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2021-01-05
I ristoratori in ginocchio: ora stop al delivery e class action anti governo
(Marco Piraccini/Archivio Marco Piraccini/Mondadori Portfolio via Getty Images)
«Ormai è una battaglia per i diritti umani, la nostra causa la sta studiando l'avvocato Oreste Terracini Bisazza, si tratta di sapere se abbiamo o no diritto a vivere come individui. Ci siamo convinti che il governo abbia un pregiudizio: siccome i ristoratori sono tutti evasori, questo pensano, se anche ci rimettono che problema c'è? Se ne accorgeranno quando ci sarà la gente per strada, quando gli agricoltori non sapranno più a chi vendere i prodotti! Comunque da domani stop alle prenotazioni dell'asporto attraverso le piattaforme di delivery».
Il messaggio di Luca e Gianfranco Vissani - il cuoco più noto al grande pubblico e uno tra i migliori d'Italia - va oltre le polemiche televisive, è la rivendicazione del valore della ristorazione come impresa, come prodotto culturale. Sono esasperati dalle ultime misure: «Un giorno ci dicono di aprire, il giorno dopo di chiudere, abbiamo una vita a semaforo e buttiamo via decine di migliaia di euro di spesa, è dura anche a livello psicologico. Con questa trovata dei week end sempre rossi è la fine. Tanto varrebbe farci chiudere del tutto». La causa è la class action che Gianfranco insieme ad altri 140.000 ristoratori ha intrapreso contro il governo perché «ormai da un anno hanno deciso che dobbiamo morire». Basta il nome del patrocinatore per capire la posta in gioco: Oreste Terracini Bisazza. È il figlio adottivo di uno dei padri della Costituzione Umberto Terracini, è l'avvocato che ha fatto della sua vita e della sua professione una poetica rivendicazione della dignità umana. «Se ha scelto di studiare la nostra causa», sottolinea Luca Vissani «vuol dire che per primo lui riconosce che questa nostra battaglia va oltre la difesa di interessi economici». E comunque da domani, 6 gennaio, oltre 100.000 ristoranti italiani non accetteranno più ordinazioni attraverso le piattaforme delivery.
La protesta – l'ennesima di questi mesi – nasce a Firenze da Tni (Tutela nazionale imprese) riunisce oltre 40.000 «tavole» ed è rappresentato da Pasquale Naccari che spiega: «Le società di delivery stanno guadagnando sulla nostra pelle e noi non riusciamo neppure a sostenere i costi; è inutile che il governo continui a ripararsi dietro la foglia di fico dell'asporto, così noi chiudiamo definitivamente». «Le commissioni che la compagnia di delivery si tiene», illustra Naccari «vanno dal 20 al 30 per cento. Si aggiungono poi le penali; se il rider aspetta ci vengono decurtati 17 centesimi al minuto di attesa per i primi dieci minuti, poi si aggiungono altri 10 euro». A conti fatti su una fattura di 2500 euro al ristoratore vanno meno di 950 euro. «Chiediamo agli italiani», esorta il capo di Tni «dal 6 gennaio di ordinare l'asporto direttamente al ristorante per telefono. Questa però non è una battaglia contro i rider: ai fattorini che spesso sono costretti a lavorare in nero diciamo che quando tutto tornerà normale saremo noi a integrarli». Con Tni ci sono Virginia Derelitto di Aios Sicilia, Rocco Costanzo di Ristoratori Liguria, Alessia Brescia dei Ristoratori Veneto, Maricetta Tirrito dei Ristoratori Lazio, Pasquale Dioguardi di Movimento Impresa Puglia, Andrea Penzo Aiello di Veneto Imprese Unite, Michele di Costa di Ristoratori Calabria e Armando Pistolese di Associazione commercianti per Salerno. E poi c'è Gianfranco Vissani che da sempre raccomanda ai ristoratori di non farsi strumentalizzare dalle compagnie di delivery.
«Le grandi compagnie che spesso non pagano neppure le tasse in Italia sfruttano i ristoranti, finisce che chi non ha una propria visibilità diventa un contoterzista del delivery. Da domani spegneremo computer e tablet, non risponderemo alle comande via app; se il cliente vuole e noi siamo lietissimi di servirlo ci telefona e noi consegniamo il frutto del nostro lavoro. Ma va detto con estrema chiarezza e durezza che l'asporto non ci consente di tenere in piedi le imprese: è una scelta che molti sono costretti a fare per pura sopravvivenza». E che ormai la ristorazione italiana lotti per sopravvivere lo dicono le cifre. La Fipe-Confcommercio stima che si siano persi su 90 miliardi di fatturato almeno 36 miliardi, che alle 60.000 imprese che hanno già chiuso se ne siano assommate altre 40.000 alla fine dell'anno con almeno 450.000 occupati in meno. «Credo», fa notare Luca Vissani considerato il miglior maitre d'Italia «che siano conti approssimati molto per difetto. Noi abbiamo perso oltre il 60% del fatturato, l'ultima cassa integrazione è arrivata a luglio. Hanno deciso di uccidere la ristorazione. I provvedimenti confusi che sento dichiarare sono la conferma di questa volontà. Come si fa a pensare di tenerci chiusi nei fine settimana? Che possiamo programmare le nostre attività un'ora per l'altra? Come si fa a pensare che i ristori che ci hanno dato che coprono sì e no un decimo delle perdite che abbiamo subito ci consentano di ripartire? Come si fa a non capire che morendo la ristorazione muore l'agroalimentare? Chi ci governa evidentemente non lo sa. Oppure gli fa comodo non saperlo; comincio a pensare che siano animati dal retropensiero che siamo tutti evasori e che dunque se anche saltiamo per aria ce la siamo cercata. Vorrei che andassero a spiegarlo a chi mi porta il pecorino, a chi ma dà l'olio, alle cantine, ai macellai, agli allevatori, ai pescatori cosa accade se chiudono ai ristoranti. E vorrei che cominciassero a domandarselo anche gli italiani ai quali non danno né il vaccino contro il virus, né la difesa della democrazia: le elezioni».
Ristori, Gualtieri promette soldi che non ha
La prospettiva di una crisi di governo potrebbe mettere in pausa diverse questioni di natura economica, a partire dai nuovi ristori anti Covid per cui l'esecutivo dovrebbe chiedere entro gennaio un nuovo scostamento di bilancio con l'obiettivo di finanziare in deficit la quinta ondata di aiuti ai professionisti in difficoltà.
Del resto, è previsto per i contribuenti l'arrivo di oltre cinquanta milioni di cartelle esattoriali e il problema, visto il 2020 funestato dalla pandemia mondiale, è che molti non saranno in grado di pagarle.
Il viceministro dell'Economia Laura Castelli ha fatto sapere di essere al lavoro con l'esecutivo per trovare una soluzione, visto anche che il decreto milleproroghe non ha fatto slittare la sospensione di accertamenti, pignoramenti ed ipoteche.
«È iniziato il 2021. Una sfida importante sarà la gestione del fisco, e della mole di cartelle e altri atti» ha affermato Castelli, evidenziando che risulta prioritario intervenire subito su tre aspetti. In primis, ha detto, bisogna «pulire il magazzino, pre 2015, dai ruoli inesigibili» visto che «costa troppo e non porta a nulla. Riguarda in gran parte soggetti falliti, deceduti, imprese cessate, da cui lo Stato non può più riscuotere». Successivamente si procederà a «gestire gli anni dal 2016 al 2019, con una rottamazione quater, un saldo e stralcio, per dare respiro a quei contribuenti, che si trovano in difficoltà, ed hanno posizioni aperte con il fisco, dovute a morosità incolpevoli».
C'è poi il tema dei «milioni di cartelle che si genereranno nel 2021, per posizioni maturate nel 2020 e in anni precedenti. Tali cartelle», ha continuato il viceministro, «vanno gestite con un metodo straordinario, pensando che il Covid è stato, ed è, un evento straordinario e devastante».
Resta dunque da capire come intenderà muoversi il governo su questo fronte. Nella realtà, si tratta di una bella gatta da pelare per la squadra guidata dal ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri. Se, da un lato, è infatti vero che le cartelle esattoriali più vecchie non verranno in gran parte pagate, dall'altro è anche vero che a causa della crisi, saranno in molti quelli che non riusciranno a pagare le cartelle più recenti, quelle relative al 2019 e al 2020.
C'è poi il tema di far digerire al Parlamento un nuovo scostamento di bilancio. D'altronde, l'operazione richiederebbe un voto a maggioranza assoluta delle Camere, complesso da ottenere in questa fase.
Nel 2020, nel pieno dell'emergenza, le opposizioni non avevano ostacolato i piani della maggioranza, arrivando a votare favorevolmente l'ultimo scostamento. Nel merito però, non erano mancate le critiche alle singole misure che si sono tradotte poi in alcune modifiche approvate già con la manovra.
Se dunque il nuovo scostamento riuscisse a passare, l'idea del governo potrebbe essere quella di rimandare il pagamento per i professionisti più in difficoltà. Per gli altri, si ipotizza un trattamento «in bonis» che prevede il pagamento con uno sconto su sanzioni e interessi.
Tra gli operatori più colpiti ci sono sicuramente quelli del settore sciistico che tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021 hanno dovuto dire addio alla fetta di fatturato in arrivo dalle vacanze di Natale.
Per questo, all'interno del prossimo decreto Ristori potrebbero arrivare aiuti specifici anche per gli operatori turistici del mondo dello sci.
Ieri mattina, ha detto il viceministro Castelli, «assieme ad Antonio Misiani e grazie ai colleghi parlamentari Claudia Porchietto, Silvia Fregolent e Dario Bond, abbiamo incontrato alcuni rappresentanti del settore sciistico, dagli impianti di risalita agli insegnanti di sci, dalle scuole ad una parte importante dell'indotto. Ci siamo confrontati su come sostenere il settore, per delineare il miglior approccio utile a definire subito un sostegno concreto», ha ricordato Castelli.
Se dunque nel prossimo decreto Ristori ci sarà spazio anche per il mondo dello sci, il viceministro del Tesoro ha fatto sapere anche che «a livello parlamentare, poi, dovremo affrontare, già in conversione del decreto Milleproroghe, anche il tema delle scadenze tecniche legate agli impianti, tutelando la sicurezza di tutti».
Anche in questo caso il problema è sempre il solito: chiedere soldi ad operatori che non hanno visto un soldo nel 2020 e ne vedranno pochi almeno per i primi mesi del 2021. L'esecutivo dovrà trovare una soluzione in fretta, se no, oltre a mancare i soldi, si assottiglierà ancora di più la classe imprenditoriale del Paese.
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Niente prenotazioni via app e consegne coi fattorini: gli incassi non coprono i costi. Lo chef Gianfranco Vissani contro Palazzo Chigi: «Vogliono farci morire, ma noi resisteremo».Difficile un nuovo scostamento di bilancio in Parlamento. C'è l'ipotesi rottamazione per la valanga fiscale.Lo speciale contiene due articoli.«Ormai è una battaglia per i diritti umani, la nostra causa la sta studiando l'avvocato Oreste Terracini Bisazza, si tratta di sapere se abbiamo o no diritto a vivere come individui. Ci siamo convinti che il governo abbia un pregiudizio: siccome i ristoratori sono tutti evasori, questo pensano, se anche ci rimettono che problema c'è? Se ne accorgeranno quando ci sarà la gente per strada, quando gli agricoltori non sapranno più a chi vendere i prodotti! Comunque da domani stop alle prenotazioni dell'asporto attraverso le piattaforme di delivery». Il messaggio di Luca e Gianfranco Vissani - il cuoco più noto al grande pubblico e uno tra i migliori d'Italia - va oltre le polemiche televisive, è la rivendicazione del valore della ristorazione come impresa, come prodotto culturale. Sono esasperati dalle ultime misure: «Un giorno ci dicono di aprire, il giorno dopo di chiudere, abbiamo una vita a semaforo e buttiamo via decine di migliaia di euro di spesa, è dura anche a livello psicologico. Con questa trovata dei week end sempre rossi è la fine. Tanto varrebbe farci chiudere del tutto». La causa è la class action che Gianfranco insieme ad altri 140.000 ristoratori ha intrapreso contro il governo perché «ormai da un anno hanno deciso che dobbiamo morire». Basta il nome del patrocinatore per capire la posta in gioco: Oreste Terracini Bisazza. È il figlio adottivo di uno dei padri della Costituzione Umberto Terracini, è l'avvocato che ha fatto della sua vita e della sua professione una poetica rivendicazione della dignità umana. «Se ha scelto di studiare la nostra causa», sottolinea Luca Vissani «vuol dire che per primo lui riconosce che questa nostra battaglia va oltre la difesa di interessi economici». E comunque da domani, 6 gennaio, oltre 100.000 ristoranti italiani non accetteranno più ordinazioni attraverso le piattaforme delivery. La protesta – l'ennesima di questi mesi – nasce a Firenze da Tni (Tutela nazionale imprese) riunisce oltre 40.000 «tavole» ed è rappresentato da Pasquale Naccari che spiega: «Le società di delivery stanno guadagnando sulla nostra pelle e noi non riusciamo neppure a sostenere i costi; è inutile che il governo continui a ripararsi dietro la foglia di fico dell'asporto, così noi chiudiamo definitivamente». «Le commissioni che la compagnia di delivery si tiene», illustra Naccari «vanno dal 20 al 30 per cento. Si aggiungono poi le penali; se il rider aspetta ci vengono decurtati 17 centesimi al minuto di attesa per i primi dieci minuti, poi si aggiungono altri 10 euro». A conti fatti su una fattura di 2500 euro al ristoratore vanno meno di 950 euro. «Chiediamo agli italiani», esorta il capo di Tni «dal 6 gennaio di ordinare l'asporto direttamente al ristorante per telefono. Questa però non è una battaglia contro i rider: ai fattorini che spesso sono costretti a lavorare in nero diciamo che quando tutto tornerà normale saremo noi a integrarli». Con Tni ci sono Virginia Derelitto di Aios Sicilia, Rocco Costanzo di Ristoratori Liguria, Alessia Brescia dei Ristoratori Veneto, Maricetta Tirrito dei Ristoratori Lazio, Pasquale Dioguardi di Movimento Impresa Puglia, Andrea Penzo Aiello di Veneto Imprese Unite, Michele di Costa di Ristoratori Calabria e Armando Pistolese di Associazione commercianti per Salerno. E poi c'è Gianfranco Vissani che da sempre raccomanda ai ristoratori di non farsi strumentalizzare dalle compagnie di delivery. «Le grandi compagnie che spesso non pagano neppure le tasse in Italia sfruttano i ristoranti, finisce che chi non ha una propria visibilità diventa un contoterzista del delivery. Da domani spegneremo computer e tablet, non risponderemo alle comande via app; se il cliente vuole e noi siamo lietissimi di servirlo ci telefona e noi consegniamo il frutto del nostro lavoro. Ma va detto con estrema chiarezza e durezza che l'asporto non ci consente di tenere in piedi le imprese: è una scelta che molti sono costretti a fare per pura sopravvivenza». E che ormai la ristorazione italiana lotti per sopravvivere lo dicono le cifre. La Fipe-Confcommercio stima che si siano persi su 90 miliardi di fatturato almeno 36 miliardi, che alle 60.000 imprese che hanno già chiuso se ne siano assommate altre 40.000 alla fine dell'anno con almeno 450.000 occupati in meno. «Credo», fa notare Luca Vissani considerato il miglior maitre d'Italia «che siano conti approssimati molto per difetto. Noi abbiamo perso oltre il 60% del fatturato, l'ultima cassa integrazione è arrivata a luglio. Hanno deciso di uccidere la ristorazione. I provvedimenti confusi che sento dichiarare sono la conferma di questa volontà. Come si fa a pensare di tenerci chiusi nei fine settimana? Che possiamo programmare le nostre attività un'ora per l'altra? Come si fa a pensare che i ristori che ci hanno dato che coprono sì e no un decimo delle perdite che abbiamo subito ci consentano di ripartire? Come si fa a non capire che morendo la ristorazione muore l'agroalimentare? Chi ci governa evidentemente non lo sa. Oppure gli fa comodo non saperlo; comincio a pensare che siano animati dal retropensiero che siamo tutti evasori e che dunque se anche saltiamo per aria ce la siamo cercata. Vorrei che andassero a spiegarlo a chi mi porta il pecorino, a chi ma dà l'olio, alle cantine, ai macellai, agli allevatori, ai pescatori cosa accade se chiudono ai ristoranti. E vorrei che cominciassero a domandarselo anche gli italiani ai quali non danno né il vaccino contro il virus, né la difesa della democrazia: le elezioni».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-ristoratori-in-ginocchio-ora-stop-al-delivery-e-class-action-anti-governo-2649733967.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ristori-gualtieri-promette-soldi-che-non-ha" data-post-id="2649733967" data-published-at="1609791788" data-use-pagination="False"> Ristori, Gualtieri promette soldi che non ha La prospettiva di una crisi di governo potrebbe mettere in pausa diverse questioni di natura economica, a partire dai nuovi ristori anti Covid per cui l'esecutivo dovrebbe chiedere entro gennaio un nuovo scostamento di bilancio con l'obiettivo di finanziare in deficit la quinta ondata di aiuti ai professionisti in difficoltà. Del resto, è previsto per i contribuenti l'arrivo di oltre cinquanta milioni di cartelle esattoriali e il problema, visto il 2020 funestato dalla pandemia mondiale, è che molti non saranno in grado di pagarle. Il viceministro dell'Economia Laura Castelli ha fatto sapere di essere al lavoro con l'esecutivo per trovare una soluzione, visto anche che il decreto milleproroghe non ha fatto slittare la sospensione di accertamenti, pignoramenti ed ipoteche. «È iniziato il 2021. Una sfida importante sarà la gestione del fisco, e della mole di cartelle e altri atti» ha affermato Castelli, evidenziando che risulta prioritario intervenire subito su tre aspetti. In primis, ha detto, bisogna «pulire il magazzino, pre 2015, dai ruoli inesigibili» visto che «costa troppo e non porta a nulla. Riguarda in gran parte soggetti falliti, deceduti, imprese cessate, da cui lo Stato non può più riscuotere». Successivamente si procederà a «gestire gli anni dal 2016 al 2019, con una rottamazione quater, un saldo e stralcio, per dare respiro a quei contribuenti, che si trovano in difficoltà, ed hanno posizioni aperte con il fisco, dovute a morosità incolpevoli». C'è poi il tema dei «milioni di cartelle che si genereranno nel 2021, per posizioni maturate nel 2020 e in anni precedenti. Tali cartelle», ha continuato il viceministro, «vanno gestite con un metodo straordinario, pensando che il Covid è stato, ed è, un evento straordinario e devastante». Resta dunque da capire come intenderà muoversi il governo su questo fronte. Nella realtà, si tratta di una bella gatta da pelare per la squadra guidata dal ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri. Se, da un lato, è infatti vero che le cartelle esattoriali più vecchie non verranno in gran parte pagate, dall'altro è anche vero che a causa della crisi, saranno in molti quelli che non riusciranno a pagare le cartelle più recenti, quelle relative al 2019 e al 2020. C'è poi il tema di far digerire al Parlamento un nuovo scostamento di bilancio. D'altronde, l'operazione richiederebbe un voto a maggioranza assoluta delle Camere, complesso da ottenere in questa fase. Nel 2020, nel pieno dell'emergenza, le opposizioni non avevano ostacolato i piani della maggioranza, arrivando a votare favorevolmente l'ultimo scostamento. Nel merito però, non erano mancate le critiche alle singole misure che si sono tradotte poi in alcune modifiche approvate già con la manovra. Se dunque il nuovo scostamento riuscisse a passare, l'idea del governo potrebbe essere quella di rimandare il pagamento per i professionisti più in difficoltà. Per gli altri, si ipotizza un trattamento «in bonis» che prevede il pagamento con uno sconto su sanzioni e interessi. Tra gli operatori più colpiti ci sono sicuramente quelli del settore sciistico che tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021 hanno dovuto dire addio alla fetta di fatturato in arrivo dalle vacanze di Natale. Per questo, all'interno del prossimo decreto Ristori potrebbero arrivare aiuti specifici anche per gli operatori turistici del mondo dello sci. Ieri mattina, ha detto il viceministro Castelli, «assieme ad Antonio Misiani e grazie ai colleghi parlamentari Claudia Porchietto, Silvia Fregolent e Dario Bond, abbiamo incontrato alcuni rappresentanti del settore sciistico, dagli impianti di risalita agli insegnanti di sci, dalle scuole ad una parte importante dell'indotto. Ci siamo confrontati su come sostenere il settore, per delineare il miglior approccio utile a definire subito un sostegno concreto», ha ricordato Castelli. Se dunque nel prossimo decreto Ristori ci sarà spazio anche per il mondo dello sci, il viceministro del Tesoro ha fatto sapere anche che «a livello parlamentare, poi, dovremo affrontare, già in conversione del decreto Milleproroghe, anche il tema delle scadenze tecniche legate agli impianti, tutelando la sicurezza di tutti». Anche in questo caso il problema è sempre il solito: chiedere soldi ad operatori che non hanno visto un soldo nel 2020 e ne vedranno pochi almeno per i primi mesi del 2021. L'esecutivo dovrà trovare una soluzione in fretta, se no, oltre a mancare i soldi, si assottiglierà ancora di più la classe imprenditoriale del Paese.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».