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2026-02-06
I cinque pilastri di chi dice No? I migliori motivi per scegliere il Sì
Ansa
Incassiamo le punizioni, ma andiamo avanti lo stesso: anche sul referendum costituzionale vogliamo ascoltare le ragioni del Sì e quelle del No. Per le prime, basta confrontare i due articoli della Costituzione prima e dopo la modifica e lo abbiamo fatto anche nel mio articolo di giovedì 29 gennaio.
Quanto alle seconde, i sostenitori del No adducono cinque ragioni, la prima delle quali è stata discussa nel detto articolo: non può essere vero che, con la riforma, la politica avrebbe maggiori ingerenze sulla formazione del Csm perché la composizione di questo avverrebbe per sorteggio (e non più per votazione) tra i qualificati a farvi parte. E sono le votazioni a essere passibili di ingerenze esterne, mentre un sorteggio ne è certamente esente.
Vogliamo ora ascoltare l’altra parte anche sui restanti quattro motivi per votare No (potete leggerli nel sito del Comitato per il No, www.cgil.it).
Il secondo motivo sarebbe che «la riforma costituzionale non risolve tutti i problemi della giustizia italiana». Ma la riforma non ha questa pretesa. Però, almeno, un problema lo risolve: la commistione tra giudici e pubblica accusa, che lascia inapplicato il principio del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Invece, attualmente, giudici e pm condividono gli stessi spazi di lavoro, si parlano tra loro e fanno capo a uno stesso ordine di controllo: insomma, i pm tengono coi giudici rapporti non possibili agli avvocati. A proposito dell’ultima cosa detta, vorrei osservare che a volte si dice che le due entità devono non solo essere ma anche apparire separate. Io direi, piuttosto, che, invece, non è che le due entità sono separate e non appaiono tali; ma, al contrario, esse appaiono separate (e lo appaiono per via dell’articolo 111, ancora non compiuto), ma di fatto non lo sono.
Motivo tre. «L’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè il giudice che rifiuta le richieste del pubblico ministero) mostra che, con l’attuale sistema, il giudice è già terzo e imparziale». Logica stravagante quella che frulla nella testa di quelli del Comitato per il No: vera o no che sia la cosa - ma lo dicono loro del Comitato per il No, quindi la diamo per buona -, «l’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione» mostra tutt’altra cosa. Mostra che v’è un’alta percentuale di processi che non avrebbero dovuto neanche cominciare. Se sono cominciati per iniziativa del pm e son finiti con l’assoluzione, c’è da chiedersi come la cosa abbia finora inciso sulla valutazione professionale del pm. La risposta sembrerebbe essere che non vi abbia influito in alcun modo, visto che solo la riforma costituzionale parla di valutazione personale (l’attuale ordinamento prevede solo «promozioni»). Se, invece, «l’alta percentuale di processi finiti con l’assoluzione» sono cominciati col concorso del gip (per la fase istruttoria) o del gup (per l’udienza preliminare), allora la cosa evidenzia la viziosa commistione tra pm e giudici, ove questi ultimi tenderebbero più a favorire i loro colleghi e concorrere nel proseguimento di un processo che non avrebbe dovuto neanche cominciare.
Motivo quattro. «La procedura adottata è stata affrettata (sic!): esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri (sic!) costituenti». La separazione delle carriere - auspicata da ben trent’anni - è attuata con la dichiarazione in Costituzione secondo cui la magistratura «è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente»: le 11 parole più lente della storia del diritto, direi. In ogni caso, non dello stesso avviso è stato il Tar che, come ci ha informato su queste pagine Gianluigi Paragone, ha ritenuto di non dover perdere altro tempo.
Motivo numero 5. «Le dichiarazioni pubbliche del governo confermano le preoccupazioni sull’autonomia della magistratura». Il Comitato per il No si riferisce a Giorgia Meloni che aveva mostrato disappunto per il fatto che la Corte dei Conti avesse avuto da ridire a proposito del Ponte sullo Stretto. Ora, a parte il fatto che, seguendo la stravagante logica del Comitato per il No, si potrebbe specularmente ritenere minata l’autonomia dell’esecutivo da parte della Corte dei Conti, non si capisce che relazione possa mai esserci tra le dichiarazioni di chiunque con la valutazione della bontà o meno di una legge.
In conclusione, a far fede le ragioni del No, non c’è alcun motivo per votare No. La riforma attuerebbe pienamente il principio del giusto processo.
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Dalla commistione giudici-pm all’autonomia «minacciata»: serve cambiare il sistema.Audiatur et altera pars: ascolta anche l’altra parte. Seguire l’ammonimento, qui alla Verità, è la nostra buona azione quotidiana. Non c’è, però, buona azione che non resti impunita e così siamo stati additati di negazionismo climatico, stare al soldo delle multinazionali del petrolio, di essere No-vax e di essere putiniani per il solo fatto di aver osato ascoltare le ragioni dell’altro. Incassiamo le punizioni, ma andiamo avanti lo stesso: anche sul referendum costituzionale vogliamo ascoltare le ragioni del Sì e quelle del No. Per le prime, basta confrontare i due articoli della Costituzione prima e dopo la modifica e lo abbiamo fatto anche nel mio articolo di giovedì 29 gennaio.Quanto alle seconde, i sostenitori del No adducono cinque ragioni, la prima delle quali è stata discussa nel detto articolo: non può essere vero che, con la riforma, la politica avrebbe maggiori ingerenze sulla formazione del Csm perché la composizione di questo avverrebbe per sorteggio (e non più per votazione) tra i qualificati a farvi parte. E sono le votazioni a essere passibili di ingerenze esterne, mentre un sorteggio ne è certamente esente.Vogliamo ora ascoltare l’altra parte anche sui restanti quattro motivi per votare No (potete leggerli nel sito del Comitato per il No, www.cgil.it).Il secondo motivo sarebbe che «la riforma costituzionale non risolve tutti i problemi della giustizia italiana». Ma la riforma non ha questa pretesa. Però, almeno, un problema lo risolve: la commistione tra giudici e pubblica accusa, che lascia inapplicato il principio del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Invece, attualmente, giudici e pm condividono gli stessi spazi di lavoro, si parlano tra loro e fanno capo a uno stesso ordine di controllo: insomma, i pm tengono coi giudici rapporti non possibili agli avvocati. A proposito dell’ultima cosa detta, vorrei osservare che a volte si dice che le due entità devono non solo essere ma anche apparire separate. Io direi, piuttosto, che, invece, non è che le due entità sono separate e non appaiono tali; ma, al contrario, esse appaiono separate (e lo appaiono per via dell’articolo 111, ancora non compiuto), ma di fatto non lo sono.Motivo tre. «L’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè il giudice che rifiuta le richieste del pubblico ministero) mostra che, con l’attuale sistema, il giudice è già terzo e imparziale». Logica stravagante quella che frulla nella testa di quelli del Comitato per il No: vera o no che sia la cosa - ma lo dicono loro del Comitato per il No, quindi la diamo per buona -, «l’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione» mostra tutt’altra cosa. Mostra che v’è un’alta percentuale di processi che non avrebbero dovuto neanche cominciare. Se sono cominciati per iniziativa del pm e son finiti con l’assoluzione, c’è da chiedersi come la cosa abbia finora inciso sulla valutazione professionale del pm. La risposta sembrerebbe essere che non vi abbia influito in alcun modo, visto che solo la riforma costituzionale parla di valutazione personale (l’attuale ordinamento prevede solo «promozioni»). Se, invece, «l’alta percentuale di processi finiti con l’assoluzione» sono cominciati col concorso del gip (per la fase istruttoria) o del gup (per l’udienza preliminare), allora la cosa evidenzia la viziosa commistione tra pm e giudici, ove questi ultimi tenderebbero più a favorire i loro colleghi e concorrere nel proseguimento di un processo che non avrebbe dovuto neanche cominciare.Motivo quattro. «La procedura adottata è stata affrettata (sic!): esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri (sic!) costituenti». La separazione delle carriere - auspicata da ben trent’anni - è attuata con la dichiarazione in Costituzione secondo cui la magistratura «è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente»: le 11 parole più lente della storia del diritto, direi. In ogni caso, non dello stesso avviso è stato il Tar che, come ci ha informato su queste pagine Gianluigi Paragone, ha ritenuto di non dover perdere altro tempo.Motivo numero 5. «Le dichiarazioni pubbliche del governo confermano le preoccupazioni sull’autonomia della magistratura». Il Comitato per il No si riferisce a Giorgia Meloni che aveva mostrato disappunto per il fatto che la Corte dei Conti avesse avuto da ridire a proposito del Ponte sullo Stretto. Ora, a parte il fatto che, seguendo la stravagante logica del Comitato per il No, si potrebbe specularmente ritenere minata l’autonomia dell’esecutivo da parte della Corte dei Conti, non si capisce che relazione possa mai esserci tra le dichiarazioni di chiunque con la valutazione della bontà o meno di una legge.In conclusione, a far fede le ragioni del No, non c’è alcun motivo per votare No. La riforma attuerebbe pienamente il principio del giusto processo.
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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