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2019-09-01
Al Senato i numeri ballano e i «piccoli» alzano il prezzo per dare la fiducia
Grasso minaccia di rompere se non gli danno la Giustizia

Ansa
Liberi, uguali e scontenti. La pattuglia di quattro senatori di Leu, sottocomponente del gruppo misto, in tempi di maggioranze risicate sta facendo pesare in termini politici il «sì» alla fiducia dell'eventuale governo giallorosso. Chi pensava che per motivi ideologici il voto di Leu fosse scontato, ha sbagliato completamente previsione. «I governi di coalizione», hanno detto al termine della consultazione con Giuseppe Conte i capigruppo di Leu al Senato, Loredana De Petris e alla Camera, Federico Fornaro, «si fondano su programmi condivisi e sulla pari dignità dei gruppi parlamentari che compongono la maggioranza». Pari dignità: Leu vuole partecipare agli incontri sul programma, ma soprattutto pretende un riconoscimento in termini di poltrone di governo. Pietro Grasso, ex presidente del Senato, ieri ha twittato nervoso: «Da giorni le interlocuzioni sul programma del #governodisvolta sono esclusivamente tra Pd e M5s. A questo si aggiungono le ultime polemiche, e i dubbi aumentano. Evidentemente l'intenzione è fare da soli, sia al Governo sia al Senato: altro che svolta! Auguri e buon lavoro!». Grasso ha fatto sapere a Pd e M5s che non è disposto a occupare una casella ministeriale qualunque, ma punta a un ruolo di prestigio. Il ministero della Giustizia sarebbe l'ideale per il fondatore di Leu, ma l'idea di affidare quell'incarico a un ex magistrato non convince il Pd. Andrea Orlando, vicesegretario dem, che è già stato ministro della Giustizia, sogna il ritorno a via Arenula, ma più in generale il Pd è ben cosciente di quanto sia politicamente importante la poltrona di Guardasigilli. Dunque, la trattativa si è bloccata, quando Grasso ha fatto sapere che lui o va alla Giustizia, o agli Interni, altrimenti a quel punto nel governo Leu indicherebbe il deputato Roberto Speranza. Pd e M5s temono un disimpegno di Grasso, e stanno cercando di convincere l'ex procuratore nazionale antimafia ad accontentarsi di un dicastero di secondo piano. Il risultato è evidente dal tweet di ieri: Grasso non è per niente d'accordo. Non solo non si accontenta, ma rilancia, chiedendo la Giustizia per lui e una poltrona di sottosegretario per Speranza. A cercare di metterci una pezza dovrà essere ancora Conte che ha annunciato che riceverà Leu. Chance di entrare al governo anche per la deputata Rossella Muroni.
Bonino è da sola, ma «pesa». Mattarella la vede alla difesa

Ansa
Il partito più europeista d'Italia ha un solo senatore, ma si tratta di una personalità importante: Emma Bonino. Chi pensava che in nome dell'europeismo la Bonino si fiondasse a votare la fiducia al governo giallorosso non ha fatto i conti con alcuni elementi che stanno mettendo a dura prova la tenuta stessa del partito.
La Bonino, già al termine della consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva gelato tutti: «Non accetto un governo a scatola chiusa». Emma, in particolare, ha un'idea che solo a chi non segue attentamente ogni movimento della politica interna e internazionale può sfuggire: a suo giudizio, un eventuale esecutivo Pd-M5s sarebbe debolissimo, e destinato a una vita breve.
Il suo convincimento è che occorra dar vita a un governo istituzionale che coinvolga tutte le forze responsabili ed europeiste, quelle che hanno votato per Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, quindi anche Forza Italia.
Chi potrebbe essere a guidare questo esecutivo? Ovviamente, la Bonino, che però potrebbe essere convinta a sacrificarsi, votando la fiducia a Giuseppe Conte, con una carica importante all'interno dell'esecutivo.
L'Europa la vedrebbe benissimo alla Difesa, Sergio Mattarella pure, ma Pd e M5s non ne vogliono sapere: «Se un gruppo con un solo senatore», spiega alla Verità un esponente del Pd che sta seguendo la trattativa, «ottiene un ministero, e anche di peso, è la fine: gli altri si sentiranno autorizzati a pretendere la luna».
Come se ne esce? Bruno Tabacci, deputato, smaliziato presidente di Più Europa, sarebbe favorevole a dire sì al Conte Rosso in nome della responsabilità, e dunque si accontenterebbe anche di una poltrona di sottosegretario, magari sacrificandosi in prima persona: «Esprimo fiducia», ha detto Tabacci, «che l'incarico di formare il governo responsabilmente attribuito dal presidente Mattarella a Giuseppe Conte possa avere successo nell'allargamento della base parlamentare che sarebbe saggio non limitare al bicolore M5s-Pd».
L’ex M5s De Falco tentenna. Gli altri tutti per l’accordo

Ansa
Detto di Leu e di Emma Bonino, il resto del gruppo misto al Senato vede nei fuoriusciti /espulsi dal M5s la componente più numerosa: ben 5 senatori, un tesoretto di voti che il Conte Rosso non può assolutamente lasciarsi sfuggire. Maurizio Buccarella, espulso dal M5s per una questione di rimborsi, non è entusiasta del modo in cui si sta svolgendo la trattativa, ma risulta un fan sfegatato del premier incaricato. Il suo voto deve essere tecnicamente assegnato agli incerti, anche se le probabilità di una ricandidatura con la Lega o col nascituro gruppo di responsabili gialloblù sono ridottissime. Per il bene del paese e per la volontà di restare senatore, è probabile il suo sì alla fiducia. Carlo Martelli, altro ex M5s, stando alle ultime indiscrezioni è orientato per il «no», anche se la probabilità di dire addio alla poltrona di senatore potrebbe fargli cambiare idea: meglio catalogarlo come incerto pure lui. Veniamo agli altri tre fuoriusciti: Gregorio De Falco, Paola Nugnes e Saverio De Bonis. Al Corriere della Sera, che gli ha chiesto se voterà sì alla fiducia, De Falco ha clamorosamente riposto così: «Io vorrei votarla, ma prima Conte dovrebbe dirci qualcosa nel merito. Io, Nugnes e De Bonis abbiamo costituito una componente piccola. Conte ne vuole tenere conto? Ci vuole sentire? Noi siamo pronti a incontrarlo e poi valuteremo». Chi pensava che i tre fossero felici di vedere il M5s alleato col Pd, deve ricredersi: hanno imparato già il politichese, e chiedono garanzie. De Falco sottosegretario? Potrebbe essere questa la soluzione. I due senatori del Maie, eletti all'estero, sono Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri nel governo uscente, e Adriano Cario. Sono incerti, ma secondo gli addetti ai lavori è talmente difficile essere rieletti nella circoscrizione estero che alla fine, pur di restare in parlamento, voteranno sì. Il senatore a vita Mario Monti voterà probabilmente sì, come la collega Liliana Segre. Monti, in particolare, non farà certamente cascare un governo così fortemente sponsorizzato dall'amata Commissione europea. Riccardo Nencini, del Psi, voterà sì: pronto un incarico di sottosegretario per il leader nazionale Enzo Maraio, consigliere regionale in Campania.
Casini in pressing su Carfagna. La Svp non cede: astensione

Ansa
Il gruppo delle Autonomie al Senato conta 8 esponenti. Voteranno senza se e senza ma la fiducia al governo Gianclaudio Bressa e Pierferdinando Casini. Quest'ultimo, in particolare, è attivissimo da settimane: Casini, quando ci sono casini politici, è nel suo habitat naturale. In particolare, è considerato uno dei più efficaci corteggiatori politici di senatori di Forza Italia in odore di non rielezione se si tornasse al voto immediato. Casini in particolare, in queste settimane, ha tentato in tutti i modi di convincere Mara Carfagna a mollare Silvio Berlusconi per entrare a fra parte a pieno titolo della nuova maggioranza. Niente da fare: Mara ha cortesemente ma fermamente declinato l'invito, è rimasta in Forza Italia e ora vede affermarsi la sua linea anti-sovranista, condivisa anche da Silvio Berlusconi. Il senatore a vita Giorgio Napolitano non potrà essere in aula. La senatrice a vita Elena Cattaneo, se sarà in aula, voterà sì. Dubbi sulla presenza in aula degli altri senatori a vita, Carlo Rubbia e Renzo Piano.Il sottogruppo della Svp, 3 senatori, si asterrà sulla fiducia: «Abbiamo illustrato la nostra posizione al presidente Conte», ha già annunciato Philipp Achammer, segretario della Svp, «che sarà di astensione a causa delle esperienze negative di questo anno e mezzo nei contatti, pochi, tra la provincia di Bolzano e i ministri del M5s. Non sono arrivati i risultati che ci attendevamo, per questo non voteremo la fiducia e ci asterremo. Conte ci ha detto di voler far da garante per le autonomie speciali», ha aggiunto Achammer, «e quindi valuteremo atto per atto. Se la situazione migliorerà, valuteremo». «Nel futuro governo ci sia una significativa rappresentanza di donne: spero, siccome girano solo nomi di possibili ministri maschi, che alla fine questo aspetto caratterizzi il nuovo governo», ha aggiunto la senatrice Julia Unterberger, pensando certamente a una donna a caso. Albert Laniece, unico senatore dell'Union Valdotaine, è per il sì: «A fronte di una presa di posizione di valorizzazione delle minoranze linguistiche e delle politiche della montagna», ha annunciato, «il mio voto potrà essere di fiducia già al primo passaggio»
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I gruppi minori sanno di essere importanti per la maggioranza Già partite le trattative per un ministero o un sottosegretariato.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia" data-post-id="2640143126" data-published-at="1776460773" data-use-pagination="False"> Grasso minaccia di rompere se non gli danno la Giustizia Ansa Liberi, uguali e scontenti. La pattuglia di quattro senatori di Leu, sottocomponente del gruppo misto, in tempi di maggioranze risicate sta facendo pesare in termini politici il «sì» alla fiducia dell'eventuale governo giallorosso. Chi pensava che per motivi ideologici il voto di Leu fosse scontato, ha sbagliato completamente previsione. «I governi di coalizione», hanno detto al termine della consultazione con Giuseppe Conte i capigruppo di Leu al Senato, Loredana De Petris e alla Camera, Federico Fornaro, «si fondano su programmi condivisi e sulla pari dignità dei gruppi parlamentari che compongono la maggioranza». Pari dignità: Leu vuole partecipare agli incontri sul programma, ma soprattutto pretende un riconoscimento in termini di poltrone di governo. Pietro Grasso, ex presidente del Senato, ieri ha twittato nervoso: «Da giorni le interlocuzioni sul programma del #governodisvolta sono esclusivamente tra Pd e M5s. A questo si aggiungono le ultime polemiche, e i dubbi aumentano. Evidentemente l'intenzione è fare da soli, sia al Governo sia al Senato: altro che svolta! Auguri e buon lavoro!». Grasso ha fatto sapere a Pd e M5s che non è disposto a occupare una casella ministeriale qualunque, ma punta a un ruolo di prestigio. Il ministero della Giustizia sarebbe l'ideale per il fondatore di Leu, ma l'idea di affidare quell'incarico a un ex magistrato non convince il Pd. Andrea Orlando, vicesegretario dem, che è già stato ministro della Giustizia, sogna il ritorno a via Arenula, ma più in generale il Pd è ben cosciente di quanto sia politicamente importante la poltrona di Guardasigilli. Dunque, la trattativa si è bloccata, quando Grasso ha fatto sapere che lui o va alla Giustizia, o agli Interni, altrimenti a quel punto nel governo Leu indicherebbe il deputato Roberto Speranza. Pd e M5s temono un disimpegno di Grasso, e stanno cercando di convincere l'ex procuratore nazionale antimafia ad accontentarsi di un dicastero di secondo piano. Il risultato è evidente dal tweet di ieri: Grasso non è per niente d'accordo. Non solo non si accontenta, ma rilancia, chiedendo la Giustizia per lui e una poltrona di sottosegretario per Speranza. A cercare di metterci una pezza dovrà essere ancora Conte che ha annunciato che riceverà Leu. Chance di entrare al governo anche per la deputata Rossella Muroni. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bonino-e-da-sola-ma-pesa-mattarella-la-vede-alla-difesa" data-post-id="2640143126" data-published-at="1776460773" data-use-pagination="False"> Bonino è da sola, ma «pesa». Mattarella la vede alla difesa Ansa Il partito più europeista d'Italia ha un solo senatore, ma si tratta di una personalità importante: Emma Bonino. Chi pensava che in nome dell'europeismo la Bonino si fiondasse a votare la fiducia al governo giallorosso non ha fatto i conti con alcuni elementi che stanno mettendo a dura prova la tenuta stessa del partito.La Bonino, già al termine della consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva gelato tutti: «Non accetto un governo a scatola chiusa». Emma, in particolare, ha un'idea che solo a chi non segue attentamente ogni movimento della politica interna e internazionale può sfuggire: a suo giudizio, un eventuale esecutivo Pd-M5s sarebbe debolissimo, e destinato a una vita breve.Il suo convincimento è che occorra dar vita a un governo istituzionale che coinvolga tutte le forze responsabili ed europeiste, quelle che hanno votato per Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, quindi anche Forza Italia.Chi potrebbe essere a guidare questo esecutivo? Ovviamente, la Bonino, che però potrebbe essere convinta a sacrificarsi, votando la fiducia a Giuseppe Conte, con una carica importante all'interno dell'esecutivo.L'Europa la vedrebbe benissimo alla Difesa, Sergio Mattarella pure, ma Pd e M5s non ne vogliono sapere: «Se un gruppo con un solo senatore», spiega alla Verità un esponente del Pd che sta seguendo la trattativa, «ottiene un ministero, e anche di peso, è la fine: gli altri si sentiranno autorizzati a pretendere la luna».Come se ne esce? Bruno Tabacci, deputato, smaliziato presidente di Più Europa, sarebbe favorevole a dire sì al Conte Rosso in nome della responsabilità, e dunque si accontenterebbe anche di una poltrona di sottosegretario, magari sacrificandosi in prima persona: «Esprimo fiducia», ha detto Tabacci, «che l'incarico di formare il governo responsabilmente attribuito dal presidente Mattarella a Giuseppe Conte possa avere successo nell'allargamento della base parlamentare che sarebbe saggio non limitare al bicolore M5s-Pd». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lex-m5s-de-falco-tentenna-gli-altri-tutti-per-laccordo" data-post-id="2640143126" data-published-at="1776460773" data-use-pagination="False"> L’ex M5s De Falco tentenna. Gli altri tutti per l’accordo Ansa Detto di Leu e di Emma Bonino, il resto del gruppo misto al Senato vede nei fuoriusciti /espulsi dal M5s la componente più numerosa: ben 5 senatori, un tesoretto di voti che il Conte Rosso non può assolutamente lasciarsi sfuggire. Maurizio Buccarella, espulso dal M5s per una questione di rimborsi, non è entusiasta del modo in cui si sta svolgendo la trattativa, ma risulta un fan sfegatato del premier incaricato. Il suo voto deve essere tecnicamente assegnato agli incerti, anche se le probabilità di una ricandidatura con la Lega o col nascituro gruppo di responsabili gialloblù sono ridottissime. Per il bene del paese e per la volontà di restare senatore, è probabile il suo sì alla fiducia. Carlo Martelli, altro ex M5s, stando alle ultime indiscrezioni è orientato per il «no», anche se la probabilità di dire addio alla poltrona di senatore potrebbe fargli cambiare idea: meglio catalogarlo come incerto pure lui. Veniamo agli altri tre fuoriusciti: Gregorio De Falco, Paola Nugnes e Saverio De Bonis. Al Corriere della Sera, che gli ha chiesto se voterà sì alla fiducia, De Falco ha clamorosamente riposto così: «Io vorrei votarla, ma prima Conte dovrebbe dirci qualcosa nel merito. Io, Nugnes e De Bonis abbiamo costituito una componente piccola. Conte ne vuole tenere conto? Ci vuole sentire? Noi siamo pronti a incontrarlo e poi valuteremo». Chi pensava che i tre fossero felici di vedere il M5s alleato col Pd, deve ricredersi: hanno imparato già il politichese, e chiedono garanzie. De Falco sottosegretario? Potrebbe essere questa la soluzione. I due senatori del Maie, eletti all'estero, sono Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri nel governo uscente, e Adriano Cario. Sono incerti, ma secondo gli addetti ai lavori è talmente difficile essere rieletti nella circoscrizione estero che alla fine, pur di restare in parlamento, voteranno sì. Il senatore a vita Mario Monti voterà probabilmente sì, come la collega Liliana Segre. Monti, in particolare, non farà certamente cascare un governo così fortemente sponsorizzato dall'amata Commissione europea. Riccardo Nencini, del Psi, voterà sì: pronto un incarico di sottosegretario per il leader nazionale Enzo Maraio, consigliere regionale in Campania. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/grasso-minaccia-di-rompere-se-non-gli-danno-la-giustizia-2640143126.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="casini-in-pressing-su-carfagna-la-svp-non-cede-astensione" data-post-id="2640143126" data-published-at="1776460773" data-use-pagination="False"> Casini in pressing su Carfagna. La Svp non cede: astensione Ansa Il gruppo delle Autonomie al Senato conta 8 esponenti. Voteranno senza se e senza ma la fiducia al governo Gianclaudio Bressa e Pierferdinando Casini. Quest'ultimo, in particolare, è attivissimo da settimane: Casini, quando ci sono casini politici, è nel suo habitat naturale. In particolare, è considerato uno dei più efficaci corteggiatori politici di senatori di Forza Italia in odore di non rielezione se si tornasse al voto immediato. Casini in particolare, in queste settimane, ha tentato in tutti i modi di convincere Mara Carfagna a mollare Silvio Berlusconi per entrare a fra parte a pieno titolo della nuova maggioranza. Niente da fare: Mara ha cortesemente ma fermamente declinato l'invito, è rimasta in Forza Italia e ora vede affermarsi la sua linea anti-sovranista, condivisa anche da Silvio Berlusconi. Il senatore a vita Giorgio Napolitano non potrà essere in aula. La senatrice a vita Elena Cattaneo, se sarà in aula, voterà sì. Dubbi sulla presenza in aula degli altri senatori a vita, Carlo Rubbia e Renzo Piano.Il sottogruppo della Svp, 3 senatori, si asterrà sulla fiducia: «Abbiamo illustrato la nostra posizione al presidente Conte», ha già annunciato Philipp Achammer, segretario della Svp, «che sarà di astensione a causa delle esperienze negative di questo anno e mezzo nei contatti, pochi, tra la provincia di Bolzano e i ministri del M5s. Non sono arrivati i risultati che ci attendevamo, per questo non voteremo la fiducia e ci asterremo. Conte ci ha detto di voler far da garante per le autonomie speciali», ha aggiunto Achammer, «e quindi valuteremo atto per atto. Se la situazione migliorerà, valuteremo». «Nel futuro governo ci sia una significativa rappresentanza di donne: spero, siccome girano solo nomi di possibili ministri maschi, che alla fine questo aspetto caratterizzi il nuovo governo», ha aggiunto la senatrice Julia Unterberger, pensando certamente a una donna a caso. Albert Laniece, unico senatore dell'Union Valdotaine, è per il sì: «A fronte di una presa di posizione di valorizzazione delle minoranze linguistiche e delle politiche della montagna», ha annunciato, «il mio voto potrà essere di fiducia già al primo passaggio»
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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