stelle-ha-consolidato-il-suo-potere" data-post-id="2640630337" data-published-at="1781657451" data-use-pagination="False"> Toto non trattava solo col Pd. Anche il Movimento 5 stelle ha consolidato il suo potere Non solo Pd. Di «grazie», per il gruppo Toto, ne sono arrivate anche dai 5 stelle. La Verità, in questi giorni, ha ricostruito la vicenda del contenzioso tra Strada dei parchi, gestore delle arterie abruzzesi A24 e A25 e l'Anas, sulle rate del corrispettivo del prezzo della concessione non corrisposte dalla società dei Toto all'ente statale. Nella diatriba era intervenuto, nel 2017, il governo Gentiloni, che aveva sospeso l'obbligo di pagamento purché quel denaro fosse impiegato da Strada dei parchi per i lavori di messa in sicurezza dell'infrastruttura. Il denaro doveva essere poi restituito in tre rate negli anni 2028, 2029 e 2030. Nel luglio scorso, su sollecitazione del tribunale di Roma, che aveva sollevato un dubbio di costituzionalità proprio sull'articolo 52 quinquies del del 50/2017, è intervenuta la Consulta, che si è pronunciata su un altro aspetto della controversia: i Toto ritenevano di essere creditori del Mit e non di Anas, ma la Consulta, confermando questo aspetto della legge approvata dal governo Gentiloni, ha dato loro torto. L'odissea delle rate Anas, però, non è finita. A questo punto, anzi, la holding abruzzese potrebbe ricevere un altro aiuto dalla politica. Nell'accordo stipulato ad agosto tra Strada dei parchi e ministero delle Infrastrutture, relativo all'approvazione del nuovo piano economico e finanziario, sollecitata da una sentenza del Consiglio di Stato, si prefigura la possibilità di stornare le rate degli anni 2017, 2018 e 2019, ipoteticamente destinate ad Anas e ora bloccate su un conto da circa 178 milioni di euro, per consentire al gestore delle autostrade di coprire, con quel denaro, i 70 milioni di buco di bilancio derivanti dai mancati incrementi dei pedaggi, nonché per scongiurare ulteriori aumenti da dopo il 30 novembre prossimo. Difatti, è fino a quella data che Strada dei parchi, con il Mit, si è impegnata a mantenere le tariffe attuali ai caselli di A24 e A25. A onor del vero, bisogna sottolineare che l'idea di destinare a tale scopo le rate spettanti all'Anas era stata caldeggiata anche dal presidente della Regione Abruzzo ed ex senatore di Fratelli d'Italia, Marco Marsilio. Anche se il «diritto d'autore» sulla trovata spetta all'ex presidente del Pd, Luciano D'Alfonso, che nel 2016 ventilò l'ipotesi di congelare il versamento dei 55 milioni l'anno - che però, a differenza di quello che riteneva D'Alfonso, non erano il canone, bensì la rateizzazione del prezzo di vendita della concessione. Ma non finisce qui. Sbloccando l'iter per l'approvazione del Pef, il ministero che fino a quest'estate era retto da Danilo Toninelli ha accettato anche di prorogare la concessione autostradale di 10 anni, dal 2030 al 2040. Non proprio quello che sperava Carlo Toto quando, lanciando un progetto di varianti sul tracciato per oltre 5 miliardi, propose al Mit di Graziano Delrio una proroga di 45 anni, ma è già qualcosa... Eppure, tra Strada dei parchi e Toninelli, l'anno scorso, era cominciato un braccio di ferro durante il quale il grillino era arrivato a minacciare la revoca della concessione. Una parabola incredibile: dalla paventata rescissione del contratto con i Toto alla proroga decennale. Dalle polemiche sui fondi ministeriali per la messa in sicurezza dei viadotti, all'approvazione di un maxi piano di lavori da 3,1 miliardi, di cui 2 a carico dello Stato. Nel frattempo, la scorsa primavera, a trattative per il salvataggio di Alitalia in corso, era stato Luigi Di Maio, all'epoca ministro dello Sviluppo economico, a tirare fuori dal cappello il nome del gruppo Toto. La società si era dichiarata disposta a mettere sul piatto una cifra tra i 300 e i 400 milioni, per aggiudicarsi il 30% delle quote del capitale della compagnia, completando la cordata composta dall'americana Delta, da Ferrovie dello Stato e dal ministero del Tesoro. La mossa, però, aveva suscitato diverse riserve, anzitutto da parte di Fs, gemella di Anas. Scettica anche Delta. A pesare sui giudizi dei potenziali partner c'erano i trascorsi di Carlo Toto con Air One e Alitalia (cui l'imprenditore abruzzese aveva venduto la propria compagnia, trasferendo 600 milioni di debiti), quelli del figlio Riccardo, già patron di Air One, con la Livingstone, compagnia da lui rilevata ma fallita pochi anni dopo, oltre che l'esposizione finanziaria della holding, che secondo il bilancio 2016 ammontava a un miliardo e 128 milioni. È possibile che il coinvolgimento dei Toto servisse a Di Maio per prendere tempo e fare pressione sui partner già interessati all'affare Alitalia, inducendoli a chiudere l'accordo. Parallelamente al dialogo con l'ex titolare del Mise, oggi alla Farnesina, i Toto erano coinvolti nell'alterco con Toninelli. Un ministro giunto dal pungo alla carezza. In fondo, che i canali di comunicazione con la politica, per la dinastia chietina, siano molteplici, lo mostra una curiosa circostanza: mentre il capostipite Carlo è stato testimone di nozze dell'ex governatore abruzzese del Pd, Luciano D'Alfonso (dai Toto definito «uno di famiglia»), il figlio Alfonso, immortalato nel 2015 all'inaugurazione della variante di valico sull'A1 con Matteo Renzi, lo è stato dello sposo di Sara Marcozzi, candidata alle ultime regionali con il Movimento 5 stelle. E acerrima nemica di D'Alfonso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-soldi-di-bianchi-al-comitato-del-si-un-regalo-2640630337.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jet-privato-e-vacanze-per-dalfonso-il-renziano-che-dominava-labruzzo" data-post-id="2640630337" data-published-at="1781657451" data-use-pagination="False"> Jet privato e vacanze per D’Alfonso il renziano che dominava l’Abruzzo L'inchiesta di Firenze sta esaminando i collegamenti professionali e commerciali fra il gruppo Toto e il Giglio magico. La dinastia di imprenditori abruzzesi è usa a dimostrare una certa generosità verso la politica. A cominciare da quella abruzzese, come si evince dalle inchieste che sviscerarono i legami dei Toto con l'ex sindaco di Pescara, ex governatore e oggi senatore dem, il «sempre assolto» (in dieci processi) Luciano D'Alfonso, massimo esponente del renzismo in Regione: basti dire che, lo scorso marzo, a invitare Matteo Renzi a presentare il suo libro nella sala comunale del capoluogo adriatico, era stato proprio D'Alfonso. Nonostante egli sostenga di non aver mai organizzato incontri privati tra Renzi, Luca Lotti e i Toto, ma di aver presenziato solo a eventi istituzionali, con La Verità D'Alfonso ha ricordato di essersi ritrovato proprio con Renzi e l'ad di Strada dei parchi (società dei Toto) per una consumazione «francescana, ma forse anche costosa», durante una visita ai laboratori del Gran Sasso. I rapporti dei Toto con il «sempre assolto» renziano (che però non ha seguito il Bullo in Italia viva) sono tanto cristallini che se Mario Toto, fratello del capostipite Carlo, davanti ai magistrati lo definì «uno di famiglia», il secondo addirittura si descrisse come loro «damo di compagnia». Quei legami sono stati alla base di alcuni procedimenti giudiziari che hanno coinvolto gli imprenditori e l'ex sindaco pescarese. Ad esempio, l'inchiesta Housework, che portò, nel 2008, agli arresti domiciliari di D'Alfonso. L'accusa, sostenuta dal pm Gennaro Varone, ipotizzava che Carlo Toto e il figlio Alfonso (più un'altra ventina di imprenditori) avessero elargito favori al primo cittadino per garantirsi gli appalti del Comune. Allora finirono agli atti i doni dei Toto a D'Alfonso e famiglia. Il Fatto Quotidiano, per questo accusato dall'ex governatore di una «lettura pornografica» del processo, le aveva elencate tutte: un jet privato Falcon 20 per le tratte Pescara-Malta, Malta-Venezia e Venezia-Pescara; un motoscafo taxi; un soggiorno a Santiago de Compostela, trascorso insieme dalle due famiglie ma pagato dai Toto; biglietti Roma-Chicago per cognato e sorella di D'Alfonso, 10.786 euro; biglietti Roma-Istanbul, dieci voli privati nel 2006, altri due a Spalato nel 2005 e nel 2008, uno a Zagabria, uno a Belgrado. E ancora: cene elettorali per 10.800 euro, «pranzo di lavoro di un'associazione facente capo a D'Alfonso per 924 euro in un hotel di Roma», uno stipendio mensile da 1.500 euro a «Fabrizio Paolini (borsista al Comune di Pescara nel 2005 e, di fatto, autista e coadiutore del sindaco)», oltre a un «rimborso spese carburante e facoltà d'uso di una Alfa Romeo 166» tra il 2004 e il 2007. Il tutto, sempre secondo l'accusa, per aggiudicarsi, quali unici concorrenti, il bando per la realizzazione e gestione dei parcheggi a pagamento nell'area di risulta dell'ex ferrovia di Pescara (appalto in seguito revocato). La tesi del pm Varone era chiara: nel suo ricorso dopo l'assoluzione in primo grado del 2013, riportato dal sito I due punti, si legge che i Toto sarebbero stati «a completa disposizione di D'Alfonso per ogni sua esigenza economica. D'Alfonso disponeva della cassaforte dei Toto». Tanto che l'allora sindaco del capoluogo adriatico, rilevò l'accusa, prelevava poco denaro dal suo conto. La difesa replicava che D'Alfonso, per le spese familiari, si sarebbe fatto aiutare dalla zia, dai suoceri e dai genitori. Nella sentenza di assoluzione bis per gli imputati, risalente al 2015, i giudici d'Appello notarono che «non è per nulla eccezionale e inverosimile, nella nostra realtà socioeconomica, ancora caratterizzata da modelli familiari tradizionali, che familiari si mobilitino in favore di un congiunto e lo sostengano economicamente». I magistrati smontarono anche l'ipotesi di corruzione: «Nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D'Alfonso». Insomma, non si poteva provare che vacanze, biglietti aerei, jet privati e motoscafi avessero comprato i favori dell'ex sindaco. Ormai era acclarato che il «damo di compagnia» fosse «uno di famiglia» (tant'è che Carlo Toto gli fece da testimone di nozze), però i giudici d'Appello ritennero che «il rapporto amicale» fosse «già esistente quando D'Alfonso non era sindaco», che in quella generosità non ci fosse malizia e che, anzi, essa perdurasse anche «quando il Comune di Pescara assumeva decisioni contrarie ai loro interessi». Nel mirino dei pm finì pure la vicenda della mancata realizzazione della Mare-Monti, la statale 81, quando D'Alfonso era presidente della provincia di Pescara. Secondo l'accusa, la Toto spa avrebbe ottenuto dal politico il via libera, senza le dovute autorizzazioni, a «una variante predisposta dall'impresa medesima idonea a stravolgere l'originario progetto […], peraltro portando il tracciato a invadere i confini della riserva del lago di Penne», come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del 2008 del gip di Pescara. Nel 2017, il tribunale ha dichiarato prescritti i reati. Ma D'Alfonso ha rinunciato alla prescrizione, venendo assolto per non aver commesso il fatto nel 2018. Alcuni scambi di carinerie tra i Toto e l'ex governatore abruzzese sono rimasti fuori dalle aule di tribunale. Da presidente della Regione, D'Alfonso è stato un grande propugnatore del progetto di Strada dei parchi per realizzare tunnel e varianti su A24 e A25: un cantiere da 5,7 miliardi di euro, in parte da finanziare grazie ai fondi Ue, in parte ripagati grazie a un indotto da 10.000 posti di lavoro, che i gestori delle autostrade promettevano in cambio del prolungamento della concessione di 45 anni rispetto alla scadenza del 2030. Con una delibera, la 325 del 2015, la Regione dichiarava persino di aver preso atto che «la messa in sicurezza della A24 e della A25 comporta la necessità di varianti di tracciato». In pratica, la Giunta D'Alfonso affermava che l'antisismicità delle infrastrutture dipendeva dal recepimento del progetto dei Toto. Peccato non la pensasse così il Mit guidato, allora, da Graziano Delrio, che bocciò il progetto. Ultima chicca. In questi giorni, La Verità ha approfondito la questione del contenzioso tra Strada dei parchi e Anas. Prima di entrare in politica e mettersi in aspettativa, D'Alfonso lavorava proprio presso quell'ente statale. Da governatore abruzzese, per scongiurare gli aumenti dei pedaggi su A24 e A25, D'Alfonso proponeva ad Anas, cioè al suo datore di lavoro, di rinunciare alle famose rate del corrispettivo del prezzo della concessione che Strada dei parchi avrebbe dovuto versare. Esattamente la soluzione individuata dall'emendamento alla manovrina del 2017, che sospese il pagamento dei 121 milioni purché fossero usati dal concessionario per i lavori di adeguamento sismico. Ovviamente, una coincidenza.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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