Dai neri Kessié e Bakayoko
 un gesto idiota e infantile. Ora chi li fischia è razzista?
I due giocatori rossoneri hanno sfregiato la maglia di Francesco Acerbi: già annunciate contestazioni il 24 aprile in Milan-Lazio. Ci sarà l’onestà di non incolpare il colore della pelle?

Un doppio scalpo a San Siro. Il primo è la maglia numero 33 di Francesco Acerbi, difensore della Lazio, esposta a fine partita come una testa di leone da imbalsamare davanti alla curva del Milan da parte di Franck Kessié e Tiémoué Bakayoko. Il secondo è quello del politicamente corretto, la dolce coperta di Linus del progressismo benpensante applicata a ogni manifestazione dell’animo umano, un’arma a doppio taglio di fronte all’immaginabile conseguenza di un gesto idiota e infantile che non s’era mai visto su un campo di calcio. E la conseguenza è perfino scontata: i prossimi fischi, i prossimi insulti dei tifosi indignati ai due calciatori (casualmente di colore) saranno interpretati come gesto razzista con sospensione della partita oppure reazione del tutto comprensibile in memoria di una sgradevole esibizione di stupidità?

La colpa del giocatore laziale è stata quella d’aver detto prima della gara: «Sui singoli non c’è paragone, siamo più forti». Poi ha perso, ha regalato la maglia a Bakayoko in segno di pace e quest’ultimo (senza neppure averla conquistata da Rambo, ma con subdola furbata) l’ha esibita come trofeo d’una faida tribale, spalleggiato dal compagno. Il caso è aperto, la procura federale ha chiesto la prova tv in vista di una possibile squalifica per comportamento antisportivo e i due titani del pensiero hanno chiesto scusa sui social, costretti a farlo dal Milan che ne ha le tasche piene di gesti sgangherati da parte di chi non è mai neppure passato per sbaglio nella sala dei trofei. La storia non si infanga.

Il campionato italiano sta diventando un cortile di ricreazione dell’intelligenza, della sportività e del pensiero; un circo Barnum abitato da allenatori ossessionati dall’obiettivo (Max Allegri dalla Champions, Luciano Spalletti dal terzo posto), da trasmissioni tv faziose a imitazione dell’endemica schizofrenia social e da calciatori più affezionati ai selfie che alla squadra (vedi il caso di Mauro Icardi e consorte). In tutto questo un uomo, semplicemente un uomo di nome Gennaro Gattuso, ha provato a rimettere le cose a posto: «Meglio fare un’ora di allenamento in più che smanettare cinque ore a settimana sui social. Dobbiamo solo chiedere scusa». La vicenda è andata oltre il pallone, questione di buon gusto. È intervenuto anche Giancarlo Giorgetti, sottosegretario con delega allo Sport: «Lo sport è correttezza e lealtà. Quello è un gesto stupido, indegno dei valori dello sport e della maglia che indossano. Mi auguro che vengano presi i giusti provvedimenti».

Il mefitico sasso lanciato nello stagno da Kessié e Bakayoko sta facendo le onde fino a Roma. Acerbi ha commentato: «Volevo solo fare pace e invece loro fomentano odio». Se volessimo adeguarci al pensiero di Laura Boldrini diremmo: come si permette, la fratellanza innanzitutto. Ciro Immobile ha aggiunto: «Sono due piccoli uomini». C’è profilo di razzismo? Il Pd che dice? Il corto circuito è evidente. Il 24 aprile a San Siro si gioca di nuovo Milan-Lazio, semifinale di Tim cup. È inevitabile, anzi certo, che gli ultrà della Lazio accompagneranno i due calciatori rossoneri dal primo minuto con slogan, insulti e fischi. Tutti a casa per razzismo o si fa un’interpretazione filologica dei buu? L’imbecillità non ha colore, è sempre grigia.

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