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2023-10-31
Il governo insiste per la tassina sulla casa
Il testo della manovra 2024 previsto per oggi in Parlamento, dopo l’ok del Capo dello Stato. Ad accompagnarla, una dichiarazione che rappresenta un novità assoluta: «Le forze di maggioranza hanno confermato la volontà di procedere speditamente all’approvazione senza pertanto presentare emendamenti. Il governo terrà conto con grande attenzione del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza e opposizione». Tradotto: super-blindatura con coda polemica compresa di segnale ai deputati e senatori. Bene parlarne in Aula, ma nessuna intromissione nelle attività del governo. Un messaggio forte, se si pensa che si è arrivati a blindare l’intera manovra attorno a un solo articolo, il numero 18. Fortemente voluto da Fratelli d’Italia, lo specifico paragrafo della manovra riguarda gli affitti brevi.
Per capire il punto di caduta e la mediazione avvenuta tra Fdi e Forza Italia bisogna riavvolgere lo schema a due settimane fa, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha approvato il primo file di quello che diventerà la legge finanziaria. L’idea iniziale era quella di aumentare il prelievo della cedolare secca dal 21 al 26% su quegli immobili che vengono locati per un periodo inferiore ai 30 giorni. La primissima versione prevedeva un rialzo a partire dalla seconda casa posta in affitto e dunque la terza di proprietà del medesimo contribuente. La settimana successiva l’articolo ha subito delle modifiche ed è stato allargato il perimetro. Probabilmente perché il legislatore ha pensato che il gettito sarebbe stato limitato. Si è così pensato di innalzare il prelievo anche sulla prima casa posta in affitto, e quindi sulla seconda di proprietà. Da qui si è scatenato l’inferno. Forza Italia ha alzato le barricate fine a chiedere l’incontro chiarificatore di ieri pomeriggio. Si sono trovati i vice ministri, la premier Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza, oltre che il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Risultato? Ieri sera si è tornati alla prima ipotesi: tassa extra solo sulla seconda casa posta in affitto.
Il tutto ufficializzato da un take di agenzia. «Entra nella manovra la proposta di Fi per un codice identificativo nazionale per gli affitti brevi. Lo apprende l’Ansa da fonti di maggioranza e di governo al termine del vertice sulla manovra che ha confermato l’aumento al 26% dell’aliquota dalla seconda alla quarta casa messa in affitto, specificando che per la prima resta al 21%. C’è l’impegno di destinare il gettito derivante - circa un miliardo di euro secondo stime circolate nella riunione - alla riduzione delle tasse sulla casa». Due anomalie. La prima riguarda il codice identificativo.
In realtà si chiama Cin, codice identificativo nazionale, ed esiste nella forma di Cir, codice identificativo regionale, dall’estate del 2019. Senza il numero in questione le persone non potrebbero nemmeno stare su Airbnb. Dunque la novità si riduce al perimetro: da nazionale a regionale. Peccato che la stessa legge finanziaria del 2020 già prevedeva il Cin, con la sola spiegazione che nessun governo successivo si è occupato di scrivere il relativo decreto attuativo. Insomma, la semplificazione promessa ai proprietari di case in cambio dell’extra tassa ricorda un po’ il gioco delle tre carte. Così come siamo molto curiosi di leggere la relazione tecnica agganciata all’articolo 18. Nella velina dell’Ansa citata sopra si parla di un miliardo di gettito. L’ultimo dato disponibile relativo alla cedolare secca degli immobili a uso turistico (sono circa 650.000) segna una cifra non superiore ai 250 milioni. Come sia possibile quadruplicare il valore con un ritocchino di 5 punti destinato a una fetta minima di locatori è difficile da prevedere. Così come fatichiamo a comprendere come si possa sostenere che si mettono nuove imposte sulla casa per poi alleggerire la pressione fiscale sul comparto immobiliare. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, punta il dito in occasione di varie dirette tv contro la categoria degli albergatori che avrebbe spinto per far alzare le imposte, ma soprattutto per creare (tramite questa manovra) le premesse per far scivolare meglio in Aula il disegno di legge affitti brevi, ribattezzato anche ddl Santanchè.
L’obiettivo del testo è quello di rendere molto più difficile affittare per pochi giorni. Molti sindaci di sinistra sono della stessa idea. È chiaro che questo cozza con le tradizioni libertarie di Forza Italia. Cozza con gli interessi di molti elettori di centrodestra. Mentre favorisce gli albergatori che vorrebbero ampliare il proprio perimetro di lavoro. L’accrocchio raggiunto ieri permette di chiudere la manovra, blindarla e mandarla in Aula. In fondo, dalle stime da noi fatte ci sono in ballo pochi milioni di euro. Il problema è che quando arriverà alla Camera il disegno di legge Santanchè sarà molto più difficile tenere insieme la maggioranza. Non è una questione di gettito ma di filosofia sottostante. Senza Silvio Berlusconi che valori e idee porteranno avanti gli azzurri? Potranno abbracciare anche loro idee da destra sociale? Per carità anche giuste, soprattutto in momenti di crisi come l’attuale. Ma gli azzurri possono farne una bandiera?
Sussurri e bisbigli in Forza Italia. Per ora deputati coperti e allineati
A Forza Italia l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza di ieri sulla manovra va bene, o meglio: questa è la linea ufficiale del partito, anche se a quanto risulta alla Verità tra gli «azzurri» non tutti sono d’accordo con la linea del leader Antonio Tajani. Nei giorni scorsi alcuni esponenti di primo piano di Fi, come il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, hanno chiesto una maggiore attenzione sulle pensioni, una proroga del Superbonus per chi ha iniziato i lavori e li ha realizzati per almeno il 60% e una rivisitazione della cedolare secca. Sapremo nelle prossime ore se tra i berlusconiani qualcuno manifesterà pubblicamente perplessità rispetto all’accordo raggiunto nel vertice di maggioranza, per il momento prendiamo atto della posizione ufficiale del partito, espressa attraverso un comunicato stampa: «Forza Italia», recita la nota, «esprime soddisfazione per l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza, che si è svolta a Palazzo Chigi. L’esito positivo della riunione ha confermato la volontà di procedere celermente, senza presentare emendamenti, per l’approvazione della Manovra che abbassa le tasse a milioni di italiani. Forza Italia ha apprezzato l’accoglimento delle sue istanze, alcune delle quali saranno inserite nel decreto collegato alla manovra, già all’esame del Parlamento». Niente emendamenti dalla maggioranza, dunque: Forza Italia si adegua alla linea imposta da Giorgia Meloni, anche se c’è da scommettere che le opposizioni non si lasceranno scappare l’occasione per mettere in difficoltà il centrodestra. Che succederà se Pd o M5s presenteranno un emendamento per aumentare le pensioni minime, cavallo di battaglia dei berlusconiani? Fi ovviamente li boccerà, ma dovrà poi giustificare questa mossa davanti al proprio elettorato. Veniamo al tema della cedolare secca: «In particolare», prosegue la nota di Fi, a proposito delle istanze del partito accolte, «l’istituzione del Codice di identificazione nazionale da utilizzare obbligatoriamente per gli affitti brevi e per le offerte tramite le piattaforme informatiche. I benefici realizzati dall’emersione, quantificata per oltre un miliardo, sono destinati alla riduzione della pressione fiscale. La cedolare secca resta al 21% per il primo appartamento dato in affitto breve. Dal secondo, intestato allo stesso proprietario, passa al 26%». «Il Governo», conclude la nota, «si è fatto carico di analizzare il finanziamento della tv pubblica Rai, al fine di sostenere il piano industriale triennale di rilancio dell’azienda. Il governo terrò conto del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza ed opposizione».
Chi si accontenta gode, in sostanza: per Forza Italia, partito alle prese con una complicata fase politica dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, non ci sono margini per alzare la voce. Il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, sostiene addirittura che il divieto di presentazione di emendamenti alla maggioranza «non è un fatto solo di immagine ma anche di sostanza, significa dare ai mercati un chiaro segnale di compattezza e unità».
Soddisfatto, e c’è da credergli, il leader degli azzurri Antonio Tajani, che vede ancora una volta vincente la sua linea basata sul «non disturbare il manovratore», ovvero la Meloni, e visto che parliamo di manovra mai avvertimento fu più azzeccato: «Si è risolto nel modo migliore», dice il ministro degli Esteri al termine del vertice di Palazzo Chigi, «sarà una manovra che ridurrà la pressione fiscale nel nostro Paese per molti cittadini, con il taglio del cuneo fiscale. Per quanto riguarda la cedolare per gli appartamenti che vengono affittati, ci sarà solamente dal secondo appartamento in poi, quindi non sarà per tutti». Oggi inizia l’esame del testo in Commissione Bilancio al Senato: vedremo se ci saranno sorprese o filerà tutto liscio.
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Confermato l’aumento della cedolare al 26% dalla seconda locazione. In cambio una semplificazione burocratica (codice identificativo nazionale) per affitti brevi e per stare su Airbnb. Solo che la procedura è legge dal 2019: mancava l’attuazione.Forza Italia sottoscrive la legge di Bilancio, ma restano perplessità su pensioni e mattone.Lo speciale contiene due articoli.Il testo della manovra 2024 previsto per oggi in Parlamento, dopo l’ok del Capo dello Stato. Ad accompagnarla, una dichiarazione che rappresenta un novità assoluta: «Le forze di maggioranza hanno confermato la volontà di procedere speditamente all’approvazione senza pertanto presentare emendamenti. Il governo terrà conto con grande attenzione del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza e opposizione». Tradotto: super-blindatura con coda polemica compresa di segnale ai deputati e senatori. Bene parlarne in Aula, ma nessuna intromissione nelle attività del governo. Un messaggio forte, se si pensa che si è arrivati a blindare l’intera manovra attorno a un solo articolo, il numero 18. Fortemente voluto da Fratelli d’Italia, lo specifico paragrafo della manovra riguarda gli affitti brevi. Per capire il punto di caduta e la mediazione avvenuta tra Fdi e Forza Italia bisogna riavvolgere lo schema a due settimane fa, all’indomani del Consiglio dei ministri che ha approvato il primo file di quello che diventerà la legge finanziaria. L’idea iniziale era quella di aumentare il prelievo della cedolare secca dal 21 al 26% su quegli immobili che vengono locati per un periodo inferiore ai 30 giorni. La primissima versione prevedeva un rialzo a partire dalla seconda casa posta in affitto e dunque la terza di proprietà del medesimo contribuente. La settimana successiva l’articolo ha subito delle modifiche ed è stato allargato il perimetro. Probabilmente perché il legislatore ha pensato che il gettito sarebbe stato limitato. Si è così pensato di innalzare il prelievo anche sulla prima casa posta in affitto, e quindi sulla seconda di proprietà. Da qui si è scatenato l’inferno. Forza Italia ha alzato le barricate fine a chiedere l’incontro chiarificatore di ieri pomeriggio. Si sono trovati i vice ministri, la premier Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza, oltre che il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Risultato? Ieri sera si è tornati alla prima ipotesi: tassa extra solo sulla seconda casa posta in affitto. Il tutto ufficializzato da un take di agenzia. «Entra nella manovra la proposta di Fi per un codice identificativo nazionale per gli affitti brevi. Lo apprende l’Ansa da fonti di maggioranza e di governo al termine del vertice sulla manovra che ha confermato l’aumento al 26% dell’aliquota dalla seconda alla quarta casa messa in affitto, specificando che per la prima resta al 21%. C’è l’impegno di destinare il gettito derivante - circa un miliardo di euro secondo stime circolate nella riunione - alla riduzione delle tasse sulla casa». Due anomalie. La prima riguarda il codice identificativo. In realtà si chiama Cin, codice identificativo nazionale, ed esiste nella forma di Cir, codice identificativo regionale, dall’estate del 2019. Senza il numero in questione le persone non potrebbero nemmeno stare su Airbnb. Dunque la novità si riduce al perimetro: da nazionale a regionale. Peccato che la stessa legge finanziaria del 2020 già prevedeva il Cin, con la sola spiegazione che nessun governo successivo si è occupato di scrivere il relativo decreto attuativo. Insomma, la semplificazione promessa ai proprietari di case in cambio dell’extra tassa ricorda un po’ il gioco delle tre carte. Così come siamo molto curiosi di leggere la relazione tecnica agganciata all’articolo 18. Nella velina dell’Ansa citata sopra si parla di un miliardo di gettito. L’ultimo dato disponibile relativo alla cedolare secca degli immobili a uso turistico (sono circa 650.000) segna una cifra non superiore ai 250 milioni. Come sia possibile quadruplicare il valore con un ritocchino di 5 punti destinato a una fetta minima di locatori è difficile da prevedere. Così come fatichiamo a comprendere come si possa sostenere che si mettono nuove imposte sulla casa per poi alleggerire la pressione fiscale sul comparto immobiliare. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, punta il dito in occasione di varie dirette tv contro la categoria degli albergatori che avrebbe spinto per far alzare le imposte, ma soprattutto per creare (tramite questa manovra) le premesse per far scivolare meglio in Aula il disegno di legge affitti brevi, ribattezzato anche ddl Santanchè. L’obiettivo del testo è quello di rendere molto più difficile affittare per pochi giorni. Molti sindaci di sinistra sono della stessa idea. È chiaro che questo cozza con le tradizioni libertarie di Forza Italia. Cozza con gli interessi di molti elettori di centrodestra. Mentre favorisce gli albergatori che vorrebbero ampliare il proprio perimetro di lavoro. L’accrocchio raggiunto ieri permette di chiudere la manovra, blindarla e mandarla in Aula. In fondo, dalle stime da noi fatte ci sono in ballo pochi milioni di euro. Il problema è che quando arriverà alla Camera il disegno di legge Santanchè sarà molto più difficile tenere insieme la maggioranza. Non è una questione di gettito ma di filosofia sottostante. Senza Silvio Berlusconi che valori e idee porteranno avanti gli azzurri? Potranno abbracciare anche loro idee da destra sociale? Per carità anche giuste, soprattutto in momenti di crisi come l’attuale. 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Nei giorni scorsi alcuni esponenti di primo piano di Fi, come il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, hanno chiesto una maggiore attenzione sulle pensioni, una proroga del Superbonus per chi ha iniziato i lavori e li ha realizzati per almeno il 60% e una rivisitazione della cedolare secca. Sapremo nelle prossime ore se tra i berlusconiani qualcuno manifesterà pubblicamente perplessità rispetto all’accordo raggiunto nel vertice di maggioranza, per il momento prendiamo atto della posizione ufficiale del partito, espressa attraverso un comunicato stampa: «Forza Italia», recita la nota, «esprime soddisfazione per l’accordo raggiunto nella riunione di maggioranza, che si è svolta a Palazzo Chigi. L’esito positivo della riunione ha confermato la volontà di procedere celermente, senza presentare emendamenti, per l’approvazione della Manovra che abbassa le tasse a milioni di italiani. Forza Italia ha apprezzato l’accoglimento delle sue istanze, alcune delle quali saranno inserite nel decreto collegato alla manovra, già all’esame del Parlamento». Niente emendamenti dalla maggioranza, dunque: Forza Italia si adegua alla linea imposta da Giorgia Meloni, anche se c’è da scommettere che le opposizioni non si lasceranno scappare l’occasione per mettere in difficoltà il centrodestra. Che succederà se Pd o M5s presenteranno un emendamento per aumentare le pensioni minime, cavallo di battaglia dei berlusconiani? Fi ovviamente li boccerà, ma dovrà poi giustificare questa mossa davanti al proprio elettorato. Veniamo al tema della cedolare secca: «In particolare», prosegue la nota di Fi, a proposito delle istanze del partito accolte, «l’istituzione del Codice di identificazione nazionale da utilizzare obbligatoriamente per gli affitti brevi e per le offerte tramite le piattaforme informatiche. I benefici realizzati dall’emersione, quantificata per oltre un miliardo, sono destinati alla riduzione della pressione fiscale. La cedolare secca resta al 21% per il primo appartamento dato in affitto breve. Dal secondo, intestato allo stesso proprietario, passa al 26%». «Il Governo», conclude la nota, «si è fatto carico di analizzare il finanziamento della tv pubblica Rai, al fine di sostenere il piano industriale triennale di rilancio dell’azienda. Il governo terrò conto del dibattito parlamentare e delle considerazioni delle forze di maggioranza ed opposizione». Chi si accontenta gode, in sostanza: per Forza Italia, partito alle prese con una complicata fase politica dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, non ci sono margini per alzare la voce. Il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, sostiene addirittura che il divieto di presentazione di emendamenti alla maggioranza «non è un fatto solo di immagine ma anche di sostanza, significa dare ai mercati un chiaro segnale di compattezza e unità». Soddisfatto, e c’è da credergli, il leader degli azzurri Antonio Tajani, che vede ancora una volta vincente la sua linea basata sul «non disturbare il manovratore», ovvero la Meloni, e visto che parliamo di manovra mai avvertimento fu più azzeccato: «Si è risolto nel modo migliore», dice il ministro degli Esteri al termine del vertice di Palazzo Chigi, «sarà una manovra che ridurrà la pressione fiscale nel nostro Paese per molti cittadini, con il taglio del cuneo fiscale. Per quanto riguarda la cedolare per gli appartamenti che vengono affittati, ci sarà solamente dal secondo appartamento in poi, quindi non sarà per tutti». Oggi inizia l’esame del testo in Commissione Bilancio al Senato: vedremo se ci saranno sorprese o filerà tutto liscio.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.