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2022-05-04
Bavaglio sul lavoro pure all’aperto
Roberto Speranza (Ansa)
Consegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie».
Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare.
È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici.
Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello...
Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario».
Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.
E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico».
L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business.
Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto
Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati.
«In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno.
Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori.
Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque.
I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso.
Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto.
Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare.
Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro.
Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa.
Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole.
«Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno.
Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
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Sindacati e imprese prendono fin troppo sul serio le ansie di Roberto Speranza e impongono ai dipendenti l’uso delle protezioni almeno fino al 30 giugno in ogni situazione. Un’assurdità che tra l’altro crea incomprensibili diseguaglianze con chi opera nel pubblico. I dati sui vaccini sono segreto militare, i nostri li regalano alle industrie farmaceutiche.Lo speciale contiene due articoliConsegnare i nostri dati sanitari alle case farmaceutiche? Ottima idea, garantisce la Commissione Ue: consentirà «l’innovazione che migliorerà la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie». Consegnare i dati delle case farmaceutiche a noi? Neanche per idea, sbotta l’Ema: ciò pregiudicherebbe «il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata» ai vaccini anti Covid. E violerebbe, addirittura, il segreto militare. È una sintesi brutale, ma efficace. Proviamo a spiegare, cominciando dalla questione dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il maxi archivio digitale, secondo il commissario Stella Kyriakides, dovrebbe essere attivo entro il 2025. E reca già con sé mirabolanti promesse. Supponete di prenotare le vacanze in Grecia. Venite colti da un malore su una spiaggia di Creta? Niente paura: il medico che vi curerà avrà accesso immediato alla vostra cartella clinica online e potrà evitare, ad esempio, di prescrivervi un farmaco al quale siete allergici. Come tutte le invenzioni circondate da un’aura salvifica, lo Spazio europeo dei dati sanitari ha anche dei risvolti più materiali. I nostri fascicoli verranno messi a disposizione dei ricercatori e, soprattutto, di Big Pharma. Certo, con dei paletti: per ottenerli, servirà l’autorizzazione di un organismo deputato - non quella dei pazienti, a quanto sembra - e il trattamento andrà condotto per «finalità specifiche», «in ambienti chiusi e sicuri e senza rivelare l’identità dei singoli individui». I dati non si potranno manovrare nemmeno per prendere decisioni potenzialmente nocive, tipo aumentare un premio assicurativo alla luce di una qualche condizione patologica. Ci mancava solo quello... Quasi superfluo ricordare ciò che La Verità va ripetendo da mesi: all’orizzonte si profila una combinazione micidiale tra una mole incommensurabile di informazioni, consultabili con un clic, e il codice a barre, che è alla base del funzionamento del certificato verde. E la cui validità è stata prorogata, in Italia, per circa tre anni. La tessera, in pratica, è stata sospesa, ma non eliminata: il governo la potrà rispolverare nel momento e nelle forme che riterrà opportuni. Non a caso, la maggioranza che sostiene Mario Draghi, ieri, in commissione Affari costituzionali, ha bocciato un ordine del giorno di Fdi (prima firmataria Augusta Montaruli, cui si è aggiunto il capogruppo Francesco Lollobrigida) che impegnava l’esecutivo ad «adottare ulteriori iniziative volte all’abolizione del green pass». «È ormai certificata l’istituzionalizzazione» del Qr code, ha lamentato la Montaruli. «È inaccettabile che uno strumento, già discutibile se straordinario, venga normalizzato e diventi un documento ordinario». Nel frattempo, alla pubblica amministrazione era stato già concesso un più ampio margine di discrezionalità nel trattamento dei dati dei cittadini. È così che sono stati incrociati quelli dell’anagrafe vaccinale con quelli dell’Agenzia dell’entrate, per comminare le multe agli over 50 non vaccinati. Immaginate cosa potrebbe accadere, aggiungendo al calderone il fascicolo sanitario digitale europeo. Insomma: la data comunicata dalla Kyriakides si scrive 2025, ma si legge, orwellianamente, 1984.E invece, cosa succede se, a invocare l’accesso alle informazioni, non sono Stati e multinazionali, bensì la gente comune? Che all’improvviso, l’Europa alza le barricate. Pur di non disturbare le grandi aziende, Bruxelles s’aggrappa alla sicurezza dei Paesi membri. Ne sa qualcosa Enzo Iapichino, avvocato che aveva chiesto ad Aifa e poi a Ema di vedere il rapporto periodico di aggiornamento sui vaccini, che le case farmaceutiche erano tenute a trasmettere ai regolatori, per ottenere il via libera alla messa in commercio dei rimedi contro il coronavirus. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il legale ha raccontato che lui e cinque colleghi, in lotta per ricevere quelle carte, rimpallati da Roma ad Amsterdam, alla fine se le sono viste negare con giustificazioni lunari. «Primo», ha riferito Iapichino, citando la risposta dell’ente europeo, «i report non possono essere divulgati per non pregiudicare il processo decisionale sull’autorizzazione incondizionata. Secondo: rientrano nelle eccezioni del loro regolamento, che attengono all’ordine pubblico e al segreto militare. Terzo: l’interesse di non incidere sulla decisione finale […] prevale sull’interesse pubblico». L’Agenzia del farmaco teme che i russi entrino in possesso di conoscenze sensibili? Ad ogni modo, un conto è la guerra e un conto è l’ok alla somministrazione di un medicinale: come potrebbe la condivisione delle conoscenze influenzare il regolatore? Vallo a capire. Si capisce solo che, quando ci sono di mezzo i soldi, tutti sono pronti a prendere (i vostri dati) e nessuno è disposto a dare (i suoi). Come osservò il professor Peter Doshi, una scienza che rifiuta pubblicità e trasparenza, semplicemente, non è scienza. È business. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nostri-dati-sanitari-regalati-a-big-pharma-quelli-sui-vaccini-sono-segreto-militare-2657264817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sindacati-e-imprese-uniti-sul-bavaglio-al-lavoro-ce-lobbligo-pure-allaperto" data-post-id="2657264817" data-published-at="1651692333" data-use-pagination="False"> Sindacati e imprese uniti sul bavaglio. Al lavoro c’è l’obbligo pure all’aperto Una carnevalata, dove le mascherine al chiuso sono le uniche cose ritenute «serie» e perciò rimangono, il resto è stato una colossale farsa. L’ultimo decreto del ministero della Salute non ha segnato l’addio alle protezioni facciali, già procrastinato di un mese e che doveva concludersi il primo maggio. Al contrario, ne ha confermato la necessità ad oltranza attraverso delle ipocrite raccomandazioni, recepite in primis dai sindacati. «In relazione all’attuale andamento epidemiologico, persistono esigenze indifferibili di contrasto al diffondersi della pandemia da Covid-19», ha scritto Roberto Speranza, sapendo benissimo che quelle due righe avrebbero condizionato ogni decisione. Così, nel pubblico il bavaglio forse accompagnerà i lavoratori fino a metà giugno mentre nel privato, dalle fabbriche ai supermercati, ai negozi, la restrizione non cesserà di sicuro prima del 30 giugno. Dopo la circolare del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha precisato la fine dell’obbligo ma l’inizio di vincolanti raccomandazioni per le amministrazioni, ieri l’incontro dalle parti sociali ha sancito il non stop nel privato. Questa volta senza raccomandare: le mascherine sono ancora imposte, grazie alla complicità dei sindacati. Una differenza di trattamento che appare incomprensibile sul piano della sicurezza dei lavoratori. Al termine di un tavolo in videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e le associazioni del mondo datoriale, presenti pure Confcommercio e Confesercenti, è stato confermato il protocollo condiviso del 6 aprile 2021. Rimane l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi di lavoro, sia al chiuso, sia all’aperto, quando non è possibile rispettare la distanza di sicurezza. Praticamente ovunque. I dipendenti di bar e ristoranti, i lavoratori nei cantieri edili sono accomunati dalla stessa disgrazia, poco importa se con l’aumentare delle temperature il virus si indebolisce, in due anni abbiamo sperimentato che i climi caldi riducono l’infettività del Covid, e che il protocollo del 6 aprile 2021 applicava misure definite necessarie in una situazione di stato di emergenza, che però si è conclusa il 31 marzo scorso. Sindacati e Confindustria si sono trovati d’accordissimo nell’abbracciare la linea delle finte aperture indicata da Speranza. Nemmeno una riga sostanziale è stata cambiata, da un anno a questa parte, nel nuovo documento che continua a chiudere la bocca ai lavoratori, sebbene in un quadro epidemiologico completamente mutato. Negli altri Paesi europei, l’obbligo di mascherina rimane solo sui trasporti pubblici e nelle strutture sanitarie, in Italia dappertutto. Certo, se un lavoratore si prende il Covid (che può essere considerato infortunio sul lavoro) e il titolare di un’impresa si ritiene tranquillo quando può dimostrare di aver seguito il protocollo, di aver assicurato «adeguati livelli di protezione», per forza la logica della precauzione rimane la preferita. Questa è stata una forte spinta a non modificare le regole nei luoghi di lavoro, ma la grande responsabilità rimane sempre di Speranza, del clima di incertezza, di fine pandemia mai, di allerta sanitaria che continua ad alimentare. Non a caso, ieri l’incontro tra le parti sociali si è aperto con le dichiarazioni di Inail e ministero della Salute, che hanno ribadito come i rischi di Covid siano ancora presenti. Il protocollo svolgerebbe un ruolo essenziale «a fronte di una pandemia che non è purtroppo ancora finita», perciò avanti tutta con i dispositivi di protezione individuale nei luoghi di lavoro. Mascherine che continueranno ad essere fornite dalle aziende e che possono essere chirurgiche o di livello superiore. «Sulla base del complesso dei rischi valutati a partire dalla mappatura delle diverse attività, si adotteranno dpi idonei», torna a ribadire il documento sottoscritto. «Tale uso non è necessario nel caso di attività svolte in condizioni di isolamento», precisano le parti sociali, come se fossero tanti i lavoratori che dispongono di un ufficio proprio o di una postazione non condivisa. Commessi di negozi, gelaterie, cuochi, camerieri, operai addetti alle manutenzioni stradali o alle manovie, ringraziano i sindacati per l’attenzione. Così come i dipendenti del pubblico hanno dovuto ingoiare la circolare di Brunetta, che raccomanda il proseguo dell’utilizzo di mascherine per gli addetti allo sportello che non abbiano «idonee barriere protettive»; per chi lavora anche solo con un altro collega nella stessa stanza o quando si è in fila per andare al bar, in mensa o semplicemente si sta entrando in ufficio. Almeno Brunetta ha evitato di raccomandarle «in caso di attività svolta all’aperto», mentre il protocollo del privato riconfermato ieri le impone pure ai manovali, nelle operazioni di scavo e sbancamento in pieno sole. «Ciascuna amministrazione dovrà adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro», ha detto il ministro della Funzione pubblica, e come abbiano scritto ieri, diversi Comuni hanno già detto ai dipendenti che i dpi rimangono fino al 15 giugno. Ieri, invece, i sindacati si sono dichiarati d’accordissimo a tenere imbavagliati i lavoratori del privato fino a fine giugno, quando da almeno due settimane saranno cessati gli obblighi su treni, aerei, cinema ed eventi sportivi al chiuso. Il prossimo mese ci sarà un altro incontro, hanno fatto sapere dal ministero del Lavoro. Le parti sociali valuteranno l’evoluzione della pandemia, le possibili ricadute nel prossimo autunno. Le mascherine avranno vita lunga.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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