I ristoratori in ginocchio: ora stop al delivery e class action anti governo
  • Niente prenotazioni via app e consegne coi fattorini: gli incassi non coprono i costi. Lo chef Gianfranco Vissani contro Palazzo Chigi: «Vogliono farci morire, ma noi resisteremo».
  • Difficile un nuovo scostamento di bilancio in Parlamento. C’è l’ipotesi rottamazione per la valanga fiscale.

Lo speciale contiene due articoli.

«Ormai è una battaglia per i diritti umani, la nostra causa la sta studiando l’avvocato Oreste Terracini Bisazza, si tratta di sapere se abbiamo o no diritto a vivere come individui. Ci siamo convinti che il governo abbia un pregiudizio: siccome i ristoratori sono tutti evasori, questo pensano, se anche ci rimettono che problema c’è? Se ne accorgeranno quando ci sarà la gente per strada, quando gli agricoltori non sapranno più a chi vendere i prodotti! Comunque da domani stop alle prenotazioni dell’asporto attraverso le piattaforme di delivery».

Il messaggio di Luca e Gianfranco Vissani – il cuoco più noto al grande pubblico e uno tra i migliori d’Italia – va oltre le polemiche televisive, è la rivendicazione del valore della ristorazione come impresa, come prodotto culturale. Sono esasperati dalle ultime misure: «Un giorno ci dicono di aprire, il giorno dopo di chiudere, abbiamo una vita a semaforo e buttiamo via decine di migliaia di euro di spesa, è dura anche a livello psicologico. Con questa trovata dei week end sempre rossi è la fine. Tanto varrebbe farci chiudere del tutto». La causa è la class action che Gianfranco insieme ad altri 140.000 ristoratori ha intrapreso contro il governo perché «ormai da un anno hanno deciso che dobbiamo morire». Basta il nome del patrocinatore per capire la posta in gioco: Oreste Terracini Bisazza. È il figlio adottivo di uno dei padri della Costituzione Umberto Terracini, è l’avvocato che ha fatto della sua vita e della sua professione una poetica rivendicazione della dignità umana. «Se ha scelto di studiare la nostra causa», sottolinea Luca Vissani «vuol dire che per primo lui riconosce che questa nostra battaglia va oltre la difesa di interessi economici». E comunque da domani, 6 gennaio, oltre 100.000 ristoranti italiani non accetteranno più ordinazioni attraverso le piattaforme delivery.

La protesta – l’ennesima di questi mesi – nasce a Firenze da Tni (Tutela nazionale imprese) riunisce oltre 40.000 «tavole» ed è rappresentato da Pasquale Naccari che spiega: «Le società di delivery stanno guadagnando sulla nostra pelle e noi non riusciamo neppure a sostenere i costi; è inutile che il governo continui a ripararsi dietro la foglia di fico dell’asporto, così noi chiudiamo definitivamente». «Le commissioni che la compagnia di delivery si tiene», illustra Naccari «vanno dal 20 al 30 per cento. Si aggiungono poi le penali; se il rider aspetta ci vengono decurtati 17 centesimi al minuto di attesa per i primi dieci minuti, poi si aggiungono altri 10 euro». A conti fatti su una fattura di 2500 euro al ristoratore vanno meno di 950 euro. «Chiediamo agli italiani», esorta il capo di Tni «dal 6 gennaio di ordinare l’asporto direttamente al ristorante per telefono. Questa però non è una battaglia contro i rider: ai fattorini che spesso sono costretti a lavorare in nero diciamo che quando tutto tornerà normale saremo noi a integrarli». Con Tni ci sono Virginia Derelitto di Aios Sicilia, Rocco Costanzo di Ristoratori Liguria, Alessia Brescia dei Ristoratori Veneto, Maricetta Tirrito dei Ristoratori Lazio, Pasquale Dioguardi di Movimento Impresa Puglia, Andrea Penzo Aiello di Veneto Imprese Unite, Michele di Costa di Ristoratori Calabria e Armando Pistolese di Associazione commercianti per Salerno. E poi c’è Gianfranco Vissani che da sempre raccomanda ai ristoratori di non farsi strumentalizzare dalle compagnie di delivery.

«Le grandi compagnie che spesso non pagano neppure le tasse in Italia sfruttano i ristoranti, finisce che chi non ha una propria visibilità diventa un contoterzista del delivery. Da domani spegneremo computer e tablet, non risponderemo alle comande via app; se il cliente vuole e noi siamo lietissimi di servirlo ci telefona e noi consegniamo il frutto del nostro lavoro. Ma va detto con estrema chiarezza e durezza che l’asporto non ci consente di tenere in piedi le imprese: è una scelta che molti sono costretti a fare per pura sopravvivenza». E che ormai la ristorazione italiana lotti per sopravvivere lo dicono le cifre. La Fipe-Confcommercio stima che si siano persi su 90 miliardi di fatturato almeno 36 miliardi, che alle 60.000 imprese che hanno già chiuso se ne siano assommate altre 40.000 alla fine dell’anno con almeno 450.000 occupati in meno. «Credo», fa notare Luca Vissani considerato il miglior maitre d’Italia «che siano conti approssimati molto per difetto. Noi abbiamo perso oltre il 60% del fatturato, l’ultima cassa integrazione è arrivata a luglio. Hanno deciso di uccidere la ristorazione. I provvedimenti confusi che sento dichiarare sono la conferma di questa volontà. Come si fa a pensare di tenerci chiusi nei fine settimana? Che possiamo programmare le nostre attività un’ora per l’altra? Come si fa a pensare che i ristori che ci hanno dato che coprono sì e no un decimo delle perdite che abbiamo subito ci consentano di ripartire? Come si fa a non capire che morendo la ristorazione muore l’agroalimentare? Chi ci governa evidentemente non lo sa. Oppure gli fa comodo non saperlo; comincio a pensare che siano animati dal retropensiero che siamo tutti evasori e che dunque se anche saltiamo per aria ce la siamo cercata. Vorrei che andassero a spiegarlo a chi mi porta il pecorino, a chi ma dà l’olio, alle cantine, ai macellai, agli allevatori, ai pescatori cosa accade se chiudono ai ristoranti. E vorrei che cominciassero a domandarselo anche gli italiani ai quali non danno né il vaccino contro il virus, né la difesa della democrazia: le elezioni».


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