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2022-05-04
Bavaglio sul lavoro pure all’aperto
Roberto Speranza (Ansa)
Consegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie».
Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare.
È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici.
Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello...
Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario».
Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.
E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico».
L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business.
Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto
Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati.
«In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno.
Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori.
Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque.
I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso.
Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto.
Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare.
Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro.
Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa.
Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole.
«Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno.
Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
Continua a leggereRiduci
Sindacati e imprese prendono fin troppo sul serio le ansie di Roberto Speranza e impongono ai dipendenti l’uso delle protezioni almeno fino al 30 giugno in ogni situazione. Un’assurdità che tra l’altro crea incomprensibili diseguaglianze con chi opera nel pubblico. I dati sui vaccini sono segreto militare, i nostri li regalano alle industrie farmaceutiche.Lo speciale contiene due articoliConsegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie». Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare. È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici. Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello... Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario». Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico». L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nostri-dati-sanitari-regalati-a-big-pharma-quelli-sui-vaccini-sono-segreto-militare-2657264817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sindacati-e-imprese-uniti-sul-bavaglio-al-lavoro-ce-lobbligo-pure-allaperto" data-post-id="2657264817" data-published-at="1651692333" data-use-pagination="False"> Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati. «In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno. Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori. Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque. I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso. Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto. Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare. Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro. Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa. Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole. «Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno. Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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