Il governo promette: deficit sotto il 3% già nel bilancio 2026. Senza toccare la casa
Il ministro Giancarlo Giorgetti (Ansa)
  • Il Piano strutturale varato dal Cdm: riforma fiscale, detrazioni ridotte e meno spese dei ministeri. Non cambia il catasto.
  • Approvato il decreto con il Testo unico sui versamenti. Il viceministro Leo: vogliamo limitare errori e contestazioni e di conseguenza far risparmiare anche i contribuenti.

Lo speciale contiene due articoli.

Il deficit potrebbe scendere sotto il 3% del Pil già nel 2026. Il governo si è dato un obiettivo ambizioso, con tempi di realizzazione più accelerati rispetto a quanto richiesto dalla Commissione europea. Ma affinché ciò sia possibile è necessaria «una politica fiscale prudente e responsabile». Nel Piano strutturale di bilancio, varato ieri dal Consiglio dei ministri, sono proprio le parole «prudenza» e «responsabilità» a indicare il metodo che si intende seguire. Sarebbe stato proprio il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, secondo indiscrezioni, ad aver preteso che fosse indicato esplicitamente quello che sarà di qui ai prossimi anni il modus operandi del governo. Un messaggio inviato ai colleghi ministri per far capire che con questa e le successive manovre economiche non ci sarà il solito balletto delle «marchette» elettorali, non ci saranno dirottamenti dalla linea del rigore della spesa. Nel testo si dice chiaramente che «nell’orizzonte temporale considerato dal Piano il tasso di crescita della spesa netta si attesterà su un valore medio prossimo all’1,5%». Si intende la spesa non finanziata da nuove entrate o risorse europee, senza contare gli interessi passivi sul debito e gli effetti ciclici di particolari tipologie di spesa. Ciò significa che per far quadrare i conti sarà tagliato il tagliabile, a cominciare dalla giungla delle detrazioni e deduzioni e ogni voce di spesa dovrà avere la copertura. Con il Piano strutturale si entra nel vivo della sessione di bilancio che porterà alla definizione della manovra economica.

Mettere nero su bianco che di qui al 2026, il deficit dovrà scendere sotto il 3% del Pil per un Paese come il nostro che parte da un rapporto deficit/Pil del 7,4% nel 2023 e un debito pubblico pari al 137% del Pil, non è un impegno leggero. La strada è obbligata. «Ce lo chiede Bruxelles» si sarebbe detto un tempo ma è un refrain che oggi, con il nuovo Patto di stabilità è quantomai attuale. Le nuove regole Ue hanno stabilito che i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil e un rapporto deficit/Pil superiore al 3% (è il caso dell’Italia) sono tenuti a presentare un piano di rientro del disavanzo, della durata di 4 anni, estendibili a sette, in presenza di particolari criteri. Per avere a disposizione un arco di tempo maggiore, il piano deve prevedere un insieme di riforme e investimenti tali da rispondere alle difficoltà strutturali del Paese. Più volte tra le sollecitazioni della Commissione europea ha fatto capolino la riforma del catasto ma nel testo non c’è traccia e i proprietari di immobili possono tirare un sospiro di sollievo.

Per il resto il documento sarà reso noto nei dettagli quando verrà presentato in Parlamento per il via libera prima di essere inviato a Bruxelles, a ottobre. Un altro passaggio preliminare è l’aggiornamento del testo quando l’Istat, presumibilmente il 23 settembre, renderà nota la revisione generale delle stime annuali dei conti nazionali con i dati definitivi su Pil, debito e deficit.

Il 15 di ottobre, dovrà essere presentato il Documento programmatico di bilancio (Dpb), che conterrà gli aggiornamenti delle previsioni macroeconomiche e di finanza pubbliche e gli ambiti di intervento della prossima manovra economica. Questi ultimi, naturalmente, dovranno risultare in linea con il percorso di spesa indicato nel Piano strutturale (Psb).

Il nuovo Patto di stabilità non consente molte libertà di azione. Il percorso è pressoché tracciato dai vincoli posti alla spesa e i riflettori di Bruxelles sono sempre accesi per evitare che ci siano deragliamenti. Il Psb dovrà essere presentato ogni cinque anni e quindi non sarà possibile rivedere gli obiettivi a cadenza annuale, tranne nella situazione dell’insediamento di un nuovo governo. Inoltre ogni anno, entro il 30 aprile, dovrà essere presentata una Relazione annuale sullo stato di avanzamento del rientro dal disavanzo, per dimostrare che si procede nella direzione di rispettare gli obiettivi.

È chiaro che l’individuazione a priori della traiettoria di spesa netta nel piano di medio termine, comporta una grande attenzione nel programmare l’utilizzo delle risorse pubbliche e un monitoraggio sulla dinamica di quanto è erogato.

Occorre pertanto coniugare le esigenze di bilancio con gli stimoli all’economia e il sostegno ai redditi. Con il Piano strutturale, la manovra è praticamente scritta. Per rifinanziare il cuneo fiscale, il taglio dell’Irpef, gli aiuti alle mamme che lavorano e gli sconti alle imprese che assumono, servono 25 miliardi. I soldi verrebbero da un giro di vite delle detrazioni. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che il 50% dei contribuenti meno abbienti usufruisce di circa il 15% delle detrazioni totali mentre il 10% più ricco gode del 26%. Tagliare si può ma occorre un’attenzione chirurgica.

Una delle ipotesi sul tavolo, è di definire un tetto massimo alle spese che possono essere detratte, in base al reddito e al numero dei figli. Resterebbero fuori dai tagli, le spese sanitarie e gli interessi dei mutui per la prima casa.

In lista d’attesa poi, ci sono i provvedimenti varati con la scorsa Finanziaria e che vanno confermati come le risorse per i contratti e gli straordinari delle forze dell’ordine e del personale sanitario, le agevolazioni sui mutui per gli under 36 sull’acquisto della prima casa. L’Ufficio parlamentare di Bilancio della Camera ha stimato che la conferma delle misure più importanti della scorsa manovra richiede 18 miliardi di cui 11 per il taglio del cuneo fiscale.

I giochi sono praticamente fatti.

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