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2020-10-12
I padroni del mondo
Mark Zuckerberg (Ansa)
Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali.
I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono
Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite.
Sono cifre contenute in un libro inchiesta di
Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi.
Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna.
Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle.
La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto
Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump.
Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti
Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%.
C'è di più.
Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale».
Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista
Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione».
Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere
La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza.
L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas.
Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari.
La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse.
Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica
Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione.
Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.
Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari.
La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani.
Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa.
Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook)
Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza».
Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive.
Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni».
Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia».
Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione.
Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu
Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite).
Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro.
La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni.
Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati.
I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef.
Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini
Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza.
Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia.
Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità.
Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft.
Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale.
Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi.
Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
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Hanno guadagnato fortune pagando poche tasse e ora vengono additati a modelli di comportamento perché investono in beneficenza. Che consente loro di eludere ancora il fisco. E ripulire la coscienza. Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L'ex presidente tiene stretto il potere Mike Bloomberg ha costruito l'impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica. Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell'agenda dell'Onu Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Lo speciale contiene sei articoli. Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali. I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite. Sono cifre contenute in un libro inchiesta di Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi. Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna. Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle. La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump. Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%. C'è di più. Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale». Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bill-clinton-conferenziere-da-500-000-dollari-lex-presidente-tiene-stretto-il-potere" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza. L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas. Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari. La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="micheal-bloomberg-ha-costruito-limpero-sui-dati-finanziari-adesso-e-un-trampolino-verso-la-politica" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione. Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari. La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani. Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mark-zuckerberg-regala-internet-ai-poveri-per-portarli-su-facebook" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza». Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive. Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni». Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia». Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="ted-turner-con-lui-gli-interessi-di-lobby-e-privati-sono-entrati-nellagenda-dellonu" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite). Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro. La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni. Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati. I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="bill-gates-l-ex-microsoft-adesso-governa-le-ricerche-sui-vaccini" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza. Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia. Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità. Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft. Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale. Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi. Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
All’esito della ricerca, i finanzieri del Gruppo Giugliano in Campania, del 1° Nucleo Operativo Metropolitano Napoli e della Compagnia Casalnuovo di Napoli hanno complessivamente individuato 8 soggetti che eseguivano autonomamente prestazioni di chirurgia e medicina estetica, senza le previste autorizzazioni.
In particolare, i medici abusivi pubblicizzavano, su profili di «TikTok», trattamenti estetici invasivi - consistenti principalmente in iniezioni sottocutanee di botulino e acido ialuronico - che, per legge, devono essere effettuati da un medico chirurgo specializzato.
I clienti venivano ricevuti presso locali appositamente adibiti o abitazioni private che, seppur dotati di lettini, luci e attrezzature professionali, sono apparsi in condizioni igieniche sanitarie precarie, nonché privi di dispositivi medici idonei ad affrontare eventuali complicazioni emerse nel corso dei trattamenti.
I responsabili, peraltro alcuni fruitori di reddito di cittadinanza o di assegno di inclusione, proponevano su rete i propri servizi a prezzi economicamente più vantaggiosi rispetto a quelli di mercato, in totale evasione di imposte.
Al termine dei controlli, sotto il costante coordinamento delle Procure della Repubblica competenti territorialmente di Napoli, Napoli Nord e Nola, le Fiamme Gialle hanno denunciato gli 8 responsabili per esercizio abusivo della professione medica e sequestrato 3 locali commerciali nella loro disponibilità, circa 3.000 euro in contanti, le attrezzature e le sostanze pericolose utilizzate, tra cui 130 fiale iniettabili di botulino, decine di confezioni di filler dermico e rimodellante iniettabile, oltre 160 siringhe di acido ialuronico, etichette di medicinale già somministrato, nonché oltre 3.000 tra aghi, siringhe sterili, provette, flaconi e tubetti di pomata anestetica.
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Imagoeconomica
È di tutta evidenza che buona parte di quegli indagati avrebbe evitato la gogna e gli arresti se non fosse stato predisposto un meccanismo di rapporti tra la Procura e l’ufficio gip, tale da garantire alla prima di avere un gip di esclusivo e prevedibile riferimento.
E quello di Mani pulite non è stato e non è l’unico caso. È solo il più noto. In diversi tribunali l’ufficio del gip è organizzato in modo tale che la Procura abbia un interlocutore privilegiato.
Quale garanzia può derivare al cittadino se l’organizzazione della giustizia può essere usata per far sì che le richieste delle Procure vadano ai giudici che sono, a torto o a ragione, neanche questo importa, predisposti ad accoglierle?
Ognuno vede come la riforma di questo sistema, che impedisce che l’indagato debba difendersi da un’opinione già fatta tra giudice e pubblico ministero, non può che giovare al cittadino sottoposto a indagini, così come avrebbe giovato agli indagati di Mani pulite, poi assolti, ma, nel frattempo, condotti alla gogna e alla galera, da un sistema precostituito allo scopo di aumentare le probabilità che le richieste della Procura trovassero esito positivo.
Si obietta che, in tal modo, il pm diventa un poliziotto, una parte privata dedita a vincere le cause piuttosto che a ricercare la verità, come avvererebbe oggi. Obiezione a cui è semplice replicare che l’azione del pm resta quella di sempre, regolata dalle norme della procedura penale, che non cambiano e che gli impongono di chiedere l’archiviazione se non ha niente in mano contro l’indagato. Oggi il pm è obbligato a chiedere l’archiviazione in assenza di sufficienti elementi non dalle norme che la riforma intende cambiare, ma dalle regole del processo, e domani lo sarà ugualmente, con il vantaggio, però, che la sua separazione dalla componente giudicante inciderà significativamente sul rispetto del contraddittorio nella fase delle indagini.
Resta, poi, come lo è adesso, l’obbligatorietà dell’azione penale, che impone al pm di indagare davanti alla notizia di un reato e che rende ininfluente ogni possibile ed astratta ingerenza del potere politico nei suoi confronti: alla telefonata del potente che gli chiedesse di non indagare sul tale politico, il pm, oggi come domani, potrà opporre che egli è obbligato a farlo dalla Costituzione. E la Costituzione egli continuerà ad avere dalla sua parte.
Nessun rischio di controllo politico, dunque, ma semmai, e piuttosto, solo il vantaggio di avere un organo dell’accusa che agisce in contraddittorio con la difesa prima ancora che in preordinato accordo con il giudice.
Le cronache di questi decenni riportano notizie di operazioni giudiziarie che hanno coinvolto centinaia di cittadini in indagini poi finite in maggior parte con assoluzioni. Cronache recenti e meno recenti dimostrano, dunque, che è oggi che alcuni procuratori non hanno la sbandierata «cultura della giurisdizione», ossia l’attitudine a valutare obiettivamente gli indizi e le prove, che, invece, secondo i detrattori della riforma, andrà definitivamente perduta con un pubblico ministero staccato dall’ordine dei giudicanti e messo da solo ad indagare. Il fatto è che, proprio oggi, con questo sistema, circa la metà delle accuse viene rigettata e, incomprensibilmente, secondo alcuni ciò sarebbe indizio di ottimo funzionamento del sistema (vallo a dire a chi lo ha subito…); dunque, il fatto che proprio oggi si producano questi risultati è segno che, con questo sistema, non c’è affatto «cultura della giurisdizione».
Se un pubblico ministero, come è ripetutamente accaduto fino a giorni recenti, dopo aver ottenuto la custodia cautelare di un indagato, dopo averne chiesto la condanna, una volta che quell’imputato sia assolto, non impugna l’assoluzione, si può dire che una tale situazione è indice di un sistema che funziona adeguatamente e che non va cambiato oppure è segno del fatto che i procuratori sono inseriti in una organizzazione giudiziaria nella quale diluiscono le loro responsabilità? Quante volte in questi casi abbiamo sentito il pubblico ministero scusarsi dicendo che non è stato lui ad applicare la custodia cautelare, che lui l’ha soltanto chiesta, e che poi è stato il giudice a concederla? Non si direbbe, ma tutto ciò è il frutto di un pubblico ministero che, oggi, con questo ordinamento giudiziario, agisce come parte spuria, ossia come un organo che, alla fine, fa parte di un ordinamento in cui ci sono altri che decidono e in cui lui ha solo un ruolo di impulso.
Il pubblico ministero, dunque, oggi, non domani a causa di questa riforma, dispone di centinaia, e in alcuni casi migliaia, di uomini di polizia giudiziaria, che muove alla ricerca di elementi di reati, che poi riversa su un giudice delle indagini preliminari, a cui chiede un provvedimento nei confronti dell’indagato, e quando tutto finisce nel nulla, quando l’indagato è assolto, la spiegazione è che è stato il giudice a far fare la galera preventiva.
È il sistema attuale, non quello che si vuole introdurre, che istituisce un pubblico ministero irresponsabile, non tanto disciplinarmente, ma proprio deontologicamente, che è cosa più grave. È il sistema attuale che mimetizza il pubblico ministero in un ordinamento unico con il giudice, e fa sì che le sue azioni si confondano con quelle del giudice.
Si obietta che in realtà ciò accade in casi sporadici e che, invece, nella maggior parte degli altri casi i comportamenti sono virtuosi, si tengono nel rispetto dei diritti, delle garanzie e delle procedure; che, dunque, il fatto che ci siano errori non può giustificare una riforma così incisiva, e che, piuttosto, basterebbe correggere gli errori.
Ecco, questo è un altro argomento propagandistico, per almeno due ragioni. La prima è che non si tratta affatto soltanto di errori (e neanche sporadici), ma di situazioni favorite dal sistema. L’errore è l’esito di una colpa umana, mentre qui siamo davanti a una distorsione che questo sistema di integrazione tra pubblici ministeri e giudici consente e favorisce. La seconda ragione è che le riforme si fanno per cambiare le prassi distorte, non quelle virtuose; se c’è una piena maggioranza di pubblici ministeri che fa benissimo il suo lavoro, ed è vero, ma una minoranza che approfitta del sistema abusandone, la riforma è giustificata da questi ultimi, e non può essere impedita dal fatto che gli altri lavorano bene.
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Maria Chiara Prodi (Ansa)
Di certo l’attenzione alle spese non manca, specialmente se sono le proprie. Invitata a partecipare alla prima Conferenza internazionale dell’italofonia tenutasi a Roma il 18 e il 19 novembre, la segretaria del Cgie ha più volte sollecitato il comitato di presidenza affinché organizzasse una riunione a Roma negli stessi giorni. «Ufficialmente» allo scopo di interloquire col Parlamento sulla legge di bilancio, cosa peraltro mai avvenuta. Il vero motivo in effetti lo ha spiegato la stessa Prodi nella riunione del 2 ottobre. In quella occasione fa presente che le date individuate le consentirebbero «di partecipare alla Conferenza internazionale dell’italofonia senza dover sborsare il denaro necessario all’acquisto dei titoli di viaggio e al soggiorno poiché altrimenti non potrebbe godere del rimborso». Richiesta prontamente accolta dal comitato di presidenza, 9 membri di cui 4 provenienti da Nord e Sudamerica e che dati i voli transoceanici, portano la spesa di ogni riunione a Roma ad un costo di circa 60.000 euro. Nulla che non sia previsto dallo statuto, per carità. Le riunioni in presenza nella Capitale devono essere fatte, almeno 6 all’anno, ma l’approccio personalistico a un ente pubblico non è passato inosservato. Specialmente tra i consiglieri di area opposta.
Così come la decisione di eliminare dal sito del Cgie un documento pubblico, il resoconto della riunione del comitato di presidenza nei giorni 18 e 19 novembre, dopo che Federica Onori, ex M5s passata ad Azione, ne avrebbe fatto richiesta verbale alla stessa. Dunque senza alcun passaggio collegiale come prevederebbe il regolamento.
Intanto, il dibattito sulla riforma della giustizia entra anche tra le mura della Maison. A discutere «sull’oggetto del quesito e sui possibili esiti» c’è Isabelle Bocoubza, ordinaria di diritto pubblico presso l’Università di Nanterre e specialista delle riforme della giustizia in Italia. Voce sicuramente articolata ma anche critica rispetto alla riforma Nordio che, secondo la Bocoubza, non sarebbe davvero in grado di separare le carriere. Da tempo inoltre, la docente si schiera contro le accuse di politicizzazione della magistratura da parte del governo italiano. Considerando che la Maison è finanziata con soldi pubblici per offrire un servizio all’intera comunità accademica, non certo per svolgere un ruolo di indirizzamento politico, siamo certi che seguirà l’invito ad una voce per il Sì. Sempre che la par condicio sia di casa.
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Il physique du rôle non manca anche all’attuale segretaria generale, Maria Chiara Prodi, nipote di Romano. Militante del circolo Pd di Parigi da lei fondato, la Prodi è anche presidente delle Acli Francia. Patronato nella cui sede, per capirci, ha trovato posto anche ResQ, la Ong fondata dal magistrato Gherardo Colombo per soccorrere i migranti che partono dall’Africa. E quindi, anche se il Cgie dovrebbe occuparsi dei quasi 7 milioni di connazionali sparsi nel mondo, svolgendo un fondamentale ruolo di garanzia senza colori politici, attualmente si configura come un’enclave di area principalmente progressista in grado di egemonizzare la diaspora italiana e assicurarsi i voti. E che ben volentieri indulge in progetti a favore di sé stessa o della propria cerchia.
Come durante il periodo Covid con l’allora segretario generale Michele Schiavone, figura di riferimento della sinistra poi confluito nel Pd. Quando la pandemia mette uno stop a riunioni in presenza e costose trasferte transoceaniche, c’è un surplus di finanziamenti. Ma anziché restituirli al Mef come da prassi, decide di usarli fino all’ultimo centesimo imbastendo una serie di pubblicazioni sull’emigrazione italiana. E così, nel biennio 2020-2021 vengono stanziati circa 40.000 euro per una collana sulle diaspore italiane nel mondo a cura della consigliera del Cgie in quota Pd, Silvana Mangione. Altrettanti vanno a una serie speciale sulla Storia dell’emigrazione italiana in Europa diretta dall’esperto di migrazioni Toni Ricciardi, all’epoca segretario nazionale del Partito democratico Svizzera e oggi deputato pd e consigliere del Cgie. Quattro volumi di cui ad oggi ne risultano pubblicati metà. L’anno successivo è la volta di altri 4 volumi dedicati alle reti associative italiane all’estero: 35.464 euro che finiscono alla casa editrice Futura della Cgil «casualmente» quando nel Cgie, in rappresentanza dello stesso sindacato, c’è il consigliere Rodolfo Ricci, che ne cura la prefazione.
Almeno 106.000 euro spesi nel 2020 e 143.189 nel 2021, a fronte di soli 700 euro stanziati per le pubblicazioni nel 2016 e 1.000 nel 2018. Uno slancio editoriale senza precedenti per stanziamenti che non superano mai i 40.000 euro, così da procedere con affidamenti diretti. Come rilevato dall’Ufficio centrale di bilancio.
Unità d’intenti che deve aver ispirato anche l’ultima iniziativa sul tavolo del Cgie deciso a firmare un accordo con il Mei, Museo dell’emigrazione di Genova, «per portare la storia e l’attualità dell’emigrazione italiana nelle scuole». Il museo è presieduto da Paolo Masini, noto esponente del Pd romano e ideatore del progetto Migrarti rivolto alle comunità di immigrati in Italia, e già dal sito la filosofia è chiara. Passare da «emigranti» a «migranti italiani» è un attimo. Anche quando si parla di milioni di connazionali che nel 1800 andarono nelle Americhe. Perché «siamo tutti migranti», in linea con le politiche di Acli e Migrantes con cui il museo collabora.
Tra i pensieri dominanti c’è poi la battaglia per la cittadinanza italiana iure sanguinis, in chiave estensiva e dunque contraria alla stretta voluta dal ministro degli Esseri Antonio Tajani un anno fa, dopo la scoperta di una corsa al passaporto tricolore principalmente da parte di cittadini del Sudamerica. E non certo per nostalgia delle proprie radici o trasferirsi in Italia. Bensì per entrare negli Usa o in Europa senza visto. Non a caso, il passaporto italiano è uno dei più ambiti consentendo l’ingresso in 189 Paesi nel mondo. Basta rintracciare un avo italiano nel proprio albero genealogico e il gioco è fatto. Pensano a tutto le agenzie, in Italia o all’estero. Attivissime sui social nel promuovere la «cidadania italiana». E così che tra il 2020 e il 2024 sono emersi 247.000 nuovi cittadini italiani. Un business da miliardi di dollari, con tanto di truffe, infiltrazioni della criminalità organizzata e tribunali intasati di pratiche. E soprattutto, con 60 milioni di italo discendenti nel mondo, il rischio di creare uno Stato fuori dallo Stato, un bacino di potenziali elettori che incide sul quorum dei referendum. Che inevitabilmente si alza. Da Inca Cgil, da Ital Uil ad Enasco, c’è chi poi con le pratiche di cittadinanza ci lavora. E quando i servizi offerti non entrano nel sistema a punti del contributo previsto dal ministero del Lavoro, può subentrare una società di servizi che fattura pratiche ad hoc.
Un fenomeno che il governo ha cercato di contenere limitando l’ottenimento della cittadinanza di sangue a due generazioni, scelta che aveva scatenato l’ira del Cgie e di una parte dell’associazionismo degli italiani all’estero. Fino a parlare di una presunta «apertura»da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo che a un incontro dello scorso giugno con il Cgie aveva detto che occorreva seguire con attenzione la riflessione che si sarebbe aperta sul tema, «per favorire una meditata considerazione ed eventualmente riconsiderazione dei temi che si sono aperti». Parole più volte richiamate dalla stessa segretaria generale del Cgie e che erano state interpretate alla stregua di un implicito incoraggiamento a rimettere in discussione il «decreto della vergogna», come ribattezzato da una parte politica. Nonostante il presidente della Repubblica lo avesse regolarmente promulgato proprio qualche settimana prima.
Dubbi sulla legittimità del decreto che lo scorso 12 marzo sono stati del tutto respinti dalla Corte costituzionale. Con buona pace di chi puntava sull’allargamento della platea estera. Come i patronati, visto che se vogliono mantenere circa 375 milioni di finanziamenti all’anno da parte del ministero del Lavoro, tra invecchiamento della popolazione, e inverno demografico, devono garantirsi nuova clientela. E se in Italia più che puntare sul rientro degli emigrati si guarda a stranieri e migranti, all’estero si spera nei nuovi italiani. Poco importa che magari non sappiano nulla dell’Italia. Sono tutti potenziali clienti ed elettori.
Sempre nella direzione di un allargamento del bacino di connazionali all’estero, sono andate anche alcune iniziative che avrebbero dovuto favorirne il rientro in Italia, come il progetto Turismo delle radici, ideato dal Maeci nel governo Conte II con 20 milioni di euro del Pnrr. Stando a quanto riferito al Cgie dall’allora direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, almeno il 50% degli accessi alla piattaforma dedicata sarebbe servito a italo discendenti per organizzare viaggi finalizzati a ricostruire la propria genealogia. E quindi chiedere l’ambito passaporto italiano. Non certo per trasferirsi nel Bel Paese.
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