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2020-10-12
I padroni del mondo
Mark Zuckerberg (Ansa)
Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali.
I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono
Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite.
Sono cifre contenute in un libro inchiesta di
Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi.
Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna.
Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle.
La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto
Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump.
Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti
Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%.
C'è di più.
Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale».
Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista
Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione».
Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere
La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza.
L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas.
Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari.
La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse.
Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica
Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione.
Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.
Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari.
La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani.
Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa.
Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook)
Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza».
Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive.
Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni».
Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia».
Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione.
Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu
Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite).
Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro.
La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni.
Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati.
I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef.
Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini
Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza.
Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia.
Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità.
Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft.
Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale.
Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi.
Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
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Hanno guadagnato fortune pagando poche tasse e ora vengono additati a modelli di comportamento perché investono in beneficenza. Che consente loro di eludere ancora il fisco. E ripulire la coscienza. Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L'ex presidente tiene stretto il potere Mike Bloomberg ha costruito l'impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica. Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell'agenda dell'Onu Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Lo speciale contiene sei articoli. Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali. I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite. Sono cifre contenute in un libro inchiesta di Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi. Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna. Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle. La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump. Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%. C'è di più. Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale». Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bill-clinton-conferenziere-da-500-000-dollari-lex-presidente-tiene-stretto-il-potere" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza. L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas. Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari. La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="micheal-bloomberg-ha-costruito-limpero-sui-dati-finanziari-adesso-e-un-trampolino-verso-la-politica" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione. Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari. La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani. Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mark-zuckerberg-regala-internet-ai-poveri-per-portarli-su-facebook" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza». Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive. Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni». Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia». Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="ted-turner-con-lui-gli-interessi-di-lobby-e-privati-sono-entrati-nellagenda-dellonu" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite). Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro. La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni. Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati. I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="bill-gates-l-ex-microsoft-adesso-governa-le-ricerche-sui-vaccini" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza. Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia. Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità. Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft. Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale. Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi. Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
Panoramica del centro storico di Carpi
Un po’ defilata rispetto alle più note Reggio, Modena e Mantova, Carpi è davvero un gioiellino che merita una visita. Fosse solo per Piazza dei Martiri, fra le più grandi d’Italia, sul cui perimetro si affacciano l’imponente Palazzo dei Pio, la cattedrale barocca, il Teatro Civico e uno straordinario susseguirsi di portici dalle volte a botte, decorati da affreschi e stemmi araldici, eredità degli eleganti edifici nobiliari del Rinascimento. Ma per gli amanti di arte e storia, le sorprese non finiscono qui: dietro Piazza dei Martiri, nel cuore medioevale della città, si erge l’alta torre campanaria della pieve di Santa Maria in Castello (detta più comunemente La Sagra), fondata probabilmente dal Re longobardo Astolfo, rinnovata in epoca romanica e ridimensionata a tal punto nel Cinquecento che quello che noi oggi vediamo è solo la parte absidale della chiesa, decorata da cicli di affreschi medioevali e arricchita da un bel portale antelamico. Di particolare interesse artistico anche il Santuario del SS.Crocifisso, raffinato esempio di barocco modonese sorto attorno a un affresco miracoloso e la Chiesa d San Nicolò, custode di splendide scagliole, delicati intarsi di gesso a perfetta imitazione di marmi e pietre preziose.
Una cittadina davvero ricca d’arte, la cui storia è indissolubilmente legata alla casata nobiliare dei Pio, (signori della città dal 1136 al 1527 ) e in particolar modo ad Alberto Pio, diplomatico, grande mecenate e uomo di cultura profonda: in una parola, l’incarnazione perfetta del Principe Rinascimentale. Specchio del potere dei Pio l’omonimo palazzo, scenografico e imponente simbolo di Carpi, attualmente sede del Museo della Città (35 secoli di storia carpigiana raccontata attraverso reperti, artigianato e mutimedialità), dell’Archivio Storico e di un divertente spazio ludico (il Castello dei Ragazzi) arricchito da scenografie firmate da illustratore del calibro di Emanuele Luzzati , Gianni De Conno e Roberto Rebaudengo.
Ed è proprio qui, nella straordinaria cornice di Palazzo Pio, che è allestita la mostra «Non di solo pane.Cucina, tavola e cibo nel Rinascimento», una vera e propria esperienza sensoriale, uditiva e visiva nata dall’idea di valorizzare il ricco patrimonio di ceramica (graffita e non) del fondo museale collegandolo al tema universale del cibo.
La Mostra
Divisa in tre sezioni (la tavola, la cucina e il cibo, o meglio, i cibi rinascimentali, abissalmente diversi per ricchi e poveri…) , a guidare i visitatori nel percorso espositivo le «voci» dei grandi maestri del gusto - Maestro Martino, Paltina, Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Scappi - eccezionalmente «riportati in vita», con tanto di costumi e accessori d’epoca, dai miracoli dell’intelligenza artificiale… Un’idea geniale per coinvolgere il pubblico (anche quello dei più piccoli), visto che - vi garantisco - è praticamente impossibile non fermarsi ad ascoltare questi imponenti e curiosi signori, chef colti, elegantie raffinati come il tempo e le corti che frequentavano richiedeva. Corti di nobili, sovrani, alti prelati e ricchi borghesi, queste le classi sociali per cui cucinavano, inventavano ricette e dettavano tendenze i Maestri del Gusto ed è per questo che i saggi, le ricette, e le descrizioni di piatti e banchetti trionfali giunte fino a noi riguardano solo ed esclusivamente le classi più potenti e abbienti: non certo i poveri, che se fortunati mangiavano una sola volta al giorno e sicuramente dalle loro tavole ogni prelibatezza era bandita…
Ricca di ceramiche, utensili, bilance, antichi strumenti di misurazione e simili, a fare l’originalità di questa mostra è sicuramente la parte interattiva, che permette al visitatore di « toccare con mano» ambienti, gesti e rituali della cucina rinascimentale (ma non solo), di udire suoni,di respirare aromi, di scoprire (o ri-scoprire) gusti. È per questo, come ha sottolineato la curatrice Manuela Rossi «… che la visita può durare un'ora o un giorno intero»: le experiences che offre non hanno limiti di tempo e nelle cinque postazioni multimediali si possono «gustare» e approfondire la storia dei cinque alimenti (pane, carne e pesce, formaggio, frutta e verdura ed infine il vino) che hanno accompagnato la storia dell’uomo, dall’antichità ai giorni nostri.
Una mostra interessante e «trasversale», adatta a tutti , incentrata su un tema aggregante e che si inserisce pienamente nell’idea di un museo «dinamico» e fruibile dalla cittadinanza, inteso come luogo di ricerca, educazione e confronto. Anche per questo, il museo offre la possibilità di una pausa pranzo alternativa, giusto mix di arte e cibo ( fornito in un food box da consumarsi all’esterno), per accontentare e occhi e palato e far riposare la mente…
E seguendo la «via del cibo» non si può visitare Carpi e dintorni senza soffermarsi sulle ricchezze enogastronomiche di questi territori, indissolubilmente legati alla fama internazionale dell'aceto balsamico, del Parmigiano Reggiano DOP e dei Lambruschi DOC, tra cui il Sorbara, il Gasparossa e il Salamino di Santa Croce, vino tipico del carpigiano.
L’Acetaia Comunale
Situata nel sottotetto di Palazzo Scacchetti, sede del municipio e edificio storico di pregio nel centro di Carpi, è nell’Acetaia Comunale che si produce l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP, tesoro unico ed eccellenza mondiale ottenuto dal mosto di uva cotto e invecchiato (per almeno 12 anni) in botti di legni diversi e di diverse dimensioni. Una curiosità: queste botti, che nel loro insieme formano una «batteria», secondo un’antica tradizione ancora in auge vengono date in dote - al momento della nascita - ad ogni figlia femmina, che dopo 25 anni potrà così contare su un patrimonio non indifferente, viste le altissime quotazione di questo prezioso «nettare nero», musica per il palato…Restando in tema di musica, un discorso a parte merita il Teatro Comunale, uno dei più importanti teatri storici dell’Emilia-Romagna, inaugurato l’11 agosto 1861, all'indomani della proclamazione del Regno d’Italia.
Il Teatro Comunale
Facciata neoclassica, un giardino sul retro, stucchi e ori a decorare tre ordini di palchi e una platea con sedute in velluto verde acqua , questo Teatro - che mi piace definire «il salotto buono» della città - vanta da sempre un cartellone di tutto rispetto, con spettacoli che spaziano dalla musica classica alla danza, dai concerti di artisti contemporanei ai cori polifonici. Diretto dal pianista Carlo Guaitoli, vincitore di numerosi premi internazionali e una carriera concertistica che lo ha portato in ogni parte del mondo, anche per la prossima stagione saprà incantare i carpigiani con una carrellata di appuntamenti musicali e teatrali assolutamente da non perdere…
Il Campo di Fossoli
Prima di chiudere questo tour fra arte, cibo e musica, è doveroso ricordare che a pochi chilometri da Carpi è visitabile il tragicamente famoso Campo di Fossoli, sito d'internamento italiano per prigionieri politici ed ebrei e luogo di transito verso i lager nazisti. A ricordo delle vittime dei nazifascisti, Carpi ha fortemente voluto il Museo Monumento al Deportato, dove sulle pareti grigie di 13 sale di un’essenzialità disarmante e commovente, sono incise le frasi strazianti dei condannati a morte della Resistenza europea e graffiti di artisti famosi, come Picasso e Guttuso.
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Benjamin Netanyahu (Ansa)
E sul fronte libanese, le Idf hanno eliminato «per errore» pure Pierre Mouawad, ovvero l’esponente del Partito cristiano delle forze libanesi, apertamente contrario a Hezbollah. Le forze militari israeliane hanno ammesso alla Bbc di aver sbagliato. Pare che l’obiettivo fosse una figura chiave della milizia sciita, localizzata in un edificio residenziale a Est di Beirut in cui si trovava anche Mouawad per celebrare la Pasqua in famiglia. Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche Burj Rahal, nel Sud, Mashghara e Kfar Rumman, uccidendo nove persone secondo i media libanesi. Ma Israele deve far fronte anche alle proteste provenienti dalla Chiesa luterana in Terra Santa: uno studente della scuola evangelica di Beit Sahour, in Cisgiordania, è stato arrestato insieme al padre dall’esercito israeliano. Nella nota si afferma che «coloni israeliani stavano illegalmente allestendo un avamposto in un villaggio palestinese vicino a Beit Sahour, molestando i residenti e lanciando gas lacrimogeni contro di loro. Amir Jamal Al-Daraaw e suo padre, il signor Jamal, facevano parte di un gruppo di residenti locali accorsi per difendere le persone attaccate».
Nel principale teatro di guerra, quello iraniano, le forze israeliane hanno invece rivendicato di aver ucciso il comandante dell’intelligence dei pasdaran, Seyed Majid Khademi. La morte, annunciata dagli stessi Guardiani della rivoluzione, è stata poi confermata da Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha avvertito: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Khademi era alla guida degli 007 iraniani da neanche un anno: aveva ottenuto l’incarico dopo che il predecessore, Mohammed Kazemi, era stato ucciso durante la guerra dei 12 giorni. Il premier israeliano ha anche celebrato l’uccisione del comandante della sezione 840 della forza Quds, Athar Bakri, considerato il «responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo». Oltre alle figure chiave del regime, Israele ha sferrato altri attacchi contro l’impianto petrolchimico iraniano di Asaluyeh, che fa parte del giacimento di South Pars. Ma non solo. Stando a quanto riferito dall’agenzia iraniana Fars, è stato colpito un secondo impianto, quello di Marvdasht. Nella notte, sarebbero stati colpiti l’area Est di Teheran e soprattutto la regione centro-orientale del Baharestan, dove si contano almeno 17 vittime. Nel mirino dell’operazione Furia epica sarebbero rientrate anche le strutture energetiche dell’università di Sharif, situata a Nordest della Capitale, e tre aeroporti.
Intanto, continuano a emergere dettagli sul salvataggio del secondo pilota americano dopo l’abbattimento del caccia F-15 nei cieli iraniani. L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha riferito che il Mossad ha condiviso le informazioni di intelligence con gli Stati Uniti. Secondo il Jerusalem Post, le Idf, per confondere Teheran, avrebbero lanciato diversi attacchi insieme agli Stati Uniti per allontanare i militari del regime dall’area in cui si trovava il pilota. E pare che le forze israeliane abbiano anche disturbato le ricerche iraniane, «accecando» i sistemi di rilevamento. La Cnn ha poi reso noto che nel blitz sono stati coinvolti centinaia di militari della Delta force dell’esercito e dei Navy seals team six della Marina, oltre agli agenti dell’intelligence.
Chi rimarca il fallimento americano è Teheran: secondo il regime l’amministrazione americana, anziché salvare il pilota, mirava a recuperare l’uranio. Intervenendo in merito, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha dichiarato che «il luogo in cui l’aereo americano era precipitato» era «a una distanza considerevole» da Isfahan, dove sarebbe stato ritrovato il militare americano. Da qui la considerazione che possa essere stata «un’operazione ingannevole per rubare l’uranio».
Dall’altra parte, con Teheran che continua a lanciare missili, gli allarmi sono scattati soprattutto nel centro di Israele e a Tel Aviv. Ad Haifa è salito a quattro il numero delle vittime all’indomani del raid iraniano contro un edificio residenziale. E Gerusalemme continua ad accusare il regime di aver sganciato bombe a grappolo sui civili. «Questo costituisce un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione», ha reso noto il colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale delle Idf. I pasdaran hanno poi comunicato di aver colpito una nave portacontainer israeliana, la Sdn7, e una nave d’assalto anfibio americana Lha-7. Quest’ultima sarebbe stata costretta a ritirarsi nell’Oceano indiano meridionale.
E mentre negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait sono scattate le difese aeree per far fronte ai vettori iraniani, nello Stretto di Hormuz è stato segnalato un minimo traffico. Si tratterebbe però di imbarcazioni di Paesi «amici» che avrebbero pagato i pedaggi al regime, stando a quanto riferito da Al Jazeera. Ad aver ottenuto il permesso di attraversare il canale marittimo sarebbero navi francesi, pakistane, indiane e turche.
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Contadini altoatesini alla fine degli anni Quaranta (Getty Images)
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Sudtirolo (o Alto Adige, come fu obbligatorio chiamarlo durante il ventennio) era stretto in una morsa che rendeva il suo destino alquanto incerto. Dagli anni Trenta era stato sottoposto ad un processo di italianizzazione sia nella lingua (la scuola tedesca era stata vietata, così come i toponimi cambiati con nomi italiani) che nella composizione etnica, con l’immissione di migliaia di lavoratori italiani nelle nuove grandi fabbriche (come Falck e Lancia) costruite sul territorio altoatesino in quegli anni. La questione dell’appartenenza storica della regione a Sud del Brennero all’Austria, che la perse dopo gli accordi del 1919, riemerse dopo l’annessione di quest’ultima al Terzo Reich (Anschluss) nel 1938. Hitler e Mussolini giunsero ad un accordo nel 1939 che lasciava liberi gli altoatesini di lingua tedesca di scegliere se rimanere italiani e perdere lo status di minoranza oppure se trasferirsi in Germania entro un tempo limitato. Erano i cosiddetti «optanti». Al voto, oltre 166.000 sudtirolesi scelsero il Reich, spinti anche dalla propaganda sul territorio dell’organizzazione filonazista Vks (Völkischer Kampfring Südtirols). Dopo l’8 settembre l’Alto Adige fu invaso dalla Wehrmacht e annesso al Reich sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. Oltre 10.000 furono i sudtirolesi che combatterono per il Reich, in parte arruolandosi anche nelle Waffen-SS. A Bolzano era stato istituito un lager di transito verso i campi di sterminio, mentre per i cosiddetti Dableiber, cioè coloro che non avevano voluto lasciare il Sudtirolo per la Germania, iniziò il calvario: le autorità naziste, oltre a reclutare forzatamente gli uomini e a mobilitare le donne per il lavoro obbligatorio, perseguitarono quegli oppositori del Reich prevalentemente di matrice cattolica che, come il parroco Michael Gamper e il commerciante Erich Amonn, organizzarono un movimento di resistenza sotto la sigla di Andreas Hofer Bund, che rappresentava i Dableiber che si opponevano alla tirannia nazista. Un centinaio di membri furono deportati nei campi di sterminio.
Nel maggio del 1945 la guerra finì e sia il nazismo che il fascismo erano caduti. Gli altoatesini si trovarono così nel mezzo di una sorta di «anno zero», arbitrato di fatto dalle potenze vincitrici. L’Italia, pur sconfitta, si trovava però in vantaggio rispetto all’Austria: era stata una nazione co-belligerante e contava la presenza di un movimento di resistenza, mentre l’Austria annessa al Reich non poteva dimostrare altrettanto. Molti sudtirolesi, inoltre, erano stati fedeli nazisti e combattenti nella Wehrmacht e nelle SS. Dall’altra parte Vienna invocava la naturale etnia germanica del popolo altoatesino usurpata nel 1919 e repressa dal fascismo, portando avanti la tesi della propria posizione di vittima del nazismo in seguito all’Anschluss del 1938. Ma l’Italia era considerata già Stato sovrano, mentre l’Austria era sottoposta come la Germania all’amministrazione delle truppe di occupazione alleate. Le spinte alla riannessione all’Austria tra il 1945 e il 1946 furono molto forti nel primo anno di pace in Alto Adige. Già nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine del conflitto, era nata la Südtiroler Völkspartei (Svp), nata dai Dableiber tra cui Erich Amonn. Il movimento si espresse subito per la riannessione all’Austria, mentre dall’altra parte del Brennero, ad Innsbruck, si assistette a manifestazioni di piazza per il ritorno ad un solo Tirolo. Lo stesso Karl Gruber, futuro ministro degli Esteri austriaco, inoltrò alle potenze vincitrici richiesta formale di riannessione. Anche a Bolzano, presso Castel Firmiano, si tenne una manifestazione di massa il 22 aprile 1946 che preannunciò l’iniziativa di una petizione per la riannessione che raccolse oltre 150.000 firme, consegnate poi al cancelliere austriaco Leopold Figl. Gli alleati la respinsero, non riconoscendo la richiesta di referendum e ribadendo che ogni decisione sulla questione altoatesina (e sulle altre come quella di Trieste) sarebbero state trattate unicamente per le vie diplomatiche alla conferenza di pace di Parigi. Anche a Roma le richieste di separazione furono fortemente respinte dai principali partiti: risolutamente contrario fu Togliatti, che riteneva il confine del Brennero violato dalle truppe tedesche e non provava alcuna simpatia per l’autonomia, rispecchiando l'assoluta ostilità di Mosca a qualunque concessione territoriale ai popoli tedeschi sconfitti. Più morbido, ma comunque risolutamente contrario alla riannessione fu Alcide De Gasperi (egli stesso trentino ed in gioventù suddito dell’Impero Austro-ungarico). Il leader democristiano e presidente del Consiglio sarà protagonista della risoluzione diplomatica della questione altoatesina durante lo stesso 1946, anno del suo secondo dicastero. Nel frattempo gli optanti, che avevano scelto di trasferirsi nella Germania nazista si erano venuti a trovare in un Paese in ginocchio, raso al suolo dai bombardamenti e sottoposto all’occupazione militare dei vincitori. Alcuni scelsero di rientrare clandestinamente già alcuni mesi dopo la fine della guerra, ma si trovarono paradossalmente stranieri in patria perché avevano scelto di abbandonare la cittadinanza italiana. In Alto Adige non avevano più diritti, erano di fatto stranieri. E molti neppure ritrovarono le proprietà lasciate pochi anni prima, occupate o assegnate ad altri dalle autorità italiane o confiscate direttamente dai restanti. Al di là del Brennero gli altoatesini cacciati dalla Germania occupata, dalla Boemia e dalla Polonia occupate dai sovietici finirono in campi profughi nei dintorni di Innsbruck in condizioni miserevoli, in attesa che la situazione si sbloccasse. Tra i giovani profughi, diverse centinaia si arruolarono per fame nella Legione straniera francese, in quanto il Tirolo settentrionale era sotto il controllo delle truppe di Parigi. Spediti in Indocina, rimasero fino alla battaglia di Diem Bien Phu del 1954, che costò la vita a diversi ex optanti.
Il conflitto sociale raggiunse dunque picchi altissimi nel 1946, nel momento in cui la palla della politica locale era passata a quegli altoatesini che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista senza lasciare la propria terra e contemporaneamente dall’Austria giungeva una forte propaganda per l’annessione.
Una miscela così esplosiva indusse le potenze riunite a Parigi ad accelerare la risoluzione della questione, che si risolverà giuridicamente con la firma dell’Accordo tra Austria e Italia sull’Alto Adige, noto come «Accordo De Gasperi-Gruber» dal nome dei due premier. Era il 5 settembre del 1946 quando a Parigi fu siglato e consegnato agli alleati. Il testo conteneva le garanzie per la tutela linguistica delle comunità tedesche e la parità di diritti tra la popolazione tedesca, ladina e italiana. Riammetteva l’insegnamento del tedesco nelle scuole, che durante il ventennio si era svolto clandestinamente nelle Katakombenschule, le scuole organizzate nei sotterranei da Martin Gamper. Riconosceva l’autonomia amministrativa dell’Alto Adige (che con un abile mossa De Gasperi estese a livello regionale, includendo così anche il Trentino) e garantiva la nazionalità ed un passaporto valido anche per gli optanti in rientro e il riconoscimento dei titoli di studio. L’Austria avrebbe avuto il ruolo di controllore e garante dell’accordo.
Molti furono i delusi, che speravano in un ricongiungimento del Sudtirolo con l’Austria, ma i vincitori seduti al tavolo delle trattative postbelliche lo esclusero categoricamente. Volevano evitare una nuova area di tensioni etnico-geografiche in un periodo delicato in cui nascevano le premesse della Guerra fredda. Altri altoatesini tuttavia accettarono l’accordo, consolati dalle garanzie che avrebbero impedito una nuova italianizzazione forzata. Chi rientrò dalla Germania dovette ricominciare spesso tutto da capo, con lunghe trafile burocratiche e legali per riacquistare ciò che era stato lasciato all’atto della scelta di emigrare nel Reich.
La Costituzione del 1948 recepì l’accordo del 1946 e nel Decreto Legislativo n.23/1948 si trattò la regolarizzazione dello status degli optanti. Si apriva il capitolo difficile del pieno reintegro, non ultimo quello del ritorno delle proprietà o dell’assegnazione di abitazioni e terre vendute o confiscate negli anni delle opzioni dallo Stato italiano, dai Dableiber o assegnate ai lavoratori italiani di recente immigrazione in Alto Adige. Questo difficilissimo aspetto fu affidato ad un giovane Giulio Andreotti, che fu a fianco di De Gasperi il giorno degli accordi con Gruber. A lui fu affidata la gestione politica dell’Uzc, l’Ufficio governativo per le Zone di Confine, chiamato da una parte al reintegro degli altoatesini rientranti, dall’altro alla difesa della comunità degli italiani che risiedevano e lavoravano in Alto Adige. L’Uzc si trovò a gestire le richieste degli optanti di rientro e le pratiche di concessione della nuova cittadinanza italiana, scegliendo una politica di controbilanciamento delle due componenti etnico-linguistiche tramite progressivi finanziamenti, per evitare che il reintegro degli optanti finisse per minacciare gli italiani della regione. A partire dagli anni Cinquanta l’Uzc favorì in particolare lo sviluppo di chiese ed oratori, nonché il sostegno ad una stampa di lingua italiana, in particolare del quotidiano «L’Alto Adige», che mirava a creare una voce alternativa al germanofono «Dolomiten».
L’azione italiana tuttavia non riuscirà a placare le spinte secessioniste e le forti tensioni etniche dell’Alto Adige del dopoguerra. Nonostante la ripresa economica e l’inizio dello sviluppo di un turismo di massa unita alla ripresa industriale, il ritorno degli optanti significò anche una svolta all’interno del primo partito germanofono, l’Svp. Gestito nell’immediato dopoguerra da una maggioranza di cattolici antinazisti, il ricambio della classe politica altoatesina vide il ritorno di alcuni esponenti intransigenti e precedentemente compromessi con il defunto Terzo Reich. Molti, alla fine degli anni Cinquanta, furono gli episodi di segregazione e di separazione etnica attuate a livello locale in risposta alle politiche di Roma, accusata di favorire gli italiani. Inoltre l’Austria, divenuta repubblica dopo la fine di un lungo decennio di occupazione alleata, aveva ripreso le rivendicazioni sul Sudtirolo. A livello nazionale, la Svp allora guidata dall’ex soldato della Wermacht Silvius Magnago chiedeva l’autonomia non solo da Roma, ma anche da Trento, inclusa assieme all’Alto Adige dopo gli accordi del 1946. Queste forti tensioni porteranno al fenomeno del terrorismo del decennio successivo con la stagione degli attacchi dinamitardi dei separatisti. Il cammino verso un’autonomia bilanciata e un’integrazione vera sarebbe stato ancora molto lungo, passando dallo Statuto di autonomia del 1972 e fino alla ratifica del Pacchetto di autonomie del 1992, ratificato dai governi di Italia e Austria di fronte all’Onu.
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«The Testaments» (Disney+)
Il romanzo che Margaret Atwood ha scritto nel 2019, sulla carta, dovrebbe essere un sequel del suo più famoso, Il racconto dell'ancella. Di fatto, The Testaments è ambientato quindici anni dopo le vicende narrate in quel libro, che le ha dato fama. Eppure, non racconta molto oltre il finale noto.
The Testaments, da cui Disney+ ha tratto un'altra serie televisiva, pronta a debuttare sulla piattaforma mercoledì 8 aprile, usa un espediente narrativo per tornare alla fine del ventesimo secolo, nel mezzo della teocrazia totalitaria che ha sovvertito l'ordine degli Stati Uniti d'America. Allora, a fronte di un pianeta devastato dalle guerre e dalle successive difficoltà economiche, difficoltà che hanno portato ad una crescita zero, pochi uomini, pochi potenti hanno deciso di instaurare in America una Repubblica basata sulla religione. Non la religione così come la si è conosciuta, ma una sua lettura forzata e ortodossa, una sorta di fanatismo biblico che ha trasformato gli Usa, un tempo patria della libertà, nella Repubblica di Gilead: una società piramidale, governata da un'oligarchia di privilegiata e popolata, per lo più, di schiavi. Nessuna mobilità sociale, nessuna inclinazione personale. All'interno di Gilead, non ha trovato spazio nulla oltre l'applicazione maniacale dei dogmi ispirati alle sacre scritture. Un Medioevo nuovo ha preso il sopravvento, si è tornati a processore chiunque manifestasse dissenso, a punire la disobbedienza civile e il pensiero critico. Le donne sono state ridotte a macchine riproduttive, e a loro è stata proibita la gioia dell'amore. Per dare a Gilead dei figli e ripopolare così la Terra, gli oligarchi hanno deciso che si sarebbero accoppiati con donne fertili, tenute in cattività. Non sarebbero state mogli, ma incubatrici. Le altre, non più fertili o sterili, sarebbero state eliminate. Il racconto dell'ancella, celebrato urbi et orbi e poi adattato in una serie tv di successo planetario, ha raccontato la silenziosa insurrezione delle ancelle, la loro vita di prigioniere.
The Testaments, con lo stesso impianto produttivo, promette, invece, di raccontare tre storie diverse e interconnesse, storie nuove e vecchie capaci, soprattutto, di spiegare gli antefatti che hanno preceduto l’ascesa al potere degli oligarchi di Gilead. Cos'ha portato dove si è ora, quali alternative possono esistere oltre la costrizione, che costo ha l'obbedienza. Questo si chiedono le trame dello show, deciso a tener vivo l'universo della Atwood.
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