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2022-12-28
Il governo pone la fiducia sul dl Rave. Addio a pass, tamponi e sospensioni
Ansa
Corsa contro il tempo per la conversione in legge del cosiddetto «decreto Rave», che dopo l’ok del Senato deve essere approvato anche dalla Camera dei deputati entro 60 giorni dal varo da parte del Consiglio dei ministri. Il termine ultimo per il via libera dell’Aula di Montecitorio è dopodomani, 30 dicembre: se non si arrivasse all’approvazione, il decreto decadrebbe. Ieri pomeriggio, alle 17 e 20, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani di Fdi, ha annunciato la decisione del governo di porre la questione di fiducia. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che oggi alle 15 e 45 inizieranno le dichiarazioni di voto, mentre la votazione avrà inizio alle 17 e 25.
Quanto al prosieguo dei lavori, bisognerà attendere cosa succederà: l’opposizione infatti, a quanto apprende la Verità da fonti parlamentari sia del Pd che del M5s, ha intenzione di provare a mettere in campo ogni possibile espediente parlamentare per mettere i bastoni tra le ruote al governo e arrivare alla decadenza del provvedimento: la strategia consiste nell’allungare a dismisura i tempi, attraverso interventi a raffica sugli ordini del giorno. Per questo motivo, è già stata convocata per oggi alle 14 e 30 una nuova conferenza dei capigruppo: in mancanza di accordi, la maggioranza potrebbe chiedere la seduta fiume, che si interrompe solo con il voto finale sul provvedimento. La seduta fiume, ricordiamolo, una volta deliberata prosegue senza soluzione di continuità, eccezion fatta per alcune pause tecniche, fino all’esaurimento dei punti al suo ordine del giorno. Anche se la seduta si prolunga per più giorni, il resoconto stenografico sarà quello riferito al giorno in cui è iniziata, e dunque il problema della decadenza sarebbe superato.
La mossa di porre la fiducia si è resa indispensabile, poiché le opposizioni hanno dato vita anche ieri a una azione di massiccio ostruzionismo: in apertura di discussione generale, si erano iscritti a parlare ben 98 deputati di Pd, M5s, Azione-Italia viva, Alleanza Verdi Sinistra e altre minoranze.
Considerato che ciascun deputato può intervenire per 30 minuti, la sola discussione generale sarebbe durata 49 ore, quindi più di due giorni. Per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni, già intorno alle 16 la maggioranza ha proposto la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla Camera con 169 voti favorevoli, 116 contrari e 2 astenuti.
Si è così passati alle pregiudiziali di costituzionalità del provvedimento, presentate da Partito democratico, M5s, Azione-Italia viva ed Alleanza Verdi e Sinistra. Bocciate le pregiudiziali con 127 voti favorevoli e 170 contrari, Ciriani è intervenuto per annunciare la fiducia.
La norma per contrastare i rave party introduce un nuovo articolo del codice penale, il 633-bis, che punisce con il carcere da 3 a 6 anni chi organizza grandi raduni musicali su terreni altrui, in cui si faccia anche uso di sostanze stupefacenti. Il decreto contiene però misure riguardanti anche altri argomenti. Per quel che concerne il Covid, il decreto prevede lo stop all’obbligo del green pass per le visite in Rsa e ospedali, lo stop all’obbligo del tampone negativo per i contagiati che escono dalla quarantena di 5 giorni, l’alleggerimento degli obblighi per i contatti stretti dei positivi, che al chiuso o nei luoghi affollati dovranno indossare la mascherina Ffp2 non più per 10 ma per 5 giorni, il rinvio di sei mesi, quindi al 30 giugno prossimo, dell’invio delle multe da 100 euro comminate agli over 50 non vaccinati (che verranno poi cancellate con un apposito provvedimento, salvo imprevisti), lo stop all’obbligo del tampone per chi entra come paziente nei pronto soccorso e il reintegro al lavoro dei sanitari che non si sono vaccinati.
Questo ultimo aspetto, quando il decreto è stato approvato al Senato, lo scorso 12 dicembre, ha provocato il clamoroso strappo della capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, che non ha votato a favore. Una scelta «a titolo personale» poiché l’obbligo vaccinale, in particolare per il personale sanitario, è sempre stato, spiegò la Ronzulli, «una sua battaglia». Il resto della truppa berlusconiana votò a favore.
Il decreto Rave contiene anche una modifica della lista dei reati per i quali non è prevista la possibilità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale da parte di detenuti condannati, i cosiddetti «reati ostativi»: da questo elenco vengono eliminati i reati contro la pubblica amministrazione.
Il decreto contiene poi una stretta ai requisiti previsti per accedere a misure premiali da parte dei detenuti: oltre all’obbligo di risarcire i danni provocati, sarà il giudice di sorveglianza a dover effettuare una certosina valutazione della richiesta, attraverso elementi che consentano di escludere il persistere di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata o il rischio di ripristino di tali contatti.
Slitta il voto finale sulla Manovra
La giornata della manovra in Senato sembrava iniziata tranquilla, o meglio poteva essere così, dopo il passaggio alla Camera passato non senza sofferenze. Eppure, tra rinvii, ritardi tecnici del Mef, sospensioni e soprattutto barricate, in poche ore è cambiato tutto.
L’iter iniziato ieri si sarebbe dovuto concludere inizialmente stasera, come annunciato nel primo pomeriggio dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che allo stesso tempo, come atteso, ha anche posto la questione di fiducia per evitare che venisse modificato il testo finale. Alla fine, però, un lungo pomeriggio di tensione ha portato il voto a slittare a domani mattina: si inizierà alle 9 con le intenzioni di voto. Prima di tutto i ritardi del Mef che ha fatto attendere la consegna della relazione tecnica.
Poi il capogruppo del Partito democratico, Simona Malpezzi, ha chiesto e ottenuto una nuova capigruppo per ridefinire i tempi di esame sulla manovra: «Chiediamo al presidente La Russa di convocare una nuova capigruppo» e ha chiarito «Non si tratta di fare ostruzionismo o di rischiare l’esercizio provvisorio ma solo di provare a dare dignità alla discussione. La giornata a disposizione c’è e si potrebbe usare, è quella di domani (oggi, ndr)». «L’opposizione è unita - sottolinea Raffaella Paita - in questa battaglia comune per fare una discussione ordinata». Dopo poco, in protesta contro le tempistiche per l’esame della Manovra, le opposizioni hanno occupato la commissione Bilancio di Palazzo Madama, impedendo la ripresa dei lavori, prevista alle 17.30. Una ventina di senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Terzo polo e Alleanza Verdi Sinistra hanno preso posto ai banchi della presidenza, scattandosi anche delle foto con i telefonini, nonostante i commessi di Palazzo Madama ricordassero che non è consentito.
Dopo qualche minuto, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, ha cominciato a leggere ad alta voce la Relazione tecnica di passaggio della manovra da una Camera all’altra. Le barricate insomma hanno funzionato solo nella forma ma non nella sostanza. Per la maggioranza il risultato è assicurato. Secondo le stime, la manovra potrebbe essere approvata con un giorno d’anticipo rispetto a quelle degli ultimi due anni. Il testo è blindatissimo e, grazie alla questione di fiducia, l’esito scontato. La parte difficile, quella della Camera, è ormai alle spalle, ora è il tempo dello show, per dimostrare all’elettorato di aver fatto opposizione. Il testo in Senato, comunque vada, non si potrà modificare, i contenuti del testo sono definitivi: dalla flat tax per gli autonomi, allo stop della legge Fornero con l’introduzione di quota 103. Dalla stretta al Reddito di cittadinanza, alla tregua fiscale. Intoccabili fin dall’inizio i 21 miliardi contro il caro energia, mentre qualche misura è saltata, come quella della soglia dei 60 euro sul Pos. Per altre si sarebbe voluto fare di più come nel caso di Opzione Donna, depotenziata rispetto all’anno scorso. «È una manovra economica di cui vado orgoglioso come vicepremier e segretario della Lega - sottolinea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini - perché in un momento difficile aiuta milioni di italiani in difficoltà».
Soddisfatto anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: «Considero questa manovra la migliore possibile nelle condizioni date - ha spiegato - La gravissima crisi legata ai costi dell’energia e delle materie prime richiedeva una risposta urgente e ci ha costretto a dedicare gran parte delle risorse disponibili per limitare gli effetti dei rincari».
Insomma, manca poco per l’approvazione finale di questa manovra, una Finanziaria che alla fine si chiuderà con un giorno d’anticipo rispetto alle ultime due (quella di Giuseppe Conte del 2020 e quella di Mario Draghi del 2021) e soprattutto frutto di una corsa contro il tempo, essendo stata concepita in appena due mesi.
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Oggi le votazioni per la conversione del decreto, in scadenza venerdì. Al suo interno, oltre alla norma sui raduni illegali, lo stop al certificato in ospedali e Rsa, ai test a raffica in pronto soccorso e per uscire dall’isolamento.Ritardi dal Mef, scontri sui tempi e commissione Bilancio occupata fanno guadagnare all’opposizione un giorno. Il via libera alla legge, blindata al Senato, è atteso per domani.Lo speciale contiene due articoli.Corsa contro il tempo per la conversione in legge del cosiddetto «decreto Rave», che dopo l’ok del Senato deve essere approvato anche dalla Camera dei deputati entro 60 giorni dal varo da parte del Consiglio dei ministri. Il termine ultimo per il via libera dell’Aula di Montecitorio è dopodomani, 30 dicembre: se non si arrivasse all’approvazione, il decreto decadrebbe. Ieri pomeriggio, alle 17 e 20, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani di Fdi, ha annunciato la decisione del governo di porre la questione di fiducia. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che oggi alle 15 e 45 inizieranno le dichiarazioni di voto, mentre la votazione avrà inizio alle 17 e 25. Quanto al prosieguo dei lavori, bisognerà attendere cosa succederà: l’opposizione infatti, a quanto apprende la Verità da fonti parlamentari sia del Pd che del M5s, ha intenzione di provare a mettere in campo ogni possibile espediente parlamentare per mettere i bastoni tra le ruote al governo e arrivare alla decadenza del provvedimento: la strategia consiste nell’allungare a dismisura i tempi, attraverso interventi a raffica sugli ordini del giorno. Per questo motivo, è già stata convocata per oggi alle 14 e 30 una nuova conferenza dei capigruppo: in mancanza di accordi, la maggioranza potrebbe chiedere la seduta fiume, che si interrompe solo con il voto finale sul provvedimento. La seduta fiume, ricordiamolo, una volta deliberata prosegue senza soluzione di continuità, eccezion fatta per alcune pause tecniche, fino all’esaurimento dei punti al suo ordine del giorno. Anche se la seduta si prolunga per più giorni, il resoconto stenografico sarà quello riferito al giorno in cui è iniziata, e dunque il problema della decadenza sarebbe superato. La mossa di porre la fiducia si è resa indispensabile, poiché le opposizioni hanno dato vita anche ieri a una azione di massiccio ostruzionismo: in apertura di discussione generale, si erano iscritti a parlare ben 98 deputati di Pd, M5s, Azione-Italia viva, Alleanza Verdi Sinistra e altre minoranze.Considerato che ciascun deputato può intervenire per 30 minuti, la sola discussione generale sarebbe durata 49 ore, quindi più di due giorni. Per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni, già intorno alle 16 la maggioranza ha proposto la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla Camera con 169 voti favorevoli, 116 contrari e 2 astenuti. Si è così passati alle pregiudiziali di costituzionalità del provvedimento, presentate da Partito democratico, M5s, Azione-Italia viva ed Alleanza Verdi e Sinistra. Bocciate le pregiudiziali con 127 voti favorevoli e 170 contrari, Ciriani è intervenuto per annunciare la fiducia. La norma per contrastare i rave party introduce un nuovo articolo del codice penale, il 633-bis, che punisce con il carcere da 3 a 6 anni chi organizza grandi raduni musicali su terreni altrui, in cui si faccia anche uso di sostanze stupefacenti. Il decreto contiene però misure riguardanti anche altri argomenti. Per quel che concerne il Covid, il decreto prevede lo stop all’obbligo del green pass per le visite in Rsa e ospedali, lo stop all’obbligo del tampone negativo per i contagiati che escono dalla quarantena di 5 giorni, l’alleggerimento degli obblighi per i contatti stretti dei positivi, che al chiuso o nei luoghi affollati dovranno indossare la mascherina Ffp2 non più per 10 ma per 5 giorni, il rinvio di sei mesi, quindi al 30 giugno prossimo, dell’invio delle multe da 100 euro comminate agli over 50 non vaccinati (che verranno poi cancellate con un apposito provvedimento, salvo imprevisti), lo stop all’obbligo del tampone per chi entra come paziente nei pronto soccorso e il reintegro al lavoro dei sanitari che non si sono vaccinati.Questo ultimo aspetto, quando il decreto è stato approvato al Senato, lo scorso 12 dicembre, ha provocato il clamoroso strappo della capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, che non ha votato a favore. Una scelta «a titolo personale» poiché l’obbligo vaccinale, in particolare per il personale sanitario, è sempre stato, spiegò la Ronzulli, «una sua battaglia». Il resto della truppa berlusconiana votò a favore. Il decreto Rave contiene anche una modifica della lista dei reati per i quali non è prevista la possibilità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale da parte di detenuti condannati, i cosiddetti «reati ostativi»: da questo elenco vengono eliminati i reati contro la pubblica amministrazione. Il decreto contiene poi una stretta ai requisiti previsti per accedere a misure premiali da parte dei detenuti: oltre all’obbligo di risarcire i danni provocati, sarà il giudice di sorveglianza a dover effettuare una certosina valutazione della richiesta, attraverso elementi che consentano di escludere il persistere di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata o il rischio di ripristino di tali contatti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-fiducia-dl-rave-2659016034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="slitta-il-voto-finale-sulla-manovra" data-post-id="2659016034" data-published-at="1672170327" data-use-pagination="False"> Slitta il voto finale sulla Manovra La giornata della manovra in Senato sembrava iniziata tranquilla, o meglio poteva essere così, dopo il passaggio alla Camera passato non senza sofferenze. Eppure, tra rinvii, ritardi tecnici del Mef, sospensioni e soprattutto barricate, in poche ore è cambiato tutto. L’iter iniziato ieri si sarebbe dovuto concludere inizialmente stasera, come annunciato nel primo pomeriggio dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che allo stesso tempo, come atteso, ha anche posto la questione di fiducia per evitare che venisse modificato il testo finale. Alla fine, però, un lungo pomeriggio di tensione ha portato il voto a slittare a domani mattina: si inizierà alle 9 con le intenzioni di voto. Prima di tutto i ritardi del Mef che ha fatto attendere la consegna della relazione tecnica. Poi il capogruppo del Partito democratico, Simona Malpezzi, ha chiesto e ottenuto una nuova capigruppo per ridefinire i tempi di esame sulla manovra: «Chiediamo al presidente La Russa di convocare una nuova capigruppo» e ha chiarito «Non si tratta di fare ostruzionismo o di rischiare l’esercizio provvisorio ma solo di provare a dare dignità alla discussione. La giornata a disposizione c’è e si potrebbe usare, è quella di domani (oggi, ndr)». «L’opposizione è unita - sottolinea Raffaella Paita - in questa battaglia comune per fare una discussione ordinata». Dopo poco, in protesta contro le tempistiche per l’esame della Manovra, le opposizioni hanno occupato la commissione Bilancio di Palazzo Madama, impedendo la ripresa dei lavori, prevista alle 17.30. Una ventina di senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Terzo polo e Alleanza Verdi Sinistra hanno preso posto ai banchi della presidenza, scattandosi anche delle foto con i telefonini, nonostante i commessi di Palazzo Madama ricordassero che non è consentito. Dopo qualche minuto, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, ha cominciato a leggere ad alta voce la Relazione tecnica di passaggio della manovra da una Camera all’altra. Le barricate insomma hanno funzionato solo nella forma ma non nella sostanza. Per la maggioranza il risultato è assicurato. Secondo le stime, la manovra potrebbe essere approvata con un giorno d’anticipo rispetto a quelle degli ultimi due anni. Il testo è blindatissimo e, grazie alla questione di fiducia, l’esito scontato. La parte difficile, quella della Camera, è ormai alle spalle, ora è il tempo dello show, per dimostrare all’elettorato di aver fatto opposizione. Il testo in Senato, comunque vada, non si potrà modificare, i contenuti del testo sono definitivi: dalla flat tax per gli autonomi, allo stop della legge Fornero con l’introduzione di quota 103. Dalla stretta al Reddito di cittadinanza, alla tregua fiscale. Intoccabili fin dall’inizio i 21 miliardi contro il caro energia, mentre qualche misura è saltata, come quella della soglia dei 60 euro sul Pos. Per altre si sarebbe voluto fare di più come nel caso di Opzione Donna, depotenziata rispetto all’anno scorso. «È una manovra economica di cui vado orgoglioso come vicepremier e segretario della Lega - sottolinea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini - perché in un momento difficile aiuta milioni di italiani in difficoltà». Soddisfatto anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: «Considero questa manovra la migliore possibile nelle condizioni date - ha spiegato - La gravissima crisi legata ai costi dell’energia e delle materie prime richiedeva una risposta urgente e ci ha costretto a dedicare gran parte delle risorse disponibili per limitare gli effetti dei rincari». Insomma, manca poco per l’approvazione finale di questa manovra, una Finanziaria che alla fine si chiuderà con un giorno d’anticipo rispetto alle ultime due (quella di Giuseppe Conte del 2020 e quella di Mario Draghi del 2021) e soprattutto frutto di una corsa contro il tempo, essendo stata concepita in appena due mesi.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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iStock
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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