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2021-04-26
I disastri di Emiliano
Michele Emiliano (Ansa)
Un capolavoro lo ha fatto. Il governatore pugliese Michele Emiliano è riuscito ad accendere i riflettori della stampa internazionale. Il Financial Times, il 10 aprile, ha dedicato un lungo articolo alla sua Regione. Ha scritto che è «il migliore esempio del sistema disfunzionale delle vaccinazioni in Italia con il 98% delle persone tra i 70 e i 79 anni che ancora, alla fine della settimana, aspettavano la prima dose, così come quasi la metà degli over 80». Nelle ultime settimane c'è stata un'accelerazione nella campagna vaccinale ma, accusa l'Anaao (il sindacato dei medici), il sistema sanitario continua a pagare la «disorganizzazione e improvvisazione» con cui l'amministrazione di Emiliano ha affrontato la terza ondata della pandemia.
Fratelli d'Italia ha chiesto il commissariamento della gestione Covid in Puglia mentre la Lega ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell'assessore alla Sanità Pier Luigi Lopalco, voluto da Emiliano in quanto epidemiologo. Secondo il consigliere regionale della Lega Joseph Splendido, «è responsabile di aver sottovalutato i segnali dell'arrivo di una terza ondata e di non aver preparato le strutture e reclutato il personale sanitario necessario per affrontare l'emergenza». Fino a ieri la Puglia era rossa; da oggi diventa arancione mentre altre 15 Regioni, più capaci di controllare l'epidemia, si sono svegliate in giallo. Sul fronte vaccinale le cose vanno così male che Emiliano ha tolto la gestione della campagna di immunizzazione a Lopalco affidandola a Mario Lerario, capo della Protezione civile in Puglia: di fatto è un commissariamento dell'assessore medico.
Il sistema ospedaliero è stato travolto. È scoppiato il caso dell'ospedale allestito dentro la Fiera del Levante di Bari. «A fine novembre si progettano e si allestiscono 152 posti di rianimazione non tenendo minimamente conto della mancanza di specialisti rianimatori e di infermieri addestrati», commenta Giosafatte Pallotta, segretario regionale dell'Anaao-Assomed. E spiega che «al momento della consegna della struttura, si accorgono dell'errore e sono costretti a cambiare il progetto, aggiungendo i posti letto di pneumologia, malattie infettive e nefrologia. I costi lievitano da 8,5 milioni a circa 20 milioni di euro. L'apertura arriva solo a marzo scorso, spostando pazienti e personale sanitario dal Policlinico di Bari. Solo in un secondo momento aumentano i posti letto dedicati. Tutto con tanta improvvisazione».
A dicembre era scoppiato il caso dell'ospedale Moscati a Taranto. Alla magistratura erano arrivate diverse segnalazioni ed esposti da parte di familiari dei ricoverati, alcuni dei quali deceduti, che denunciavano furti, oggetti personali scomparsi, carenza di assistenza e atteggiamenti scorretti da parte di medici e infermieri. La bufera si è scatenata quando una donna, Angela Cortese, che aveva perso per Covid il padre Francesco, ex poliziotto di 78 anni, ha riferito che l'uomo, ricoverato al Moscati, l'aveva supplicata al telefono di venirlo a prendere. «Qui muoio», aveva detto. Angela ha chiesto spiegazioni a un medico, ma si è sentita rispondere in modo aggressivo, come lei riferisce: «Suo padre non collabora, non vuole mettersi la maschera Cpap, fra 10 minuti morirà, preparatevi». In un servizio per il programma Fuori dal coro su Rete4, dal titolo inequivocabile «Virus, sotto accusa le morti sospette all'ospedale di Taranto», un operatore sanitario ha spiegato che quelle morti potevano essere evitate. Fratelli d'Italia ha chiesto di istituire una commissione d'inchiesta sui decessi per Covid al Moscati.
Che dire poi della gestione dei tamponi, definita dall'assessore alla Sanità Lopalco come una «dittatura». Il capogruppo della Lega in Consiglio regionale, Davide Bellomo, attacca: «Chi sosteneva l'efficacia dei test di massa, era per Lopalco affetto da “tamponite" mentre Emiliano diceva che “i tamponi sono come le intercettazioni per un magistrato: non si possono fare a strascico". Una vera assurdità».
Risultato: secondo i dati al 12 aprile scorso, l'Emilia Romagna che ha circa lo stesso numero di abitanti della Puglia processava da 30.000 a 45.000 tamponi al giorno, la Puglia da 10.000 a 13.000. La Regione è ultima per percentuale di abitanti testati, il 26,7%. Questi dati sono stati raccolti dal gruppo regionale della Lega che ha scattato una fotografia dei fallimenti dell'amministrazione Emiliano nella gestione della pandemia. Il documento mette in evidenza i tempi lunghi per effettuare il tampone. «Una media di circa 16 giorni. Una eternità che fa saltare la possibilità di intervenire subito con la terapia degli anticorpi monoclonali», spiega il consigliere leghista Giacomo Converso. E sottolinea che ad agosto Lopalco «si era opposto ai triage negli aeroporti di Puglia, a differenza degli altri hub italiani. Così chi atterrava fuori regione faceva un test rapido in aeroporto e in poche ore era libero, chi invece arrivava a Bari era costretto alla quarantena, e poiché alle 72 ore si aggiungeva la lista d'attesa, passava anche 10 giorni chiuso in casa in piena estate».
Dal report della Lega emerge che per il tracciamento ci sono solo 1,9 persone ogni 10.000 abitanti contro una media nazionale di 2,6. «Nonostante la carenza di personale l'assessore Lopalco non è stato capace di utilizzare le opportunità offerte dalla Protezione civile che assegnava alla Puglia, con bando del 24 ottobre 2020, ben 133 unità (100 medici e 33 amministrativi). A oggi risultano in carico solo 95 unità», incalza Converso. Pallotta riassume così la situazione: «In questo momento la Puglia è ai primi posti per numero di contagi giornalieri con la più alta percentuale di positività dei tamponi eseguiti (8-9% a fronte del 4% a livello nazionale) e ha il numero di ingressi in rianimazione più alto d'Italia con circa il 40% dei posti letto occupati da pazienti Covid (livello di allarme al 30%) con conseguente scarsa possibilità di assistenza per i pazienti no Covid».
Pioggia di critiche all'amministrazione Emiliano sono arrivate anche da sinistra con il leader di Azione, Carlo Calenda, che ha chiesto al Partito democratico di avviare una riflessione sul governatore pugliese. Italia viva ha presentato un'interrogazione al ministro Roberto Speranza sullo «scandalo della gestione dei vaccini», come l'ha definito il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto, già candidato alla presidenza della Regione alle ultime elezioni. Ma il Pd non fa una piega e il segretario regionale Marco Lacarra replica serafico: «La giunta Emiliano profonde da mesi energie incredibili per fronteggiare l'emergenza».
L’inferno dell’ospedale che sbagliava cure
Pazienti di cui si perdono le tracce, abbandonati nel letto per giorni senza poter vedere nemmeno un infermiere, spesso lasciati negli escrementi nell'impossibilità di andare in bagno mentre i parenti sono in un limbo con informazioni scarse, talvolta imprecise. E poi scomparsa di oggetti personali. Sono le denunce di alcuni familiari delle vittime del Covid ricoverati all'ospedale Moscati di Taranto, entrati in terapia intensiva, alcuni all'inizio della malattia, e mai usciti. Queste testimonianze agghiaccianti sono state raccolte da un gruppo di circa 20 famiglie che hanno messo in rete la loro esperienza.
«Morti non per Covid ma per imperizia», dice con la voce che trema Eleonora Coletta, che ha perso il marito e il padre ed è rimasta sola con tre figli. Il suo racconto è straziante. «Sono stata io a infettare la famiglia. Come paziente oncologica avrei dovuto avere la priorità nella vaccinazione ma non è stato possibile. Quando sono riuscita a fare la prima dose di vaccino avevo già il virus. Ho contagiato mio marito e mio padre. Mio marito è stato ricoverato al Moscati ai primi sintomi. Ho chiesto che gli somministrassero il plasma iperimmune ma i medici mi hanno detto che non credevano alla sua efficacia. Gli hanno applicato la maschera per l'ossigeno. Dopo un paio di giorni lui ha accusato un forte dolore al torace e il cardiologo ha prescritto un'angiotac: l'eccesso di ossigeno probabilmente gli aveva creato un pneumotorace, una sorta di bolla nei polmoni. Invece di fargli la tac l'hanno spostato in rianimazione sotto un casco con ventilazione altissima. Lì gli è scoppiato il pneumotorace: a quel punto, con un polmone che non funzionava più, l'hanno intubato. Gli hanno fatto i raggi x oltre due giorni dopo che il cardiologo aveva prescritto la tac. Mentre era intubato, gli hanno somministrato un farmaco che avrebbero dovuto dargli all'inizio. Mio marito reagisce bene alla cura, ma dopo poco cala il silenzio. La cartella clinica è pasticciata, non sappiamo cosa sia successo, ci dicono che ha avuto un arresto cardiaco».
Poi il dramma del padre, 74 anni, «troppo giovane per fare il vaccino ma troppo vecchio, mi hanno detto, per le terapie ospedaliere. Lo hanno tenuto 15 giorni con l'ossigeno e solo per 3 giorni gli hanno somministrato un antivirale. Hanno proceduto con cortisone e antibiotici». La donna riferisce i messaggi che il padre gli mandava dal telefonino: «“Sono ore che chiedo l'acqua ma non viene nessuno, sono abbandonato", mi diceva, e io non potevo credere che fosse davvero così. Mio padre, pur essendo più grave di mio marito - questo leggiamo nelle cartelle cliniche - non è stato portato in rianimazione, è rimasto in reparto 7 giorni, in attesa della morte. Probabilmente per il troppo ossigeno anche a lui si è creata una bolla tra il cuore e i polmoni. Alla fine lo hanno intubato ed è morto».
Eleonora Coletta ha scritto al governatore Emiliano chiedendogli di fare chiarezza sui morti al Moscati: «Mi ha risposto che l'ospedale è tra i migliori al mondo. Ma in procura ci sono 36 esposti di casi simili a quelli di mio padre e mio marito». Una delle figlie ha promosso una raccolta di firme (ora sono circa 7.000) «perché quei decessi sono inspiegabili». Chiarezza che hanno chiesto anche alla azienda sanitaria locale: «Invece di darci una risposta ha deciso di querelarci», afferma accorata la donna.
Il padre di Donato Ricci invece è stato ricoverato in un container del Moscati. «Ha trascorso 14 giorni di angoscia prima del decesso. I primi giorni non sapevamo dove era stato sistemato, la ricezione del telefonino era scarsa e tutti i numeri fissi dell'ospedale squillavano a vuoto. Nessuno ci diceva dove si trovava. Sono passate circa due settimane prima di riuscire a contattare un medico tramite un numero dedicato alle prenotazioni delle chiamate. Si limitava a dirmi che mio padre era stazionario, nulla di più. Il giorno dopo è morto. Una volta, parlando con mia madre, ci ha pregato di farlo uscire, di portarlo via di lì. Voleva che facessimo intervenire la polizia. Mio padre è stato un ispettore della polizia di Stato».
Ricci è convinto che il padre si sarebbe salvato se il virus fosse stato diagnosticato in tempo. «Quando si sono manifestati i primi sintomi, ho chiamato subito il medico di base. Mi disse che poteva essere la reazione al vaccino antinfluenzale. Poi la situazione è peggiorata. Non sapevo che fare. Il medico non veniva a visitarlo e continuava a prescrivergli aerosol e tachipirina. È stato perso tanto tempo prezioso. Allora ho chiamato l'ambulanza. Mio padre mi diceva che in ospedale non gli davano nemmeno le sue medicine da cardiopatico. Nella cartella clinica ci sono tanti giorni vuoti, in cui non compare la somministrazione dei farmaci. Cosa è accaduto?».
«Mia madre aveva solo 67 anni. Il suo è stato un calvario terribile; abbandonata sul letto, sporca di escrementi per giorni, con le piaghe da decubito. Tante volte mi ha supplicato di portarla via di lì, mi ha implorato di aiutarla e io, dopo tanta insistenza, ho fatto richiesta per farla uscire ma mi hanno detto che era contrario al protocollo». Tina Albanese rievoca quei 20 giorni che portarono sua madre, entrata in ospedale in condizioni non gravi, al decesso. «Proprio il giorno prima di intubarla, mi dissero al telefono che era migliorata. Poi la morte per arresto cardiaco. Mi spiegarono che era stata contagiata da un batterio». Durante la degenza Tina chiese che alla madre fosse somministrato il plasma. «Mi dicevano che era previsto solo l'ossigeno ma lei si lamentava che era troppo forte. Non le hanno dato nemmeno i farmaci per il diabete e l'ipertensione di cui lei soffriva e che aveva con sé. La biancheria che le avevamo portato per cambiarsi ce l'hanno restituita così come l'avevamo consegnata. Era davvero abbandonata a sé stessa. Quando me lo diceva, non riuscivo a credere che in un ospedale potesse succedere una cosa del genere».
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Ritardi, inefficienze, impreparazione: la sanità della Puglia nel mirino anche del «Financial Times». Nonostante l'assessore epidemiologo.Sul Moscati di Taranto piovono le denunce di familiari di pazienti morti perché era stato loro somministrato troppo ossigeno. Degenti abbandonati a sé stessi nella sporcizia, negate le terapie con il plasma. I tragici racconti di chi ora chiede giustizia.Lo speciale contiene due articoli.Un capolavoro lo ha fatto. Il governatore pugliese Michele Emiliano è riuscito ad accendere i riflettori della stampa internazionale. Il Financial Times, il 10 aprile, ha dedicato un lungo articolo alla sua Regione. Ha scritto che è «il migliore esempio del sistema disfunzionale delle vaccinazioni in Italia con il 98% delle persone tra i 70 e i 79 anni che ancora, alla fine della settimana, aspettavano la prima dose, così come quasi la metà degli over 80». Nelle ultime settimane c'è stata un'accelerazione nella campagna vaccinale ma, accusa l'Anaao (il sindacato dei medici), il sistema sanitario continua a pagare la «disorganizzazione e improvvisazione» con cui l'amministrazione di Emiliano ha affrontato la terza ondata della pandemia. Fratelli d'Italia ha chiesto il commissariamento della gestione Covid in Puglia mentre la Lega ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell'assessore alla Sanità Pier Luigi Lopalco, voluto da Emiliano in quanto epidemiologo. Secondo il consigliere regionale della Lega Joseph Splendido, «è responsabile di aver sottovalutato i segnali dell'arrivo di una terza ondata e di non aver preparato le strutture e reclutato il personale sanitario necessario per affrontare l'emergenza». Fino a ieri la Puglia era rossa; da oggi diventa arancione mentre altre 15 Regioni, più capaci di controllare l'epidemia, si sono svegliate in giallo. Sul fronte vaccinale le cose vanno così male che Emiliano ha tolto la gestione della campagna di immunizzazione a Lopalco affidandola a Mario Lerario, capo della Protezione civile in Puglia: di fatto è un commissariamento dell'assessore medico.Il sistema ospedaliero è stato travolto. È scoppiato il caso dell'ospedale allestito dentro la Fiera del Levante di Bari. «A fine novembre si progettano e si allestiscono 152 posti di rianimazione non tenendo minimamente conto della mancanza di specialisti rianimatori e di infermieri addestrati», commenta Giosafatte Pallotta, segretario regionale dell'Anaao-Assomed. E spiega che «al momento della consegna della struttura, si accorgono dell'errore e sono costretti a cambiare il progetto, aggiungendo i posti letto di pneumologia, malattie infettive e nefrologia. I costi lievitano da 8,5 milioni a circa 20 milioni di euro. L'apertura arriva solo a marzo scorso, spostando pazienti e personale sanitario dal Policlinico di Bari. Solo in un secondo momento aumentano i posti letto dedicati. Tutto con tanta improvvisazione». A dicembre era scoppiato il caso dell'ospedale Moscati a Taranto. Alla magistratura erano arrivate diverse segnalazioni ed esposti da parte di familiari dei ricoverati, alcuni dei quali deceduti, che denunciavano furti, oggetti personali scomparsi, carenza di assistenza e atteggiamenti scorretti da parte di medici e infermieri. La bufera si è scatenata quando una donna, Angela Cortese, che aveva perso per Covid il padre Francesco, ex poliziotto di 78 anni, ha riferito che l'uomo, ricoverato al Moscati, l'aveva supplicata al telefono di venirlo a prendere. «Qui muoio», aveva detto. Angela ha chiesto spiegazioni a un medico, ma si è sentita rispondere in modo aggressivo, come lei riferisce: «Suo padre non collabora, non vuole mettersi la maschera Cpap, fra 10 minuti morirà, preparatevi». In un servizio per il programma Fuori dal coro su Rete4, dal titolo inequivocabile «Virus, sotto accusa le morti sospette all'ospedale di Taranto», un operatore sanitario ha spiegato che quelle morti potevano essere evitate. Fratelli d'Italia ha chiesto di istituire una commissione d'inchiesta sui decessi per Covid al Moscati.Che dire poi della gestione dei tamponi, definita dall'assessore alla Sanità Lopalco come una «dittatura». Il capogruppo della Lega in Consiglio regionale, Davide Bellomo, attacca: «Chi sosteneva l'efficacia dei test di massa, era per Lopalco affetto da “tamponite" mentre Emiliano diceva che “i tamponi sono come le intercettazioni per un magistrato: non si possono fare a strascico". Una vera assurdità». Risultato: secondo i dati al 12 aprile scorso, l'Emilia Romagna che ha circa lo stesso numero di abitanti della Puglia processava da 30.000 a 45.000 tamponi al giorno, la Puglia da 10.000 a 13.000. La Regione è ultima per percentuale di abitanti testati, il 26,7%. Questi dati sono stati raccolti dal gruppo regionale della Lega che ha scattato una fotografia dei fallimenti dell'amministrazione Emiliano nella gestione della pandemia. Il documento mette in evidenza i tempi lunghi per effettuare il tampone. «Una media di circa 16 giorni. Una eternità che fa saltare la possibilità di intervenire subito con la terapia degli anticorpi monoclonali», spiega il consigliere leghista Giacomo Converso. E sottolinea che ad agosto Lopalco «si era opposto ai triage negli aeroporti di Puglia, a differenza degli altri hub italiani. Così chi atterrava fuori regione faceva un test rapido in aeroporto e in poche ore era libero, chi invece arrivava a Bari era costretto alla quarantena, e poiché alle 72 ore si aggiungeva la lista d'attesa, passava anche 10 giorni chiuso in casa in piena estate». Dal report della Lega emerge che per il tracciamento ci sono solo 1,9 persone ogni 10.000 abitanti contro una media nazionale di 2,6. «Nonostante la carenza di personale l'assessore Lopalco non è stato capace di utilizzare le opportunità offerte dalla Protezione civile che assegnava alla Puglia, con bando del 24 ottobre 2020, ben 133 unità (100 medici e 33 amministrativi). A oggi risultano in carico solo 95 unità», incalza Converso. Pallotta riassume così la situazione: «In questo momento la Puglia è ai primi posti per numero di contagi giornalieri con la più alta percentuale di positività dei tamponi eseguiti (8-9% a fronte del 4% a livello nazionale) e ha il numero di ingressi in rianimazione più alto d'Italia con circa il 40% dei posti letto occupati da pazienti Covid (livello di allarme al 30%) con conseguente scarsa possibilità di assistenza per i pazienti no Covid».Pioggia di critiche all'amministrazione Emiliano sono arrivate anche da sinistra con il leader di Azione, Carlo Calenda, che ha chiesto al Partito democratico di avviare una riflessione sul governatore pugliese. Italia viva ha presentato un'interrogazione al ministro Roberto Speranza sullo «scandalo della gestione dei vaccini», come l'ha definito il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto, già candidato alla presidenza della Regione alle ultime elezioni. Ma il Pd non fa una piega e il segretario regionale Marco Lacarra replica serafico: «La giunta Emiliano profonde da mesi energie incredibili per fronteggiare l'emergenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-disastri-di-emiliano-2652772550.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linferno-dellospedale-che-sbagliava-cure" data-post-id="2652772550" data-published-at="1619367622" data-use-pagination="False"> L’inferno dell’ospedale che sbagliava cure Pazienti di cui si perdono le tracce, abbandonati nel letto per giorni senza poter vedere nemmeno un infermiere, spesso lasciati negli escrementi nell'impossibilità di andare in bagno mentre i parenti sono in un limbo con informazioni scarse, talvolta imprecise. E poi scomparsa di oggetti personali. Sono le denunce di alcuni familiari delle vittime del Covid ricoverati all'ospedale Moscati di Taranto, entrati in terapia intensiva, alcuni all'inizio della malattia, e mai usciti. Queste testimonianze agghiaccianti sono state raccolte da un gruppo di circa 20 famiglie che hanno messo in rete la loro esperienza. «Morti non per Covid ma per imperizia», dice con la voce che trema Eleonora Coletta, che ha perso il marito e il padre ed è rimasta sola con tre figli. Il suo racconto è straziante. «Sono stata io a infettare la famiglia. Come paziente oncologica avrei dovuto avere la priorità nella vaccinazione ma non è stato possibile. Quando sono riuscita a fare la prima dose di vaccino avevo già il virus. Ho contagiato mio marito e mio padre. Mio marito è stato ricoverato al Moscati ai primi sintomi. Ho chiesto che gli somministrassero il plasma iperimmune ma i medici mi hanno detto che non credevano alla sua efficacia. Gli hanno applicato la maschera per l'ossigeno. Dopo un paio di giorni lui ha accusato un forte dolore al torace e il cardiologo ha prescritto un'angiotac: l'eccesso di ossigeno probabilmente gli aveva creato un pneumotorace, una sorta di bolla nei polmoni. Invece di fargli la tac l'hanno spostato in rianimazione sotto un casco con ventilazione altissima. Lì gli è scoppiato il pneumotorace: a quel punto, con un polmone che non funzionava più, l'hanno intubato. Gli hanno fatto i raggi x oltre due giorni dopo che il cardiologo aveva prescritto la tac. Mentre era intubato, gli hanno somministrato un farmaco che avrebbero dovuto dargli all'inizio. Mio marito reagisce bene alla cura, ma dopo poco cala il silenzio. La cartella clinica è pasticciata, non sappiamo cosa sia successo, ci dicono che ha avuto un arresto cardiaco». Poi il dramma del padre, 74 anni, «troppo giovane per fare il vaccino ma troppo vecchio, mi hanno detto, per le terapie ospedaliere. Lo hanno tenuto 15 giorni con l'ossigeno e solo per 3 giorni gli hanno somministrato un antivirale. Hanno proceduto con cortisone e antibiotici». La donna riferisce i messaggi che il padre gli mandava dal telefonino: «“Sono ore che chiedo l'acqua ma non viene nessuno, sono abbandonato", mi diceva, e io non potevo credere che fosse davvero così. Mio padre, pur essendo più grave di mio marito - questo leggiamo nelle cartelle cliniche - non è stato portato in rianimazione, è rimasto in reparto 7 giorni, in attesa della morte. Probabilmente per il troppo ossigeno anche a lui si è creata una bolla tra il cuore e i polmoni. Alla fine lo hanno intubato ed è morto». Eleonora Coletta ha scritto al governatore Emiliano chiedendogli di fare chiarezza sui morti al Moscati: «Mi ha risposto che l'ospedale è tra i migliori al mondo. Ma in procura ci sono 36 esposti di casi simili a quelli di mio padre e mio marito». Una delle figlie ha promosso una raccolta di firme (ora sono circa 7.000) «perché quei decessi sono inspiegabili». Chiarezza che hanno chiesto anche alla azienda sanitaria locale: «Invece di darci una risposta ha deciso di querelarci», afferma accorata la donna. Il padre di Donato Ricci invece è stato ricoverato in un container del Moscati. «Ha trascorso 14 giorni di angoscia prima del decesso. I primi giorni non sapevamo dove era stato sistemato, la ricezione del telefonino era scarsa e tutti i numeri fissi dell'ospedale squillavano a vuoto. Nessuno ci diceva dove si trovava. Sono passate circa due settimane prima di riuscire a contattare un medico tramite un numero dedicato alle prenotazioni delle chiamate. Si limitava a dirmi che mio padre era stazionario, nulla di più. Il giorno dopo è morto. Una volta, parlando con mia madre, ci ha pregato di farlo uscire, di portarlo via di lì. Voleva che facessimo intervenire la polizia. Mio padre è stato un ispettore della polizia di Stato». Ricci è convinto che il padre si sarebbe salvato se il virus fosse stato diagnosticato in tempo. «Quando si sono manifestati i primi sintomi, ho chiamato subito il medico di base. Mi disse che poteva essere la reazione al vaccino antinfluenzale. Poi la situazione è peggiorata. Non sapevo che fare. Il medico non veniva a visitarlo e continuava a prescrivergli aerosol e tachipirina. È stato perso tanto tempo prezioso. Allora ho chiamato l'ambulanza. Mio padre mi diceva che in ospedale non gli davano nemmeno le sue medicine da cardiopatico. Nella cartella clinica ci sono tanti giorni vuoti, in cui non compare la somministrazione dei farmaci. Cosa è accaduto?». «Mia madre aveva solo 67 anni. Il suo è stato un calvario terribile; abbandonata sul letto, sporca di escrementi per giorni, con le piaghe da decubito. Tante volte mi ha supplicato di portarla via di lì, mi ha implorato di aiutarla e io, dopo tanta insistenza, ho fatto richiesta per farla uscire ma mi hanno detto che era contrario al protocollo». Tina Albanese rievoca quei 20 giorni che portarono sua madre, entrata in ospedale in condizioni non gravi, al decesso. «Proprio il giorno prima di intubarla, mi dissero al telefono che era migliorata. Poi la morte per arresto cardiaco. Mi spiegarono che era stata contagiata da un batterio». Durante la degenza Tina chiese che alla madre fosse somministrato il plasma. «Mi dicevano che era previsto solo l'ossigeno ma lei si lamentava che era troppo forte. Non le hanno dato nemmeno i farmaci per il diabete e l'ipertensione di cui lei soffriva e che aveva con sé. La biancheria che le avevamo portato per cambiarsi ce l'hanno restituita così come l'avevamo consegnata. Era davvero abbandonata a sé stessa. Quando me lo diceva, non riuscivo a credere che in un ospedale potesse succedere una cosa del genere».
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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