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2022-05-04
Bavaglio sul lavoro pure all’aperto
Roberto Speranza (Ansa)
Consegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie».
Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare.
È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici.
Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello...
Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario».
Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.
E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico».
L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business.
Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto
Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati.
«In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno.
Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori.
Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque.
I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso.
Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto.
Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare.
Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro.
Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa.
Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole.
«Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno.
Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
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Sindacati e imprese prendono fin troppo sul serio le ansie di Roberto Speranza e impongono ai dipendenti l’uso delle protezioni almeno fino al 30 giugno in ogni situazione. Un’assurdità che tra l’altro crea incomprensibili diseguaglianze con chi opera nel pubblico. I dati sui vaccini sono segreto militare, i nostri li regalano alle industrie farmaceutiche.Lo speciale contiene due articoliConsegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie». Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare. È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici. Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello... Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario». Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico». L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nostri-dati-sanitari-regalati-a-big-pharma-quelli-sui-vaccini-sono-segreto-militare-2657264817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sindacati-e-imprese-uniti-sul-bavaglio-al-lavoro-ce-lobbligo-pure-allaperto" data-post-id="2657264817" data-published-at="1651692333" data-use-pagination="False"> Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati. «In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno. Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori. Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque. I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso. Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto. Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare. Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro. Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa. Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole. «Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno. Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
«Gina Lollobrigida - Diva Contesa» (HBO Max)
Soprattutto, è un tentativo di capire cos'abbia segnato gli ultimi momenti della sua esistenza e cosa abbia portato all'esplosione mediatica di quel che, poi, è stato ribattezzato come vero «caso». La serie televisiva, tre episodi disponibili online a partire da venerdì 3 aprile, percorre veloce l'epoca dei fasti, quasi ad averne bisogno come contrappunto. Come alibi, come a dire che non è sempre stato così, che un'alternativa, una finestra in cui la Lollo sia stato altro, c'è stata, splendida e ampia. Gli esordi, il cinema, la consacrazione a diva. Poi, verso la fine, l'involuzione. E, nel mezzo, una riflessione sulla fama, gioie e dolori.
Gina Lollobrigida - Diva Contesa, pur restituendo un'immagine vivida dell'attrice, corre veloce fino agli anni precedenti la sua morte. Quelli in cui Javier Rigau, imprenditore spagnolo che si dice abbia frequentato la Lollo sin dal 1976, dai suoi quindici anni contro i quarantanove di lei, ha provato a vendersi come marito dell'attrice, cercando parimenti di allungare le mani sul suo patrimonio. Lo spagnolo, la cui esistenza è stata tenuta segreta fino al 2006, quando la diva ha reso nota l'intenzione di voler convolare a nozze, avrebbe sposato l'attrice per procura, il 29 novembre 2011. Avrebbe, perché la Lollobrigida in seguito ha dichiarato di non aver mai delegato le proprie funzioni.
Dunque, l'intervento di Papa Francesco, che nel 2019 ha chiesto alla Sacra Rota di annullare il matrimonio, definito inesistente. Rigau non avrebbe mai ricoperto il ruolo di marito. Eppure, negli anni, sarebbe riuscito a instaurare un ottimo rapporto con il figlio dell'attrice, Milko Skofic. Ed è con lui che, alla morte dell'amata, avvenuta il 16 gennaio 2023, ha polemizzato. La ripartizione dei beni della diva, stimati tra i dieci e i venti milioni di valore, sarebbe stata ingiusta. Di qui, la richiesta di avere oltre un milione di euro di eredità. Una richiesta giudicata folle e sconsiderata da Andrea Piazzolla, assistente di Gina Lollobrigida. Sono stati questi tre uomini, Rigau, Piazzolla e Skofic, a mettere in piedi il gran caso della diva contesa, ciascuno promettendo e strepitando di conoscerla meglio degli altri e di loro amarla. Sono stati loro ad accusarsi, reciprocamente, di plagio e ruberie, di truffa, senza però arrivare ad un dunque. Rigau, che da quel gennaio 2023 reclama il ruolo di vedovo ufficiale, è stato escluso dal testamento della Lollo, la quale ha deciso, invece, di lasciare metà del suo patrimonio al figlio, metà all'assistente.
Nulla di sindacabile, sulla carta. Peccato, però, che negli anni i beni dell'attrice si siano notevolmente ridotti. Quel tesoretto di dieci-venti milioni di euro, comprensivo dell'arcinota e magnifica villa sull'Appia Antica, è stato eroso, lasciando spazio a debiti e ombre. Piazzolla, nel frattempo, è stato condannato per aver sottratto alla diva parti consistenti del suo patrimonio, negli anni compresi fra il 2013 e il 2018. Ma la condanna non lo ha portato a perdere i propri diritti sul lascito della Lollobrigida, conteso come da titolo dello show.
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