True
2023-10-31
Il governo insiste per la tassina sulla casa
Il testo della manovra 2024 previsto per oggi in Parlamento, dopo l’ok del Capo dello Stato. Ad accompagnarla, una dichiarazione che rappresenta un novità assoluta: «Le forze di maggioranza hanno confermato la volontà di procedere speditamente all’approvazione senza pertanto presentare emendamenti. Il governo terrà conto con grande attenzione del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza e opposizione». Tradotto: super-blindatura con coda polemica compresa di segnale ai deputati e senatori. Bene parlarne in Aula, ma nessuna intromissione nelle attività del governo. Un messaggio forte, se si pensa che si è arrivati a blindare l’intera manovra attorno a un solo articolo, il numero 18. Fortemente voluto da Fratelli d’Italia, lo specifico paragrafo della manovra riguarda gli affitti brevi.
Per capire il punto di caduta e la mediazione avvenuta tra Fdi e Forza Italia bisogna riavvolgere lo schema a due settimane fa, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha approvato il primo file di quello che diventerà la legge finanziaria. L’idea iniziale era quella di aumentare il prelievo della cedolare secca dal 21 al 26% su quegli immobili che vengono locati per un periodo inferiore ai 30 giorni. La primissima versione prevedeva un rialzo a partire dalla seconda casa posta in affitto e dunque la terza di proprietà del medesimo contribuente. La settimana successiva l’articolo ha subito delle modifiche ed è stato allargato il perimetro. Probabilmente perché il legislatore ha pensato che il gettito sarebbe stato limitato. Si è così pensato di innalzare il prelievo anche sulla prima casa posta in affitto, e quindi sulla seconda di proprietà. Da qui si è scatenato l’inferno. Forza Italia ha alzato le barricate fine a chiedere l’incontro chiarificatore di ieri pomeriggio. Si sono trovati i vice ministri, la premier Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza, oltre che il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Risultato? Ieri sera si è tornati alla prima ipotesi: tassa extra solo sulla seconda casa posta in affitto.
Il tutto ufficializzato da un take di agenzia. «Entra nella manovra la proposta di Fi per un codice identificativo nazionale per gli affitti brevi. Lo apprende l’Ansa da fonti di maggioranza e di governo al termine del vertice sulla manovra che ha confermato l’aumento al 26% dell’aliquota dalla seconda alla quarta casa messa in affitto, specificando che per la prima resta al 21%. C’è l’impegno di destinare il gettito derivante - circa un miliardo di euro secondo stime circolate nella riunione - alla riduzione delle tasse sulla casa». Due anomalie. La prima riguarda il codice identificativo.
In realtà si chiama Cin, codice identificativo nazionale, ed esiste nella forma di Cir, codice identificativo regionale, dall’estate del 2019. Senza il numero in questione le persone non potrebbero nemmeno stare su Airbnb. Dunque la novità si riduce al perimetro: da nazionale a regionale. Peccato che la stessa legge finanziaria del 2020 già prevedeva il Cin, con la sola spiegazione che nessun governo successivo si è occupato di scrivere il relativo decreto attuativo. Insomma, la semplificazione promessa ai proprietari di case in cambio dell’extra tassa ricorda un po’ il gioco delle tre carte. Così come siamo molto curiosi di leggere la relazione tecnica agganciata all’articolo 18. Nella velina dell’Ansa citata sopra si parla di un miliardo di gettito. L’ultimo dato disponibile relativo alla cedolare secca degli immobili a uso turistico (sono circa 650.000) segna una cifra non superiore ai 250 milioni. Come sia possibile quadruplicare il valore con un ritocchino di 5 punti destinato a una fetta minima di locatori è difficile da prevedere. Così come fatichiamo a comprendere come si possa sostenere che si mettono nuove imposte sulla casa per poi alleggerire la pressione fiscale sul comparto immobiliare. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, punta il dito in occasione di varie dirette tv contro la categoria degli albergatori che avrebbe spinto per far alzare le imposte, ma soprattutto per creare (tramite questa manovra) le premesse per far scivolare meglio in Aula il disegno di legge affitti brevi, ribattezzato anche ddl Santanchè.
L’obiettivo del testo è quello di rendere molto più difficile affittare per pochi giorni. Molti sindaci di sinistra sono della stessa idea. È chiaro che questo cozza con le tradizioni libertarie di Forza Italia. Cozza con gli interessi di molti elettori di centrodestra. Mentre favorisce gli albergatori che vorrebbero ampliare il proprio perimetro di lavoro. L’accrocchio raggiunto ieri permette di chiudere la manovra, blindarla e mandarla in Aula. In fondo, dalle stime da noi fatte ci sono in ballo pochi milioni di euro. Il problema è che quando arriverà alla Camera il disegno di legge Santanchè sarà molto più difficile tenere insieme la maggioranza. Non è una questione di gettito ma di filosofia sottostante. Senza Silvio Berlusconi che valori e idee porteranno avanti gli azzurri? Potranno abbracciare anche loro idee da destra sociale? Per carità anche giuste, soprattutto in momenti di crisi come l’attuale. Ma gli azzurri possono farne una bandiera?
Sussurri e bisbigli in Forza Italia. Per ora deputati coperti e allineati
A Forza Italia l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza di ieri sulla manovra va bene, o meglio: questa è la linea ufficiale del partito, anche se a quanto risulta alla Verità tra gli «azzurri» non tutti sono d’accordo con la linea del leader Antonio Tajani. Nei giorni scorsi alcuni esponenti di primo piano di Fi, come il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, hanno chiesto una maggiore attenzione sulle pensioni, una proroga del Superbonus per chi ha iniziato i lavori e li ha realizzati per almeno il 60% e una rivisitazione della cedolare secca. Sapremo nelle prossime ore se tra i berlusconiani qualcuno manifesterà pubblicamente perplessità rispetto all’accordo raggiunto nel vertice di maggioranza, per il momento prendiamo atto della posizione ufficiale del partito, espressa attraverso un comunicato stampa: «Forza Italia», recita la nota, «esprime soddisfazione per l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza, che si è svolta a Palazzo Chigi. L’esito positivo della riunione ha confermato la volontà di procedere celermente, senza presentare emendamenti, per l’approvazione della Manovra che abbassa le tasse a milioni di italiani. Forza Italia ha apprezzato l’accoglimento delle sue istanze, alcune delle quali saranno inserite nel decreto collegato alla manovra, già all’esame del Parlamento». Niente emendamenti dalla maggioranza, dunque: Forza Italia si adegua alla linea imposta da Giorgia Meloni, anche se c’è da scommettere che le opposizioni non si lasceranno scappare l’occasione per mettere in difficoltà il centrodestra. Che succederà se Pd o M5s presenteranno un emendamento per aumentare le pensioni minime, cavallo di battaglia dei berlusconiani? Fi ovviamente li boccerà, ma dovrà poi giustificare questa mossa davanti al proprio elettorato. Veniamo al tema della cedolare secca: «In particolare», prosegue la nota di Fi, a proposito delle istanze del partito accolte, «l’istituzione del Codice di identificazione nazionale da utilizzare obbligatoriamente per gli affitti brevi e per le offerte tramite le piattaforme informatiche. I benefici realizzati dall’emersione, quantificata per oltre un miliardo, sono destinati alla riduzione della pressione fiscale. La cedolare secca resta al 21% per il primo appartamento dato in affitto breve. Dal secondo, intestato allo stesso proprietario, passa al 26%». «Il Governo», conclude la nota, «si è fatto carico di analizzare il finanziamento della tv pubblica Rai, al fine di sostenere il piano industriale triennale di rilancio dell’azienda. Il governo terrò conto del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza ed opposizione».
Chi si accontenta gode, in sostanza: per Forza Italia, partito alle prese con una complicata fase politica dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, non ci sono margini per alzare la voce. Il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, sostiene addirittura che il divieto di presentazione di emendamenti alla maggioranza «non è un fatto solo di immagine ma anche di sostanza, significa dare ai mercati un chiaro segnale di compattezza e unità».
Soddisfatto, e c’è da credergli, il leader degli azzurri Antonio Tajani, che vede ancora una volta vincente la sua linea basata sul «non disturbare il manovratore», ovvero la Meloni, e visto che parliamo di manovra mai avvertimento fu più azzeccato: «Si è risolto nel modo migliore», dice il ministro degli Esteri al termine del vertice di Palazzo Chigi, «sarà una manovra che ridurrà la pressione fiscale nel nostro Paese per molti cittadini, con il taglio del cuneo fiscale. Per quanto riguarda la cedolare per gli appartamenti che vengono affittati, ci sarà solamente dal secondo appartamento in poi, quindi non sarà per tutti». Oggi inizia l’esame del testo in Commissione Bilancio al Senato: vedremo se ci saranno sorprese o filerà tutto liscio.
Continua a leggereRiduci
Confermato l’aumento della cedolare al 26% dalla seconda locazione. In cambio una semplificazione burocratica (codice identificativo nazionale) per affitti brevi e per stare su Airbnb. Solo che la procedura è legge dal 2019: mancava l’attuazione.Forza Italia sottoscrive la legge di Bilancio, ma restano perplessità su pensioni e mattone.Lo speciale contiene due articoli.Il testo della manovra 2024 previsto per oggi in Parlamento, dopo l’ok del Capo dello Stato. Ad accompagnarla, una dichiarazione che rappresenta un novità assoluta: «Le forze di maggioranza hanno confermato la volontà di procedere speditamente all’approvazione senza pertanto presentare emendamenti. Il governo terrà conto con grande attenzione del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza e opposizione». Tradotto: super-blindatura con coda polemica compresa di segnale ai deputati e senatori. Bene parlarne in Aula, ma nessuna intromissione nelle attività del governo. Un messaggio forte, se si pensa che si è arrivati a blindare l’intera manovra attorno a un solo articolo, il numero 18. Fortemente voluto da Fratelli d’Italia, lo specifico paragrafo della manovra riguarda gli affitti brevi. Per capire il punto di caduta e la mediazione avvenuta tra Fdi e Forza Italia bisogna riavvolgere lo schema a due settimane fa, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha approvato il primo file di quello che diventerà la legge finanziaria. L’idea iniziale era quella di aumentare il prelievo della cedolare secca dal 21 al 26% su quegli immobili che vengono locati per un periodo inferiore ai 30 giorni. La primissima versione prevedeva un rialzo a partire dalla seconda casa posta in affitto e dunque la terza di proprietà del medesimo contribuente. La settimana successiva l’articolo ha subito delle modifiche ed è stato allargato il perimetro. Probabilmente perché il legislatore ha pensato che il gettito sarebbe stato limitato. Si è così pensato di innalzare il prelievo anche sulla prima casa posta in affitto, e quindi sulla seconda di proprietà. Da qui si è scatenato l’inferno. Forza Italia ha alzato le barricate fine a chiedere l’incontro chiarificatore di ieri pomeriggio. Si sono trovati i vice ministri, la premier Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza, oltre che il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Risultato? Ieri sera si è tornati alla prima ipotesi: tassa extra solo sulla seconda casa posta in affitto. Il tutto ufficializzato da un take di agenzia. «Entra nella manovra la proposta di Fi per un codice identificativo nazionale per gli affitti brevi. Lo apprende l’Ansa da fonti di maggioranza e di governo al termine del vertice sulla manovra che ha confermato l’aumento al 26% dell’aliquota dalla seconda alla quarta casa messa in affitto, specificando che per la prima resta al 21%. C’è l’impegno di destinare il gettito derivante - circa un miliardo di euro secondo stime circolate nella riunione - alla riduzione delle tasse sulla casa». Due anomalie. La prima riguarda il codice identificativo. In realtà si chiama Cin, codice identificativo nazionale, ed esiste nella forma di Cir, codice identificativo regionale, dall’estate del 2019. Senza il numero in questione le persone non potrebbero nemmeno stare su Airbnb. Dunque la novità si riduce al perimetro: da nazionale a regionale. Peccato che la stessa legge finanziaria del 2020 già prevedeva il Cin, con la sola spiegazione che nessun governo successivo si è occupato di scrivere il relativo decreto attuativo. Insomma, la semplificazione promessa ai proprietari di case in cambio dell’extra tassa ricorda un po’ il gioco delle tre carte. Così come siamo molto curiosi di leggere la relazione tecnica agganciata all’articolo 18. Nella velina dell’Ansa citata sopra si parla di un miliardo di gettito. L’ultimo dato disponibile relativo alla cedolare secca degli immobili a uso turistico (sono circa 650.000) segna una cifra non superiore ai 250 milioni. Come sia possibile quadruplicare il valore con un ritocchino di 5 punti destinato a una fetta minima di locatori è difficile da prevedere. Così come fatichiamo a comprendere come si possa sostenere che si mettono nuove imposte sulla casa per poi alleggerire la pressione fiscale sul comparto immobiliare. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, punta il dito in occasione di varie dirette tv contro la categoria degli albergatori che avrebbe spinto per far alzare le imposte, ma soprattutto per creare (tramite questa manovra) le premesse per far scivolare meglio in Aula il disegno di legge affitti brevi, ribattezzato anche ddl Santanchè. L’obiettivo del testo è quello di rendere molto più difficile affittare per pochi giorni. Molti sindaci di sinistra sono della stessa idea. È chiaro che questo cozza con le tradizioni libertarie di Forza Italia. Cozza con gli interessi di molti elettori di centrodestra. Mentre favorisce gli albergatori che vorrebbero ampliare il proprio perimetro di lavoro. L’accrocchio raggiunto ieri permette di chiudere la manovra, blindarla e mandarla in Aula. In fondo, dalle stime da noi fatte ci sono in ballo pochi milioni di euro. Il problema è che quando arriverà alla Camera il disegno di legge Santanchè sarà molto più difficile tenere insieme la maggioranza. Non è una questione di gettito ma di filosofia sottostante. Senza Silvio Berlusconi che valori e idee porteranno avanti gli azzurri? Potranno abbracciare anche loro idee da destra sociale? Per carità anche giuste, soprattutto in momenti di crisi come l’attuale. Ma gli azzurri possono farne una bandiera?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-insiste-tassina-sulla-casa-2666106080.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sussurri-e-bisbigli-in-forza-italia-per-ora-deputati-coperti-e-allineati" data-post-id="2666106080" data-published-at="1698751308" data-use-pagination="False"> Sussurri e bisbigli in Forza Italia. Per ora deputati coperti e allineati A Forza Italia l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza di ieri sulla manovra va bene, o meglio: questa è la linea ufficiale del partito, anche se a quanto risulta alla Verità tra gli «azzurri» non tutti sono d’accordo con la linea del leader Antonio Tajani. Nei giorni scorsi alcuni esponenti di primo piano di Fi, come il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, hanno chiesto una maggiore attenzione sulle pensioni, una proroga del Superbonus per chi ha iniziato i lavori e li ha realizzati per almeno il 60% e una rivisitazione della cedolare secca. Sapremo nelle prossime ore se tra i berlusconiani qualcuno manifesterà pubblicamente perplessità rispetto all’accordo raggiunto nel vertice di maggioranza, per il momento prendiamo atto della posizione ufficiale del partito, espressa attraverso un comunicato stampa: «Forza Italia», recita la nota, «esprime soddisfazione per l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza, che si è svolta a Palazzo Chigi. L’esito positivo della riunione ha confermato la volontà di procedere celermente, senza presentare emendamenti, per l’approvazione della Manovra che abbassa le tasse a milioni di italiani. Forza Italia ha apprezzato l’accoglimento delle sue istanze, alcune delle quali saranno inserite nel decreto collegato alla manovra, già all’esame del Parlamento». Niente emendamenti dalla maggioranza, dunque: Forza Italia si adegua alla linea imposta da Giorgia Meloni, anche se c’è da scommettere che le opposizioni non si lasceranno scappare l’occasione per mettere in difficoltà il centrodestra. Che succederà se Pd o M5s presenteranno un emendamento per aumentare le pensioni minime, cavallo di battaglia dei berlusconiani? Fi ovviamente li boccerà, ma dovrà poi giustificare questa mossa davanti al proprio elettorato. Veniamo al tema della cedolare secca: «In particolare», prosegue la nota di Fi, a proposito delle istanze del partito accolte, «l’istituzione del Codice di identificazione nazionale da utilizzare obbligatoriamente per gli affitti brevi e per le offerte tramite le piattaforme informatiche. I benefici realizzati dall’emersione, quantificata per oltre un miliardo, sono destinati alla riduzione della pressione fiscale. La cedolare secca resta al 21% per il primo appartamento dato in affitto breve. Dal secondo, intestato allo stesso proprietario, passa al 26%». «Il Governo», conclude la nota, «si è fatto carico di analizzare il finanziamento della tv pubblica Rai, al fine di sostenere il piano industriale triennale di rilancio dell’azienda. Il governo terrò conto del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza ed opposizione». Chi si accontenta gode, in sostanza: per Forza Italia, partito alle prese con una complicata fase politica dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, non ci sono margini per alzare la voce. Il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, sostiene addirittura che il divieto di presentazione di emendamenti alla maggioranza «non è un fatto solo di immagine ma anche di sostanza, significa dare ai mercati un chiaro segnale di compattezza e unità». Soddisfatto, e c’è da credergli, il leader degli azzurri Antonio Tajani, che vede ancora una volta vincente la sua linea basata sul «non disturbare il manovratore», ovvero la Meloni, e visto che parliamo di manovra mai avvertimento fu più azzeccato: «Si è risolto nel modo migliore», dice il ministro degli Esteri al termine del vertice di Palazzo Chigi, «sarà una manovra che ridurrà la pressione fiscale nel nostro Paese per molti cittadini, con il taglio del cuneo fiscale. Per quanto riguarda la cedolare per gli appartamenti che vengono affittati, ci sarà solamente dal secondo appartamento in poi, quindi non sarà per tutti». Oggi inizia l’esame del testo in Commissione Bilancio al Senato: vedremo se ci saranno sorprese o filerà tutto liscio.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara