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2021-04-26
I disastri di Emiliano
Michele Emiliano (Ansa)
Un capolavoro lo ha fatto. Il governatore pugliese Michele Emiliano è riuscito ad accendere i riflettori della stampa internazionale. Il Financial Times, il 10 aprile, ha dedicato un lungo articolo alla sua Regione. Ha scritto che è «il migliore esempio del sistema disfunzionale delle vaccinazioni in Italia con il 98% delle persone tra i 70 e i 79 anni che ancora, alla fine della settimana, aspettavano la prima dose, così come quasi la metà degli over 80». Nelle ultime settimane c'è stata un'accelerazione nella campagna vaccinale ma, accusa l'Anaao (il sindacato dei medici), il sistema sanitario continua a pagare la «disorganizzazione e improvvisazione» con cui l'amministrazione di Emiliano ha affrontato la terza ondata della pandemia.
Fratelli d'Italia ha chiesto il commissariamento della gestione Covid in Puglia mentre la Lega ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell'assessore alla Sanità Pier Luigi Lopalco, voluto da Emiliano in quanto epidemiologo. Secondo il consigliere regionale della Lega Joseph Splendido, «è responsabile di aver sottovalutato i segnali dell'arrivo di una terza ondata e di non aver preparato le strutture e reclutato il personale sanitario necessario per affrontare l'emergenza». Fino a ieri la Puglia era rossa; da oggi diventa arancione mentre altre 15 Regioni, più capaci di controllare l'epidemia, si sono svegliate in giallo. Sul fronte vaccinale le cose vanno così male che Emiliano ha tolto la gestione della campagna di immunizzazione a Lopalco affidandola a Mario Lerario, capo della Protezione civile in Puglia: di fatto è un commissariamento dell'assessore medico.
Il sistema ospedaliero è stato travolto. È scoppiato il caso dell'ospedale allestito dentro la Fiera del Levante di Bari. «A fine novembre si progettano e si allestiscono 152 posti di rianimazione non tenendo minimamente conto della mancanza di specialisti rianimatori e di infermieri addestrati», commenta Giosafatte Pallotta, segretario regionale dell'Anaao-Assomed. E spiega che «al momento della consegna della struttura, si accorgono dell'errore e sono costretti a cambiare il progetto, aggiungendo i posti letto di pneumologia, malattie infettive e nefrologia. I costi lievitano da 8,5 milioni a circa 20 milioni di euro. L'apertura arriva solo a marzo scorso, spostando pazienti e personale sanitario dal Policlinico di Bari. Solo in un secondo momento aumentano i posti letto dedicati. Tutto con tanta improvvisazione».
A dicembre era scoppiato il caso dell'ospedale Moscati a Taranto. Alla magistratura erano arrivate diverse segnalazioni ed esposti da parte di familiari dei ricoverati, alcuni dei quali deceduti, che denunciavano furti, oggetti personali scomparsi, carenza di assistenza e atteggiamenti scorretti da parte di medici e infermieri. La bufera si è scatenata quando una donna, Angela Cortese, che aveva perso per Covid il padre Francesco, ex poliziotto di 78 anni, ha riferito che l'uomo, ricoverato al Moscati, l'aveva supplicata al telefono di venirlo a prendere. «Qui muoio», aveva detto. Angela ha chiesto spiegazioni a un medico, ma si è sentita rispondere in modo aggressivo, come lei riferisce: «Suo padre non collabora, non vuole mettersi la maschera Cpap, fra 10 minuti morirà, preparatevi». In un servizio per il programma Fuori dal coro su Rete4, dal titolo inequivocabile «Virus, sotto accusa le morti sospette all'ospedale di Taranto», un operatore sanitario ha spiegato che quelle morti potevano essere evitate. Fratelli d'Italia ha chiesto di istituire una commissione d'inchiesta sui decessi per Covid al Moscati.
Che dire poi della gestione dei tamponi, definita dall'assessore alla Sanità Lopalco come una «dittatura». Il capogruppo della Lega in Consiglio regionale, Davide Bellomo, attacca: «Chi sosteneva l'efficacia dei test di massa, era per Lopalco affetto da “tamponite" mentre Emiliano diceva che “i tamponi sono come le intercettazioni per un magistrato: non si possono fare a strascico". Una vera assurdità».
Risultato: secondo i dati al 12 aprile scorso, l'Emilia Romagna che ha circa lo stesso numero di abitanti della Puglia processava da 30.000 a 45.000 tamponi al giorno, la Puglia da 10.000 a 13.000. La Regione è ultima per percentuale di abitanti testati, il 26,7%. Questi dati sono stati raccolti dal gruppo regionale della Lega che ha scattato una fotografia dei fallimenti dell'amministrazione Emiliano nella gestione della pandemia. Il documento mette in evidenza i tempi lunghi per effettuare il tampone. «Una media di circa 16 giorni. Una eternità che fa saltare la possibilità di intervenire subito con la terapia degli anticorpi monoclonali», spiega il consigliere leghista Giacomo Converso. E sottolinea che ad agosto Lopalco «si era opposto ai triage negli aeroporti di Puglia, a differenza degli altri hub italiani. Così chi atterrava fuori regione faceva un test rapido in aeroporto e in poche ore era libero, chi invece arrivava a Bari era costretto alla quarantena, e poiché alle 72 ore si aggiungeva la lista d'attesa, passava anche 10 giorni chiuso in casa in piena estate».
Dal report della Lega emerge che per il tracciamento ci sono solo 1,9 persone ogni 10.000 abitanti contro una media nazionale di 2,6. «Nonostante la carenza di personale l'assessore Lopalco non è stato capace di utilizzare le opportunità offerte dalla Protezione civile che assegnava alla Puglia, con bando del 24 ottobre 2020, ben 133 unità (100 medici e 33 amministrativi). A oggi risultano in carico solo 95 unità», incalza Converso. Pallotta riassume così la situazione: «In questo momento la Puglia è ai primi posti per numero di contagi giornalieri con la più alta percentuale di positività dei tamponi eseguiti (8-9% a fronte del 4% a livello nazionale) e ha il numero di ingressi in rianimazione più alto d'Italia con circa il 40% dei posti letto occupati da pazienti Covid (livello di allarme al 30%) con conseguente scarsa possibilità di assistenza per i pazienti no Covid».
Pioggia di critiche all'amministrazione Emiliano sono arrivate anche da sinistra con il leader di Azione, Carlo Calenda, che ha chiesto al Partito democratico di avviare una riflessione sul governatore pugliese. Italia viva ha presentato un'interrogazione al ministro Roberto Speranza sullo «scandalo della gestione dei vaccini», come l'ha definito il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto, già candidato alla presidenza della Regione alle ultime elezioni. Ma il Pd non fa una piega e il segretario regionale Marco Lacarra replica serafico: «La giunta Emiliano profonde da mesi energie incredibili per fronteggiare l'emergenza».
L’inferno dell’ospedale che sbagliava cure
Pazienti di cui si perdono le tracce, abbandonati nel letto per giorni senza poter vedere nemmeno un infermiere, spesso lasciati negli escrementi nell'impossibilità di andare in bagno mentre i parenti sono in un limbo con informazioni scarse, talvolta imprecise. E poi scomparsa di oggetti personali. Sono le denunce di alcuni familiari delle vittime del Covid ricoverati all'ospedale Moscati di Taranto, entrati in terapia intensiva, alcuni all'inizio della malattia, e mai usciti. Queste testimonianze agghiaccianti sono state raccolte da un gruppo di circa 20 famiglie che hanno messo in rete la loro esperienza.
«Morti non per Covid ma per imperizia», dice con la voce che trema Eleonora Coletta, che ha perso il marito e il padre ed è rimasta sola con tre figli. Il suo racconto è straziante. «Sono stata io a infettare la famiglia. Come paziente oncologica avrei dovuto avere la priorità nella vaccinazione ma non è stato possibile. Quando sono riuscita a fare la prima dose di vaccino avevo già il virus. Ho contagiato mio marito e mio padre. Mio marito è stato ricoverato al Moscati ai primi sintomi. Ho chiesto che gli somministrassero il plasma iperimmune ma i medici mi hanno detto che non credevano alla sua efficacia. Gli hanno applicato la maschera per l'ossigeno. Dopo un paio di giorni lui ha accusato un forte dolore al torace e il cardiologo ha prescritto un'angiotac: l'eccesso di ossigeno probabilmente gli aveva creato un pneumotorace, una sorta di bolla nei polmoni. Invece di fargli la tac l'hanno spostato in rianimazione sotto un casco con ventilazione altissima. Lì gli è scoppiato il pneumotorace: a quel punto, con un polmone che non funzionava più, l'hanno intubato. Gli hanno fatto i raggi x oltre due giorni dopo che il cardiologo aveva prescritto la tac. Mentre era intubato, gli hanno somministrato un farmaco che avrebbero dovuto dargli all'inizio. Mio marito reagisce bene alla cura, ma dopo poco cala il silenzio. La cartella clinica è pasticciata, non sappiamo cosa sia successo, ci dicono che ha avuto un arresto cardiaco».
Poi il dramma del padre, 74 anni, «troppo giovane per fare il vaccino ma troppo vecchio, mi hanno detto, per le terapie ospedaliere. Lo hanno tenuto 15 giorni con l'ossigeno e solo per 3 giorni gli hanno somministrato un antivirale. Hanno proceduto con cortisone e antibiotici». La donna riferisce i messaggi che il padre gli mandava dal telefonino: «“Sono ore che chiedo l'acqua ma non viene nessuno, sono abbandonato", mi diceva, e io non potevo credere che fosse davvero così. Mio padre, pur essendo più grave di mio marito - questo leggiamo nelle cartelle cliniche - non è stato portato in rianimazione, è rimasto in reparto 7 giorni, in attesa della morte. Probabilmente per il troppo ossigeno anche a lui si è creata una bolla tra il cuore e i polmoni. Alla fine lo hanno intubato ed è morto».
Eleonora Coletta ha scritto al governatore Emiliano chiedendogli di fare chiarezza sui morti al Moscati: «Mi ha risposto che l'ospedale è tra i migliori al mondo. Ma in procura ci sono 36 esposti di casi simili a quelli di mio padre e mio marito». Una delle figlie ha promosso una raccolta di firme (ora sono circa 7.000) «perché quei decessi sono inspiegabili». Chiarezza che hanno chiesto anche alla azienda sanitaria locale: «Invece di darci una risposta ha deciso di querelarci», afferma accorata la donna.
Il padre di Donato Ricci invece è stato ricoverato in un container del Moscati. «Ha trascorso 14 giorni di angoscia prima del decesso. I primi giorni non sapevamo dove era stato sistemato, la ricezione del telefonino era scarsa e tutti i numeri fissi dell'ospedale squillavano a vuoto. Nessuno ci diceva dove si trovava. Sono passate circa due settimane prima di riuscire a contattare un medico tramite un numero dedicato alle prenotazioni delle chiamate. Si limitava a dirmi che mio padre era stazionario, nulla di più. Il giorno dopo è morto. Una volta, parlando con mia madre, ci ha pregato di farlo uscire, di portarlo via di lì. Voleva che facessimo intervenire la polizia. Mio padre è stato un ispettore della polizia di Stato».
Ricci è convinto che il padre si sarebbe salvato se il virus fosse stato diagnosticato in tempo. «Quando si sono manifestati i primi sintomi, ho chiamato subito il medico di base. Mi disse che poteva essere la reazione al vaccino antinfluenzale. Poi la situazione è peggiorata. Non sapevo che fare. Il medico non veniva a visitarlo e continuava a prescrivergli aerosol e tachipirina. È stato perso tanto tempo prezioso. Allora ho chiamato l'ambulanza. Mio padre mi diceva che in ospedale non gli davano nemmeno le sue medicine da cardiopatico. Nella cartella clinica ci sono tanti giorni vuoti, in cui non compare la somministrazione dei farmaci. Cosa è accaduto?».
«Mia madre aveva solo 67 anni. Il suo è stato un calvario terribile; abbandonata sul letto, sporca di escrementi per giorni, con le piaghe da decubito. Tante volte mi ha supplicato di portarla via di lì, mi ha implorato di aiutarla e io, dopo tanta insistenza, ho fatto richiesta per farla uscire ma mi hanno detto che era contrario al protocollo». Tina Albanese rievoca quei 20 giorni che portarono sua madre, entrata in ospedale in condizioni non gravi, al decesso. «Proprio il giorno prima di intubarla, mi dissero al telefono che era migliorata. Poi la morte per arresto cardiaco. Mi spiegarono che era stata contagiata da un batterio». Durante la degenza Tina chiese che alla madre fosse somministrato il plasma. «Mi dicevano che era previsto solo l'ossigeno ma lei si lamentava che era troppo forte. Non le hanno dato nemmeno i farmaci per il diabete e l'ipertensione di cui lei soffriva e che aveva con sé. La biancheria che le avevamo portato per cambiarsi ce l'hanno restituita così come l'avevamo consegnata. Era davvero abbandonata a sé stessa. Quando me lo diceva, non riuscivo a credere che in un ospedale potesse succedere una cosa del genere».
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Ritardi, inefficienze, impreparazione: la sanità della Puglia nel mirino anche del «Financial Times». Nonostante l'assessore epidemiologo.Sul Moscati di Taranto piovono le denunce di familiari di pazienti morti perché era stato loro somministrato troppo ossigeno. Degenti abbandonati a sé stessi nella sporcizia, negate le terapie con il plasma. I tragici racconti di chi ora chiede giustizia.Lo speciale contiene due articoli.Un capolavoro lo ha fatto. Il governatore pugliese Michele Emiliano è riuscito ad accendere i riflettori della stampa internazionale. Il Financial Times, il 10 aprile, ha dedicato un lungo articolo alla sua Regione. Ha scritto che è «il migliore esempio del sistema disfunzionale delle vaccinazioni in Italia con il 98% delle persone tra i 70 e i 79 anni che ancora, alla fine della settimana, aspettavano la prima dose, così come quasi la metà degli over 80». Nelle ultime settimane c'è stata un'accelerazione nella campagna vaccinale ma, accusa l'Anaao (il sindacato dei medici), il sistema sanitario continua a pagare la «disorganizzazione e improvvisazione» con cui l'amministrazione di Emiliano ha affrontato la terza ondata della pandemia. Fratelli d'Italia ha chiesto il commissariamento della gestione Covid in Puglia mentre la Lega ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell'assessore alla Sanità Pier Luigi Lopalco, voluto da Emiliano in quanto epidemiologo. Secondo il consigliere regionale della Lega Joseph Splendido, «è responsabile di aver sottovalutato i segnali dell'arrivo di una terza ondata e di non aver preparato le strutture e reclutato il personale sanitario necessario per affrontare l'emergenza». Fino a ieri la Puglia era rossa; da oggi diventa arancione mentre altre 15 Regioni, più capaci di controllare l'epidemia, si sono svegliate in giallo. Sul fronte vaccinale le cose vanno così male che Emiliano ha tolto la gestione della campagna di immunizzazione a Lopalco affidandola a Mario Lerario, capo della Protezione civile in Puglia: di fatto è un commissariamento dell'assessore medico.Il sistema ospedaliero è stato travolto. È scoppiato il caso dell'ospedale allestito dentro la Fiera del Levante di Bari. «A fine novembre si progettano e si allestiscono 152 posti di rianimazione non tenendo minimamente conto della mancanza di specialisti rianimatori e di infermieri addestrati», commenta Giosafatte Pallotta, segretario regionale dell'Anaao-Assomed. E spiega che «al momento della consegna della struttura, si accorgono dell'errore e sono costretti a cambiare il progetto, aggiungendo i posti letto di pneumologia, malattie infettive e nefrologia. I costi lievitano da 8,5 milioni a circa 20 milioni di euro. L'apertura arriva solo a marzo scorso, spostando pazienti e personale sanitario dal Policlinico di Bari. Solo in un secondo momento aumentano i posti letto dedicati. Tutto con tanta improvvisazione». A dicembre era scoppiato il caso dell'ospedale Moscati a Taranto. Alla magistratura erano arrivate diverse segnalazioni ed esposti da parte di familiari dei ricoverati, alcuni dei quali deceduti, che denunciavano furti, oggetti personali scomparsi, carenza di assistenza e atteggiamenti scorretti da parte di medici e infermieri. La bufera si è scatenata quando una donna, Angela Cortese, che aveva perso per Covid il padre Francesco, ex poliziotto di 78 anni, ha riferito che l'uomo, ricoverato al Moscati, l'aveva supplicata al telefono di venirlo a prendere. «Qui muoio», aveva detto. Angela ha chiesto spiegazioni a un medico, ma si è sentita rispondere in modo aggressivo, come lei riferisce: «Suo padre non collabora, non vuole mettersi la maschera Cpap, fra 10 minuti morirà, preparatevi». In un servizio per il programma Fuori dal coro su Rete4, dal titolo inequivocabile «Virus, sotto accusa le morti sospette all'ospedale di Taranto», un operatore sanitario ha spiegato che quelle morti potevano essere evitate. Fratelli d'Italia ha chiesto di istituire una commissione d'inchiesta sui decessi per Covid al Moscati.Che dire poi della gestione dei tamponi, definita dall'assessore alla Sanità Lopalco come una «dittatura». Il capogruppo della Lega in Consiglio regionale, Davide Bellomo, attacca: «Chi sosteneva l'efficacia dei test di massa, era per Lopalco affetto da “tamponite" mentre Emiliano diceva che “i tamponi sono come le intercettazioni per un magistrato: non si possono fare a strascico". Una vera assurdità». Risultato: secondo i dati al 12 aprile scorso, l'Emilia Romagna che ha circa lo stesso numero di abitanti della Puglia processava da 30.000 a 45.000 tamponi al giorno, la Puglia da 10.000 a 13.000. La Regione è ultima per percentuale di abitanti testati, il 26,7%. Questi dati sono stati raccolti dal gruppo regionale della Lega che ha scattato una fotografia dei fallimenti dell'amministrazione Emiliano nella gestione della pandemia. Il documento mette in evidenza i tempi lunghi per effettuare il tampone. «Una media di circa 16 giorni. Una eternità che fa saltare la possibilità di intervenire subito con la terapia degli anticorpi monoclonali», spiega il consigliere leghista Giacomo Converso. E sottolinea che ad agosto Lopalco «si era opposto ai triage negli aeroporti di Puglia, a differenza degli altri hub italiani. Così chi atterrava fuori regione faceva un test rapido in aeroporto e in poche ore era libero, chi invece arrivava a Bari era costretto alla quarantena, e poiché alle 72 ore si aggiungeva la lista d'attesa, passava anche 10 giorni chiuso in casa in piena estate». Dal report della Lega emerge che per il tracciamento ci sono solo 1,9 persone ogni 10.000 abitanti contro una media nazionale di 2,6. «Nonostante la carenza di personale l'assessore Lopalco non è stato capace di utilizzare le opportunità offerte dalla Protezione civile che assegnava alla Puglia, con bando del 24 ottobre 2020, ben 133 unità (100 medici e 33 amministrativi). A oggi risultano in carico solo 95 unità», incalza Converso. Pallotta riassume così la situazione: «In questo momento la Puglia è ai primi posti per numero di contagi giornalieri con la più alta percentuale di positività dei tamponi eseguiti (8-9% a fronte del 4% a livello nazionale) e ha il numero di ingressi in rianimazione più alto d'Italia con circa il 40% dei posti letto occupati da pazienti Covid (livello di allarme al 30%) con conseguente scarsa possibilità di assistenza per i pazienti no Covid».Pioggia di critiche all'amministrazione Emiliano sono arrivate anche da sinistra con il leader di Azione, Carlo Calenda, che ha chiesto al Partito democratico di avviare una riflessione sul governatore pugliese. Italia viva ha presentato un'interrogazione al ministro Roberto Speranza sullo «scandalo della gestione dei vaccini», come l'ha definito il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto, già candidato alla presidenza della Regione alle ultime elezioni. Ma il Pd non fa una piega e il segretario regionale Marco Lacarra replica serafico: «La giunta Emiliano profonde da mesi energie incredibili per fronteggiare l'emergenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-disastri-di-emiliano-2652772550.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linferno-dellospedale-che-sbagliava-cure" data-post-id="2652772550" data-published-at="1619367622" data-use-pagination="False"> L’inferno dell’ospedale che sbagliava cure Pazienti di cui si perdono le tracce, abbandonati nel letto per giorni senza poter vedere nemmeno un infermiere, spesso lasciati negli escrementi nell'impossibilità di andare in bagno mentre i parenti sono in un limbo con informazioni scarse, talvolta imprecise. E poi scomparsa di oggetti personali. Sono le denunce di alcuni familiari delle vittime del Covid ricoverati all'ospedale Moscati di Taranto, entrati in terapia intensiva, alcuni all'inizio della malattia, e mai usciti. Queste testimonianze agghiaccianti sono state raccolte da un gruppo di circa 20 famiglie che hanno messo in rete la loro esperienza. «Morti non per Covid ma per imperizia», dice con la voce che trema Eleonora Coletta, che ha perso il marito e il padre ed è rimasta sola con tre figli. Il suo racconto è straziante. «Sono stata io a infettare la famiglia. Come paziente oncologica avrei dovuto avere la priorità nella vaccinazione ma non è stato possibile. Quando sono riuscita a fare la prima dose di vaccino avevo già il virus. Ho contagiato mio marito e mio padre. Mio marito è stato ricoverato al Moscati ai primi sintomi. Ho chiesto che gli somministrassero il plasma iperimmune ma i medici mi hanno detto che non credevano alla sua efficacia. Gli hanno applicato la maschera per l'ossigeno. Dopo un paio di giorni lui ha accusato un forte dolore al torace e il cardiologo ha prescritto un'angiotac: l'eccesso di ossigeno probabilmente gli aveva creato un pneumotorace, una sorta di bolla nei polmoni. Invece di fargli la tac l'hanno spostato in rianimazione sotto un casco con ventilazione altissima. Lì gli è scoppiato il pneumotorace: a quel punto, con un polmone che non funzionava più, l'hanno intubato. Gli hanno fatto i raggi x oltre due giorni dopo che il cardiologo aveva prescritto la tac. Mentre era intubato, gli hanno somministrato un farmaco che avrebbero dovuto dargli all'inizio. Mio marito reagisce bene alla cura, ma dopo poco cala il silenzio. La cartella clinica è pasticciata, non sappiamo cosa sia successo, ci dicono che ha avuto un arresto cardiaco». Poi il dramma del padre, 74 anni, «troppo giovane per fare il vaccino ma troppo vecchio, mi hanno detto, per le terapie ospedaliere. Lo hanno tenuto 15 giorni con l'ossigeno e solo per 3 giorni gli hanno somministrato un antivirale. Hanno proceduto con cortisone e antibiotici». La donna riferisce i messaggi che il padre gli mandava dal telefonino: «“Sono ore che chiedo l'acqua ma non viene nessuno, sono abbandonato", mi diceva, e io non potevo credere che fosse davvero così. Mio padre, pur essendo più grave di mio marito - questo leggiamo nelle cartelle cliniche - non è stato portato in rianimazione, è rimasto in reparto 7 giorni, in attesa della morte. Probabilmente per il troppo ossigeno anche a lui si è creata una bolla tra il cuore e i polmoni. Alla fine lo hanno intubato ed è morto». Eleonora Coletta ha scritto al governatore Emiliano chiedendogli di fare chiarezza sui morti al Moscati: «Mi ha risposto che l'ospedale è tra i migliori al mondo. Ma in procura ci sono 36 esposti di casi simili a quelli di mio padre e mio marito». Una delle figlie ha promosso una raccolta di firme (ora sono circa 7.000) «perché quei decessi sono inspiegabili». Chiarezza che hanno chiesto anche alla azienda sanitaria locale: «Invece di darci una risposta ha deciso di querelarci», afferma accorata la donna. Il padre di Donato Ricci invece è stato ricoverato in un container del Moscati. «Ha trascorso 14 giorni di angoscia prima del decesso. I primi giorni non sapevamo dove era stato sistemato, la ricezione del telefonino era scarsa e tutti i numeri fissi dell'ospedale squillavano a vuoto. Nessuno ci diceva dove si trovava. Sono passate circa due settimane prima di riuscire a contattare un medico tramite un numero dedicato alle prenotazioni delle chiamate. Si limitava a dirmi che mio padre era stazionario, nulla di più. Il giorno dopo è morto. Una volta, parlando con mia madre, ci ha pregato di farlo uscire, di portarlo via di lì. Voleva che facessimo intervenire la polizia. Mio padre è stato un ispettore della polizia di Stato». Ricci è convinto che il padre si sarebbe salvato se il virus fosse stato diagnosticato in tempo. «Quando si sono manifestati i primi sintomi, ho chiamato subito il medico di base. Mi disse che poteva essere la reazione al vaccino antinfluenzale. Poi la situazione è peggiorata. Non sapevo che fare. Il medico non veniva a visitarlo e continuava a prescrivergli aerosol e tachipirina. È stato perso tanto tempo prezioso. Allora ho chiamato l'ambulanza. Mio padre mi diceva che in ospedale non gli davano nemmeno le sue medicine da cardiopatico. Nella cartella clinica ci sono tanti giorni vuoti, in cui non compare la somministrazione dei farmaci. Cosa è accaduto?». «Mia madre aveva solo 67 anni. Il suo è stato un calvario terribile; abbandonata sul letto, sporca di escrementi per giorni, con le piaghe da decubito. Tante volte mi ha supplicato di portarla via di lì, mi ha implorato di aiutarla e io, dopo tanta insistenza, ho fatto richiesta per farla uscire ma mi hanno detto che era contrario al protocollo». Tina Albanese rievoca quei 20 giorni che portarono sua madre, entrata in ospedale in condizioni non gravi, al decesso. «Proprio il giorno prima di intubarla, mi dissero al telefono che era migliorata. Poi la morte per arresto cardiaco. Mi spiegarono che era stata contagiata da un batterio». Durante la degenza Tina chiese che alla madre fosse somministrato il plasma. «Mi dicevano che era previsto solo l'ossigeno ma lei si lamentava che era troppo forte. Non le hanno dato nemmeno i farmaci per il diabete e l'ipertensione di cui lei soffriva e che aveva con sé. La biancheria che le avevamo portato per cambiarsi ce l'hanno restituita così come l'avevamo consegnata. Era davvero abbandonata a sé stessa. Quando me lo diceva, non riuscivo a credere che in un ospedale potesse succedere una cosa del genere».
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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