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2020-10-12
I padroni del mondo
Mark Zuckerberg (Ansa)
Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali.
I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono
Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite.
Sono cifre contenute in un libro inchiesta di
Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi.
Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna.
Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle.
La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto
Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump.
Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti
Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%.
C'è di più.
Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale».
Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista
Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione».
Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere
La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza.
L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas.
Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari.
La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse.
Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica
Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione.
Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.
Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari.
La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani.
Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa.
Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook)
Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza».
Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive.
Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni».
Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia».
Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione.
Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu
Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite).
Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro.
La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni.
Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati.
I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef.
Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini
Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza.
Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia.
Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità.
Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft.
Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale.
Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi.
Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
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Hanno guadagnato fortune pagando poche tasse e ora vengono additati a modelli di comportamento perché investono in beneficenza. Che consente loro di eludere ancora il fisco. E ripulire la coscienza. Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L'ex presidente tiene stretto il potere Mike Bloomberg ha costruito l'impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica. Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell'agenda dell'Onu Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Lo speciale contiene sei articoli. Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali. I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite. Sono cifre contenute in un libro inchiesta di Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi. Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna. Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle. La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump. Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%. C'è di più. Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale». Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bill-clinton-conferenziere-da-500-000-dollari-lex-presidente-tiene-stretto-il-potere" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza. L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas. Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari. La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="micheal-bloomberg-ha-costruito-limpero-sui-dati-finanziari-adesso-e-un-trampolino-verso-la-politica" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione. Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari. La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani. Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mark-zuckerberg-regala-internet-ai-poveri-per-portarli-su-facebook" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza». Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive. Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni». Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia». Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="ted-turner-con-lui-gli-interessi-di-lobby-e-privati-sono-entrati-nellagenda-dellonu" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite). Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro. La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni. Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati. I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="bill-gates-l-ex-microsoft-adesso-governa-le-ricerche-sui-vaccini" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza. Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia. Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità. Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft. Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale. Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi. Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 gennaio con Carlo Cambi
Rita Dalla Chiesa (Imagoeconomica)
Rita Dalla Chiesa, onorevole di Forza Italia: condivide la battaglia della Verità a favore del carabiniere condannato?
«I carabinieri e i poliziotti molte volte si chiedono: ma noi che dovremmo fare? Ci dovremmo vergognare tutti per quello che rischiano a fronte di ciò lo Stato dà loro come stipendio, e con il quale devono mantenere non solo sé stessi ma anche le loro famiglie... E poi ti vedi sbattuto in galera per tre anni mentre normalmente i delinquenti sono liberi. Loro ti dicono: noi lavoriamo tanto e poi ce li ritroviamo fuori dopo neanche una settimana, ma perché questi ragazzi dovrebbero allora rischiare la vita? In più le famiglie per bene non hanno quasi mai la possibilità di avere un risarcimento, le famiglie dei delinquenti invece il risarcimento lo chiedono e ce l’hanno. Allora spiegatemi: i carabinieri, la polizia e le forze dell’ordine che cosa dovrebbero fare?».
Pensa che noi abbiamo, come società italiana, un atteggiamento sbagliato nei confronti delle forze dell’ordine?
«No, però c’è una parte della popolazione, soprattutto tra i giovani... Quello che mi spiace è che se uno di questi ragazzi che sputano sulle bare dei carabinieri o dei poliziotti durante un funerale, fosse in difficoltà, il carabiniere o il poliziotto lo salverebbe se lo vedesse in pericolo. Questa è la differenza, ed è una differenza che fa male, soprattutto per chi in mezzo alle divise ci ha vissuto. Non so perché certe persone abbiano un atteggiamento così poco collaborativo, ma io parlo anche della magistratura, perché chi è che li rimette fuori i delinquenti?».
Questo è un altro tema enorme: c’è un grosso problema di sicurezza, creato da persone con precedenti che per un motivo o per l’altro…
«Che non vengono rimandate a casa. Possibile che non ci sia nessuno che si occupi di metterli su un aereo e rispedirli al proprio Paese? E questi continuano a delinquere».
Pensa ci sia una responsabilità dei magistrati?
«La responsabilità è dei magistrati. Io non voglio metterli tutti insieme, però di molti magistrati sì, perché molti pensano di essere anche psicologi. Allora c’è la psicologia della magistratura che ti dice, beh no, questo chissà se lo rimandiamo al suo Paese, poi viene trattato in modo crudele. Non è così, non è così. Tu sei venuto in Italia, se tu delinqui in tutta l’Italia te ne devi andare. Stando in Parlamento avresti voglia di fare tanto e non puoi fare molto invece, non lo puoi fare, perché comunque non dipende tutto da te, dipende da tanti altri. Adesso c’è la discussione sui soldati per le strade: io li vorrei, parlo a titolo personale, non in nome di Forza Italia. Vorrei vedere in mezzo alla strada le camionette con i soldati, secondo me è un deterrente, come ai tempi del maxiprocesso a Palermo».
Quindi c’è un problema di ideologia di alcune toghe?
«Le famose correnti. Io credo che alcuni magistrati abbiano voglia di mantenere questo potere, perché per loro è un potere che devono avere sulla politica».
Quindi lei è a favore del Sì al referendum.
«Ma certo. Sono anni che lo vado dicendo, una giustizia giusta. Lo dicevo dai tempi di Silvio Berlusconi. Però la giustizia giusta il più delle volte non arriva. Facevo una trasmissione anni fa, in cui mi capitò un padre che aveva avuto la figlia uccisa dall’ex ragazzo. Se l’è ritrovato fuori, dopo nemmeno 15 giorni, perché il giudice aveva deciso che aveva dei grossi problemi e quindi lo rimise fuori».
[...] Il tema della sicurezza legata ovviamente si lega a quello dell’immigrazione.
«Ci sono troppi immigrati clandestini. Lo stesso presidente Meloni l’ha detto: era la cosa su cui quando si è formato questo governo avremmo dovuto lottare di più, ma si potrà fare di più. [...] C’è anche una percezione diversa da parte della gente nei confronti di questi immigrati, perché prima, quando arrivavano da Paesi disastrati, da dittature, eravamo quasi tutti più accoglienti nei loro confronti. Adesso no. Adesso anche io, garantista fino al midollo, dico basta».
Attacchi come quelli che ha sentito alle persone in divisa, li sentiva anche ai tempi in cui lavorava suo padre?
«Ci sono momenti in cui vorrei chiedere a mio padre: tu cosa faresti? Papà aveva un grande rispetto per i suoi carabinieri, in un momento come questo francamente non so che cosa avrebbe potuto fare. Oggi questo rispetto non lo sento più. C’è un militare a Torino che nel 2020 è stato messo sotto da una donna francese completamente fuori di testa: gli hanno dovuto amputare l’arto. Qualcuno ha pensato a questo lui? No, è partita una sottoscrizione come la vostra per potergli pagare un arto che gli consenta di vivere meglio di come sta vivendo ora. Credo che dovremmo stare vicini a queste persone. Ecco perché poi si dice che ci sono pochi carabinieri, o poca polizia. Quei pochi che ci sono vengono massacrati nelle piazze, gli tirano addosso di tutto, tornano a casa che sono maschere di sangue. Mi chiedo: si rende conto la gente, le persone non perbene, che non capiscono il valore di queste divise? È possibile che si attacchino le forze dell’ordine quando qualche delinquente viene ferito o ucciso? Può succedere: purtroppo sì, ma tu lo sai che se vai a delinquere è un rischio che corri, puoi anche essere ucciso».
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Dunque, per non aver chiuso gli occhi, per non essersi distratto, per aver reagito di fronte all’aggressione di cui era vittima un militare al suo fianco, il carabiniere dovrà versare ai parenti del ladro sei anni del suo stipendio, oltre naturalmente a scontare - se la sentenza venisse confermata in Appello e in Cassazione - tre anni in carcere. E ovviamente questo non è che l’inizio del suo calvario, perché la condanna non esclude un processo civile, con ulteriore richiesta di risarcimento. E poi a tutto ciò si aggiungono le spese legali di difesa, che sono interamente a suo carico. Per dirla chiara, il vicebrigadiere Marroccella, per aver fatto il proprio dovere, rischia di finire sul lastrico e con lui la sua famiglia, cioè la moglie e i suoi due figli.
La storia è incredibile e dimostra che in questo Paese sono più tutelati i delinquenti che le persone per bene. I parenti di un orefice rapinato e ucciso a Milano hanno ricevuto poche migliaia di euro di risarcimento. Quella del rapinatore di cui sopra, un siriano che si era già reso responsabile di altri episodi simili a quello in cui ha perso la vita perché si è trovato davanti un uomo delle forze dell’ordine, invece, probabilmente si arricchirà a spese di un carabiniere che anziché far finta di niente ha fatto il carabiniere.
Di fronte a tutto ciò, noi della Verità, giornale che da sempre sta dalla parte di polizia e Arma, ovvero di uomini che rischiano ogni giorno la vita per difendere i cittadini e garantire loro la sicurezza, non potevamo fare spallucce. Indignati quanto molti di voi, dunque, abbiamo aperto un conto corrente lanciando una sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella e della sua famiglia. Per parte nostra abbiamo messo 5.000 euro, invitando i lettori e chiunque fosse d’accordo con noi nel sostenere un carabiniere che riteniamo ingiustamente condannato a contribuire secondo le proprie possibilità. Risultato, in appena tre giorni abbiamo raccolto più di 86.000 euro, una cifra altissima, che già in buona parte è in grado di coprire la provvisionale a cui Marroccella è stato condannato e che, lo ricordo per chi non lo sapesse, è immediatamente esecutiva e, se non pagata, può anche dare adito alla richiesta di pignoramento dello stipendio da parte dei parenti del ladro.
Sì, cari lettori, avete risposto con generosità e di questo vi sono infinitamente grato. Non soltanto perché così date un aiuto a un uomo delle forze dell’ordine, cioè a chi rappresenta la sicurezza in questo Paese. Ma anche perché scorgo nella decisione di donare 1 euro o 1.000 la capacità di indignarsi e reagire. Non si può ignorare il fatto che Marroccella ha sparato dopo aver visto ferire un proprio collega. Non si può non pensare che invece di colpire i criminali certe sentenze colpiscono chi cerca di fermare i delinquenti. Così come nel caso Ramy, il giovane che a Milano è fuggito a un posto di blocco ed è morto sbattendo contro il palo di un semaforo, invece di dar la caccia ai ladri si dichiara guerra a poliziotti e carabinieri.
Più dei rapinatori e degli stupratori, sono loro, gli uomini delle forze dell’ordine, a finire nel mirino. Per questo è importante sostenerli. Perciò è necessario difenderli. Loro difendono noi, ma noi dobbiamo tutelarli e sostenerli anche economicamente.
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«In questo momento così difficile per me e la mia famiglia, questa solidarietà inaspettata mi dà tanta forza. Voglio ringraziare di vero cuore tutti, a partire dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro, per il calore umano ricevuto e per come state aiutandoci, rispondendo alla sottoscrizione che è stata lanciata da queste pagine». Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, è commosso, incredulo davanti alla generosità di così tanti cittadini, che mettendo mano al portafoglio lo stanno aiutando a pagare una provvisionale pesantissima: 125.000 euro disposti dal tribunale di Roma.
Somma a suo carico, da versare subito ai parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, cui aveva sparato la notte del 20 settembre 2020 mentre il pregiudicato cercava di fuggire dopo aver ferito Lorenzo Grasso, un collega di Marroccella della radiomobile. Oltre a una condanna a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» e senza le attenuanti generiche, vissuta con grande amarezza dal carabiniere; oltre al dolore e allo sconcerto della moglie (che si è raccontata alla Verità), di figli, familiari, colleghi e amici, si aggiunge l’affanno di dover mettere insieme una cifra pari a sei anni di lavoro.
L’iniziativa della sottoscrizione, con le coordinate bancarie alle quali inviare il contributo, è stata condivisa anche in tante chat dell’Arma e apprezzata da alte sfere. Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, che aveva avviato una raccolta fondi attraverso la piattaforma GoFundMe, dopo che l’iniziativa è stata bloccata (con la restituzione delle somme versate), ha invitato i donatori ad aderire alla sottoscrizione della Verità. La generosità e i tempi rapidi nell’effettuare un bonifico, che aiuta un carabiniere punito anche sul versante economico mentre compiva il proprio dovere bloccando un’azione criminosa, dimostrano che i cittadini continuano a credere nelle forze dell’ordine e le rispettano.
Lo confermano i tantissimi messaggi sui social dove, contrariamente al livore, al veleno, al fango che spesso circolano esaltando demoni e seppellendo brav’uomini, abbiamo trovato un’infinità di parole di gratitudine per il vicebrigadiere e di sdegno per la sentenza, di cui entro 90 giorni conosceremo le motivazioni.
Dall’affermazione: «Una medaglia e una promozione gli andava date, altro che», alla domanda: «Con quale coraggio si può chiedere a dei giovani di far parte delle forze dell’ordine, con degli esempi simili?», lo sconcerto è evidente. «Quindi se gli sparava prima era eccesso di difesa, se gli spara dopo è un’esecuzione, se gli spara nel mentre di sicuro si trova qualcosa che non va bene. Eppure i criminali hanno la libertà di aggredire, ferire, uccidere, violentare senza grosse conseguenze, ma è un loro diritto, sono malviventi», è un altro commento.
Così pure la provocatoria conclusione: «Meglio fare il delinquente, male che ti va gli eredi camperanno di rendita», mentre altri chiedono: «Bisogna stabilire per legge che chi delinque non può chiedere risarcimenti in caso subisca danni». Le critiche all’operato dei magistrati si sprecano: «Ormai i giudici sono completamente scollegati dalla realtà e di fatto contro il popolo italiano. Bisogna cambiare». Un utente scrive: «Fa molto riflettere come tutti in Italia stiano sotto il controllo della magistratura, ma i magistrati si giudicano da soli tramite un organo autoeletto. Roba da regime fascista».
Nella pioggia di critiche alla condanna ritenuta eccessiva per un uso legittimo delle armi: «Povera Italia, si tutelano i delinquenti, a questo punto toglietele proprio le armi alle forze dell’ordine, rischiano la vita e devono anche risarcire, ma che Stato è questo», e per la sanzione anticipata che Marroccella è costretto a pagare prima che la sentenza sia definitiva (gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo hanno già annunciato ricorso in appello), si inserisce il post di una nonna che ci scrive: «Mia nipote ha rotto il suo salvadanaio per donare i suoi soldi al carabiniere. Grazie, siete l’unico giornale dalla parte delle forze dell’ordine».
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