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2023-08-26
Il governo studia l’alt all’ecofollia torinese
Finalmente lo stop alle auto Euro 5, previsto per Torino e provincia a partire dal 15 settembre sta scalando di intensità. c’è infatti da augurarsi che diventi una caso nazionale e si capisca che non è una scelta che può rimanere in capo a una Regione. Per una sacco di motivi. Primo perché il vincolo di circolazione riguarda le autovetture immatricolate prima del settembre 2015. Tutte le diesel e una buona fetta delle vetture a benzina. Significa che fra meno di tre settimane circa 650.000 vetture saranno ferme durante il giorno, a meno che non ottengano una particolare deroga. Il numero è esorbitante se si pensa che in tutta la provincia circolano 1,6 milioni di vetture. Infatti la disposizione attuale si somma a precedenti vincoli che già limitavano la circolazione di 300.000 vetture. Ieri, l’assessore al Comune, Chiara Foglietta, ha detto che la scelta non è rinviabile, ma che potenzieranno la mobilità alternativa e che si cercheranno incentivi per sostenere economicamente le rottamazioni». Di massa, aggiungiamo noi. Tali dichiarazioni non fanno altro che riaccendere le proteste di chi, soprattutto i commercianti e i trasportatori, si troverà a essere cornuto e mazziato. Visto che i mezzi sono una diretta fonte di circolazione. Ieri è stata diffusa un’agenzia stampa Ansa riportante fonti del Mase. Secondo le quali il ministro Gilberto Pichetto Fratin avrebbe «chiesto ai tecnici di poter avere sul tavolo, a inizio della prossima settimana, tutte le possibili strade da percorrere per fermare o rimandare questo provvedimento che finirebbe per creare enormi difficoltà a migliaia di professionisti, famiglie e imprese». Ottima cosa, verrebbe da dire. Ma come scritto sopra l’approccio non deve essere localistico. Il problema è sociale ed economico e presto potrebbe riguardare l’intera Regione e nessuno può escludere che, in futuro, travolga l’intera Penisola. Se i vincoli di circolazione che toccano le auto Euro 5 e precedenti dovessero estendersi a tutto il Piemonte si troverebbero impantanate circa 1,3 milioni di auto su un parco complessivo di 3,3 milioni. Figuratevi in tutta Italia. Senza contare che estendere così tanto i vincoli di una Ztl implica una serie di fattori a dir poco controproducenti. La mobilità si rallenta e si aumenta la permanenza e quindi l’inquinamento. Esattamente l’opposto dell’intento dichiarato.
È chiaro che il vero obiettivo di tali scelte derivanti decisioni della Commissione Ue porta in altre direzioni. L’obiettivo è trasformare la mobilità complessiva. Ridurla e rendere ai cittadini sempre più difficile spostarsi. Solo così potrà esserci una transizione verso l’elettrico. Per questo noi alla Verità abbiamo deciso di contraddistinguere gli articoli relativi la transizione modello socialista con la coppia di termini composta dal binomio «ambiente e povertà». Ma l’estensione a dismisura della Ztl imporrà anche l’uso massiccio di telecamere e di strumenti di tracciabilità. Come le scatole nere che la Regione Piemonte sta suggerendo di installare sulle autovetture. In futuro le autorità potranno raccogliere miliardi di dati e dopo che il governo Draghi, durante la pandemia, ha drasticamente modificato le norme della privacy, questi dati potranno essere scambiati tra enti e utilizzati anche a fini diversi da quelli della raccolta. Il decreto dell’ottobre del 2021 crea interoperabilità tra i silos dati. Il gestore di un’autostrada o di un traforo può sapere quante volte in un anno è transitata una vetture. Domani potrà comunicarlo all’Agenzia delle entrate.
A quel punto l’autorità finanziaria potrà sapere quanti giorni (accoppierà il dato a quello delle celle telefoniche del titolare) il proprietario è stato in quella città piuttosto che in altro. In base a quelle informazioni pagherà l’Imu o l’Ici. O al contrario potrebbe anche ricevere semaforo rosso se il numero di multe non pagate dovesse superare una certa soglia. Non si tratta di distopia. Sono possibilità che la tecnologia può trasformare in realtà. E a chi ribatte che così gli sporchi evasori non ci saranno più, bisogna ribattere:
1 che la tecnologia è fallace e non accetta dialogo,
2 che basta cambiare un comma a una legge perché un cittadino si trovi a essere considerato fuori legge,
3 a quel punto la democrazia si invertirà assieme all’onere della prova.
Le proteste, dunque, è meglio che siano solidali e coinvolgano anche altre Regioni. Bene che i ministri Salvini e Pichetto Fratin abbiano fatto un cenno. Ma questa è una battaglia di civiltà molto più ampia e non riguarda solo l’assurdo stop a 650.000 veicoli, riguarda il modello di società che vogliamo per le famiglie che quelle e milioni di altre auto trasportano.
Tra nuovi e vecchi blocchi i veicoli costretti allo stop arriveranno a 650.000
Ci sono numeri del provvedimento di limitazione al traffico che entrerà in vigore in Piemonte il 15 settembre che lasciano aperti grandi interrogativi sulla sua effettiva utilità ed efficacia. A parte evitare infrazioni da parte di Bruxelles, ecco la realtà: incrociando i dati relativi alle immatricolazioni dei veicoli italiani per classe d’inquinamento e per regione (secondi i dati di Mit, Aci e Anfia), la decisione piemontese di limitare gli Euro 5 diesel o inferiori e fino agli Euro 2 a benzina affliggerebbe non soltanto le circa 300.000 vetture immatricolate in Italia tra il 2009 e il 2014, ma anche altre 350.000 ancora in circolazione con classi di emissioni inferiori.
Delle quali risultano di residenti piemontesi dei Comuni afflitti dal divieto, che scatterà a settembre, circa 138.000 unità. Ma la cifra stimata sale a 650.000 circa, se si considerano anche le vetture già bloccate dai precedenti divieti. Mentre sarebbero 170.000 quelle che sarebbero bloccate qualora si decidesse di dare alla nuova regola un confine regionale, portando la stima del totale dei veicoli vietati a 1 milione e 300.000, su un totale del parco circolante regionale di circa 3.300.000 unità. A quel punto, come sarebbe possibile controllare varchi e confini resta un mistero, se 189 telecamere servono soltanto per Milano, chissà quante ne occorrerebbero per le otto province del Piemonte. Idealmente, se tutti gli italiani venerdì 15 settembre decidessero di andare in uno dei 76 comuni che applicano la restrizione, potenzialmente la limitazione colpirebbe 650.000 automobilisti. La guerra al diesel è spietata: sul totale del parco veicoli italiano, quasi 40 milioni di mezzi, gli Euro 6 a gasolio sono poco meno di 13 milioni e i motori a benzina di classe inferiore alla Euro 2 quasi 7 milioni. Poco chiaro è che cosa ne sarà dei circa 2 milioni di veicoli da bloccare che per il Piemonte si limitano a transitare ogni mese per raggiungere Francia, Svizzera, Lombardia e Liguria, i cui conducenti in aria di sosta per rifocillarsi dovranno probabilmente segnare su una mappa le uscite da evitare e le aree off-limits.
Consola il fatto che le autostrade sono evidentemente escluse dalla decisione, che il 15 aprile 2024 questa follia sarà sospesa, e che nei weekend non sarà in vigore. Viene quindi spontaneo chiedersi quale possa mai essere l’impatto effettivo sulla riduzione delle emissioni, anche perché le differenze tra diesel Euro 5 ed Euro 6 sono minime e, se i filtri antiparticolato sono efficienti come la revisione ministeriale impone, riguardano principalmente la percentuale degli ossidi di azoto. A rendere demagogica l’idea c’è poi una grande quantità di deroghe, ben 34 tipi diversi, e oltre a quelle tipiche per chi lavora, chi assiste malati o ricopre incarichi particolari (compresi giornalisti e veterinari), saranno esentati i veicoli utilizzati per il trasporto di persone sottoposte a terapie, interventi o dimesse da ospedali e case di cura in grado di esibire relativa certificazione medica; quelli delle aziende che effettuano interventi tecnico-operativi indilazionabili, le macchine operatrici e agricole, mezzi d’opera, ma anche veicoli delle associazioni o società sportive affiliate al Coni o a federazioni riconosciute ufficialmente, o veicoli privati utilizzati da iscritti alle stesse o da arbitri, direttori di gara o cronometristi. C’è quindi da aspettarsi una gran voglia dei piemontesi di iscriversi a qualsivoglia sport. Fortuna vuole che siano esentate anche le vetture che trasportano persone per partecipare a cerimonie funebri e religiose o civili non ordinarie; veicoli di residenti in altre Regioni italiane o all’estero muniti di prenotazione o della ricevuta alberghiera, limitatamente al percorso tra l’albergo e i confini della città - il weekend lungo per l’assaggio del Barolo è salvo - quelli che devono essere imbarcati come veicoli al seguito per trasferimenti marittimi e ferroviari; veicoli al servizio delle manifestazioni autorizzate e di operatori economici che accedono o escono dai posteggi dei mercati o delle fiere. Infine, per non rovinare nessuno, le auto utilizzate da lavoratori la cui abitazione o il luogo di lavoro non sono serviti, negli orari di lavoro, dai mezzi pubblici nel raggio di 1.000 metri. Tradotto: un chilometro a piedi lo si deve fare comunque con qualsiasi condizione meteorologica, e potranno girare anche coloro con almeno due persone a bordo (car-pooling). Insomma, cari piemontesi, fate sport, portatevi parenti e amici, fatevi fare una ricetta medica per un trattamento e potete tenervi la vostra Euro 5 Diesel che va ancora benissimo.
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Sale il malumore per il bando degli Euro 5, mentre Matteo Salvini e Gilberto Pichetto Fratin valutano modifiche. La misura minaccia anche la privacy: i dati presi da telecamere e scatole nere potranno essere usati da ogni ente. Incluso il Fisco.Con i divieti in tutta la Regione, invece, i mezzi fermi sarebbero 1,3 milioni. Previste deroghe per cure, lavoro, viaggi, sport e funerali.Lo speciale contiene due articoli.Finalmente lo stop alle auto Euro 5, previsto per Torino e provincia a partire dal 15 settembre sta scalando di intensità. c’è infatti da augurarsi che diventi una caso nazionale e si capisca che non è una scelta che può rimanere in capo a una Regione. Per una sacco di motivi. Primo perché il vincolo di circolazione riguarda le autovetture immatricolate prima del settembre 2015. Tutte le diesel e una buona fetta delle vetture a benzina. Significa che fra meno di tre settimane circa 650.000 vetture saranno ferme durante il giorno, a meno che non ottengano una particolare deroga. Il numero è esorbitante se si pensa che in tutta la provincia circolano 1,6 milioni di vetture. Infatti la disposizione attuale si somma a precedenti vincoli che già limitavano la circolazione di 300.000 vetture. Ieri, l’assessore al Comune, Chiara Foglietta, ha detto che la scelta non è rinviabile, ma che potenzieranno la mobilità alternativa e che si cercheranno incentivi per sostenere economicamente le rottamazioni». Di massa, aggiungiamo noi. Tali dichiarazioni non fanno altro che riaccendere le proteste di chi, soprattutto i commercianti e i trasportatori, si troverà a essere cornuto e mazziato. Visto che i mezzi sono una diretta fonte di circolazione. Ieri è stata diffusa un’agenzia stampa Ansa riportante fonti del Mase. Secondo le quali il ministro Gilberto Pichetto Fratin avrebbe «chiesto ai tecnici di poter avere sul tavolo, a inizio della prossima settimana, tutte le possibili strade da percorrere per fermare o rimandare questo provvedimento che finirebbe per creare enormi difficoltà a migliaia di professionisti, famiglie e imprese». Ottima cosa, verrebbe da dire. Ma come scritto sopra l’approccio non deve essere localistico. Il problema è sociale ed economico e presto potrebbe riguardare l’intera Regione e nessuno può escludere che, in futuro, travolga l’intera Penisola. Se i vincoli di circolazione che toccano le auto Euro 5 e precedenti dovessero estendersi a tutto il Piemonte si troverebbero impantanate circa 1,3 milioni di auto su un parco complessivo di 3,3 milioni. Figuratevi in tutta Italia. Senza contare che estendere così tanto i vincoli di una Ztl implica una serie di fattori a dir poco controproducenti. La mobilità si rallenta e si aumenta la permanenza e quindi l’inquinamento. Esattamente l’opposto dell’intento dichiarato. È chiaro che il vero obiettivo di tali scelte derivanti decisioni della Commissione Ue porta in altre direzioni. L’obiettivo è trasformare la mobilità complessiva. Ridurla e rendere ai cittadini sempre più difficile spostarsi. Solo così potrà esserci una transizione verso l’elettrico. Per questo noi alla Verità abbiamo deciso di contraddistinguere gli articoli relativi la transizione modello socialista con la coppia di termini composta dal binomio «ambiente e povertà». Ma l’estensione a dismisura della Ztl imporrà anche l’uso massiccio di telecamere e di strumenti di tracciabilità. Come le scatole nere che la Regione Piemonte sta suggerendo di installare sulle autovetture. In futuro le autorità potranno raccogliere miliardi di dati e dopo che il governo Draghi, durante la pandemia, ha drasticamente modificato le norme della privacy, questi dati potranno essere scambiati tra enti e utilizzati anche a fini diversi da quelli della raccolta. Il decreto dell’ottobre del 2021 crea interoperabilità tra i silos dati. Il gestore di un’autostrada o di un traforo può sapere quante volte in un anno è transitata una vetture. Domani potrà comunicarlo all’Agenzia delle entrate. A quel punto l’autorità finanziaria potrà sapere quanti giorni (accoppierà il dato a quello delle celle telefoniche del titolare) il proprietario è stato in quella città piuttosto che in altro. In base a quelle informazioni pagherà l’Imu o l’Ici. O al contrario potrebbe anche ricevere semaforo rosso se il numero di multe non pagate dovesse superare una certa soglia. Non si tratta di distopia. Sono possibilità che la tecnologia può trasformare in realtà. E a chi ribatte che così gli sporchi evasori non ci saranno più, bisogna ribattere: 1 che la tecnologia è fallace e non accetta dialogo, 2 che basta cambiare un comma a una legge perché un cittadino si trovi a essere considerato fuori legge, 3 a quel punto la democrazia si invertirà assieme all’onere della prova. Le proteste, dunque, è meglio che siano solidali e coinvolgano anche altre Regioni. Bene che i ministri Salvini e Pichetto Fratin abbiano fatto un cenno. Ma questa è una battaglia di civiltà molto più ampia e non riguarda solo l’assurdo stop a 650.000 veicoli, riguarda il modello di società che vogliamo per le famiglie che quelle e milioni di altre auto trasportano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-studia-alt-ecofollia-torinese-2664444424.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-nuovi-e-vecchi-blocchi-i-veicoli-costretti-allo-stop-arriveranno-a-650-000" data-post-id="2664444424" data-published-at="1693044702" data-use-pagination="False"> Tra nuovi e vecchi blocchi i veicoli costretti allo stop arriveranno a 650.000 Ci sono numeri del provvedimento di limitazione al traffico che entrerà in vigore in Piemonte il 15 settembre che lasciano aperti grandi interrogativi sulla sua effettiva utilità ed efficacia. A parte evitare infrazioni da parte di Bruxelles, ecco la realtà: incrociando i dati relativi alle immatricolazioni dei veicoli italiani per classe d’inquinamento e per regione (secondi i dati di Mit, Aci e Anfia), la decisione piemontese di limitare gli Euro 5 diesel o inferiori e fino agli Euro 2 a benzina affliggerebbe non soltanto le circa 300.000 vetture immatricolate in Italia tra il 2009 e il 2014, ma anche altre 350.000 ancora in circolazione con classi di emissioni inferiori. Delle quali risultano di residenti piemontesi dei Comuni afflitti dal divieto, che scatterà a settembre, circa 138.000 unità. Ma la cifra stimata sale a 650.000 circa, se si considerano anche le vetture già bloccate dai precedenti divieti. Mentre sarebbero 170.000 quelle che sarebbero bloccate qualora si decidesse di dare alla nuova regola un confine regionale, portando la stima del totale dei veicoli vietati a 1 milione e 300.000, su un totale del parco circolante regionale di circa 3.300.000 unità. A quel punto, come sarebbe possibile controllare varchi e confini resta un mistero, se 189 telecamere servono soltanto per Milano, chissà quante ne occorrerebbero per le otto province del Piemonte. Idealmente, se tutti gli italiani venerdì 15 settembre decidessero di andare in uno dei 76 comuni che applicano la restrizione, potenzialmente la limitazione colpirebbe 650.000 automobilisti. La guerra al diesel è spietata: sul totale del parco veicoli italiano, quasi 40 milioni di mezzi, gli Euro 6 a gasolio sono poco meno di 13 milioni e i motori a benzina di classe inferiore alla Euro 2 quasi 7 milioni. Poco chiaro è che cosa ne sarà dei circa 2 milioni di veicoli da bloccare che per il Piemonte si limitano a transitare ogni mese per raggiungere Francia, Svizzera, Lombardia e Liguria, i cui conducenti in aria di sosta per rifocillarsi dovranno probabilmente segnare su una mappa le uscite da evitare e le aree off-limits. Consola il fatto che le autostrade sono evidentemente escluse dalla decisione, che il 15 aprile 2024 questa follia sarà sospesa, e che nei weekend non sarà in vigore. Viene quindi spontaneo chiedersi quale possa mai essere l’impatto effettivo sulla riduzione delle emissioni, anche perché le differenze tra diesel Euro 5 ed Euro 6 sono minime e, se i filtri antiparticolato sono efficienti come la revisione ministeriale impone, riguardano principalmente la percentuale degli ossidi di azoto. A rendere demagogica l’idea c’è poi una grande quantità di deroghe, ben 34 tipi diversi, e oltre a quelle tipiche per chi lavora, chi assiste malati o ricopre incarichi particolari (compresi giornalisti e veterinari), saranno esentati i veicoli utilizzati per il trasporto di persone sottoposte a terapie, interventi o dimesse da ospedali e case di cura in grado di esibire relativa certificazione medica; quelli delle aziende che effettuano interventi tecnico-operativi indilazionabili, le macchine operatrici e agricole, mezzi d’opera, ma anche veicoli delle associazioni o società sportive affiliate al Coni o a federazioni riconosciute ufficialmente, o veicoli privati utilizzati da iscritti alle stesse o da arbitri, direttori di gara o cronometristi. C’è quindi da aspettarsi una gran voglia dei piemontesi di iscriversi a qualsivoglia sport. Fortuna vuole che siano esentate anche le vetture che trasportano persone per partecipare a cerimonie funebri e religiose o civili non ordinarie; veicoli di residenti in altre Regioni italiane o all’estero muniti di prenotazione o della ricevuta alberghiera, limitatamente al percorso tra l’albergo e i confini della città - il weekend lungo per l’assaggio del Barolo è salvo - quelli che devono essere imbarcati come veicoli al seguito per trasferimenti marittimi e ferroviari; veicoli al servizio delle manifestazioni autorizzate e di operatori economici che accedono o escono dai posteggi dei mercati o delle fiere. Infine, per non rovinare nessuno, le auto utilizzate da lavoratori la cui abitazione o il luogo di lavoro non sono serviti, negli orari di lavoro, dai mezzi pubblici nel raggio di 1.000 metri. Tradotto: un chilometro a piedi lo si deve fare comunque con qualsiasi condizione meteorologica, e potranno girare anche coloro con almeno due persone a bordo (car-pooling). Insomma, cari piemontesi, fate sport, portatevi parenti e amici, fatevi fare una ricetta medica per un trattamento e potete tenervi la vostra Euro 5 Diesel che va ancora benissimo.
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 marzo 2026. Il capogruppo della Lega in Campidoglio Fabrizio Santori spiega lo scandalo dell'acquisto di immobili da parte del Comune di Roma.
Il petrolio è arrivato a 100 dollari ma prima o dopo si troverà una soluzione al blocco di Hormuz. Preoccupa di più la fuga degli investitori dai fondi di private credit americani. Grandi nomi in ballo e centinaia di miliardi che ballano. Uno scricchiolio a Wall Street vale 10 crisi del petrolio.