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2019-09-01
Al Senato i numeri ballano e i «piccoli» alzano il prezzo per dare la fiducia
Grasso minaccia di rompere se non gli danno la Giustizia

Ansa
Liberi, uguali e scontenti. La pattuglia di quattro senatori di Leu, sottocomponente del gruppo misto, in tempi di maggioranze risicate sta facendo pesare in termini politici il «sì» alla fiducia dell'eventuale governo giallorosso. Chi pensava che per motivi ideologici il voto di Leu fosse scontato, ha sbagliato completamente previsione. «I governi di coalizione», hanno detto al termine della consultazione con Giuseppe Conte i capigruppo di Leu al Senato, Loredana De Petris e alla Camera, Federico Fornaro, «si fondano su programmi condivisi e sulla pari dignità dei gruppi parlamentari che compongono la maggioranza». Pari dignità: Leu vuole partecipare agli incontri sul programma, ma soprattutto pretende un riconoscimento in termini di poltrone di governo. Pietro Grasso, ex presidente del Senato, ieri ha twittato nervoso: «Da giorni le interlocuzioni sul programma del #governodisvolta sono esclusivamente tra Pd e M5s. A questo si aggiungono le ultime polemiche, e i dubbi aumentano. Evidentemente l'intenzione è fare da soli, sia al Governo sia al Senato: altro che svolta! Auguri e buon lavoro!». Grasso ha fatto sapere a Pd e M5s che non è disposto a occupare una casella ministeriale qualunque, ma punta a un ruolo di prestigio. Il ministero della Giustizia sarebbe l'ideale per il fondatore di Leu, ma l'idea di affidare quell'incarico a un ex magistrato non convince il Pd. Andrea Orlando, vicesegretario dem, che è già stato ministro della Giustizia, sogna il ritorno a via Arenula, ma più in generale il Pd è ben cosciente di quanto sia politicamente importante la poltrona di Guardasigilli. Dunque, la trattativa si è bloccata, quando Grasso ha fatto sapere che lui o va alla Giustizia, o agli Interni, altrimenti a quel punto nel governo Leu indicherebbe il deputato Roberto Speranza. Pd e M5s temono un disimpegno di Grasso, e stanno cercando di convincere l'ex procuratore nazionale antimafia ad accontentarsi di un dicastero di secondo piano. Il risultato è evidente dal tweet di ieri: Grasso non è per niente d'accordo. Non solo non si accontenta, ma rilancia, chiedendo la Giustizia per lui e una poltrona di sottosegretario per Speranza. A cercare di metterci una pezza dovrà essere ancora Conte che ha annunciato che riceverà Leu. Chance di entrare al governo anche per la deputata Rossella Muroni.
Bonino è da sola, ma «pesa». Mattarella la vede alla difesa

Ansa
Il partito più europeista d'Italia ha un solo senatore, ma si tratta di una personalità importante: Emma Bonino. Chi pensava che in nome dell'europeismo la Bonino si fiondasse a votare la fiducia al governo giallorosso non ha fatto i conti con alcuni elementi che stanno mettendo a dura prova la tenuta stessa del partito.
La Bonino, già al termine della consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva gelato tutti: «Non accetto un governo a scatola chiusa». Emma, in particolare, ha un'idea che solo a chi non segue attentamente ogni movimento della politica interna e internazionale può sfuggire: a suo giudizio, un eventuale esecutivo Pd-M5s sarebbe debolissimo, e destinato a una vita breve.
Il suo convincimento è che occorra dar vita a un governo istituzionale che coinvolga tutte le forze responsabili ed europeiste, quelle che hanno votato per Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, quindi anche Forza Italia.
Chi potrebbe essere a guidare questo esecutivo? Ovviamente, la Bonino, che però potrebbe essere convinta a sacrificarsi, votando la fiducia a Giuseppe Conte, con una carica importante all'interno dell'esecutivo.
L'Europa la vedrebbe benissimo alla Difesa, Sergio Mattarella pure, ma Pd e M5s non ne vogliono sapere: «Se un gruppo con un solo senatore», spiega alla Verità un esponente del Pd che sta seguendo la trattativa, «ottiene un ministero, e anche di peso, è la fine: gli altri si sentiranno autorizzati a pretendere la luna».
Come se ne esce? Bruno Tabacci, deputato, smaliziato presidente di Più Europa, sarebbe favorevole a dire sì al Conte Rosso in nome della responsabilità, e dunque si accontenterebbe anche di una poltrona di sottosegretario, magari sacrificandosi in prima persona: «Esprimo fiducia», ha detto Tabacci, «che l'incarico di formare il governo responsabilmente attribuito dal presidente Mattarella a Giuseppe Conte possa avere successo nell'allargamento della base parlamentare che sarebbe saggio non limitare al bicolore M5s-Pd».
L’ex M5s De Falco tentenna. Gli altri tutti per l’accordo

Ansa
Detto di Leu e di Emma Bonino, il resto del gruppo misto al Senato vede nei fuoriusciti /espulsi dal M5s la componente più numerosa: ben 5 senatori, un tesoretto di voti che il Conte Rosso non può assolutamente lasciarsi sfuggire. Maurizio Buccarella, espulso dal M5s per una questione di rimborsi, non è entusiasta del modo in cui si sta svolgendo la trattativa, ma risulta un fan sfegatato del premier incaricato. Il suo voto deve essere tecnicamente assegnato agli incerti, anche se le probabilità di una ricandidatura con la Lega o col nascituro gruppo di responsabili gialloblù sono ridottissime. Per il bene del paese e per la volontà di restare senatore, è probabile il suo sì alla fiducia. Carlo Martelli, altro ex M5s, stando alle ultime indiscrezioni è orientato per il «no», anche se la probabilità di dire addio alla poltrona di senatore potrebbe fargli cambiare idea: meglio catalogarlo come incerto pure lui. Veniamo agli altri tre fuoriusciti: Gregorio De Falco, Paola Nugnes e Saverio De Bonis. Al Corriere della Sera, che gli ha chiesto se voterà sì alla fiducia, De Falco ha clamorosamente riposto così: «Io vorrei votarla, ma prima Conte dovrebbe dirci qualcosa nel merito. Io, Nugnes e De Bonis abbiamo costituito una componente piccola. Conte ne vuole tenere conto? Ci vuole sentire? Noi siamo pronti a incontrarlo e poi valuteremo». Chi pensava che i tre fossero felici di vedere il M5s alleato col Pd, deve ricredersi: hanno imparato già il politichese, e chiedono garanzie. De Falco sottosegretario? Potrebbe essere questa la soluzione. I due senatori del Maie, eletti all'estero, sono Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri nel governo uscente, e Adriano Cario. Sono incerti, ma secondo gli addetti ai lavori è talmente difficile essere rieletti nella circoscrizione estero che alla fine, pur di restare in parlamento, voteranno sì. Il senatore a vita Mario Monti voterà probabilmente sì, come la collega Liliana Segre. Monti, in particolare, non farà certamente cascare un governo così fortemente sponsorizzato dall'amata Commissione europea. Riccardo Nencini, del Psi, voterà sì: pronto un incarico di sottosegretario per il leader nazionale Enzo Maraio, consigliere regionale in Campania.
Casini in pressing su Carfagna. La Svp non cede: astensione

Ansa
Il gruppo delle Autonomie al Senato conta 8 esponenti. Voteranno senza se e senza ma la fiducia al governo Gianclaudio Bressa e Pierferdinando Casini. Quest'ultimo, in particolare, è attivissimo da settimane: Casini, quando ci sono casini politici, è nel suo habitat naturale. In particolare, è considerato uno dei più efficaci corteggiatori politici di senatori di Forza Italia in odore di non rielezione se si tornasse al voto immediato. Casini in particolare, in queste settimane, ha tentato in tutti i modi di convincere Mara Carfagna a mollare Silvio Berlusconi per entrare a fra parte a pieno titolo della nuova maggioranza. Niente da fare: Mara ha cortesemente ma fermamente declinato l'invito, è rimasta in Forza Italia e ora vede affermarsi la sua linea anti-sovranista, condivisa anche da Silvio Berlusconi. Il senatore a vita Giorgio Napolitano non potrà essere in aula. La senatrice a vita Elena Cattaneo, se sarà in aula, voterà sì. Dubbi sulla presenza in aula degli altri senatori a vita, Carlo Rubbia e Renzo Piano.Il sottogruppo della Svp, 3 senatori, si asterrà sulla fiducia: «Abbiamo illustrato la nostra posizione al presidente Conte», ha già annunciato Philipp Achammer, segretario della Svp, «che sarà di astensione a causa delle esperienze negative di questo anno e mezzo nei contatti, pochi, tra la provincia di Bolzano e i ministri del M5s. Non sono arrivati i risultati che ci attendevamo, per questo non voteremo la fiducia e ci asterremo. Conte ci ha detto di voler far da garante per le autonomie speciali», ha aggiunto Achammer, «e quindi valuteremo atto per atto. Se la situazione migliorerà, valuteremo». «Nel futuro governo ci sia una significativa rappresentanza di donne: spero, siccome girano solo nomi di possibili ministri maschi, che alla fine questo aspetto caratterizzi il nuovo governo», ha aggiunto la senatrice Julia Unterberger, pensando certamente a una donna a caso. Albert Laniece, unico senatore dell'Union Valdotaine, è per il sì: «A fronte di una presa di posizione di valorizzazione delle minoranze linguistiche e delle politiche della montagna», ha annunciato, «il mio voto potrà essere di fiducia già al primo passaggio»
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I gruppi minori sanno di essere importanti per la maggioranza Già partite le trattative per un ministero o un sottosegretariato.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia" data-post-id="2640143126" data-published-at="1771124087" data-use-pagination="False"> Grasso minaccia di rompere se non gli danno la Giustizia Ansa Liberi, uguali e scontenti. La pattuglia di quattro senatori di Leu, sottocomponente del gruppo misto, in tempi di maggioranze risicate sta facendo pesare in termini politici il «sì» alla fiducia dell'eventuale governo giallorosso. Chi pensava che per motivi ideologici il voto di Leu fosse scontato, ha sbagliato completamente previsione. «I governi di coalizione», hanno detto al termine della consultazione con Giuseppe Conte i capigruppo di Leu al Senato, Loredana De Petris e alla Camera, Federico Fornaro, «si fondano su programmi condivisi e sulla pari dignità dei gruppi parlamentari che compongono la maggioranza». Pari dignità: Leu vuole partecipare agli incontri sul programma, ma soprattutto pretende un riconoscimento in termini di poltrone di governo. Pietro Grasso, ex presidente del Senato, ieri ha twittato nervoso: «Da giorni le interlocuzioni sul programma del #governodisvolta sono esclusivamente tra Pd e M5s. A questo si aggiungono le ultime polemiche, e i dubbi aumentano. Evidentemente l'intenzione è fare da soli, sia al Governo sia al Senato: altro che svolta! Auguri e buon lavoro!». Grasso ha fatto sapere a Pd e M5s che non è disposto a occupare una casella ministeriale qualunque, ma punta a un ruolo di prestigio. Il ministero della Giustizia sarebbe l'ideale per il fondatore di Leu, ma l'idea di affidare quell'incarico a un ex magistrato non convince il Pd. Andrea Orlando, vicesegretario dem, che è già stato ministro della Giustizia, sogna il ritorno a via Arenula, ma più in generale il Pd è ben cosciente di quanto sia politicamente importante la poltrona di Guardasigilli. Dunque, la trattativa si è bloccata, quando Grasso ha fatto sapere che lui o va alla Giustizia, o agli Interni, altrimenti a quel punto nel governo Leu indicherebbe il deputato Roberto Speranza. Pd e M5s temono un disimpegno di Grasso, e stanno cercando di convincere l'ex procuratore nazionale antimafia ad accontentarsi di un dicastero di secondo piano. Il risultato è evidente dal tweet di ieri: Grasso non è per niente d'accordo. Non solo non si accontenta, ma rilancia, chiedendo la Giustizia per lui e una poltrona di sottosegretario per Speranza. A cercare di metterci una pezza dovrà essere ancora Conte che ha annunciato che riceverà Leu. Chance di entrare al governo anche per la deputata Rossella Muroni. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bonino-e-da-sola-ma-pesa-mattarella-la-vede-alla-difesa" data-post-id="2640143126" data-published-at="1771124087" data-use-pagination="False"> Bonino è da sola, ma «pesa». Mattarella la vede alla difesa Ansa Il partito più europeista d'Italia ha un solo senatore, ma si tratta di una personalità importante: Emma Bonino. Chi pensava che in nome dell'europeismo la Bonino si fiondasse a votare la fiducia al governo giallorosso non ha fatto i conti con alcuni elementi che stanno mettendo a dura prova la tenuta stessa del partito.La Bonino, già al termine della consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva gelato tutti: «Non accetto un governo a scatola chiusa». Emma, in particolare, ha un'idea che solo a chi non segue attentamente ogni movimento della politica interna e internazionale può sfuggire: a suo giudizio, un eventuale esecutivo Pd-M5s sarebbe debolissimo, e destinato a una vita breve.Il suo convincimento è che occorra dar vita a un governo istituzionale che coinvolga tutte le forze responsabili ed europeiste, quelle che hanno votato per Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, quindi anche Forza Italia.Chi potrebbe essere a guidare questo esecutivo? Ovviamente, la Bonino, che però potrebbe essere convinta a sacrificarsi, votando la fiducia a Giuseppe Conte, con una carica importante all'interno dell'esecutivo.L'Europa la vedrebbe benissimo alla Difesa, Sergio Mattarella pure, ma Pd e M5s non ne vogliono sapere: «Se un gruppo con un solo senatore», spiega alla Verità un esponente del Pd che sta seguendo la trattativa, «ottiene un ministero, e anche di peso, è la fine: gli altri si sentiranno autorizzati a pretendere la luna».Come se ne esce? Bruno Tabacci, deputato, smaliziato presidente di Più Europa, sarebbe favorevole a dire sì al Conte Rosso in nome della responsabilità, e dunque si accontenterebbe anche di una poltrona di sottosegretario, magari sacrificandosi in prima persona: «Esprimo fiducia», ha detto Tabacci, «che l'incarico di formare il governo responsabilmente attribuito dal presidente Mattarella a Giuseppe Conte possa avere successo nell'allargamento della base parlamentare che sarebbe saggio non limitare al bicolore M5s-Pd». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lex-m5s-de-falco-tentenna-gli-altri-tutti-per-laccordo" data-post-id="2640143126" data-published-at="1771124087" data-use-pagination="False"> L’ex M5s De Falco tentenna. Gli altri tutti per l’accordo Ansa Detto di Leu e di Emma Bonino, il resto del gruppo misto al Senato vede nei fuoriusciti /espulsi dal M5s la componente più numerosa: ben 5 senatori, un tesoretto di voti che il Conte Rosso non può assolutamente lasciarsi sfuggire. Maurizio Buccarella, espulso dal M5s per una questione di rimborsi, non è entusiasta del modo in cui si sta svolgendo la trattativa, ma risulta un fan sfegatato del premier incaricato. Il suo voto deve essere tecnicamente assegnato agli incerti, anche se le probabilità di una ricandidatura con la Lega o col nascituro gruppo di responsabili gialloblù sono ridottissime. Per il bene del paese e per la volontà di restare senatore, è probabile il suo sì alla fiducia. Carlo Martelli, altro ex M5s, stando alle ultime indiscrezioni è orientato per il «no», anche se la probabilità di dire addio alla poltrona di senatore potrebbe fargli cambiare idea: meglio catalogarlo come incerto pure lui. Veniamo agli altri tre fuoriusciti: Gregorio De Falco, Paola Nugnes e Saverio De Bonis. Al Corriere della Sera, che gli ha chiesto se voterà sì alla fiducia, De Falco ha clamorosamente riposto così: «Io vorrei votarla, ma prima Conte dovrebbe dirci qualcosa nel merito. Io, Nugnes e De Bonis abbiamo costituito una componente piccola. Conte ne vuole tenere conto? Ci vuole sentire? Noi siamo pronti a incontrarlo e poi valuteremo». Chi pensava che i tre fossero felici di vedere il M5s alleato col Pd, deve ricredersi: hanno imparato già il politichese, e chiedono garanzie. De Falco sottosegretario? Potrebbe essere questa la soluzione. I due senatori del Maie, eletti all'estero, sono Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri nel governo uscente, e Adriano Cario. Sono incerti, ma secondo gli addetti ai lavori è talmente difficile essere rieletti nella circoscrizione estero che alla fine, pur di restare in parlamento, voteranno sì. Il senatore a vita Mario Monti voterà probabilmente sì, come la collega Liliana Segre. Monti, in particolare, non farà certamente cascare un governo così fortemente sponsorizzato dall'amata Commissione europea. Riccardo Nencini, del Psi, voterà sì: pronto un incarico di sottosegretario per il leader nazionale Enzo Maraio, consigliere regionale in Campania. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="casini-in-pressing-su-carfagna-la-svp-non-cede-astensione" data-post-id="2640143126" data-published-at="1771124087" data-use-pagination="False"> Casini in pressing su Carfagna. La Svp non cede: astensione Ansa Il gruppo delle Autonomie al Senato conta 8 esponenti. Voteranno senza se e senza ma la fiducia al governo Gianclaudio Bressa e Pierferdinando Casini. Quest'ultimo, in particolare, è attivissimo da settimane: Casini, quando ci sono casini politici, è nel suo habitat naturale. In particolare, è considerato uno dei più efficaci corteggiatori politici di senatori di Forza Italia in odore di non rielezione se si tornasse al voto immediato. Casini in particolare, in queste settimane, ha tentato in tutti i modi di convincere Mara Carfagna a mollare Silvio Berlusconi per entrare a fra parte a pieno titolo della nuova maggioranza. Niente da fare: Mara ha cortesemente ma fermamente declinato l'invito, è rimasta in Forza Italia e ora vede affermarsi la sua linea anti-sovranista, condivisa anche da Silvio Berlusconi. Il senatore a vita Giorgio Napolitano non potrà essere in aula. La senatrice a vita Elena Cattaneo, se sarà in aula, voterà sì. Dubbi sulla presenza in aula degli altri senatori a vita, Carlo Rubbia e Renzo Piano.Il sottogruppo della Svp, 3 senatori, si asterrà sulla fiducia: «Abbiamo illustrato la nostra posizione al presidente Conte», ha già annunciato Philipp Achammer, segretario della Svp, «che sarà di astensione a causa delle esperienze negative di questo anno e mezzo nei contatti, pochi, tra la provincia di Bolzano e i ministri del M5s. Non sono arrivati i risultati che ci attendevamo, per questo non voteremo la fiducia e ci asterremo. Conte ci ha detto di voler far da garante per le autonomie speciali», ha aggiunto Achammer, «e quindi valuteremo atto per atto. Se la situazione migliorerà, valuteremo». «Nel futuro governo ci sia una significativa rappresentanza di donne: spero, siccome girano solo nomi di possibili ministri maschi, che alla fine questo aspetto caratterizzi il nuovo governo», ha aggiunto la senatrice Julia Unterberger, pensando certamente a una donna a caso. Albert Laniece, unico senatore dell'Union Valdotaine, è per il sì: «A fronte di una presa di posizione di valorizzazione delle minoranze linguistiche e delle politiche della montagna», ha annunciato, «il mio voto potrà essere di fiducia già al primo passaggio»
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
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