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2020-10-12
I padroni del mondo
Mark Zuckerberg (Ansa)
Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali.
I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono
Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite.
Sono cifre contenute in un libro inchiesta di
Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi.
Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna.
Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle.
La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto
Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump.
Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti
Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%.
C'è di più.
Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale».
Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista
Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione».
Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere
La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza.
L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas.
Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari.
La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse.
Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica
Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione.
Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.
Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari.
La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani.
Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa.
Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook)
Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza».
Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive.
Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni».
Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia».
Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione.
Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu
Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite).
Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro.
La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni.
Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati.
I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef.
Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini
Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza.
Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia.
Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità.
Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft.
Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale.
Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi.
Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
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Hanno guadagnato fortune pagando poche tasse e ora vengono additati a modelli di comportamento perché investono in beneficenza. Che consente loro di eludere ancora il fisco. E ripulire la coscienza. Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L'ex presidente tiene stretto il potere Mike Bloomberg ha costruito l'impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica. Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell'agenda dell'Onu Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Lo speciale contiene sei articoli. Hanno avuto enormi successi professionali, hanno pagato pochissime tasse, hanno messo al sicuro montagne di soldi nei paradisi fiscali, e ora ce li ritroviamo come maestri di vita, con i conti in banca rigonfi e la coscienza candeggiata, a capo di fondazioni filantropiche intente a migliorare le tristi sorti dell'umanità più debole. È una bontà strana quella dei paperoni. Accumulano fortune spremendo milioni di lavoratori, oppure piegando le leggi a loro vantaggio, o ancora sfruttando rendite di posizione, e poi fanno la morale al mondo dall'alto dei loro capitali. I miliardari filantropici sono i veri vincitori della globalizzazione, i colonizzatori del ventunesimo secolo. I loro nomi sono noti: ci sono Bill Gates e sua moglie Melinda, i coniugi Bill e Hillary Clinton, Ted Turner, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, George Soros, Michael Bloomberg, Amancio Ortega, Jeff Bezos; nei decenni scorsi, dinastie come i Rockefeller, i Ford o i Carnegie. Capitani d'azienda, innovatori, boss della finanza, giganti di Internet, ex politici che restano nel giro investendo i loro beni in fondazioni benefiche. Nel mondo si contano oltre 200.000 organizzazioni di questo tipo, di cui oltre 87.000 negli Stati Uniti e 85.000 in Europa occidentale. Le masse di denaro movimentate sono colossali: dall'inizio dell'attività, la fondazione Gates ha spostato 50,1 miliardi di dollari e nel triennio 2013-15 ha destinato 11,6 miliardi allo sviluppo globale, più di quanto non abbiano fatto le Nazioni Unite. Sono cifre contenute in un libro inchiesta di Nicoletta Dentico appena pubblicato, dal titolo Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (edizioni Emi, 20 euro), in libreria da giovedì. L'autrice, giornalista esperta di cooperazione internazionale ed ex consigliera di amministrazione della Banca popolare etica, per la prima volta scandaglia in profondità questo mondo in cui progresso e solidarismo, potere e assistenza, povertà e business si intrecciano in modo spesso inestricabile. Con tutti i soldi che hanno fatto, un po' di generosità di lorsignori verso alcune cause nobili appare inevitabile. Negli Stati Uniti, poi, il regime fiscale favorisce i ricchi che trasferiscono i propri averi in un fondo benefico piuttosto che nelle tasche dei figli. Noi ci siamo fatti da soli, pensano i multimiliardari, e la nostra prole faccia altrettanto. Il fatto è che il fenomeno del «filantrocapitalismo» non è semplicemente un modo per evitare che la prole sperperi ciò che i genitori hanno creato, o per ripulire un'immagine macchiata da sospetti di sotterfugi fiscali. Queste macchine della bontà colonizzano le menti ed esercitano una crescente influenza sulle istituzioni internazionali e sui singoli governi. Prendiamo il caso della pandemia, che per moltissime aziende del mondo è un flagello mentre per quelle del settore biomedicale è una manna. Bill Gates fu tra i primi, nel 2015, a paventare il rischio di un virus che avrebbe contagiato milioni di persone e squassato il pianeta iperglobalizzato. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nei prossimi decenni», aveva detto Gates (il video è disponibile sul Web), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Il fondatore di Microsoft, azienda da cui ora è uscito, spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti». Alla fine del 2019 si è materializzato il Sars-Cov-2 e una sola persona al mondo si è fatta trovare pronta davanti a questo scenario, cioè il monopolista filantropo di Seattle. La sua fondazione ha immediatamente messo sul piatto 300 milioni di dollari, poi saliti a 530 milioni, e di fatto Bill Gates governa le attività internazionali per la ricerca di un vaccino contro il Covid al pari di Organizzazione mondiale della sanità, Banca mondiale e Commissione europea. Sulla scia di Gates, il magnate Michael Bloomberg ha stanziato 331 milioni di dollari per aiutare a combattere il virus. Bloomberg, proprietario di un impero nei servizi finanziari e nei media, vanta un patrimonio netto di 55 miliardi di dollari ed è uno dei leader del Partito democratico Usa: è stato sindaco di New York per 12 anni e a metà settembre si è impegnato a donare 100 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale di Joe Biden in Florida contro Donald Trump. Nel governo di fenomeni globali, come la lotta a una pandemia, sono precedenti pericolosi. Ma è anche il consolidarsi di una tendenza in atto da tempo: le antiche e nobili pratiche della filantropia e del mecenatismo hanno ceduto il passo a un business della solidarietà tutt'altro che disinteressato. Per cominciare, le fondazioni dei paperoni dal cuore d'oro godono di forti agevolazioni fiscali e le donazioni fatte a questi enti diventano una valvola di sfogo attraverso la quale vengono investiti (detassati) gli smisurati profitti accumulati spesso con operazioni di elusione fiscale. I giganti del Web ne sono un chiaro esempio, ma naturalmente non sono gli unici. Una ricerca degli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman evidenzia che le 400 famiglie più ricche d'America hanno pagato nel 2018 un'aliquota effettiva del 23%, cioè un punto percentuale in meno di quello versato dalle famiglie delle fasce sociali meno abbienti, che è pari al 24,2%. C'è di più. Dentico cita un rapporto del 2016, il Wealth-X and Arton capital philanthropy report: esso rivela che le donazioni dei super ricchi erano aumentate del 3% nel 2015, e soprattutto che gli imprenditori i quali hanno versato almeno 1 milione di dollari hanno finito per ammassare più profitti dei loro pari di classe. Più si versa, più si guadagna: il tutto applicando i criteri della cultura d'impresa al mondo dei bisogni umani che devono essere colmati. E oltre ad accumulare altri capitali si conquista sempre più potere, al punto da condizionare in misura crescente le azioni degli Stati: «Libere da ogni costrizione territoriale, le fondazioni filantrocapitaliste sono riuscite a occupare un campo d'azione sconfinato», si legge nel libro. «Esercitano un ruolo ingombrante nella produzione di conoscenza, nell'affermazione di modelli, nella definizione di nuove strutture della governance globale». Nate per colmare le disuguaglianze, le fondazioni dei ricchi buoni finiscono dunque per acuirle perché tendono a voler cambiare il mondo secondo i propri desideri e le proprie visioni, anziché accrescere la dignità dei più poveri. «Mai prima, nella sua storia, l'umanità ha dovuto fare i conti con una ricchezza tanto spropositata, assiepata in così poche mani», scrive l'economista Vandana Shiva nella prefazione del volume, «e la filantropia è divenuta lo strumento per dirottare la democrazia e colonizzare le vite delle persone al fine di estrarne soldi. Non è “dare", è sofisticata appropriazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bill-clinton-conferenziere-da-500-000-dollari-lex-presidente-tiene-stretto-il-potere" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Clinton: conferenziere da 500.000 dollari. L’ex presidente tiene stretto il potere La nuova vita da filantropo di Bill Clinton nasce nel gennaio 2005, quando l'ex presidente statunitense annuncia al forum di Davos, in Svizzera, la Cgi (Clinton global initiative) che diventerà l'emblema del potere clintoniano e lancerà la carriera politica della moglie Hillary Rodham, senatrice, segretaria di Stato Usa con Barack Obama e due volte candidata (invano) alla presidenza. L'evento ebbe luogo in settembre, con un successo enorme di partecipanti famosi (industriali, cantanti, attori, manager di mezzo mondo) che per accedere al palco dovettero formulare un progetto di sviluppo da attuare. Per esempio, Starbucks promise di adoperarsi a favore dei coltivatori di caffè poveri, mentre Goldman Sachs s'impegnò a intervenire per le foreste della Terra del fuoco. La Cgi, che ha sviluppato un'agenda di intervento parallela e più influente di quella delle Nazioni Unite, è una costola della Fondazione Clinton, istituita nel 1997 con un profilo provinciale: curare la biblioteca dell'ex presidente in Arkansas. Esaurito nel 2001 il doppio mandato di Clinton, la fondazione è diventata lo strumento con cui raccogliere fondi e capitalizzare le competenze acquisite negli otto anni alla Casa Bianca. Dal 2002 al 2012 Clinton raccolse 105,5 milioni di dollari come conferenziere: nei periodi migliori, il suo gettone poteva raggiungere i 500.000 dollari. La gestione è stata piuttosto opaca: dal 2009 al 2013 la fondazione non ha inviato al dipartimento di Stato la lista dei donatori né ha notificato l'ammontare dei fondi ricevuti da Paesi stranieri. Nel 2015 aveva raccolto oltre 2 miliardi di dollari da imprese, governi, imprenditori e gruppi di interesse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="micheal-bloomberg-ha-costruito-limpero-sui-dati-finanziari-adesso-e-un-trampolino-verso-la-politica" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Micheal Bloomberg ha costruito l’impero sui dati finanziari. Adesso è un trampolino verso la politica Seduto su un patrimonio personale di quasi 55 miliardi di dollari, molto più cospicuo di quello posseduto da Donald Trump, il settantottenne Mike Bloomberg ha costruito la sua immensa fortuna su un impero che spazia dai dati della finanza al mondo dell'informazione. Laureato ad Harvard, nel 1981 Bloomberg ha fondato l'omonima società che opera nel settore media a livello internazionale e comprende tv, radio, agenzia di stampa e un canale Web per le notizie economiche. È stato anche sindaco di New York per tre mandati (eletto con la casacca repubblicana) e l'anno scorso ha tentato, senza successo, di dare la scalata alla nomination democratica per sfidare l'arcinemico Trump.Dal 2004 Bloomberg è apparso ripetutamente sul Chronicle of Philanthropy, la lista dei 50 americani che donano la maggior parte dei soldi nel corso dell'anno. Come altri miliardari anch'egli si è impegnato a donare metà della sua ricchezza a The Giving Pledge, l'iniziativa filantropica lanciata dai coniugi Gates con Warren Buffett. Alla propria fondazione, Bloomberg Philanthropies, il magnate ha donato 9,5 miliardi di dollari. La fondazione «lavora per assicurare una vita migliore e più lunga al maggior numero di persone». Cinque gli ambiti di intervento: arti, educazione, ambiente, innovazione di governo e salute pubblica. Gli investimenti sono sparsi in 510 città di 129 Paesi nel mondo. Tra le ultime iniziative si segnala la partecipazione a un pool di 16 donatori che hanno destinato 156 milioni di dollari per sostenere organizzazioni di artisti neri, latini, asiatici e indigeni americani. Bloomberg si è pure impegnato in una campagna per fare chiudere tutte le centrali Usa a carbone entro il 2030 e ha donato 100 milioni di dollari alle scuole di medicina più frequentate da studenti di colore per aumentare il numero di dottori neri negli Usa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mark-zuckerberg-regala-internet-ai-poveri-per-portarli-su-facebook" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Mark Zuckerberg regala internet ai poveri (per portarli su Facebook) Mark Zuckerberg, 36 anni, è il più giovane filantropo della storia: ha esordito nel 2010 con una donazione di 100 milioni di dollari per le scuole pubbliche di Newark, la più grande città del New Jersey. Nel 2012 lui e la moglie Priscilla Chan hanno annunciato di voler restituire la «maggior parte delle loro ricchezze» per «fare avanzare il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza». Nel 2015, dopo la nascita della prima figlia, la coppia ha fondato la Chan Zuckerberg initiative (Czi) cui era destinato il 99% della ricchezza accumulata, che oggi vale 45 miliardi di dollari. I settori di interventi sono l'educazione, la scuola e il mondo giovanile, soprattutto nelle comunità più povere e nelle carceri. Naturalmente, la finalità principale è diffondere l'accesso alla Rete e l'utilizzo delle reti sociali tra le famiglie che ne sono prive. Secondo la Czi, Internet «ti offre la possibilità di istruzione se non vivi vicino a una scuola. Ti assicura le informazioni sanitarie su come prevenire le malattie e crescere i figli in salute, se non hai un medico a portata di mano. Ti garantisce l'accesso ai servizi finanziari, se sei lontano da una banca. Offre accesso al mercato del lavoro e opportunità simili se non hai la fortuna di vivere in un'economia dei beni». Insomma, gli Zuckerberg fanno in modo che chi non è ancora sui loro network (Facebook, Instagram, Whatsapp) vi approdi quanto prima. Anche le altre iniziative finanziate dalla Initiative hanno un forte valore di presenza politica: riforma dell'immigrazione, programmi per l'educazione al digitale dei bambini, creazione di piattaforme governative online, maggiore accesso a risorse finanziarie «grazie alla tecnologia». Anche per questo molti osservatori ipotizzano che il giovane mago del Web possa preparare uno sbarco in politica con la sua fondazione e la capacità di orientare la pubblica opinione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="ted-turner-con-lui-gli-interessi-di-lobby-e-privati-sono-entrati-nellagenda-dellonu" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Ted Turner: con lui gli interessi di lobby e privati sono entrati nell’agenda dell’Onu Il miliardario statunitense Ted Turner è il fondatore della Cnn e poi copresidente della Time Warner inc. Nel 1997 aveva annunciato l'intenzione di donare 1 miliardo di dollari a favore dell'Onu e delle sue cause, con un versamento di 100 milioni di dollari all'anno per 10 anni tramite la sua Un Foundation (fondazione Nazioni Unite). Nella storia dell'Onu non era mai esistita una erogazione così consistente da un privato. Il tycoon disse che era stato spinto dalla decisione del Congresso Usa di sospendere l'erogazione degli arretrati che gli Stati Uniti dovevano corrispondere al Palazzo di Vetro. La donazione sarebbe stata effettuata in azioni Time Warner, che però persero valore dopo la fusione con Aol. A quel punto, Turner non aumentò la quantità di azioni destinate all'Onu, ma si trasformò in cercatore di fondi. Il profilo finanziario delle sue erogazioni ha continuato ad assottigliarsi, finché tra il 2015 e il 2016 i finanziamenti diretti del magnate alla sua fondazione si sono ridotti a zero: i flussi di denaro erano tutti da donatori esterni. Al 2019 la Un Foundation contava 90 multinazionali come partner, tra cui colossi come Bank of America, Chevron, Goldman Sachs, Jp Morgan, Nestlè.L'evoluzione della fondazione di Turner ha contribuito a trasformare l'Onu: nei suoi obiettivi, ora le Nazioni Unite debbono considerare non solo la pace e lo sviluppo dei popoli, ma anche gli interessi, quasi mai convergenti, dei colossi industriali e finanziari privati. I funzionari della Un Foundation sono consiglieri ordinari del segretario generale dell'Onu e partecipano regolarmente agli incontri settimanali del suo staff. Altri ingenti fondi (992,5 milioni di dollari tra il 1998 e il 2016) sono finiti all'Oms e all'Unicef. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-padroni-del-mondo-2648169851.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="bill-gates-l-ex-microsoft-adesso-governa-le-ricerche-sui-vaccini" data-post-id="2648169851" data-published-at="1602444359" data-use-pagination="False"> Bill Gates. L'ex Microsoft adesso governa le ricerche sui vaccini Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e la moglie Melinda sono gli apripista del moderno filantrocapitalismo. Nel 2005 la rivista Time li nominò «persone dell'anno» per l'impegno benefico con la rockstar Bono. L'anno dopo il finanziere Warren Buffett (allora l'uomo più ricco del mondo) versò alla loro fondazione una parte cospicua del suo patrimonio, al punto che Gates decise di dedicarsi a tempo pieno alla beneficenza. Furono loro tre nel 2009 a lanciare la campagna The giving pledge chiedendo ai più ricchi del pianeta di destinare gran parte delle loro sostanze alla filantropia: a settembre 2020 l'iniziativa aveva raccolto 211 firmatari di 24 Paesi. Per la rivista Fortune è la più massiccia azione di raccolta fondi della storia. Nel 2010 il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon nomina Gates tra i suoi consiglieri per definire gli obiettivi del millennio. Ora è tra i principali investitori nelle aziende di biotecnologia che ospitano le ricerche per il vaccino contro il Covid-19, avendo donato 530 milioni di dollari all'Organizzazione mondiale della sanità. Alla sua fondazione fa capo la Global alliance for vaccine immunisation, la maggiore iniziativa pubblico privata globale per produrre vaccini nel mondo, e la Coalition for epidemic preparedness innovations nata nel 2017 dopo l'epidemia di ebola. Nel 2009 sono stati iniettati 1,5 miliardi di dollari nell'industria biotech acquistando rilevanti partecipazioni azionarie. La Fondazione Gates nacque nel 2000 con una dotazione di 15,5 miliardi di dollari, celebrata dai media planetari e osannata dai governi di tutto il mondo. Essa viene alimentata con i giganteschi profitti capitalizzati da Gates come fondatore di Microsoft. Nel 2012 un rapporto del Senato Usa calcolava in quasi 21 miliardi di dollari la quantità di denaro che l'azienda era riuscita a trafugare nei paradisi fiscali in un periodo di tre anni. Il danno prodotto alle casse erariali è stimato superiore a quando la fondazione ha investito ogni anno in azioni di filantropia, peraltro ottenendo notevoli agevolazioni o esenzioni fiscali.In questo modo, l'ente può permettersi di erogare più fondi alla salute globale di qualsiasi grande Paese donatore ed è il quinto donatore mondiale per promuovere l'agricoltura industriale nei Paesi in via di sviluppo, agendo come una vera superpotenza globale. Al 31 dicembre 2017, la fondazione contava 1.541 dipendenti distribuiti in 8 sedi (Seattle, Washington, Londra, New Delhi, Pechino, Addis Abeba, Johannesburg, Abuja) e una dotazione di 50,7 miliardi di dollari (valori 2017), composta dalla donazione di Gates (35,8 miliardi di dollari in azioni Microsoft) e dai 30,7 miliardi elargiti dal finanziere Warren Buffett, che rappresentano l'83% del suo patrimonio personale. La fondazione è divisa in due entità: quella che seleziona gli obiettivi ed eroga i fondi, e un fondo fiduciario gestito da Buffett che impiega al meglio il resto dei soldi. Il trust ha investito 466 milioni di dollari nella Coca cola, 837 milioni nella catena alimentare Walmart, 280 milioni nella multinazionale Walgreen Boots alliance per la vendita di farmaci al dettaglio, 650 milioni in due grandi produttori di schermi televisivi. Inoltre, tramite Buffett, un quarto del patrimonio è investito nella Berkshire Hathaway inc., la holding del finanziere americano.
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O, forse, erano già pronti a mettere a segno un colpo. Alla vista della polizia tirano dritto. L’inseguimento parte dal Quarticciolo, zona rossa. Si aggiunge anche una pattuglia dei carabinieri. Che, però, perde il contatto con il veicolo in fuga. La volante resta «in scia», sebbene a distanza, per evitare rischi. Ma quella scia è già un presagio. La Yaris corre verso via Collatina. Velocità sostenuta. Il rischio appare già particolarmente elevato. All’altezza di via dell’Acqua Vergine, il conducente perde il controllo. Invade la corsia opposta, percorre un tratto contromano e si schianta contro la Fiat Punto che arriva in senso contrario. L’impatto è devastante. Un boato secco. Le lamiere si accartocciano. Pezzi delle auto volano ovunque. Uno pneumatico saltato dal cerchione cade in piedi a centro strada, a molti metri di distanza dal punto dell’impatto. Sulla Punto viaggiano Giovanni Battista Ardovini, 70 anni, infermiere in pensione, la moglie Patrizia Capraro, 64, che diventò nota durante la prima fase della pandemia perché si era messa a cucire mascherine per i residenti del quartiere, e il figlio Alessio, 42 anni. I genitori muoiono sul colpo. Il figlio, seduto sul sedile posteriore, viene trasportato in condizioni gravissime al Policlinico Umberto I, dove muore poco dopo. È una cugina, Sabrina, a chiedere ora giustizia: «Erano una famiglia unita e perbene. Alessio si era appena ripreso da una malattia. lavorava al centro commerciale, i miei zii lo avevano accompagnato e lo erano poi andati a riprendere. Ora si indaghi in maniera corretta e non si dia la colpa alla polizia. Chi ha sbagliato deve pagare». Sul posto arrivano Vigili del fuoco, personale del 118, altre pattuglie della polizia e dei carabinieri. Interviene anche la polizia locale del VI Gruppo di Roma Capitale. L’area viene delimitata. La Scientifica effettua i rilievi e raccoglie i reperti dopo averli fotografati. La scena viene filmata. La fase finale dell’inseguimento e l’incidente sono già agli atti, ripresi dalla dashcam della volante dell’inseguimento. Il sostituto procuratore Giulia Guccione, di turno domenica notte in Procura a Piazzale Clodio, dispone subito l’esame tossicologico del conducente sudamericano (i cui risultati sono attesi per oggi) e l’esame autoptico sulle vittime, affidato a un medico legale. L’inchiesta comincia dai dettagli. Dai chilometri di inseguimento e dai metri percorsi contromano. Tutto descritto nella relazione di servizio degli agenti della pattuglia che si è lanciata all’inseguimento. Alla guida della Yaris c’era Julian Ramiro Romero, argentino, classe 2002, con precedenti per maltrattamenti in famiglia e furto. Seduto sul lato passeggero c’era Ignacio Marcelo Ancacura Vasquez, cileno, classe 1998, incensurato. Sul sedile posteriore viaggiava Alver Suniga, cubano, 32 anni, anche lui incensurato. Quando gli agenti inseriscono i loro nomi nel sistema Sdi, la banca dati delle forze di polizia, si accorgono subito di avere davanti degli stranieri irregolari. Accanto ai loro nomi, sui primi atti giudiziari preparati, compare solo il «Cui», letteralmente «Codice univoco identificativo», un numero assegnato ad apolidi o a cittadini extra Ue che non hanno il codice fiscale. Niente permesso di soggiorno. Niente documenti regolari per lo Stato italiano. Due restano feriti e vengono trasportati in ospedale, dove sono piantonati. Il terzo viene bloccato e ammanettato sul posto. La fuga finisce lì. Per loro con le manette. Per la famiglia Ardovini con una tragedia. Per i sudamericani clandestini l’accusa è di concorso in omicidio con dolo eventuale, resistenza a pubblico ufficiale, detenzione di apparecchiature volte a intercettare o impedire comunicazioni telefoniche (nell’auto è stato trovato un jammer, installato e funzionante), possesso ingiustificato di grimaldelli e attrezzi da scasso e la violazione dell’articolo 192 del Codice della strada, introdotto dal decreto sicurezza per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine. La Yaris, stando alla prima ricostruzione, avrebbe compiuto manovre azzardate e invaso la corsia opposta. Ad avvalorare la ricostruzione della dinamica c’è anche un testimone oculare che ha assistito al drammatico impatto. Gli investigatori non escludono che i tre sudamericani fossero alla ricerca di un obiettivo quando si sono imbattuti nella volante. E, per questo motivo, non si sono fermati. La famiglia Ardovini, invece, stava tornando a casa dopo essere andata al centro commerciale Roma Est, a Ponte di Nona, per riprendere Alessio, dipendente del McDonald’s. Si era sentito male durante il turno. Un tragitto breve. Ordinario. Verso casa. Trasformato in una condanna da chi ha deciso che l’alt della polizia non valeva nulla.
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Le pentole antiaderenti sono sembrate la quadratura del cerchio e, per alcuni aspetti, lo sono. Ma presentano delle criticità che è bene conoscere. Partiamo dall’inizio. Si chiama rivestimento antiaderente perché si tratta di uno strato molto sottile che riveste la superficie interna della pentola, della padella, del tegame da forno, della griglia. E quel rivestimento è un polimero (quindi plastica), il politetrafluoroetilene, abbreviato con l’acronimo PTFE. Ripercorriamo la storia dell’antiaderente, ci aiuterà anche a capire bene cosa, in questi rivestimenti, può essere dannoso per la salute.
Il chimico statunitense Roy J. Plunkett nel 1938 scopre il politetrafluoroetilene. Accade accidentalmente. Roy sta lavorando a un clorofluorocarburo da usare come refrigerante per i cicli a compressione. A un certo punto, sta misurando la portata di gas di una bombola che conteneva tetrafluoroetene gassoso, ma la portata di gas si stoppa molto prima che la bilancia (pesare la bombola serviva a stimare il contenuto di gas) segnali la bombola vuota. Così Plunkett taglia in due la bombola e nota sulle pareti interne una patina bianca cerosa, scivolosa e resistente anche posta a contatto con potenti agenti chimici: è il politetrafluoroetilene. La Kinetic Chemicals brevetta il prodotto nel 1941 e nel 1945 gli attribisce il nome commerciale di «Teflon». La patina è nata così: le molecole del gas TFE, composte ognuna da due atomi di carbonio e quattro di fluoro, si erano unite in un polimero, che venne chiamato politetrafluoroetilene (PTFE). Questo è l’antiaderente che da qualche decennio, ormai, cucina con noi (e per noi): inodore, non solubile in acqua e in nessun solvente. È inerte, ovvero non reagisce con altre sostanze chimiche, non è infiammabile, non conduce elettricità e rimane stabile fino a temperature molto elevate. Tutte queste caratteristiche hanno fatto del politetrafluoroetilene un prodotto industriale di grande successo, sempre più usato a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Il PTFE è più conosciuto coi suoi nomi commerciali, come Teflon, Fluon, Algoflon, Hostaflon, Inoflon e Guaflon e in questi sono aggiunti altri elementi come stabilizzanti e fluidificanti oppure silice per aumentare la resistenza. L’antiaderente, quindi, è un materiale plastico di indubbio vantaggio. Un materiale plastico estremamente liscio, capace di resistere a temperature alte, per la precisione fino a 260 °C, tanto antiaderente quanto chimicamente inerte ossia con una scarsa o nulla tendenza a partecipare a reazioni chimiche con altre sostanze. Inoltre, il PTFE è il materiale con coefficiente di attrito più basso conosciuto. In fisica, l’attrito è una forza che si oppone al movimento o allo spostamento di un corpo relativo alla superficie su cui si trova: se si manifesta tra superfici in quiete relativa si parla di attrito statico, se invece si manifesta tra superfici in moto relativo si parla di attrito dinamico. Ecco perché l’antiaderente ha conquistato i produttori di tegami: sostituisce perfettamente i grassi come olio e burro permettendo ai cibi di non attaccarsi al tegame come accadrebbe se mettessimo, per dire, un delicatissimo filetto di pesce in una padella di acciaio senza un filo di olio o di burro a tutta temperatura. Cuocendo in pentola non antiaderente e senza grassi il filetto si attacca. Cuocendo in pentola antiaderente senza grassi il filetto non si attacca e, una volta che infiliamo la paletta tra il filetto e il tegame per prelevare il filetto e metterlo nel piatto, la paletta scivola, entra perfettamente. Se il filetto fosse attaccato al tegame, invece, non scivolerebbe e dovremmo casomai spingere con la paletta per staccare la pelle del filetto attaccata al tegame, chiaramente sfracellandola e, contemporaneamente, sfracellando il filetto. Ecco perché la cottura in tegame diversa dalla bollitura ha conosciuto una vera e propria new age con l’avvento dell’antiaderente, che ha coinciso con l’incipiente esigenza di mangiare dietetico dopo i bagordi dei primi decenni del boom economico e la diffusione sempre maggiore del sovrappeso. Una bistecca fritta in olio ha le calorie di bistecca e di olio, una «fritta» in padella antiaderente ha solo quelle della bistecca. Si può obiettare che per cuocere la carne senza usare grassi esisteva già la cottura alla griglia o, per dire, al girarrosto. Certo. Ma esistono anche i tegami antiaderenti, nei quali per esempio mantecare il risotto senza burro: l’antiaderente ha riguardato tutta la cucina, non solo quella parte che usa le padelle per friggere o soffriggere. E, in generale, l’industria è eccezionale nel creare e diffondere nuovi prodotti che a ben guardare non servirebbero, creando al contempo non solo un mercato o una fetta di mercato prima inesistente (fregando mercato o fette di mercato al mercato preesistente), ma nuove consuetudini. In questo caso, di cottura.
Quindi, in definitiva, l’antiaderente è qualcosa di miracoloso e punto? Beh, no. Se si cerca in Google, una delle domande più frequenti è «Le pentole antiaderenti sono cancerogene?».
Facciamo luce. Innanzitutto occorre sapere, che come spiega l’Airc, col PTFE non si rivestono solo tegami: per le sue caratteristiche è impiegato in numerosi prodotti plastici come filtri, guarnizioni, valvole, protezioni di vario tipo contro la corrosione, protesi vascolari, impianti dentali e, nella forma del politetrafluoroetilene microporoso, in alcuni tessuti sintetici altamente impermeabili e traspiranti usati per realizzare indumenti «tecnici» per sportivi. Tornando alle nostre padelle e tegami, il rivestimento antiaderente è in genere di colore nero ed è composto da diversi strati di PTFE che rivestono un substrato in metallo, spesso alluminio. Il numero degli strati può variare, così come il metallo sottostante, e questi due elementi determinano la qualità del tegame. Quando leggete «antiaderente in ceramica» non vuol dire che il tegame sia di ceramica, ma vuol dire che un tegame di metallo è stato ricoperto con strati di antiaderente contenenti polvere di ceramica. È molto diversa da una padella di ceramica.
Sotto osservazione per il rischio tumori alcune sostanze usate per produrle
Sono decenni che da più parti si valuta la tossicità di questi polimeri. Per l’American Cancer Society, il politetrafluoroetilene di per sé non è cancerogeno e non provoca rischi per la salute alle dosi con le quali normalmente si viene in contatto. Il rischio per la salute nell’utilizzo di prodotti che contengono politetrafluoroetilene è legato all’acido perfluoroottanoico, conosciuto anche con le sigle PFOA o C8, un composto tradizionalmente impiegato in alcune fasi della produzione del politetrafluoroetilene e che insieme al perfluorottano sulfonato (PFOS) fa parte di un gruppo di sostanze chimiche, note come polifluoroalchiliche (PFAS). I PFAS restano nell’ambiente e possono essere ritrovati a bassi livelli nell’aria, nella polvere, in alcuni alimenti o anche nell’acqua potabile contaminata, in particolare nelle aree accanto agli impianti industriali che ne fanno uso. Per l’Agenzia per la protezione ambientale statunitense (Epa) i dati di studi epidemiologici e tossicologici effettuati sugli animali suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA, PFOS e cancro: il PFOA è probabilmente cancerogeno. Nel 2016, quindi, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), ente con sede a Lione, in Francia, e legato all’Organizzazione mondiale della sanità, ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze «possibilmente cancerogene per l’uomo», in virtù di studi su animali che dopo l’esposizione a dosi molto elevate e per periodi prolungati a PFOA hanno mostrato un aumento di tumori di fegato, testicoli, mammella e pancreas. I dati degli effetti sugli esseri umani sono meno chiari e si basano in particolare su studi condotti su persone esposte per motivi professionali o di residenza vicino a un impianto di produzione, anche in questi casi ci sono prove di un possibile incremento del rischio di alcuni tumori, in particolare rene e testicolo, ma servono dati più affidabili per arrivare a conclusioni più solide. Il PTFE (il politetrafluoroetilene) invece si trova nel gruppo 3, che raccoglie le sostanze non classificabili come carcinogene per mancanza di sufficienti prove. Gli autori di uno studio i cui risultati sono stati pubblicati nel marzo 2020 sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health hanno fatto un passo in più per comprendere il legame tra questo tipo di sostanze e il cancro. Analizzando 26 composti, tutti facenti parte delle sostanze perfluoroalchiliche, hanno valutato in laboratorio il loro effetto su alcune funzioni biologiche legate allo sviluppo di tumori. Dallo studio è emerso che in effetti molte PFAS hanno attività simile a quella di carcinogeni già noti. Portano a stress ossidativo e soppressione delle funzioni del sistema immunitario, e possono inoltre influenzare la proliferazione delle cellule e indurre modifiche epigenetiche del Dna, che non cambiano la struttura dell’acido nucleico, ma possono modificarne l’espressione. Per altri processi importanti nello sviluppo dei tumori, come per esempio lo sviluppo di infiammazione cronica o l’alterazione dei meccanismi di riparazione del Dna, i dati non sono ancora sufficienti per giungere a una conclusione chiara. Insomma, la questione è complessa e ancora in fase di analisi. Tuttavia, dopo le valutazioni scientifiche effettuate dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa), il 4 luglio 2020 sono entrate in vigore restrizioni alla fabbricazione e all’immissione sul mercato dei PFOA, dei suoi sali e dei composti correlati. La normativa europea vieta l'uso, la fabbricazione e l'immissione in commercio di PFOA, suoi sali e composti correlati dal 4 luglio 2020 in base al Regolamento (Ue) 2019/1021 sugli inquinanti organici persistenti (POPs), aggiornato dai regolamenti 2023/866 e 2025/1399. Sono previste restrizioni specifiche anche nei materiali a contatto con gli alimenti (MOCA) e limiti massimi negli alimenti (il Reg. 2022/2388 ha fissato i limiti di PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS in alimenti di origine animale cioè carne, pesce, uova).
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L’ingresso nel cortile della Casa di Reclusione di Milano Bollate non ha nulla di solenne. È uno spazio ordinato, ampio, controllato. Ma quello che colpisce non è il campo allestito per le gare né la disposizione quasi impeccabile delle squadre. È il silenzio che arriva dall’alto.
Dalle finestre delle celle, volti affacciati tra le sbarre osservano la scena. Braccia appoggiate ai davanzali, sguardi fermi. Sono i detenuti che non partecipano alle competizioni della terza edizione dei Giochi della Speranza. Non parlano, o parlano poco. Eppure si percepisce qualcosa che attraversa la distanza fisica: una malinconia composta, trattenuta. Guardano gli altri giocare, correre, esultare. Restano lì, sospesi.
Nel cortile, intanto, le squadre si mescolano. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati, rappresentanti della società civile. Calcio a sette, pallavolo, atletica, tennis tavolo, scacchi. L’organizzazione è precisa, i tempi rispettati. Più leggerezza che rigidità, nonostante il contesto. Anche per merito di una struttura che molti qui definiscono un modello. Carmelo, 28 anni, arrivato a Bollate dopo aver conosciuto altri istituti, la chiama senza esitazione «sancta sanctorum», una sorta di santuario dei carceri. Un’espressione che dice molto del confronto implicito con ciò che ha lasciato altrove, dove divideva una cella minuscola con altri due detenuti.
La sorpresa non sta nella competizione. Sta nella naturalezza delle relazioni. Magistrati che chiacchierano a bordo campo con chi sta scontando una pena. Scambi di battute, pacche sulle spalle, racconti personali. Per qualche ora le categorie si attenuano. Non scompaiono, ma smettono di essere l’unica definizione possibile.
Massimo, che partecipa al torneo di calcio, ma ha così fame di riprendersi pezzi di vita che ci mette un secondo a sfilarsi la maglia da portiere e prendere in mano la racchetta da ping pong, parla dei figli. Non li vede dal 2021. Le videochiamate sono il filo che tiene insieme il tempo che passa e quello che verrà. «Papà non ti preoccupare che quando esci recuperiamo tutto», gli ripete la figlia. È una frase semplice, ma dentro quelle parole c’è la misura della distanza e insieme della fiducia. Massimo dice che giornate come questa servono anche a questo: a sentirsi parte di qualcosa che non è soltanto il perimetro della pena.
La mattinata scorre senza strappi. Le staffette sull’asfalto del cortile, le urla di incoraggiamento, qualche discussione subito rientrata. Nulla di eclatante. E forse è proprio questo il punto. La normalità di un gioco condiviso in un luogo che normale non è.
Il direttore dell’istituto, Giorgio Leggieri, osserva le gare a bordo campo. «È un’occasione straordinaria di incontro e confronto», spiega. Sottolinea come lo sport, dentro queste mura, possa diventare «uno strumento sociale per favorire il rispetto reciproco». Per il presidente del Csi Milano, Massimo Achini, portare i Giochi qui significa «far vincere lo sport» prima ancora delle squadre. Il Centro sportivo italiano, ricorda, organizza centinaia di ore di attività negli istituti del territorio. L’idea è che lo sport non sia un’eccezione, ma un’abitudine. Alle premiazioni ha partecipato anche l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. E ha parlato di dignità e di possibilità di ricominciare. «Nessuna pena dovrebbe spegnere la speranza», dice, ricordando che una persona non coincide mai soltanto con il proprio errore. Nel cortile le medaglie passano di mano in mano, ma il senso della giornata sembra stare altrove. Durante le premiazioni, le medaglie consegnate non cambiano la condizione giuridica di nessuno. Le sbarre restano al loro posto. Ma qualcosa si è mosso, almeno per qualche ora: la possibilità di raccontarsi senza essere ridotti al reato commesso. Di parlare dei figli, dei progetti una volta fuori, degli errori fatti. Di chiedere, senza proclami, di non essere dimenticati.
Quando il cortile si svuota, le squadre si sciolgono e noi visitatori ci avviamo all'uscita. Lo sguardo torna inevitabilmente verso l’alto. Le finestre si richiudono lentamente. Il rumore del ferro riprende il suo posto nella colonna sonora della giornata. Il confine tra dentro e fuori torna netto, visibile.
Eppure resta l’immagine di quelle braccia appoggiate alle sbarre e di quel silenzio che ha accompagnato l’inizio e la fine. Per un giorno lo sport ha creato un varco. Non una fuga, non una retorica consolatoria. Un varco minimo, concreto, in cui le persone si sono parlate senza ruoli gridati addosso. Il resto, qui, torna alla sua forma ordinaria. Ma almeno per qualche ora è stato diverso.
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Mark Zuckerberg (Ansa)
Narra la leggenda che la storia di Mark Zuckerberg inizi da una goliardata universitaria. Nel 2003, il giovane studente, dal dormitorio di Harvard, crea Facemash, un sito che permetteva di votare l’attrattività degli studenti di Harvard confrontando due foto affiancate. Fu un disastro dal punto di vista disciplinare, ma un successo clamoroso in termini di interesse tra gli studenti. Da quella scintilla, il 4 febbraio 2004, nacque TheFacebook, il libro delle foto dei compagni di corso.
In realtà, una vera rivoluzione, certamente ben oltre le intenzioni di partenza. TheFacebook diventa un clamoroso successo a livello universitario e si apre al pubblico globale a partire dal 2006. Zuckerberg non è tenero con i compagni di corso che lo aiutarono agli inizi. I gemelli Winklevoss (che a quanto pare ebbero l’idea originaria) e il cofondatore Eduardo Saverin sono quasi subito messi alla porta dopo alcune battaglie legali. Il fondatore resta solo a guidare l’azienda, che diventa man mano il centro di un nuovo mondo: il social network. Un mondo parallelo in cui le identità diventano digitali e dove l’anonimato tipico del web sino ad allora viene bandito.
Tra il 2010 e il 2014, «Zuck» compie passi che lo trasformano da ragazzo prodigio in tycoon tecnologico. Nel 2012 quota in borsa Facebook, che nel frattempo ha perso il «the». Prezzo di partenza 38 dollari per azione, per una valutazione di 104 miliardi di dollari. Dopo un primo periodo in cui il valore scese fino a 18 dollari per azione, iniziò una risalita che non si è arrestata. Oggi il titolo Meta vale circa 650 dollari per azione per una valutazione di oltre 1.650 miliardi di dollari. Gli investitori hanno perdonato il tremendo flop del Metaverso, quando nel 2022 il titolo era sceso sotto i 100 dollari. Ad oggi, rispetto alla quotazione iniziale, il valore della società è cresciuto di 17 volte.
Sempre nel 2012, Zuckerberg fa shopping e si compra Instagram, che stava crescendo vertiginosamente. Elimina così un concorrente pericoloso e lo incorpora nell’universo che andava costruendo attorno a Facebook. Costo? Un miliardo, poca roba. Due anni dopo però tocca a Whatsapp, altra acquisizione che però gli costa ben di più: 19 miliardi di dollari. Ora però Zuck ha in mano un tris d’assi. La vanità di Instagram, il narcisismo di Facebook e la bulimia comunicativa di Whatsapp forniscono all’universo di Zuckerberg quella materia prima che viene poi raffinata e trasformata in flussi di cassa: i dati degli utenti.
Nel 2021 si apre il primo dei capitoli bui della vicenda di Zuckerberg, ovvero i Facebook papers, lo scandalo scoppiato grazie alle rivelazioni di una ex dipendente, Frances Haugen. I documenti dimostrano che l’azienda era consapevole dei danni causati dalle sue piattaforme (l’impatto tossico di Instagram sulle adolescenti o la polarizzazione politica), ma che scelse di non intervenire per non perdere traffico e ricavi. È emerso altresì che i sistemi di Facebook favorivano deliberatamente i contenuti divisivi e rabbiosi perché generavano più interazioni. Esisteva poi una «lista bianca» che esentava Vip e politici dalle normali regole di moderazione, permettendo loro di violare le linee guida senza conseguenze. L’inchiesta ha svelato che Zuckerberg sapeva tutto, ma ha preferito tacere.
A seguito dello scandalo, per cercare di recuperare credibilità, Facebook diventa Meta e lancia improvvisamente il progetto Metaverso, ovvero un mondo in realtà virtuale in cui gli utenti avrebbero dovuto socializzare uscendo dalla modalità testo/immagini a schermo. Oggi, a quattro anni dal lancio, il progetto della divisione Reality Labs è ufficialmente un disastro, essendo naufragato con perdite superiori ai 70 miliardi di dollari e una serie di gadget inservibili come i visori Quest. Tra il 2023 e il 2025, 20.000 dipendenti sono stati licenziati.
Per ricucire gli strappi, dopo lo scandalo e il flop, ecco arrivare in grande stile l’intelligenza artificiale. Il Metaverso viene declassato a progetto a lungo termine e Meta lancia Llama, il suo modello Ia basato sull’enorme mole di dati generati dai suoi 3,5 miliardi di utenti attivi, tra Facebook, Whatsapp e Instagram. A differenza degli altri sistemi di intelligenza artificiale, quello di Meta è open source, nell’ottica di contrastare il dominio di ChatGPT e Gemini di Google. A quanto pare, l’Ia di Meta sembra piacere a utenti e investitori, almeno per ora.
Le incognite future sono rappresentate dagli occhiali a realtà aumentata, i Ray-Ban Meta che possono «vedere» ciò che l’utente sta guardando e interagire. Per il 2027 è atteso Orion, l’occhiale da 10.000 dollari che usa lenti in carburo di silicio e minuscoli proiettori per visualizzare ologrammi nel mondo reale. Per completare il quadro, Meta ha anche resuscitato lo smartwatch proprietario, che servirà da cervello e interfaccia per gli occhiali.
Sembra dunque che Zuckerberg voglia allargarsi nel mondo hardware, attraverso il quale veicolare i propri servizi software.
La crescita dell’universo del quarantaduenne Mark Zuckerberg non è stata solo tecnologica. Inevitabilmente, con miliardi di utenti, i social network proprietari hanno impatti politici evidenti. Da strumento per la Primavera Araba a catalizzatore di polarizzazione durante le elezioni americane del 2016 e 2020, il «Zuckerberg power» è diventato un tema di sicurezza nazionale per molti governi. L’Unione europea ha morso i garretti più volte: una multa da 1,2 miliardi di euro nel 2023 per violazione delle norme sulla privacy, un’altra da 800 milioni per abuso di posizione dominante, e ancora 200 milioni nel 2025 per il modello «paga o acconsenti».
Le sue audizioni al Congresso americano sono diventate un appuntamento atteso, un rito che viene amplificato dai media. Il passaggio tra il 2020 e il 2022, con i Facebook files e la pandemia Covid 19, ha trasformato l’immagine di Zuckerberg. Da nerd con la felpa è stato tratteggiato come una sorta di spietato architetto di oscure trappole digitali. Del resto, la continua censura dei profili, la gestione della disinformazione e il rapporto ambiguo con le agenzie di intelligence hanno lasciato nel pubblico un segno indelebile. La lettera pubblica con cui Zuckerberg si duole di avere assecondato le richieste di censurare i profili (pressioni provenienti dalla Casa Bianca gestione Biden), è diventata il peggior atto d’accusa verso lo stesso Zuck.
Ma i problemi per Zuck non sono finiti. Il suo nome emerge per 282 volte dagli Epstein files, senza che per ora siano emersi fatti di rilievo, ma soprattutto il capo di Meta, assieme ad altri, è sotto processo a Los Angeles per una causa intentata da una ventenne californiana contro Meta, Youtube, Snapchat e TikTok.
L’accusa è di aver progettato le piattaforme social con l’intenzione di creare dipendenza tra gli adolescenti. Zuck è comparso in tribunale mercoledì 18 febbraio per rispondere delle accuse di avere adottato strumenti di attrazione che hanno innescato problemi di salute mentale negli utenti. Le risposte di Zuckerberg alle domande dell’avvocato dell’accusa Mark Lanier non sono parse convincenti ma il processo prosegue.
Zuckerberg è a capo di un impero che ha superato crisi, multe miliardarie dell’Unione europea e clamorosi fallimenti di prodotto. La sua multinazionale non è più solo un social media, tanto che oggi la domanda non è se Meta sopravviverà, ma se la democrazia sopravviverà a Meta.
Freddo, zero carisma, capo assoluto. Da manager non va a caccia di «like»
Il profilo di Mark Zuckerberg non ha nulla a che fare con il variopinto protagonismo di Elon Musk, né con l’estetismo ieratico di Steve Jobs. Neppure lo si può confrontare con i toni apocalittici di un Peter Thiel o l’inclinazione tutta politica un Alexander Karp.
Il carattere trattenuto di Zuckerberg lo rende un metodico tessitore nell’ombra, privo, apparentemente, di partecipazione emotiva. Si tratta certo di un leader, ma del tipo meno carismatico e più di sostanza.
A differenza degli altri big della Silicon Valley, non esiste una mitologia personale che ne faccia un oracolo cui votarsi in attesa di visioni del mondo. Anzi, quando Zuck ci ha provato con il Metaverso, nessuno gli ha creduto davvero e i risultati sono stati pessimi.
La sua storia spigolosa non ispira devozione, quanto piuttosto una certa diffidenza. Il rispetto sul profilo tecnico, certo, esiste, ma prescinde dal gradimento altrui. È un paradosso interessante, per un uomo che ha creato l’idea del «like», il pollice all’insù, come nuova forma contemporanea di espressione di accordo e gradimento. A Zuck non interessano i like per sé, non cerca di essere amato. In fondo, ha costruito il suo impero sull’ignorare il consenso.
La mancanza di espressività di Zuckerberg è stata ed è tuttora oggetto di scherno. Le sue apparizioni pubbliche, specialmente le audizioni davanti al Congresso americano, hanno alimentato l’immagine del ceo androide. Se però la maschera impenetrabile di Zuck è oggetto di sarcasmo, dall’altra parte piace parecchio alla finanza. Il controllo sul suo impero social è pressoché totale, sia in termini strategici che in termini societari. Grazie a una classe speciale di azioni, egli detiene il controllo assoluto sui diritti di voto di Meta. È, di fatto, un monarca che non può essere rimosso dal suo consiglio di amministrazione, come egli stesso ha detto lo scorso anno durante un’intervista al noto podcaster americano Joe Rogan: «Dal momento che controllo la nostra azienda, ho il vantaggio di non dover convincere il consiglio di amministrazione a non licenziarmi».
Una frase che nel processo in corso a Los Angeles, in cui Meta è chiamata a rispondere per la dipendenza che i suoi social generano negli adolescenti, gli è stata contestata come prova del fatto che egli sapeva degli effetti negativi dei suoi algoritmi sulla salute mentale (depressione, dismorfismo e tendenze suicide). Anche in quella occasione, Zuck è apparso imperturbabile, rispondendo evasivamente con frasi del tipo «Sembra qualcosa che avrei potuto dire» o «Non sono sicuro di cosa stia cercando di insinuare», rivolto all’accusa.
Il processo mette sotto accusa anche altri social e sarà ancora lungo. Ma certo Zuckerberg non è dipendente dalle sue piattaforme. Mentre una personalità vulcanica come Musk si perde in lunghe polemiche su X (e c’è da chiedersi dove trovi il tempo, con 13 figli e un impero da duemila miliardi di dollari), il fondatore di Facebook appare raramente, quando lo fa parla in modo attento e misurato, con una certa discrezione tattica, senza enfasi e senza toni visionari.
È piuttosto significativo anche il fatto che Zuckerberg sia l’unico guru vivente della Silicon Valley su cui Hollywood ha prodotto un film. The Social Network è uscito già nel 2010, per la regia di David Fincher e con il bravo Jesse Eisenberg ad interpretare un giovane e spietato Zuckerberg. Il film ha vinto quattro Golden Globe, ha avuto otto candidature agli Oscar e ne ha vinti tre. Il mitico Steve Jobs era già morto quando sono usciti i due omaggi cinematografici intitolati, con grave difetto di fantasia, Jobs (2013) e Steve Jobs (2015). Ma in effetti, per il creatore di Apple ciò aveva un senso, mentre è difficile immaginare il successo di una pellicola intitolata Zuckerberg.
Più di recente, abbiamo assistito ad un tentativo di umanizzare il robot nascosto sotto la felpa grigia d’ordinanza. No, nessun tentativo di sembrare simpatico, ma la diffusione della sua passione per le arti marziali, del resto perfette per il personaggio. Il distacco emotivo si sostanzia nell’approccio alle arti marziali come il Jiu-jitsu brasiliano e le Mma (arti marziali miste). «Mi sveglio e devo combattere qualcuno per resettare il cervello» ha detto lo scorso anno in una intervista. Sarà, ma intanto gli azionisti stanno un po’ in pensiero. Recentemente, i documenti depositati da Meta alla Sec (l’ente di controllo della borsa statunitense) contengono un avviso formale per gli investitori: la società avverte che la passione del ceo per gli «sport estremi e di combattimento» rappresenta un rischio per l’azienda, poiché un infortunio grave potrebbe lasciarla senza leader.
E le donne? Nel 2012, con una non-cerimonia in casa, ristretta a pochi amici e con sushi da asporto, Zuckerberg si è sposato con Priscilla Chan, figlia di rifugiati vietnamiti di etnia cinese conosciuta ad Harvard nel 2003. Oggi è pediatra di professione. Nel 2024 Zuck ha fatto piazzare nel giardino di casa una statua gigante di Priscilla, alta oltre due metri e realizzata in stile romano moderno, dichiarando di voler riportare in auge la tradizione romana di onorare le mogli con sculture. I due hanno chiamato le loro tre figlie Maxima, August e Aurelia e proprio in questi giorni hanno dichiarato che non lasceranno loro il patrimonio accumulato, stimato in oltre 200 miliardi. Se è vero, le tre dovranno guadagnarsi il proprio successo nella vita e in fondo questa potrebbe essere la loro vera fortuna.
La svolta: via i fact checker, sì ai temi scomodi
Il cuore del binomio Zuckerberg-politica sta nella clamorosa lettera dell’agosto 2024, indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, nella quale il ceo di Meta ha ammesso ciò che per anni era stato liquidato come bieco complottismo: l’amministrazione Biden ha esercitato per mesi pressioni sistematiche su Meta affinché censurasse contenuti relativi al Covid-19.
Zuckerberg ha rivelato che la Casa Bianca non chiedeva solo la rimozione di «fake news» pericolose, ma spingeva per eliminare post umoristici, meme e satira che mettevano in discussione le politiche governative. «Credo che la pressione del governo fosse sbagliata», ha scritto Zuckerberg, dichiarandosi pentito di non aver opposto una resistenza più ferma alle richieste del governo americano. Ha inoltre ammesso l’errore commesso nel 2020 quando, su indicazione dell’Fbi, Meta limitò la diffusione della storia del laptop di Hunter Biden, una decisione che influenzò il dibattito elettorale basandosi su timori di disinformazione russa che si rivelarono poi del tutto infondati.
Non bastasse questo, nel gennaio 2021 Facebook sospese l’account di Donald Trump per incitamento alla violenza. Nel 2023 Meta ha ripristinato l’account, dichiarando che il rischio per la sicurezza pubblica è diminuito. Bontà sua.
Nel febbraio 2024 Meta annuncia che Instagram e Threads smetteranno di «raccomandare proattivamente» contenuti politici e un mese dopo viene introdotta l’impostazione «Contenuti politici» nel menu preferenze. Meta sceglie di impostarla su «Limita» di default per tutti gli account mondiali, senza una notifica inviata agli utenti. Ma nel gennaio 2025 Zuckerberg annuncia un parziale ritorno alle origini sulla «libertà di espressione» eliminando il declassamento automatico dei contenuti verificati. Anzi, Meta annuncia l’eliminazione del programma di fact-checking di terze parti (chiaramente orientati politicamente) per sostituirlo con un sistema di Note della Community, sullo stile di quello del social di Elon Musk, X. Sempre dal gennaio 2025, vengono rimosse le restrizioni automatiche su temi caldi come immigrazione e identità di genere, argomenti che in precedenza venivano spesso nascosti o segnalati dagli algoritmi. Nell’ottobre scorso Meta decide poi di vietare la vendita di pubblicità politica in Europa, definendo le regole europee impossibili da gestire. Il riferimento è alle leggi Ue sulla trasparenza (Ttpa). Secondo Zuckerberg, ora i filtri automatici riguardano solo violazioni illegali come terrorismo o pedopornografia, lasciando che siano gli utenti ad innescare eventuali revisioni sulle altre questioni.
Nel 2018 Mark Zuckerberg testimoniò per due giorni davanti al Congresso degli Stati Uniti sul caso Cambridge Analytica, società di consulenza politica che aveva avuto informazioni su circa 87 milioni di profili Facebook. Vennero avviate indagini della Federal Trade Commission (Ftc), inchieste parlamentari nel Regno Unito e verifiche delle autorità europee per la protezione dei dati. Alla fine, nel 2019, Facebook accettò di pagare 5 miliardi di dollari alla Ftc per violazione di un precedente accordo del 2012 sulla tutela della privacy. È la più alta sanzione mai imposta fino ad allora a una società tecnologica negli Stati Uniti.
Tutto ciò rende evidente l’intreccio tra le Big Tech e la politica. Un rapporto che passa attraverso censura e influenza, due strumenti diversi ma affini, utili ora a quelle, ora all’altra.
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