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2022-05-04
Bavaglio sul lavoro pure all’aperto
Roberto Speranza (Ansa)
Consegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie».
Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare.
È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici.
Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello...
Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario».
Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.
E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico».
L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business.
Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto
Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati.
«In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno.
Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori.
Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque.
I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso.
Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto.
Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare.
Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro.
Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa.
Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole.
«Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno.
Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
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Sindacati e imprese prendono fin troppo sul serio le ansie di Roberto Speranza e impongono ai dipendenti l’uso delle protezioni almeno fino al 30 giugno in ogni situazione. Un’assurdità che tra l’altro crea incomprensibili diseguaglianze con chi opera nel pubblico. I dati sui vaccini sono segreto militare, i nostri li regalano alle industrie farmaceutiche.Lo speciale contiene due articoliConsegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie». Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare. È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici. Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello... Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario». Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico». L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nostri-dati-sanitari-regalati-a-big-pharma-quelli-sui-vaccini-sono-segreto-militare-2657264817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sindacati-e-imprese-uniti-sul-bavaglio-al-lavoro-ce-lobbligo-pure-allaperto" data-post-id="2657264817" data-published-at="1651692333" data-use-pagination="False"> Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati. «In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno. Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori. Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque. I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso. Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto. Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare. Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro. Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa. Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole. «Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno. Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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