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2019-04-25
I kamikaze sono ricchi e istruiti. Addio all’alibi dell’emarginazione
Ansa
- Come già avvenuto in passato, i membri del commando provenivano da famiglie di ceto medio, ben integrate nel tessuto sociale. Il terrorismo non nasce dal fatto che i musulmani sono ghettizzati, bensì dal loro credo.
- La carezza del killer è uno schiaffo ai morti. Jihadista scansa una bimba prima di farsi esplodere, la stampa italiana si scioglie. E oltraggia le vittime.
Lo speciale comprende due articoli.
E dopo l'orrore, dilaga la paura. Lo Sri Lanka è un paese paralizzato. Mentre aumenta il numero dei morti negli attentati di Pasqua (359 vittime e oltre 500 feriti) e dei fermati (ieri altri 18 per un totale di 58 arresti), si acuisce lo scontro ai vertici dello Stato. Il presidente Maithripala Sirisena ha chiesto infatti le dimissioni del segretario alla Difesa, Hemasiri Fernando, e dell'ispettore generale della polizia, Pujith Jayasundara, per le gravi negligenze nella prevenzione degli attacchi suicidi dei terroristi islamici nelle chiese cristiane e negli hotel di domenica scorsa. Per entrambi, il rappresentante del parlamento del distretto di Colombo Wijeyadasa Rajapakshe ha chiesto addirittura la prigione. La catena di comando delle forze di sicurezza è debole, poco reattiva. Tant'è che gli Usa, che hanno smentito di essere stati a conoscenza in anticipo dei piani dei kamikaze, hanno deciso di inviare una task force del Fbi per affiancare gli investigatori cingalesi.
L'Isis ha rivendicato la mattanza, ma non è ancora chiaro come i tagliagole del califfato possano aver partecipato, considerato che la pista delle prime ore, che portava al semisconosciuto gruppo terroristico National Thowheed Jamath, sembra perdere consistenza ora dopo ora. Secondo gli inquirenti, ad agire domenica scorsa potrebbe essere una cellula affiliata, a «gestione familiare», ancor più radicale. Quindi, citando il sottosegretario alla Difesa, Ruwan Wijewardene, il legame con lo Stato islamico potrebbe ricondursi alla «ideologia» o al «finanziamento». Anche se la scia dei soldi sembra assai labile. Fonti del ministero della Difesa cingalese, infatti, hanno rivelato che i kamikaze non erano i reietti dei ghetti islamici della pubblicistica (e della propaganda) europea, o i piccoli criminali reclutati nelle carceri, ma soggetti perfettamente integrati nella vita socio economica del paese. Uomini e donne istruiti, con amicizie importanti e patrimoni considerevoli. Se non milionari. Con un'unica visione, però, del mondo e della vita: quella fondamentalista e folle della Sharia. Come Inshan Seelavan, figlio del ricco commerciante di spezie Mohamed Ibrahim e fratello del giovane che si è fatto esplodere al Cinnamon Hotel. Poco dopo l'attentato, anche la moglie e la sorella di Seelavan hanno azionato la cintura esplosiva durante l'irruzione della polizia nella loro casa; e nella deflagrazione sono rimasti uccisi tre poliziotti.
«Gran parte di questo gruppo di attentatori suicidi era istruito e proveniva dalla classe media o alta, quindi erano abbastanza indipendenti finanziariamente e le loro famiglie sono abbastanza stabili finanziariamente», hanno dichiarato i portavoce del governo. Un po' come i dirottatori dell'11 Settembre. Alcuni di loro avevano studiato all'estero, e conseguito addirittura un Llm (master in legge, ndr). In particolare, uno dei nove kamikaze aveva soggiornato nel Regno Unito e poi aveva frequentato corsi post laurea in Australia prima di ritornare nello Sri Lanka. Dove, ancora ieri, il premier Ranil Wickremesinghe ha avvertito che potrebbero esserci in circolazione altri criminali pronti a colpire. Secondo i servizi, almeno altre 9 persone sarebbero in fuga. Il timore è che possano esserci altri ordigni nascosti. Le forze speciali stanno rastrellando palmo a palmo le strade. Ieri hanno fatto brillare una motocicletta vicino a un cinema nel centro della città, il Savoy, e un pacco sospetto trovato in un ristorante nella città meridionale di Katuwana; mentre due «case sicure» dei terroristi, situate entrambe a Negombo e a Panadura, sono state individuate e perquisite. Tra i fermati nelle ultime ore c'è anche un cittadino egiziano di 44 anni che potrebbe aver addestrato il commando. È stato bloccato dalle forze speciali, sulla base di una «soffiata», in una scuola internazionale della città di Madampe, centro costiero a nord di Negombo.
Resta da capire, come detto, che ruolo possa aver avuto il califfato che ha messo in circolazione sul Web pure una foto, oltre alla rivendicazione e al video, raffigurante otto uomini vestiti di nero, sette dei quali incappucciati e uno solo a volto scoperto, il presunto leader dell'organizzazione. Il governo neozelandese, dal canto suo, ha smentito ogni possibile collegamento con la carneficina nelle moschee di Christchurch del 15 marzo scorso, che provocò 50 morti. La premier neozelandese Jacinda Ardern non era a conoscenza, infatti, di alcuna informazione d'intelligence sul fatto che la strage dello Sri Lanka sia stata pianificata come rappresaglia, come sostenuto invece dal governo cingalese. «Non abbiamo ricevuto niente di ufficiale, né abbiamo ricevuto rapporti che confermino quanto è stato detto nello Sri Lanka». Chi invece potrebbe sapere sono gli 007 dell'India, che in tre diversi dispacci (il primo del 4 aprile) avevano avvisato i colleghi cingalesi della preparazione di attacchi suicidi contro i cristiani a ridosso della Pasqua. Ma non sono stati ascoltati.
La carezza del killer è uno schiaffo ai morti
Il terrorista islamico buono c'è. È quello che non sgozza tutti i bambini che incontra sulla strada che lo separa dalla chiesa dove deve farsi saltare in aria insieme a chi è lì per pregare Gesù, ma li scansa con una carezzina sulla testa. A riprova che, e questo vale anche per noi occidentali adoratori del profitto e sempre di fretta nel traffico impazzito delle nostre empie megalopoli, quando attraversiamo la strada o ci dobbiamo fare largo in una piazza affollata, è meglio un gesto carino sulla testa dell'infante da superare, piuttosto che uno spintone o una gomitata. È questa la rassicurante lezione che si ricava dallo struggente particolare evidenziato ieri in prima pagina dal Corriere della Sera: «Il kamikaze con lo zainetto: quella carezza prima del boato». Un gesto nei confronti di una bambina che avrebbe «suscitato forte emozione».
Va detto che anche un quotidiano di carta come il severo Corrierone, sempre in prima fila nel mettere in guardia i propri lettori dalla «robaccia» che gira su Internet, poi a volte è il primo a cascarci. Martedì, tanti siti d'informazione, anche di alto livello come Sussidiario.net e Vanityfair.it, hanno imbastito pezzi più o meno commossi su questo «strano» gesto del kamikaze. Come se scansare un bambino toccandogli la testa non fosse istintivo, per un adulto che va di fretta. E come se, anche dovendo andare a macellare un po' di maledetti cristiani in preghiera, non fosse scontato evitare di seminare il tragitto di piccoli cadaveri sanguinanti. Se non altro per non farsi arrestare prima di aver premuto il pulsante dell'esplosivo.
E invece no, perfino su questa banalità assoluta è partita la macchina della finta commozione a catena. Ma dare spazio a quel breve filmato, di fronte all'orrore di 321 cristiani massacrati per la Pasqua, è come mettere una foto di Hitler che accarezza una bambina (è capitato anche a lui) sulla copertina di sua una biografia. Il Corriere, a parte l'onore della prima pagina, anche nella corrispondenza riporta: «Ieri le immagini di un terrorista che sfiora quasi con una carezza una bimba prima di farsi saltare ha suscitato forte emozione». Ma forte emozione in chi? Nei colleghi che stavano chiudendo il supplemento settimanale «Buone notizie»?
Gran parte dell'informazione dominante ritiene che sottolineare troppo il fatto che siamo di fronte a una strage di cristiani in quanto in cristiani, perpetrata da una piccola minoranza facinorosa di Islam non «moderato», sia altamente «divisivo». Ma ci corre l'obbligo di ricordare l'invito a «dare una carezza ai vostri bambini» rivolto da papa Giovanni l'11 ottobre 1962, al termine della fiaccolata che salutava l'inizio del Concilio Vaticano II. Nessuno, dopo, si fece esplodere, né a casa, né in qualche moschea. Quindi, la commozione per lo stragista islamico che (forse) accarezza sulla testa una bimba prima di mandare al Creatore diverse decine di bambini dimostra solo che la banalità del male spesso si sublima nell'imbecillità dei media.
Come già avvenuto in passato, i membri del commando provenivano da famiglie di ceto medio, ben integrate nel tessuto sociale. Il terrorismo non nasce dal fatto che i musulmani sono ghettizzati, bensì dal loro credo.La carezza del killer è uno schiaffo ai morti. Jihadista scansa una bimba prima di farsi esplodere, la stampa italiana si scioglie. E oltraggia le vittime.Lo speciale comprende due articoli. E dopo l'orrore, dilaga la paura. Lo Sri Lanka è un paese paralizzato. Mentre aumenta il numero dei morti negli attentati di Pasqua (359 vittime e oltre 500 feriti) e dei fermati (ieri altri 18 per un totale di 58 arresti), si acuisce lo scontro ai vertici dello Stato. Il presidente Maithripala Sirisena ha chiesto infatti le dimissioni del segretario alla Difesa, Hemasiri Fernando, e dell'ispettore generale della polizia, Pujith Jayasundara, per le gravi negligenze nella prevenzione degli attacchi suicidi dei terroristi islamici nelle chiese cristiane e negli hotel di domenica scorsa. Per entrambi, il rappresentante del parlamento del distretto di Colombo Wijeyadasa Rajapakshe ha chiesto addirittura la prigione. La catena di comando delle forze di sicurezza è debole, poco reattiva. Tant'è che gli Usa, che hanno smentito di essere stati a conoscenza in anticipo dei piani dei kamikaze, hanno deciso di inviare una task force del Fbi per affiancare gli investigatori cingalesi. L'Isis ha rivendicato la mattanza, ma non è ancora chiaro come i tagliagole del califfato possano aver partecipato, considerato che la pista delle prime ore, che portava al semisconosciuto gruppo terroristico National Thowheed Jamath, sembra perdere consistenza ora dopo ora. Secondo gli inquirenti, ad agire domenica scorsa potrebbe essere una cellula affiliata, a «gestione familiare», ancor più radicale. Quindi, citando il sottosegretario alla Difesa, Ruwan Wijewardene, il legame con lo Stato islamico potrebbe ricondursi alla «ideologia» o al «finanziamento». Anche se la scia dei soldi sembra assai labile. Fonti del ministero della Difesa cingalese, infatti, hanno rivelato che i kamikaze non erano i reietti dei ghetti islamici della pubblicistica (e della propaganda) europea, o i piccoli criminali reclutati nelle carceri, ma soggetti perfettamente integrati nella vita socio economica del paese. Uomini e donne istruiti, con amicizie importanti e patrimoni considerevoli. Se non milionari. Con un'unica visione, però, del mondo e della vita: quella fondamentalista e folle della Sharia. Come Inshan Seelavan, figlio del ricco commerciante di spezie Mohamed Ibrahim e fratello del giovane che si è fatto esplodere al Cinnamon Hotel. Poco dopo l'attentato, anche la moglie e la sorella di Seelavan hanno azionato la cintura esplosiva durante l'irruzione della polizia nella loro casa; e nella deflagrazione sono rimasti uccisi tre poliziotti.«Gran parte di questo gruppo di attentatori suicidi era istruito e proveniva dalla classe media o alta, quindi erano abbastanza indipendenti finanziariamente e le loro famiglie sono abbastanza stabili finanziariamente», hanno dichiarato i portavoce del governo. Un po' come i dirottatori dell'11 Settembre. Alcuni di loro avevano studiato all'estero, e conseguito addirittura un Llm (master in legge, ndr). In particolare, uno dei nove kamikaze aveva soggiornato nel Regno Unito e poi aveva frequentato corsi post laurea in Australia prima di ritornare nello Sri Lanka. Dove, ancora ieri, il premier Ranil Wickremesinghe ha avvertito che potrebbero esserci in circolazione altri criminali pronti a colpire. Secondo i servizi, almeno altre 9 persone sarebbero in fuga. Il timore è che possano esserci altri ordigni nascosti. Le forze speciali stanno rastrellando palmo a palmo le strade. Ieri hanno fatto brillare una motocicletta vicino a un cinema nel centro della città, il Savoy, e un pacco sospetto trovato in un ristorante nella città meridionale di Katuwana; mentre due «case sicure» dei terroristi, situate entrambe a Negombo e a Panadura, sono state individuate e perquisite. Tra i fermati nelle ultime ore c'è anche un cittadino egiziano di 44 anni che potrebbe aver addestrato il commando. È stato bloccato dalle forze speciali, sulla base di una «soffiata», in una scuola internazionale della città di Madampe, centro costiero a nord di Negombo. Resta da capire, come detto, che ruolo possa aver avuto il califfato che ha messo in circolazione sul Web pure una foto, oltre alla rivendicazione e al video, raffigurante otto uomini vestiti di nero, sette dei quali incappucciati e uno solo a volto scoperto, il presunto leader dell'organizzazione. Il governo neozelandese, dal canto suo, ha smentito ogni possibile collegamento con la carneficina nelle moschee di Christchurch del 15 marzo scorso, che provocò 50 morti. La premier neozelandese Jacinda Ardern non era a conoscenza, infatti, di alcuna informazione d'intelligence sul fatto che la strage dello Sri Lanka sia stata pianificata come rappresaglia, come sostenuto invece dal governo cingalese. «Non abbiamo ricevuto niente di ufficiale, né abbiamo ricevuto rapporti che confermino quanto è stato detto nello Sri Lanka». Chi invece potrebbe sapere sono gli 007 dell'India, che in tre diversi dispacci (il primo del 4 aprile) avevano avvisato i colleghi cingalesi della preparazione di attacchi suicidi contro i cristiani a ridosso della Pasqua. 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A riprova che, e questo vale anche per noi occidentali adoratori del profitto e sempre di fretta nel traffico impazzito delle nostre empie megalopoli, quando attraversiamo la strada o ci dobbiamo fare largo in una piazza affollata, è meglio un gesto carino sulla testa dell'infante da superare, piuttosto che uno spintone o una gomitata. È questa la rassicurante lezione che si ricava dallo struggente particolare evidenziato ieri in prima pagina dal Corriere della Sera: «Il kamikaze con lo zainetto: quella carezza prima del boato». Un gesto nei confronti di una bambina che avrebbe «suscitato forte emozione». Va detto che anche un quotidiano di carta come il severo Corrierone, sempre in prima fila nel mettere in guardia i propri lettori dalla «robaccia» che gira su Internet, poi a volte è il primo a cascarci. Martedì, tanti siti d'informazione, anche di alto livello come Sussidiario.net e Vanityfair.it, hanno imbastito pezzi più o meno commossi su questo «strano» gesto del kamikaze. Come se scansare un bambino toccandogli la testa non fosse istintivo, per un adulto che va di fretta. E come se, anche dovendo andare a macellare un po' di maledetti cristiani in preghiera, non fosse scontato evitare di seminare il tragitto di piccoli cadaveri sanguinanti. Se non altro per non farsi arrestare prima di aver premuto il pulsante dell'esplosivo. E invece no, perfino su questa banalità assoluta è partita la macchina della finta commozione a catena. Ma dare spazio a quel breve filmato, di fronte all'orrore di 321 cristiani massacrati per la Pasqua, è come mettere una foto di Hitler che accarezza una bambina (è capitato anche a lui) sulla copertina di sua una biografia. Il Corriere, a parte l'onore della prima pagina, anche nella corrispondenza riporta: «Ieri le immagini di un terrorista che sfiora quasi con una carezza una bimba prima di farsi saltare ha suscitato forte emozione». Ma forte emozione in chi? Nei colleghi che stavano chiudendo il supplemento settimanale «Buone notizie»? Gran parte dell'informazione dominante ritiene che sottolineare troppo il fatto che siamo di fronte a una strage di cristiani in quanto in cristiani, perpetrata da una piccola minoranza facinorosa di Islam non «moderato», sia altamente «divisivo». Ma ci corre l'obbligo di ricordare l'invito a «dare una carezza ai vostri bambini» rivolto da papa Giovanni l'11 ottobre 1962, al termine della fiaccolata che salutava l'inizio del Concilio Vaticano II. Nessuno, dopo, si fece esplodere, né a casa, né in qualche moschea. Quindi, la commozione per lo stragista islamico che (forse) accarezza sulla testa una bimba prima di mandare al Creatore diverse decine di bambini dimostra solo che la banalità del male spesso si sublima nell'imbecillità dei media.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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