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2020-10-12
I padroni del mondo
Mark Zuckerberg (Ansa)
Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali.
I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono
Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite.
Sono cifre contenute in un libro inchiesta di
Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi.
Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna.
Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle.
La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto
Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump.
Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti
Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%.
C'è di più.
Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale».
Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista
Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione».
Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere
La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza.
L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas.
Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari.
La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse.
Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica
Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione.
Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.
Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari.
La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani.
Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa.
Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook)
Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza».
Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive.
Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni».
Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia».
Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione.
Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu
Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite).
Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro.
La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni.
Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati.
I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef.
Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini
Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza.
Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia.
Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità.
Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft.
Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale.
Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi.
Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
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Hanno guadagnato fortune pagando poche tasse e ora vengono additati a modelli di comportamento perché investono in beneficenza. Che consente loro di eludere ancora il fisco. E ripulire la coscienza. Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L'ex presidente tiene stretto il potere Mike Bloomberg ha costruito l'impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica. Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell'agenda dell'Onu Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Lo speciale contiene sei articoli. Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali. I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite. Sono cifre contenute in un libro inchiesta di Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi. Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna. Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle. La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump. Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%. C'è di più. Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale». Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bill-clinton-conferenziere-da-500-000-dollari-lex-presidente-tiene-stretto-il-potere" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza. L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas. Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari. La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="micheal-bloomberg-ha-costruito-limpero-sui-dati-finanziari-adesso-e-un-trampolino-verso-la-politica" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione. Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari. La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani. Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mark-zuckerberg-regala-internet-ai-poveri-per-portarli-su-facebook" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza». Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive. Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni». Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia». Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="ted-turner-con-lui-gli-interessi-di-lobby-e-privati-sono-entrati-nellagenda-dellonu" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite). Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro. La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni. Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati. I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="bill-gates-l-ex-microsoft-adesso-governa-le-ricerche-sui-vaccini" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza. Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia. Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità. Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft. Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale. Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi. Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
Paolo VI (Getty Images)
Quell’esame…
Vanna: «Ho fatto un’indagine pre-natale invasiva, la villocentesi. Si sono rotte le membrane che contenevano il liquido amniotico di Amanda. Dopo un paio di giorni è fuoriuscito».
Da quel momento il sacco amniotico ne è rimasto privo.
Vanna: «Sì, da allora è sempre rimasta senza liquido. Ero a 13 settimane, terzo mese. Sono andata al Pronto Soccorso di Legnago (Verona, ndr.) dove è stata per la prima volta pronunciata una parola che ha costellato tutta la gravidanza, cioè “questo è un aborto. Il cuore della bimba batterà ancora per poco tempo”».
Alberto: «Quel giorno ero a Bolzano e Vanna mi chiamò in lacrime. La prima cosa che feci in auto, nel viaggio di ritorno, fu quella di pregare, cosa lontana dalle mie abitudini dell’epoca perché, pur essendo cresciuto con un’educazione cattolica, nell’adolescenza-gioventù mi ero allontanato da Dio e dalla fede. Fu l’inizio di tante preghiere».
Cosa accadde poi?
Vanna: «Ricostituire la membrana è impossibile. Si possono fare amnio-infusioni. Le abbiamo fatte a Monza dalla dottoressa Patrizia Vergani, dalla 17ª-18ª settimana. C’era una piccola possibilità che la membrana si rimarginasse da sola. Fui dimessa, ma avevo dolori. Dovevo prendere antibiotici, anche perché la membrana rotta può causare la setticemia della madre, un’infezione generalizzata. Poi decidemmo di provare a Verona, a Borgo Roma. Scuotevano la testa, per dire che non c’era speranza. In un counseling ci dissero che in quelle condizioni non si sarebbe potuta formare nemmeno la prima cellula del polmone e quindi si sarebbe spenta da sola nella pancia. Quindi mi hanno proposto l’aborto terapeutico che, per legge, può avvenire fino a 22 settimane e 6 giorni di gestazione».
Perché decise di fare quella villocentesi?
Vanna: «La storia di Amanda nasce da una culla usata. Andai a comprarla in un paese vicino. Questa mamma me la diede come una cosa preziosissima. “È nuova, non ci ha mai dormito la bambina dentro, no, perché è morta, a tre mesi”. Aveva un problema del Dna, una trisomia del 13° cromosoma, incompatibile con la vita. Le proposero una interruzione della gravidanza e lei rispose “mai al mondo potrei pensare di uccidere la mia bambina”. Inizialmente pensai fosse una scelta egoistica che portava solo sofferenza. Sopra la culla c’era la medaglietta della Madonnina misericordiosa. Sono sempre stata credente ma mi ponevo domande. Poi capii che solo Dio può dare e togliere la vita».
Il responso dell’esame quale fu?
Vanna: «La paura di non avere un feto sano mi fece fare l’indagine prenatale, che altrimenti non avrei fatto. La risposta, che arrivò circa due settimane dopo, fu che il feto era sano. E poi non lo era più».
Alberto: «La rottura delle membrane è stata una conseguenza della villocentesi. Quando giunse il responso il patatrac era già avvenuto. Una delle complicanze, con probabilità dell’1-2%, di questo esame, è la rottura delle membrane».
Vanna: «L’ago preleva un villo coriale. Probabilmente, forse a causa di qualche colpo di tosse, ha rotto questo “palloncino” da cui è fuoriuscito il liquido. Da lì ospedali di Legnago, Monza, Roma. A fianco della via medica, quella spirituale. La mia amica, infermiera, mi disse “ho incontrato un ginecologo in corridoio, Paolo Martinelli, vi consiglia di pregare Paolo VI”, che non conoscevo. “Ha fatto un miracolo su un feto di 5 mesi e tu sei quasi a 5 mesi”. Aveva letto la notizia poco prima ed era devoto di Paolo VI, appena proclamato beato per questo miracolo».
Avete messo in pratica il consiglio…
Alberto: «Fin che andavano a Verona in ospedale, dove hanno consigliato l’aborto terapeutico, Vanna ha fatto una ricerca per capire dove andare a pregare. E lì abbiamo scoperto che Paolo VI era di Brescia, nato proprio lo stesso giorno, il 26 settembre, di mio fratello, anche lui si chiama Paolo. Allora proseguimmo verso il santuario della Madonna delle Grazie a Brescia, dove Paolo VI fece la sua prima messa. È stata la prima volta che abbiamo pregato insieme».
Nel santuario trovaste una preghiera di grazia. (Vanna ne mostra il testo). «Signore, la nostra povertà ci porta a chiedere il tuo aiuto. Si fa voce e interprete delle nostre richieste il papa Paolo VI [...]. Per sua intercessione concedi il tuo aiuto per ottenere la grazia di…».
Vanna: «Dopo aver recitato la preghiera abbiamo scritto Amanda».
Poi, cosa faceste?
Vanna: «All’ospedale di Legnago il primario disse “amnio-infusione”. Cercammo contatti per farla. È l’infusione di una soluzione di Nacl. Andammo, in treno, al Gemelli, a Roma. Ci dissero che dovevamo stare lì per quattro settimane oppure fare avanti e indietro. Ci diedero l’alternativa della dottoressa Vergani del San Gerardo di Monza, specializzata in gravidanze problematiche e amnio-infusione. Le mandammo una mail. Ci rispose subito. Ci aspettava per il lunedì successivo».
Al San Gerardo come andò?
Vanna: «Bisognava fare un’amnio-infusione la settimana per 8 settimane. La prima riuscirono a farla. La membrana era come un palloncino bucato. Stavo immobile per far rimanere il più possibile il liquido ma fuoriusciva subito. La seconda non andò bene, fu difficile trovare la bolla. Sentii Amanda muoversi. Si era messa in un modo in cui non fu più possibile far nulla».
Quindi tornaste a casa…
Vanna: «Tornammo affranti. Davamo la bimba quasi per perduta. Ma Dio voleva altro. Aborto sì, aborto no? Me lo chiedevo tutte le sere. Non posso dire che non ci ho mai pensato. Ma se avessi chiesto ad Alberto di portarmi, lui non l’avrebbe fatto. Nelle mie notti insonni ho instaurato un dialogo con Dio, un monologo, perché non rispondeva. Ma c’era, c’è stato, l’abbiamo capito dopo. Se ci fossimo fatti sopraffare dalla paura, e quindi dal demonio, perché il demonio è contro la vita, contro il matrimonio… Le leggi sull’aborto e il referendum sul divorzio sono nate sotto il papato di Paolo VI e per lui è stato un dolore immenso. Feci un’altra ecografia. A Borgo Roma a Verona consigliano un ricovero in attesa delle contrazioni. Una neonatologa mi disse: “La bimba nascerà, le affideremo solo cure compassionevoli”».
Alberto: «Questo significa accompagnarla alla morte».
A quel punto, cosa accadde?
Vanna: «Ero a 23 settimane e tre giorni, passato il termine per l’aborto terapeutico. Allora mi sono sentita libera di non scegliere più. Alzai la testa: “Adesso tocca solo a Te. Siamo nelle tue mani”».
Alberto: «Una sera Vanna aveva dolori fortissimi».
Vanna: «Ero a 26 settimane e quattro giorni. Al sesto mese».
Alberto: «Partiamo alle 3 di notte per Borgo Roma a Verona. Pioveva. Arriviamo alle 4. La bimba stava uscendo. Il primo figlio era nato col cesareo. Vanna lo chiese. Non prevedevano nemmeno la presenza del neonatologo. Ci fecero le condoglianze. “Signora, le evitiamo un taglio”. “Per la bambina non c’è niente da fare”».
Alberto, come ricordi quei momenti?
«Erano circa le 6-7 del mattino e io fuori della sala del Pronto soccorso ostetrico con davanti un presepe. Quella non era una notte qualsiasi, ma la notte di Natale. Pensai “forse non è un caso”. Passarono minuti interminabili. Dalla sala sentii: “Ecco, adesso è nata”.
Vanna: «Sentii che chiesero ad Alberto il nome. “Tagliaferro Amanda”. Pensavo dovessero compilare il certificato di morte».
Alberto: «Uscirono con la termoculla. Non sapevo se era viva o morta. La vidi con gli occhi aperti. Pensai: “È morta”. In realtà si stava guardando intorno. Pensai: “È viva, ce l’ha fatta!”». (Vanna mi fa vedere la foto con la bimba poco dopo la nascita. Le squilla il telefono. È Amanda: «Mi sono comprata qualcosa di utile per la scuola!»).
Vanna, come giunse la notizia alla Santa Sede?
«La notizia arrivò a Brescia. Don Pierantonio Lanzoni, il vicepostulatore della causa di Paolo VI, l’autore della preghiera di grazia, ci cercò. Ci convocarono. Portammo 990 pagine di fotocopie di cartelle cliniche. Analizzate da sette medici laici in Vaticano, decretando all’unanimità che la nascita di Amanda non è scientificamente spiegabile. Il miracolo in sé è stato dichiarato nella vita intra-uterina. Questo ha fatto sì che Paolo VI diventasse santo. La parte teologica è strettamente correlata all’Humanae vitae. Penso che Dio ci abbia usato come strumento».
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Ansa
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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