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2023-01-03
Il curioso mondo di Jheronimus Bosch in mostra a Milano
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Visionario, enigmatico, misterioso, contemporaneo di Leonardo da Vinci ma distante anni luce dalla sua arte e dal classicismo rinascimentale, Jheronimus Bosch (‘s-Hertogenbosch, 1453-1516) è sicuramente una delle figure più originali del panorama artistico fiammingo (ma non solo, visto che ebbe più fortuna in Italia e in Spagna che nelle Fiandre) a cavallo fra il XVesimo e XVesimo secolo. Di lui e del suo sentire religioso non si conosce molto, poche le opere giunte fino a noi (tutte non datate e solo alcune firmate), ma è sicuramente vero che era ossessionato dal peccato e dai vizi umani e le sue inconfondibili, grottesche e oniriche «creazioni», popolate da mostri, demoni, streghe, creature ibride, particolari minuscoli, simboli, oggetti viventi, strumenti musicali e persino acrobati, altro non sono che le rappresentazioni delle paure e delle angosce dell’uomo.
Diversamente a quanto accade di solito, per ammirare un quadro di Bosch più che allontanarsi bisogna avvicinarsi: da lontano si coglie un insieme indefinito, da vicino si scopre il dettaglio, tanti microcosmi che ne contengono altri. Come le Matrioske o le scatole cinesi. Se le opere di Bosch producessero un suono, sicuramente sarebbe quello dell’alveare. Un ininterrotto brulicare di centinaia di api che volano e producono, vanno e vengono …
Artista davvero unico nel suo genere, complesso e profondo, estraneo al suo tempo e tanto moderno da poter essere definito, quattrocento anni dopo, come un precursore dei grandi interpreti del surrealismo (di Dalì e Magritte, per esempio), alla sua figura, Palazzo Reale di Milano dedica la mostra «Bosch e un altro Rinascimento» che, come recita il titolo stesso, presenta una tesi affascinante: l’artista fiammingo, secondo i curatori - Bernard Aikema, Fernando Checa Cremades e Claudio Salsi - rappresenta l’emblema di un Rinascimento «diverso » ed è la prova provata dell’esistenza di una pluralità di Rinascimenti, con centri artistici diffusi in tutta Europa.
In un percorso espositivo molto suggestivo - atmosfere ovattate, pareti scure e opere «illuminate a giorno» - tra dipinti, sculture, arazzi, incisioni, bronzetti e volumi antichi, oltre un centinaio i pezzi esposti, tra cui spiccano alcuni dei più celebri capolavori di Bosch e opere derivate da soggetti del Maestro, mai presentate insieme prima d’ora in un’unica mostra.
L’esposizione milanese non può essere definita una monografica convenzionale, perché mira a mettere in dialogo capolavori tradizionalmente attribuiti a Bosch con importanti opere di altri maestri fiamminghi, italiani e spagnoli, in un confronto che ha l’intento di spiegare al visitatore quanto l’ «altro » Rinascimento - non solo italiano e non solo boschiano - negli anni immediatamente successivi (se non addirittura contemporanei) influenzò molti grandi artisti, forse « i più grandi », da Tiziano a Raffaello, da El Greco a Dosso Dossi. E molti altri ancora.
Tra le opere da segnalare, il monumentale Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio (opera che ha lasciato il Portogallo solo un paio di volte nel corso del Novecento e giunge ora in Italia per la prima volta), il Trittico del Giudizio Finale (proveniente dal Groeningemuseum di Bruges), Le Tentazioni di Sant’Antonio (prestito del Museo del Prado ), e i capolavori del Museo Lázaro Galdiano, che ha concesso la preziosa tavola del San Giovanni Battista. E ancora, sempre di Bosch, il Trittico degli Eremiti delle Gallerie dell’Academia di Venezia, proveniente dalla collezione del cardinale Domenico Grimani, collezionista fra i più importanti del suo tempo e tra i pochissimi proprietari delle opere di Bosch in Italia.
Cosa più unica che rara, esposti anche quattro arazzi boschiani (prestito dell’Escorial ) e un cartone per il quinto arazzo, andato perduto e riconosciuto nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi: nella cultura del Cinquecento europeo, l’arazzo rappresentava uno status symbol dell’élite, un prestigio di casta, e poter ammirare l’intero ciclo degli arazzi di Bosch per la prima volta insieme è davvero un’occasione irripetibile, uno dei tanti motivi per non perdere questa mostra di straordinaria bellezza e che, in chiusura, come fosse la sorpresa finale, regala al pubblico lo splendido Vertumnus di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1527 -1593), una raccolta di meraviglie naturali nella forma del volto dell’imperatore Rodolfo II, ultimo grande collezionista del Rinascimento europeo.
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Visioni, mostri, creature fantastiche. All’inimitabile genio di Jheronimus Bosch, Palazzo Reale di Milano dedica una grande retrospettiva (sino al 12 marzo 2023) che mette in dialogo importanti opere dell’artista fiammingo con quelle di altri maestri del suo tempo, alla scoperta di un Rinascimento «alternativo», lontano - seppur complementare - da quello governato dal mito della classicità.Visionario, enigmatico, misterioso, contemporaneo di Leonardo da Vinci ma distante anni luce dalla sua arte e dal classicismo rinascimentale, Jheronimus Bosch (‘s-Hertogenbosch, 1453-1516) è sicuramente una delle figure più originali del panorama artistico fiammingo (ma non solo, visto che ebbe più fortuna in Italia e in Spagna che nelle Fiandre) a cavallo fra il XVesimo e XVesimo secolo. Di lui e del suo sentire religioso non si conosce molto, poche le opere giunte fino a noi (tutte non datate e solo alcune firmate), ma è sicuramente vero che era ossessionato dal peccato e dai vizi umani e le sue inconfondibili, grottesche e oniriche «creazioni», popolate da mostri, demoni, streghe, creature ibride, particolari minuscoli, simboli, oggetti viventi, strumenti musicali e persino acrobati, altro non sono che le rappresentazioni delle paure e delle angosce dell’uomo. Diversamente a quanto accade di solito, per ammirare un quadro di Bosch più che allontanarsi bisogna avvicinarsi: da lontano si coglie un insieme indefinito, da vicino si scopre il dettaglio, tanti microcosmi che ne contengono altri. Come le Matrioske o le scatole cinesi. Se le opere di Bosch producessero un suono, sicuramente sarebbe quello dell’alveare. Un ininterrotto brulicare di centinaia di api che volano e producono, vanno e vengono …Artista davvero unico nel suo genere, complesso e profondo, estraneo al suo tempo e tanto moderno da poter essere definito, quattrocento anni dopo, come un precursore dei grandi interpreti del surrealismo (di Dalì e Magritte, per esempio), alla sua figura, Palazzo Reale di Milano dedica la mostra «Bosch e un altro Rinascimento» che, come recita il titolo stesso, presenta una tesi affascinante: l’artista fiammingo, secondo i curatori - Bernard Aikema, Fernando Checa Cremades e Claudio Salsi - rappresenta l’emblema di un Rinascimento «diverso » ed è la prova provata dell’esistenza di una pluralità di Rinascimenti, con centri artistici diffusi in tutta Europa.In un percorso espositivo molto suggestivo - atmosfere ovattate, pareti scure e opere «illuminate a giorno» - tra dipinti, sculture, arazzi, incisioni, bronzetti e volumi antichi, oltre un centinaio i pezzi esposti, tra cui spiccano alcuni dei più celebri capolavori di Bosch e opere derivate da soggetti del Maestro, mai presentate insieme prima d’ora in un’unica mostra.L’esposizione milanese non può essere definita una monografica convenzionale, perché mira a mettere in dialogo capolavori tradizionalmente attribuiti a Bosch con importanti opere di altri maestri fiamminghi, italiani e spagnoli, in un confronto che ha l’intento di spiegare al visitatore quanto l’ «altro » Rinascimento - non solo italiano e non solo boschiano - negli anni immediatamente successivi (se non addirittura contemporanei) influenzò molti grandi artisti, forse « i più grandi », da Tiziano a Raffaello, da El Greco a Dosso Dossi. E molti altri ancora.Tra le opere da segnalare, il monumentale Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio (opera che ha lasciato il Portogallo solo un paio di volte nel corso del Novecento e giunge ora in Italia per la prima volta), il Trittico del Giudizio Finale (proveniente dal Groeningemuseum di Bruges), Le Tentazioni di Sant’Antonio (prestito del Museo del Prado ), e i capolavori del Museo Lázaro Galdiano, che ha concesso la preziosa tavola del San Giovanni Battista. E ancora, sempre di Bosch, il Trittico degli Eremiti delle Gallerie dell’Academia di Venezia, proveniente dalla collezione del cardinale Domenico Grimani, collezionista fra i più importanti del suo tempo e tra i pochissimi proprietari delle opere di Bosch in Italia.Cosa più unica che rara, esposti anche quattro arazzi boschiani (prestito dell’Escorial ) e un cartone per il quinto arazzo, andato perduto e riconosciuto nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi: nella cultura del Cinquecento europeo, l’arazzo rappresentava uno status symbol dell’élite, un prestigio di casta, e poter ammirare l’intero ciclo degli arazzi di Bosch per la prima volta insieme è davvero un’occasione irripetibile, uno dei tanti motivi per non perdere questa mostra di straordinaria bellezza e che, in chiusura, come fosse la sorpresa finale, regala al pubblico lo splendido Vertumnus di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1527 -1593), una raccolta di meraviglie naturali nella forma del volto dell’imperatore Rodolfo II, ultimo grande collezionista del Rinascimento europeo.
Elly Schlein (Ansa)
E così, domani, alle ore 11, la Schlein presenterà, all’interno della sede del Partito democratico, una proposta di legge per garantire il diritto dei giovani a rimanere nelle comunità in cui sono nati e vorrebbero crescere. Un progetto concreto che prevede «un potenziamento salariale di 200 euro lordi al mese, quindi 2.400 euro l’anno, a tutti i lavoratori e nei confronti delle imprese che però adottano il contratto comparativamente più rappresentativo», come ha spiegato l’onorevole Marco Sarracino, che fa parte della segreteria nazionale del Pd con delega al Sud e alle aree interne.
Solitamente si dice che piuttosto che niente è meglio piuttosto. Tuttavia, colpisce che, per il Partito democratico, il diritto di restare valga così poco, soprattutto se lo paragoniamo a quanto si spende per i migranti, coloro che invece hanno deciso di non restare nella loro nazione di origine, che ora si trovano nel nostro Paese. E che, molto spesso, non avrebbero alcun diritto di restare qui.
Il costo medio per straniero presente nei centri di accoglienza varia infatti da un minimo di 24,65 euro a un massimo di 46,43 euro al giorno, a seconda della struttura che lo ospita. Questa cifra comprende anche il cosiddetto pocket money che viene concesso agli stranieri presenti nei centri: 2,50 euro al giorno, che però possono diventare anche 7,50 per nucleo familiare. Prendiamo il costo al ribasso: un migrante costa circa 739,50 euro al mese allo Stato. Se invece consideriamo quello più alto, la cifra aumenta parecchio: 1392,90 euro. Quasi il doppio. E ben al di sopra dei 200 euro (lordi, non dimentichiamolo) proposti dal Partito democratico per far sì che i giovani non lascino i comuni in cui sono nati e cresciuti. Ma non solo.
Lo scorso mese è montata una grande polemica politica sul compenso, circa 615 euro, che il governo aveva previsto per gli avvocati che avrebbero aiutato i migranti a fare le pratiche per tornare nei loro Paesi d’origine. All’epoca il Partito democratico si stracciò le vesti. Il Quirinale fece filtrare la propria irritazione e il provvedimento venne fermato. Eppure quella proposta aveva una sua ragion d’essere. Sia perché comunque gli avvocati devono sbrigare delle pratiche per i migranti che desiderano tornare nei loro Paesi d’origine e quindi è giusto che vengano pagati. Sia perché comunque, nel caso in cui il cittadino straniero decidesse di tornare a casa, lo Stato risparmierebbe almeno 100 euro al mese. O addirittura più di 700 nel caso in cui si trovasse in una delle strutture più costose. Un risparmio non da poco, che si sarebbe potuto impiegare, per esempio, per aiutare maggiormente i giovani italiani che desiderano rimanere là dove sono nati.
Ma non è così che ragiona il Pd, il cui slogan potrebbe essere: aiutiamo gli stranieri a casa nostra. Come se tutto ciò non avesse alcun impatto sulle casse del nostro Paese. Come se gli italiani fossero costretti a restare, sempre e comunque, al secondo posto.
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Diffuse le immagini registrate dalle bodycam degli agenti intervenuti a Southampton nel dicembre 2025. Il giovane, ferito mortalmente, ripete più volte di non riuscire a respirare prima di morire. Nel Regno Unito esplode il dibattito sul diverso trattamento riservato a casi che presentano inquietanti analogie.
Le immagini diffuse che ritraggono la scena dell'arresto e poi della morte di Henry Nowak sono particolarmente forti e agghiaccianti. Nel filmato, registrato dalle telecamere in dotazione agli agenti intervenuti sul posto e diffuso dopo la conclusione del processo, il ragazzo appare gravemente ferito mentre cerca di spiegare di essere stato accoltellato. Più volte ripete: «I can't breathe», «non riesco a respirare». Nonostante le sue condizioni, viene inizialmente trattato come un sospetto e ammanettato dagli agenti, che in quei momenti ritengono attendibile la versione fornita dal suo aggressore.
Sono immagini che hanno immediatamente e inevitabilmente richiamato alla memoria il caso di George Floyd, morto a Minneapolis nel 2020. Anche allora le parole «I can't breathe» divennero il simbolo di una vicenda destinata ad avere un impatto mondiale, alimentando proteste, mobilitazioni e la crescita del movimento Black Lives Matter.
La diffusione del video di Henry Nowak ha quindi riaperto nel Regno Unito, e non solo, una discussione molto diversa ma ugualmente accesa. Esponenti politici e commentatori conservatori sostengono che il caso abbia ricevuto un'attenzione pubblica e mediatica incomparabilmente inferiore rispetto a quella riservata alla morte di Floyd, nonostante le evidenti analogie presenti nelle immagini. Tra le voci più critiche c'è quella di Nigel Farage, che ha denunciato l'esistenza di un doppio standard nel modo in cui episodi di questo tipo vengono raccontati e percepiti dall'opinione pubblica. Il caso resta al centro delle polemiche anche per il comportamento degli agenti intervenuti quella notte. La famiglia di Nowak accusa infatti la polizia di non aver compreso immediatamente che il ragazzo fosse la vittima dell'aggressione e non il responsabile. Una circostanza che rende ancora più drammatiche le immagini diffuse in queste ore e che continua ad alimentare il dibattito nel Paese.
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Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Imagoeconomica)
È una discussione, ha evidenziato, che «affronteremo insieme a tutti gli alleati». Un buon campanello d’allarme per i contribuenti mentre con il 1° giugno si è entrati in uno dei mesi topici per gli appuntamenti degli italiani con il fisco. La data più prossima è il 16 che riguarda il versamento dell’acconto Imu l’imposta sulle seconde e terze abitazioni, perchè la prima casa è esentata grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi e alla radicata posizione di tutto il centrodestra. A questa prima rata seguirà il saldo a dicembre. Una tassa che vede l’applicazione delle aliquote più alte proprio nei Comuni di centrosinistra. Stessa musica anche per le addizionali comunali sul’Irpef.
Seconda scadenza da tenere d’occhio, il 30 giugno, entro la quale bisogna versare appunto il saldo delle imposte sui redditi del 2025 e il primo acconto del 2026. Con una penalizzazione dello 0,4%, il pagamento della prima rata può essere dilazionato al 30 luglio. Tutto questo senza contare che entro il 1° giugno andavano registrati i contratti di locazioni e versata la relativa imposta di registro. Il 30 giugno scade anche il termine per collegare il Pos al registratore di cassa, una novità che sta dando ottimi risultati anti evasione. Intanto dal 30 aprile ad oggi, oltre 4 milioni di contribuenti hanno già effettuato l’accesso alla dichiarazione precompilata dei loro redditi resa consultabile dall’Agenzia delle Entrate. Anche se sono oltre 11 milioni gli italiani che non fanno il 730, la scadenza è certamente impegnativa per gran parte del Paese. Tra coloro che pagano l’Irpef, il 76,6% ha redditi tra zero e 35.000 euro e paga il 34,9% del totale, il 18,6% tra 35.000 e 70.000 e versa il 32,1%, il 4,6% tra 70.000 e 300.000 euro versa il 26,4% e l’ultimo scaglione, lo 0,2% si colloca oltre 300.000 euro e paga il 6,6%.
Numerose sono le differenze non solo tra le varie categorie e tra scaglioni di reddito - come è logico - ma se guardiamo alle addizionali comunali anche il dato territoriale rappresenta un elemento di differenziazione importante. E anche qui, tra le situazioni di spicco, si notano importanti amministrazioni di centrosinistra. Un recentissimo dossier della Uil sulle politiche fiscali, ha preso in esame due situazioni reddituali: quelle con di 20.000 euro l’anno e quelle con 40.000 euro. Emerge un dato paradossale: i capoluoghi con l’addizionale comunale più alta si trovano prevalentemente al Centro Sud e sono governati dal centrosinistra. La città con l’addizionale comunale più alta è Napoli: 607 euro per un reddito di 20.000 euro e 1.220 euro per un reddito di 40.000. Questa classifica del più alto prelievo vede al secondo posto Roma (556 euro con 20.000 euro e 1.150 con 40.000) seguita da Torino (544 euro e 1.120 euro).
Il centrosinistra fa il pieno di imposte anche per l’Imu. Roma, Milano e Potenza, tutte amministrate dal centrosinistra applicano l’aliquota massima consentita dalla legge pari all’11,4 per mille. Ben 16 capoluoghi su 21, tra cui Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Genova, applicano la fascia standard alta, pari al 10,6 per mille. Naturalmente il costo dell’Imu tiene conto oltre che delle aliquote, del valore catastale delle seconde case e questo spiega una ulteriore differenziazione tra le città più grandi e quelle più piccole e tra Nord e Sud. In base a questa valutazione il costo medio annuo dell’Imu è di 3.499 a Roma (che è di gran lunga la città con l’Imu più cara d’Italia) segue Milano con 2.957 euro, poi Venezia dove pesa il valore degli immobili lagunari con 2.335 euro. Poi in sequenza Torino (1984 euro), Firenze (1.973 euro), Bologna (1.860 euro), Genova (1.410 euro) e Napoli (1.350).
Guardando nello specifico, all’acconto Imu di giugno, Roma si aggiudica il primo posto con una media di versamento di 1.749 euro seguita da Milano (1.479) e da Venezia (1.168 euro).
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