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2024-11-12
Proposta surreale dei democratici. Kamala presidente per due mesi
Kamala Harris (Ansa)
- Dallo staff della candidata sconfitta un’idea grottesca: «Biden si dimetta per far diventare la Harris la prima leader donna (per poche settimane)». Intanto nel partito è in corso una feroce resa dei conti.
- Trump ha messo alla frontiera meridionale Tom Homan e come vice della sua squadra Stephen Miller, entrambi noti per le posizioni dure sull’immigrazione.
Lo speciale contiene due articoli.
Non c’è pace per Kamala Harris dopo la clamorosa batosta elettorale che ha rimediato la scorsa settimana. Prima la volevano alla Corte Suprema, adesso la vogliono addirittura presidente a tempo. L’ex direttore della comunicazione del suo staff, Jamal Simmons, ha infatti detto che Joe Biden dovrebbe dimettersi, per far sì che la sua attuale vice possa diventare il primo presidente donna della storia americana.
«Joe Biden è stato un presidente fenomenale, ha mantenuto molte delle promesse che ha fatto. C’è ancora una promessa che può mantenere: essere una figura di transizione», ha dichiarato Simmons l’altro ieri. «Potrebbe dimettersi dalla presidenza nei prossimi 30 giorni e rendere Kamala Harris presidente degli Stati Uniti. Potrebbe risparmiarle di dover supervisionare la transizione del 6 gennaio della sua stessa sconfitta», ha proseguito, riferendosi al fatto che è il vicepresidente degli Stati Uniti a dover sovrintendere alla certificazione dei voti elettorali al Congresso il 6 gennaio successivo all’anno delle presidenziali. Non solo. Secondo Simmons, con questa mossa, la Harris diventerebbe il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: il che creerebbe dei problemi al merchandising di Trump, visto che i suoi gadget e le sue magliette portano tutti il numero «47». Ricordiamo che, in base al 25° emendamento, in caso di morte o dimissioni del presidente, è il vice a prenderne il posto (fu così che Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon nel 1974).
Non è la prima volta che, negli ultimi giorni, vengono ipotizzati improbabili ruoli per la vicepresidente uscente. La scorsa settimana, un ex deputato statale dem, Bakari Sellers, aveva esortato il giudice della Corte suprema, Sonia Sotomayor, a dimettersi per permettere all’attuale Casa Bianca di nominare la Harris al suo posto. Insomma, c’è chi vuole la Harris presidente, sebbene per poche settimane, e chi la vedrebbe bene con un incarico a vita alla Corte suprema. Tutto questo, nonostante il conclamato fallimento di una campagna, la sua, che è andata platealmente a sbattere, nonostante avesse raccolto un miliardo di dollari in finanziamenti elettorali. Non solo. Secondo il Washington Times, la campagna della vicepresidente avrebbe addirittura lasciato un debito di circa 20 milioni: debito, almeno in parte dovuto agli eventi organizzati con le celebrities che avevano appoggiato l’allora candidata dem.
L’Asinello farebbe quindi forse meglio a fare autocritica, anziché ventilare ipotesi sul futuro della Harris alla Casa Bianca o alla Corte suprema. E intanto, nella sinistra americana, continuano a volare gli stracci. Bernie Sanders ha definito le richieste di dimissioni alla Sotomayor come «insensate», mentre il deputato dem centrista Dean Phillips, che aveva sfidato Biden senza successo alle ultime primarie, ha attaccato i vertici del suo stesso partito. «Non sono stato l’unico a riconoscere cosa sarebbe probabilmente successo la scorsa settimana. Sono stato l’unico disposto a dirlo», ha detto. Nei giorni scorsi, Sanders aveva accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la working class, mentre alcuni deputati dem, come Seth Moulton, hanno preso nettamente le distanze dall’estremismo woke (a partire dal tema degli atleti transgender). A criticare il «wokeismo» è stato anche lo stratega democratico, James Carville.
Nel frattempo, però, ben lungi dal fare autocritica, l’establishment dem continua a cercare di scaricare la colpa della disfatta su Biden. «Se il presidente se ne fosse andato prima, forse ci sarebbero stati altri candidati in lizza», ha affermato Nancy Pelosi. «La decisione di Joe Biden di candidarsi di nuovo alla presidenza è stato un errore catastrofico», ha rincarato la dose l’ex speechwriter di Barack Obama, Jon Favreau. È però tutto da dimostrare che, dopo la debacle della Harris, il vecchio establishment dem sarà politicamente in grado di sopravvivere. Nonostante stia cercando di gettare tutta la responsabilità sul presidente uscente, difficilmente riuscirà a convincere l’Asinello di questa tesi. D’altronde, il fermento che agita il partito sta lì a dimostrarlo.
Lo scontro interno che va delineandosi è quello tra l’ala «operaia» e quella «liberal»: negli ultimi dieci anni, la prima è stata sistematicamente sacrificata alla seconda, fino a produrre il disastro in cui i dem sono incorsi alle ultime presidenziali. Obama, che pure nel 2008 era emerso come candidato della working class, si è fatto man mano assorbire da quello stesso establishment dem a cui aveva dichiarato originariamente guerra. E le sue responsabilità nella sconfitta sono enormi. Fu lui, nel 2020, a impedire che si svolgesse una dialettica franca e fisiologica alle primarie dem. Fu lui a «imporre» Biden, credendo di poterlo convincere a ritirarsi dopo un solo mandato, salvo non prevedere che, spinto dai famigliari, il vecchio Joe avrebbe resistito. Poi, quando è stato silurato a forza, era ormai troppo tardi. Obama non era convinto della Harris ma, a soli tre mesi dal voto, nessun astro nascente dem - da Josh Shapiro a Gavin Newsom - ha voluto metterci la faccia. È così è scesa in campo la vicepresidente con Obama che ci ha messo, almeno ufficialmente, la faccia. E adesso l’ex presidente dem rischia, insieme alla Pelosi e ai Clinton, di pagarne seriamente le conseguenze politiche.
Trump punta sui falchi anti invasione
La squadra di Donald Trump inizia a prendere forma. Dopo aver nominato Susie Wiles come capo dello staff della Casa Bianca e Stephen Miller suo vice, il presidente in pectore ha scelto la deputata Elise Stefanik come nuova ambasciatrice statunitense all’Onu: parliamo del ruolo che, tra il 2017 e il 2018, fu di Nikki Haley. «Elise è una combattente incredibilmente forte, tenace e intelligente, sostenitrice dell’America First», ha dichiarato Trump. Ricordiamo che la Stefanik è una delle principali alleate parlamentari del tycoon e che, a maggio 2021, era diventata presidente del gruppo repubblicano alla Camera, prendendo il posto della deputata antitrumpista Liz Cheney. La scelta della Stefanik è indicativa del tipo di approccio duro che Trump ha intenzione di adottare nei confronti delle Nazioni unite. Appena lo scorso 4 novembre, la diretta interessata ha emesso un comunicato severissimo verso l’Unrwa. «Gli Stati Uniti devono sostenere la decisione di Israele di vietare all’Unrwa, che è infiltrata da Hamas, di operare in Israele, Cisgiordania e Gaza», ha dichiarato, per poi aggiungere: «L’amministrazione Biden-Harris ha inviato oltre un miliardo di dollari all’Unrwa dal 2021, riempiendo le casse di questo fronte terroristico», ha concluso. Era invece settembre scorso, quando la deputata dichiarò: «Le Nazioni Unite hanno approvato a larga maggioranza una vergognosa risoluzione antisemita per chiedere che Israele si arrenda ai terroristi barbari che puntano alla distruzione sia di Israele sia dell’America». Insomma, scegliendo la Stefanik, Trump ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che morbido nei confronti dell’Onu.
Ma questa non è l’unica nomina significativa degli ultimissimi giorni. Il tycoon ha infatti designato come responsabile della frontiera meridionale l’ex direttore dell’Immigration and Customs Enforcement, Tom Homan. Tra il 2017 e il 2018, costui fu tra i principali artefici della stretta all’immigrazione clandestina, promossa dalla prima amministrazione Trump. La sua nomina rappresenta quindi un segnale del fatto che il presidente in pectore è intenzionato a tirare dritto contro gli immigrati irregolari. D’altronde, secondo indiscrezioni, il tycoon starebbe già lavorando a dei decreti, da firmare il giorno stesso dell’insediamento, per avviare delle espulsioni di massa. A essere messi nel mirino dovrebbero essere innanzitutto i clandestini che hanno commesso reati.
Nominando Homan, il presidente in pectore non vuole solo rassicurare i propri elettori ma anche lanciare un segnale di deterrenza nei confronti dei migranti. Lo stesso Miller fu tra gli ideatori del decreto che, nel 2017, vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni Paesi musulmani.
Dal canto suo, Robert Kennedy jr punta al dipartimento della Salute. Non a caso, sta rilasciando delle dichiarazioni di guerra contro Big Pharma. «La guerra della Food and drug administration contro la salute pubblica sta per finire», ha affermato, per poi aggiungere: «Questo include la sua aggressiva soppressione di psichedelici, peptidi, cellule staminali, latte crudo, terapie iperbariche, composti chelanti, ivermectina, idrossiclorochina, vitamine, cibi puliti, sole, esercizio fisico, nutraceutici e qualsiasi altra cosa che faccia progredire la salute umana e non possa essere brevettata dall’industria farmaceutica».
Non è insignificante notare che, secondo il sito Open Secrets, nel 2024, Pfizer e Merck hanno dato rispettivamente il 58,8% e il 58,1% dei propri finanziamenti elettorali al Partito democratico.
Dallo staff della candidata sconfitta un’idea grottesca: «Biden si dimetta per far diventare la Harris la prima leader donna (per poche settimane)». Intanto nel partito è in corso una feroce resa dei conti.Trump ha messo alla frontiera meridionale Tom Homan e come vice della sua squadra Stephen Miller, entrambi noti per le posizioni dure sull’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli.Non c’è pace per Kamala Harris dopo la clamorosa batosta elettorale che ha rimediato la scorsa settimana. Prima la volevano alla Corte Suprema, adesso la vogliono addirittura presidente a tempo. L’ex direttore della comunicazione del suo staff, Jamal Simmons, ha infatti detto che Joe Biden dovrebbe dimettersi, per far sì che la sua attuale vice possa diventare il primo presidente donna della storia americana.«Joe Biden è stato un presidente fenomenale, ha mantenuto molte delle promesse che ha fatto. C’è ancora una promessa che può mantenere: essere una figura di transizione», ha dichiarato Simmons l’altro ieri. «Potrebbe dimettersi dalla presidenza nei prossimi 30 giorni e rendere Kamala Harris presidente degli Stati Uniti. Potrebbe risparmiarle di dover supervisionare la transizione del 6 gennaio della sua stessa sconfitta», ha proseguito, riferendosi al fatto che è il vicepresidente degli Stati Uniti a dover sovrintendere alla certificazione dei voti elettorali al Congresso il 6 gennaio successivo all’anno delle presidenziali. Non solo. Secondo Simmons, con questa mossa, la Harris diventerebbe il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: il che creerebbe dei problemi al merchandising di Trump, visto che i suoi gadget e le sue magliette portano tutti il numero «47». Ricordiamo che, in base al 25° emendamento, in caso di morte o dimissioni del presidente, è il vice a prenderne il posto (fu così che Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon nel 1974).Non è la prima volta che, negli ultimi giorni, vengono ipotizzati improbabili ruoli per la vicepresidente uscente. La scorsa settimana, un ex deputato statale dem, Bakari Sellers, aveva esortato il giudice della Corte suprema, Sonia Sotomayor, a dimettersi per permettere all’attuale Casa Bianca di nominare la Harris al suo posto. Insomma, c’è chi vuole la Harris presidente, sebbene per poche settimane, e chi la vedrebbe bene con un incarico a vita alla Corte suprema. Tutto questo, nonostante il conclamato fallimento di una campagna, la sua, che è andata platealmente a sbattere, nonostante avesse raccolto un miliardo di dollari in finanziamenti elettorali. Non solo. Secondo il Washington Times, la campagna della vicepresidente avrebbe addirittura lasciato un debito di circa 20 milioni: debito, almeno in parte dovuto agli eventi organizzati con le celebrities che avevano appoggiato l’allora candidata dem.L’Asinello farebbe quindi forse meglio a fare autocritica, anziché ventilare ipotesi sul futuro della Harris alla Casa Bianca o alla Corte suprema. E intanto, nella sinistra americana, continuano a volare gli stracci. Bernie Sanders ha definito le richieste di dimissioni alla Sotomayor come «insensate», mentre il deputato dem centrista Dean Phillips, che aveva sfidato Biden senza successo alle ultime primarie, ha attaccato i vertici del suo stesso partito. «Non sono stato l’unico a riconoscere cosa sarebbe probabilmente successo la scorsa settimana. Sono stato l’unico disposto a dirlo», ha detto. Nei giorni scorsi, Sanders aveva accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la working class, mentre alcuni deputati dem, come Seth Moulton, hanno preso nettamente le distanze dall’estremismo woke (a partire dal tema degli atleti transgender). A criticare il «wokeismo» è stato anche lo stratega democratico, James Carville.Nel frattempo, però, ben lungi dal fare autocritica, l’establishment dem continua a cercare di scaricare la colpa della disfatta su Biden. «Se il presidente se ne fosse andato prima, forse ci sarebbero stati altri candidati in lizza», ha affermato Nancy Pelosi. «La decisione di Joe Biden di candidarsi di nuovo alla presidenza è stato un errore catastrofico», ha rincarato la dose l’ex speechwriter di Barack Obama, Jon Favreau. È però tutto da dimostrare che, dopo la debacle della Harris, il vecchio establishment dem sarà politicamente in grado di sopravvivere. Nonostante stia cercando di gettare tutta la responsabilità sul presidente uscente, difficilmente riuscirà a convincere l’Asinello di questa tesi. D’altronde, il fermento che agita il partito sta lì a dimostrarlo.Lo scontro interno che va delineandosi è quello tra l’ala «operaia» e quella «liberal»: negli ultimi dieci anni, la prima è stata sistematicamente sacrificata alla seconda, fino a produrre il disastro in cui i dem sono incorsi alle ultime presidenziali. Obama, che pure nel 2008 era emerso come candidato della working class, si è fatto man mano assorbire da quello stesso establishment dem a cui aveva dichiarato originariamente guerra. E le sue responsabilità nella sconfitta sono enormi. Fu lui, nel 2020, a impedire che si svolgesse una dialettica franca e fisiologica alle primarie dem. Fu lui a «imporre» Biden, credendo di poterlo convincere a ritirarsi dopo un solo mandato, salvo non prevedere che, spinto dai famigliari, il vecchio Joe avrebbe resistito. Poi, quando è stato silurato a forza, era ormai troppo tardi. Obama non era convinto della Harris ma, a soli tre mesi dal voto, nessun astro nascente dem - da Josh Shapiro a Gavin Newsom - ha voluto metterci la faccia. È così è scesa in campo la vicepresidente con Obama che ci ha messo, almeno ufficialmente, la faccia. E adesso l’ex presidente dem rischia, insieme alla Pelosi e ai Clinton, di pagarne seriamente le conseguenze politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/harris-presidente-proposta-2669810064.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-punta-sui-falchi-anti-invasione" data-post-id="2669810064" data-published-at="1731422351" data-use-pagination="False"> Trump punta sui falchi anti invasione La squadra di Donald Trump inizia a prendere forma. Dopo aver nominato Susie Wiles come capo dello staff della Casa Bianca e Stephen Miller suo vice, il presidente in pectore ha scelto la deputata Elise Stefanik come nuova ambasciatrice statunitense all’Onu: parliamo del ruolo che, tra il 2017 e il 2018, fu di Nikki Haley. «Elise è una combattente incredibilmente forte, tenace e intelligente, sostenitrice dell’America First», ha dichiarato Trump. Ricordiamo che la Stefanik è una delle principali alleate parlamentari del tycoon e che, a maggio 2021, era diventata presidente del gruppo repubblicano alla Camera, prendendo il posto della deputata antitrumpista Liz Cheney. La scelta della Stefanik è indicativa del tipo di approccio duro che Trump ha intenzione di adottare nei confronti delle Nazioni unite. Appena lo scorso 4 novembre, la diretta interessata ha emesso un comunicato severissimo verso l’Unrwa. «Gli Stati Uniti devono sostenere la decisione di Israele di vietare all’Unrwa, che è infiltrata da Hamas, di operare in Israele, Cisgiordania e Gaza», ha dichiarato, per poi aggiungere: «L’amministrazione Biden-Harris ha inviato oltre un miliardo di dollari all’Unrwa dal 2021, riempiendo le casse di questo fronte terroristico», ha concluso. Era invece settembre scorso, quando la deputata dichiarò: «Le Nazioni Unite hanno approvato a larga maggioranza una vergognosa risoluzione antisemita per chiedere che Israele si arrenda ai terroristi barbari che puntano alla distruzione sia di Israele sia dell’America». Insomma, scegliendo la Stefanik, Trump ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che morbido nei confronti dell’Onu. Ma questa non è l’unica nomina significativa degli ultimissimi giorni. Il tycoon ha infatti designato come responsabile della frontiera meridionale l’ex direttore dell’Immigration and Customs Enforcement, Tom Homan. Tra il 2017 e il 2018, costui fu tra i principali artefici della stretta all’immigrazione clandestina, promossa dalla prima amministrazione Trump. La sua nomina rappresenta quindi un segnale del fatto che il presidente in pectore è intenzionato a tirare dritto contro gli immigrati irregolari. D’altronde, secondo indiscrezioni, il tycoon starebbe già lavorando a dei decreti, da firmare il giorno stesso dell’insediamento, per avviare delle espulsioni di massa. A essere messi nel mirino dovrebbero essere innanzitutto i clandestini che hanno commesso reati. Nominando Homan, il presidente in pectore non vuole solo rassicurare i propri elettori ma anche lanciare un segnale di deterrenza nei confronti dei migranti. Lo stesso Miller fu tra gli ideatori del decreto che, nel 2017, vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni Paesi musulmani. Dal canto suo, Robert Kennedy jr punta al dipartimento della Salute. Non a caso, sta rilasciando delle dichiarazioni di guerra contro Big Pharma. «La guerra della Food and drug administration contro la salute pubblica sta per finire», ha affermato, per poi aggiungere: «Questo include la sua aggressiva soppressione di psichedelici, peptidi, cellule staminali, latte crudo, terapie iperbariche, composti chelanti, ivermectina, idrossiclorochina, vitamine, cibi puliti, sole, esercizio fisico, nutraceutici e qualsiasi altra cosa che faccia progredire la salute umana e non possa essere brevettata dall’industria farmaceutica». Non è insignificante notare che, secondo il sito Open Secrets, nel 2024, Pfizer e Merck hanno dato rispettivamente il 58,8% e il 58,1% dei propri finanziamenti elettorali al Partito democratico.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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