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2019-08-03
Gozi, forse un cachet da 10.000 euro al mese
Ansa
Dopo essere diventato chargé de mission, del primo ministro francese, Sandro Gozi aveva affermato di essere pronto a rivelare l'ammontare della retribuzione che gli sarà versata per questo incarico. E invece pare che i contribuenti transalpini, dovranno attendere ancora prima di sapere quanto costeranno loro i servigi dell'ex sottosegretario italiano. Nell'attesa di dichiarazioni ufficiali, è possibile fare delle ipotesi verosimili.
Questo grazie a un documento ufficiale di budget, pubblicato ogni anno dagli uffici del primo ministro francese, intitolato «effettivi dei gabinetti ministeriali». L'ultima versione disponibile risale al novembre 2018 e si riferisce ai dati disponibili al primo agosto dello scorso anno.
Da circa un decennio, ogni anno questo documento viene scrutato con la lente d'ingrandimento da un ex deputato socialista d'oltralpe : René Dosière, fondatore dell'Osservatorio dell'etica pubblica. Secondo l'ex politico, un consigliere del primo ministro percepisce mediamente 10.504 euro lordi mensili. Invece i consiglieri del ministero degli Esteri di Parigi, intascano ogni mese un compenso compreso tra i 9.499 e i 9.928 euro lordi.
Come si può leggere sulla Gazzetta Ufficiale francese - numero 175 del 30 luglio scorso - Sandro Gozi «è nominato al gabinetto del primo ministro. Polo Europa. Incaricato di missione agli Affari europei». Dietro le definizioni formali, l'Ufficiale della Legione d'onore cresciuto sulle rive del Rubicone dovrà «monitorare la creazione delle nuove istituzioni europee e le relazioni con il parlamento europeo».
Ma la trasparenza, quando si tratta di fare i conti in tasca allo Stato, non è sempre vista di buon occhio nemmeno in Francia. Così, non è facile avere tutti i dettagli necessari a calcolare i lauti compensi dei consiglieri del governo di Parigi. Come spiega Dosière nel suo rapporto «il livello di remunerazione nei gabinetti ministeriali dipende da più fattori: l'amministrazione di provenienza [...] l'anzianità e il grado dell'interessato». Inoltre secondo il fondatore dell'Osservatorio dell'etica pubblica, «non esiste un inquadramento in funzione dell'incarico di gabinetto». Bisogna anche tenere presente che, «ogni ministero dispone di somme globali di premi, delle quali si ignorano i criteri di calcolo. [...] Compete al ministro assegnare queste somme al personale del gabinetto secondo criteri che non sono resi pubblici». Secondo l'analisi, questi premi sono imponibili e il loro totale ammonta a 21,5 milioni di euro. Di questi, 6,8 milioni, sono destinati ai consiglieri.
Questa libertà di manovra riconosciuta ai ministri francesi lascia pensare che la retribuzione effettivamente percepita dal neoconsigliere italiano di Édouard Philippe, ripagherà il lavoro di una persona che «conosce posizioni e interessi riservati e non coincidenti» tra Roma e Parigi. Come ha scritto il suo ex collega di governo e compagno di partito, Carlo Calenda.
Questo perché certe «dritte» potrebbero consentire a Emmanuel Macron, di continuare a fare la voce grossa con Roma o di insultare l'Italia. Del resto, l'ostilità di Monsieur le President nei confronti del nostro Paese non è un mistero. Un'ostilità che è stata alimentata anche dall'atteggiamento di quei politici nostrani che - da quando la Lega e il Movimento 5 stelle hanno dato vita al governo di Giuseppe Conte - si sono spellati le mani per applaudire il presidente francese ogni volta che questi si ergeva a paladino dell'Unione europea. Una Ue a trazione francotedesca, nella quale l'Italia deve limitarsi ad accogliere ondate di migranti e non sforare i parametri di Maastricht.
Nel frattempo in Francia l'interesse dei media è aumentato dopo le dichiarazioni di Luigi Di Maio, Giorgia Meloni e altri politici italiani, in merito alla possibilità di privare Gozi della cittadinanza italiana. Un'ipotesi accolta con sorpresa. Eppure l'opinione pubblica e la politica transalpine si erano scandalizzate quando nel 2013, Gérard Depardieu - che non faceva parte di alcun governo - era stato fatto cittadino russo da Vladimir Putin.
In attesa di nuovi sviluppi, la vicenda ha assunto anche un aspetto giudiziario. Secondo il sito Cesena Oggi è stato presentato un esposto alla Procura di Forlì da Francesco Minutillo, avvocato e rappresentante romagnolo di Fratelli d'Italia. L'iniziativa è volta, secondo Minutillo ad «accertare l'eventuale conoscenza di segreti e interessi sensibili di Stato dell'onorevole Sandro Gozi, che siano stati appresi nell'ambito dell'incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Renzi e Gentiloni». Il rappresentante di Fratelli d'Italia chiede anche che sia verificata la compatibilità di tali interessi con i nuovi incarichi in Francia.
A Parigi intanto, Sandro Gozi potrà tranquillamente iniziare a svolgere le sue nuove mansioni visto che - come ha precisato a La Verità l'ufficio stampa del governo francese - non dovrà prestare giuramento.
Dalle carte di «Why not» rispuntano antichi legami con il mondo francese
A volte ritornano. Dieci anni dopo, un'inchiesta che ormai fa parte del passato giudiziario calabrese ripropone in modo prepotente i suoi contenuti. L'indagine aveva toccato personaggi di primissimo piano della politica italiana.
«Archiviata la posizione di Romano Prodi, indagato nell'inchiesta Why Not su presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici. A firmare il provvedimento il gip del tribunale di Catanzaro, Tiziana Macrì. La richiesta di archiviazione per l'ex premier era stata avanzata nel dicembre dell'anno scorso dai magistrati della Procura generale di Catanzaro. Il provvedimento riguarda anche altri 8 indagati, tra cui Sandro Gozi, Piero Scarpellini, Luigi Bisgnani». Così recitava l'Ansa il 21 novembre del 2009. Il procedimento Why Not, avviato dall'allora pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli, proseguiva per altri indiziati, ma veniva archiviata per Romano Prodi e il suo stretto collaboratore Sandro Gozi.
Quest'ultimo, all'inizio del caso Why Not, era stato tirato in ballo dalla superteste dell'inchiesta, Caterina Merante. «Chi è Gozi?» chiedeva il pm De Magistris alla superteste. Risposta: «Si tratta di una persona che Antonio Saladino (indiziato chiave dell'indagine, poi assolto, ndr) chiamava a San Marino». In più passi dell'indagine Why not, si faceva riferimento alla cosiddetta loggia di San Marino. L'inchiesta presentava, insomma, tutti gli ingredienti per diventare interessante a livello mediatico. E per qualche settimana gli inviati dei giornali si trattennero in Calabria.
D'altra parte, erano appena cominciati una serie di accertamenti sul politico, molto vicino a Romano Prodi, all'epoca presidente del Consiglio. Ad un certo punto, quindi, agli atti del fascicolo Why not, gli inquirenti annotavano gli esiti di alcune verifiche. «Non possono non rilevarsi interessanti incroci», scriveva il pm, «nell'analisi di utenze - anche straniere - che, incrociandosi in maniera circolare, contattano, ad esempio è il caso di un'utenza americana, il predetto generale Walter Cretella, già capo del reparto del Comando generale della Guardia di finanza, il professor Valori, la Delta Spa ed il parlamentare Sandro Gozi». La procura cercò allora di approfondire anche questi contatti, ritenuti d'interesse investigativo, soffermandosi pure sulla figura del professor Giancarlo Elia Valori.
«Valori», riferiva a verbale il pm, «ascoltato dai colleghi della procura di Salerno, intervenuta dopo la clamorosa avocazione del fascicolo ad opera della procura generale di Catanzaro, si è occupato spesso di lavori pubblici. Nel recente passato, agli inizi del 2000, ha trovato, da quel che risultava, anche una sponda rilevante a sinistra, dentro il governo D'Alema». I magistrati di Salerno, dopo le dichiarazioni rese da de Magistris, nelle carte dell'inchiesta parallela a Why not, appuntavano, fra l'altro, che il professore Valori aveva ricevuto una serie di riconoscimenti in Francia. «Dal Maggio 1996», scrivevano i pm di Salerno, «è presidente dell'Associazione culturale Italia-Francia» ed in più, sempre in Francia, ha ottenuto il riconoscimento di «Officer dans l'Ordre national de la Légion d'Honneur», conferito, precisano i pm, il 16 maggio 2001 dal presidente della Repubblica francese Jacques Chirac per i suoi alti meriti e l'infaticabile impegno svolto a favore della cooperazione italofrancese».
Ritornando al ruolo di Gozi, sempre agli atti dell'inchiesta, i pm così descrivevano l'esponente del Pd: «Sandro Gozi, membro all'epoca dello staff del presidente Prodi presso l'Unione europea, ha illustrato le strategie attuate, negli ultimi anni, dalla Commissione europea, in particolare il percorso finalizzato a realizzare, entro il 2010, un'area di libero scambio tra l'Europa ed i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Gozi ha illustrato la «strategia di vicinato» ossia la nuova filosofia di collaborazione da realizzarsi tramite politiche di sostegno e cooperazione dirette ai Paesi dell'area in questione».
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Il costo dei servigi dell'italiano «incaricato di missione» di Édouard Philippe continua a essere top secret. Ma secondo un documento di budget pubblicato ogni anno dagli uffici del primo ministro francese, un consigliere percepisce mediamente quella cifra lorda.Nell'inchiesta «Why not», che si concluse con l'archiviazione per l'ex sottosegretario, i rapporti con la «loggia di San Marino».Dopo essere diventato chargé de mission, del primo ministro francese, Sandro Gozi aveva affermato di essere pronto a rivelare l'ammontare della retribuzione che gli sarà versata per questo incarico. E invece pare che i contribuenti transalpini, dovranno attendere ancora prima di sapere quanto costeranno loro i servigi dell'ex sottosegretario italiano. Nell'attesa di dichiarazioni ufficiali, è possibile fare delle ipotesi verosimili.Questo grazie a un documento ufficiale di budget, pubblicato ogni anno dagli uffici del primo ministro francese, intitolato «effettivi dei gabinetti ministeriali». L'ultima versione disponibile risale al novembre 2018 e si riferisce ai dati disponibili al primo agosto dello scorso anno.Da circa un decennio, ogni anno questo documento viene scrutato con la lente d'ingrandimento da un ex deputato socialista d'oltralpe : René Dosière, fondatore dell'Osservatorio dell'etica pubblica. Secondo l'ex politico, un consigliere del primo ministro percepisce mediamente 10.504 euro lordi mensili. Invece i consiglieri del ministero degli Esteri di Parigi, intascano ogni mese un compenso compreso tra i 9.499 e i 9.928 euro lordi. Come si può leggere sulla Gazzetta Ufficiale francese - numero 175 del 30 luglio scorso - Sandro Gozi «è nominato al gabinetto del primo ministro. Polo Europa. Incaricato di missione agli Affari europei». Dietro le definizioni formali, l'Ufficiale della Legione d'onore cresciuto sulle rive del Rubicone dovrà «monitorare la creazione delle nuove istituzioni europee e le relazioni con il parlamento europeo». Ma la trasparenza, quando si tratta di fare i conti in tasca allo Stato, non è sempre vista di buon occhio nemmeno in Francia. Così, non è facile avere tutti i dettagli necessari a calcolare i lauti compensi dei consiglieri del governo di Parigi. Come spiega Dosière nel suo rapporto «il livello di remunerazione nei gabinetti ministeriali dipende da più fattori: l'amministrazione di provenienza [...] l'anzianità e il grado dell'interessato». Inoltre secondo il fondatore dell'Osservatorio dell'etica pubblica, «non esiste un inquadramento in funzione dell'incarico di gabinetto». Bisogna anche tenere presente che, «ogni ministero dispone di somme globali di premi, delle quali si ignorano i criteri di calcolo. [...] Compete al ministro assegnare queste somme al personale del gabinetto secondo criteri che non sono resi pubblici». Secondo l'analisi, questi premi sono imponibili e il loro totale ammonta a 21,5 milioni di euro. Di questi, 6,8 milioni, sono destinati ai consiglieri. Questa libertà di manovra riconosciuta ai ministri francesi lascia pensare che la retribuzione effettivamente percepita dal neoconsigliere italiano di Édouard Philippe, ripagherà il lavoro di una persona che «conosce posizioni e interessi riservati e non coincidenti» tra Roma e Parigi. Come ha scritto il suo ex collega di governo e compagno di partito, Carlo Calenda. Questo perché certe «dritte» potrebbero consentire a Emmanuel Macron, di continuare a fare la voce grossa con Roma o di insultare l'Italia. Del resto, l'ostilità di Monsieur le President nei confronti del nostro Paese non è un mistero. Un'ostilità che è stata alimentata anche dall'atteggiamento di quei politici nostrani che - da quando la Lega e il Movimento 5 stelle hanno dato vita al governo di Giuseppe Conte - si sono spellati le mani per applaudire il presidente francese ogni volta che questi si ergeva a paladino dell'Unione europea. Una Ue a trazione francotedesca, nella quale l'Italia deve limitarsi ad accogliere ondate di migranti e non sforare i parametri di Maastricht.Nel frattempo in Francia l'interesse dei media è aumentato dopo le dichiarazioni di Luigi Di Maio, Giorgia Meloni e altri politici italiani, in merito alla possibilità di privare Gozi della cittadinanza italiana. Un'ipotesi accolta con sorpresa. Eppure l'opinione pubblica e la politica transalpine si erano scandalizzate quando nel 2013, Gérard Depardieu - che non faceva parte di alcun governo - era stato fatto cittadino russo da Vladimir Putin. In attesa di nuovi sviluppi, la vicenda ha assunto anche un aspetto giudiziario. Secondo il sito Cesena Oggi è stato presentato un esposto alla Procura di Forlì da Francesco Minutillo, avvocato e rappresentante romagnolo di Fratelli d'Italia. L'iniziativa è volta, secondo Minutillo ad «accertare l'eventuale conoscenza di segreti e interessi sensibili di Stato dell'onorevole Sandro Gozi, che siano stati appresi nell'ambito dell'incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Renzi e Gentiloni». Il rappresentante di Fratelli d'Italia chiede anche che sia verificata la compatibilità di tali interessi con i nuovi incarichi in Francia. A Parigi intanto, Sandro Gozi potrà tranquillamente iniziare a svolgere le sue nuove mansioni visto che - come ha precisato a La Verità l'ufficio stampa del governo francese - non dovrà prestare giuramento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-forse-un-cachet-da-10-000-euro-al-mese-2639625017.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalle-carte-di-why-not-rispuntano-antichi-legami-con-il-mondo-francese" data-post-id="2639625017" data-published-at="1769856314" data-use-pagination="False"> Dalle carte di «Why not» rispuntano antichi legami con il mondo francese A volte ritornano. Dieci anni dopo, un'inchiesta che ormai fa parte del passato giudiziario calabrese ripropone in modo prepotente i suoi contenuti. L'indagine aveva toccato personaggi di primissimo piano della politica italiana. «Archiviata la posizione di Romano Prodi, indagato nell'inchiesta Why Not su presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici. A firmare il provvedimento il gip del tribunale di Catanzaro, Tiziana Macrì. La richiesta di archiviazione per l'ex premier era stata avanzata nel dicembre dell'anno scorso dai magistrati della Procura generale di Catanzaro. Il provvedimento riguarda anche altri 8 indagati, tra cui Sandro Gozi, Piero Scarpellini, Luigi Bisgnani». Così recitava l'Ansa il 21 novembre del 2009. Il procedimento Why Not, avviato dall'allora pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli, proseguiva per altri indiziati, ma veniva archiviata per Romano Prodi e il suo stretto collaboratore Sandro Gozi. Quest'ultimo, all'inizio del caso Why Not, era stato tirato in ballo dalla superteste dell'inchiesta, Caterina Merante. «Chi è Gozi?» chiedeva il pm De Magistris alla superteste. Risposta: «Si tratta di una persona che Antonio Saladino (indiziato chiave dell'indagine, poi assolto, ndr) chiamava a San Marino». In più passi dell'indagine Why not, si faceva riferimento alla cosiddetta loggia di San Marino. L'inchiesta presentava, insomma, tutti gli ingredienti per diventare interessante a livello mediatico. E per qualche settimana gli inviati dei giornali si trattennero in Calabria. D'altra parte, erano appena cominciati una serie di accertamenti sul politico, molto vicino a Romano Prodi, all'epoca presidente del Consiglio. Ad un certo punto, quindi, agli atti del fascicolo Why not, gli inquirenti annotavano gli esiti di alcune verifiche. «Non possono non rilevarsi interessanti incroci», scriveva il pm, «nell'analisi di utenze - anche straniere - che, incrociandosi in maniera circolare, contattano, ad esempio è il caso di un'utenza americana, il predetto generale Walter Cretella, già capo del reparto del Comando generale della Guardia di finanza, il professor Valori, la Delta Spa ed il parlamentare Sandro Gozi». La procura cercò allora di approfondire anche questi contatti, ritenuti d'interesse investigativo, soffermandosi pure sulla figura del professor Giancarlo Elia Valori. «Valori», riferiva a verbale il pm, «ascoltato dai colleghi della procura di Salerno, intervenuta dopo la clamorosa avocazione del fascicolo ad opera della procura generale di Catanzaro, si è occupato spesso di lavori pubblici. Nel recente passato, agli inizi del 2000, ha trovato, da quel che risultava, anche una sponda rilevante a sinistra, dentro il governo D'Alema». I magistrati di Salerno, dopo le dichiarazioni rese da de Magistris, nelle carte dell'inchiesta parallela a Why not, appuntavano, fra l'altro, che il professore Valori aveva ricevuto una serie di riconoscimenti in Francia. «Dal Maggio 1996», scrivevano i pm di Salerno, «è presidente dell'Associazione culturale Italia-Francia» ed in più, sempre in Francia, ha ottenuto il riconoscimento di «Officer dans l'Ordre national de la Légion d'Honneur», conferito, precisano i pm, il 16 maggio 2001 dal presidente della Repubblica francese Jacques Chirac per i suoi alti meriti e l'infaticabile impegno svolto a favore della cooperazione italofrancese». Ritornando al ruolo di Gozi, sempre agli atti dell'inchiesta, i pm così descrivevano l'esponente del Pd: «Sandro Gozi, membro all'epoca dello staff del presidente Prodi presso l'Unione europea, ha illustrato le strategie attuate, negli ultimi anni, dalla Commissione europea, in particolare il percorso finalizzato a realizzare, entro il 2010, un'area di libero scambio tra l'Europa ed i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Gozi ha illustrato la «strategia di vicinato» ossia la nuova filosofia di collaborazione da realizzarsi tramite politiche di sostegno e cooperazione dirette ai Paesi dell'area in questione».
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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