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2022-05-04
Bavaglio sul lavoro pure all’aperto
Roberto Speranza (Ansa)
Consegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie».
Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare.
È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici.
Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello...
Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario».
Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.
E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico».
L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business.
Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto
Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati.
«In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno.
Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori.
Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque.
I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso.
Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto.
Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare.
Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro.
Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa.
Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole.
«Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno.
Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
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Sindacati e imprese prendono fin troppo sul serio le ansie di Roberto Speranza e impongono ai dipendenti l’uso delle protezioni almeno fino al 30 giugno in ogni situazione. Un’assurdità che tra l’altro crea incomprensibili diseguaglianze con chi opera nel pubblico. I dati sui vaccini sono segreto militare, i nostri li regalano alle industrie farmaceutiche.Lo speciale contiene due articoliConsegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie». Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare. È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici. Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello... Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario». Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico». L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nostri-dati-sanitari-regalati-a-big-pharma-quelli-sui-vaccini-sono-segreto-militare-2657264817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sindacati-e-imprese-uniti-sul-bavaglio-al-lavoro-ce-lobbligo-pure-allaperto" data-post-id="2657264817" data-published-at="1651692333" data-use-pagination="False"> Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati. «In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno. Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori. Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque. I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso. Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto. Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare. Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro. Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa. Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole. «Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno. Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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