True
2022-12-28
Il governo pone la fiducia sul dl Rave. Addio a pass, tamponi e sospensioni
Ansa
Corsa contro il tempo per la conversione in legge del cosiddetto «decreto Rave», che dopo l’ok del Senato deve essere approvato anche dalla Camera dei deputati entro 60 giorni dal varo da parte del Consiglio dei ministri. Il termine ultimo per il via libera dell’Aula di Montecitorio è dopodomani, 30 dicembre: se non si arrivasse all’approvazione, il decreto decadrebbe. Ieri pomeriggio, alle 17 e 20, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani di Fdi, ha annunciato la decisione del governo di porre la questione di fiducia. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che oggi alle 15 e 45 inizieranno le dichiarazioni di voto, mentre la votazione avrà inizio alle 17 e 25.
Quanto al prosieguo dei lavori, bisognerà attendere cosa succederà: l’opposizione infatti, a quanto apprende la Verità da fonti parlamentari sia del Pd che del M5s, ha intenzione di provare a mettere in campo ogni possibile espediente parlamentare per mettere i bastoni tra le ruote al governo e arrivare alla decadenza del provvedimento: la strategia consiste nell’allungare a dismisura i tempi, attraverso interventi a raffica sugli ordini del giorno. Per questo motivo, è già stata convocata per oggi alle 14 e 30 una nuova conferenza dei capigruppo: in mancanza di accordi, la maggioranza potrebbe chiedere la seduta fiume, che si interrompe solo con il voto finale sul provvedimento. La seduta fiume, ricordiamolo, una volta deliberata prosegue senza soluzione di continuità, eccezion fatta per alcune pause tecniche, fino all’esaurimento dei punti al suo ordine del giorno. Anche se la seduta si prolunga per più giorni, il resoconto stenografico sarà quello riferito al giorno in cui è iniziata, e dunque il problema della decadenza sarebbe superato.
La mossa di porre la fiducia si è resa indispensabile, poiché le opposizioni hanno dato vita anche ieri a una azione di massiccio ostruzionismo: in apertura di discussione generale, si erano iscritti a parlare ben 98 deputati di Pd, M5s, Azione-Italia viva, Alleanza Verdi Sinistra e altre minoranze.
Considerato che ciascun deputato può intervenire per 30 minuti, la sola discussione generale sarebbe durata 49 ore, quindi più di due giorni. Per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni, già intorno alle 16 la maggioranza ha proposto la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla Camera con 169 voti favorevoli, 116 contrari e 2 astenuti.
Si è così passati alle pregiudiziali di costituzionalità del provvedimento, presentate da Partito democratico, M5s, Azione-Italia viva ed Alleanza Verdi e Sinistra. Bocciate le pregiudiziali con 127 voti favorevoli e 170 contrari, Ciriani è intervenuto per annunciare la fiducia.
La norma per contrastare i rave party introduce un nuovo articolo del codice penale, il 633-bis, che punisce con il carcere da 3 a 6 anni chi organizza grandi raduni musicali su terreni altrui, in cui si faccia anche uso di sostanze stupefacenti. Il decreto contiene però misure riguardanti anche altri argomenti. Per quel che concerne il Covid, il decreto prevede lo stop all’obbligo del green pass per le visite in Rsa e ospedali, lo stop all’obbligo del tampone negativo per i contagiati che escono dalla quarantena di 5 giorni, l’alleggerimento degli obblighi per i contatti stretti dei positivi, che al chiuso o nei luoghi affollati dovranno indossare la mascherina Ffp2 non più per 10 ma per 5 giorni, il rinvio di sei mesi, quindi al 30 giugno prossimo, dell’invio delle multe da 100 euro comminate agli over 50 non vaccinati (che verranno poi cancellate con un apposito provvedimento, salvo imprevisti), lo stop all’obbligo del tampone per chi entra come paziente nei pronto soccorso e il reintegro al lavoro dei sanitari che non si sono vaccinati.
Questo ultimo aspetto, quando il decreto è stato approvato al Senato, lo scorso 12 dicembre, ha provocato il clamoroso strappo della capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, che non ha votato a favore. Una scelta «a titolo personale» poiché l’obbligo vaccinale, in particolare per il personale sanitario, è sempre stato, spiegò la Ronzulli, «una sua battaglia». Il resto della truppa berlusconiana votò a favore.
Il decreto Rave contiene anche una modifica della lista dei reati per i quali non è prevista la possibilità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale da parte di detenuti condannati, i cosiddetti «reati ostativi»: da questo elenco vengono eliminati i reati contro la pubblica amministrazione.
Il decreto contiene poi una stretta ai requisiti previsti per accedere a misure premiali da parte dei detenuti: oltre all’obbligo di risarcire i danni provocati, sarà il giudice di sorveglianza a dover effettuare una certosina valutazione della richiesta, attraverso elementi che consentano di escludere il persistere di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata o il rischio di ripristino di tali contatti.
Slitta il voto finale sulla Manovra
La giornata della manovra in Senato sembrava iniziata tranquilla, o meglio poteva essere così, dopo il passaggio alla Camera passato non senza sofferenze. Eppure, tra rinvii, ritardi tecnici del Mef, sospensioni e soprattutto barricate, in poche ore è cambiato tutto.
L’iter iniziato ieri si sarebbe dovuto concludere inizialmente stasera, come annunciato nel primo pomeriggio dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che allo stesso tempo, come atteso, ha anche posto la questione di fiducia per evitare che venisse modificato il testo finale. Alla fine, però, un lungo pomeriggio di tensione ha portato il voto a slittare a domani mattina: si inizierà alle 9 con le intenzioni di voto. Prima di tutto i ritardi del Mef che ha fatto attendere la consegna della relazione tecnica.
Poi il capogruppo del Partito democratico, Simona Malpezzi, ha chiesto e ottenuto una nuova capigruppo per ridefinire i tempi di esame sulla manovra: «Chiediamo al presidente La Russa di convocare una nuova capigruppo» e ha chiarito «Non si tratta di fare ostruzionismo o di rischiare l’esercizio provvisorio ma solo di provare a dare dignità alla discussione. La giornata a disposizione c’è e si potrebbe usare, è quella di domani (oggi, ndr)». «L’opposizione è unita - sottolinea Raffaella Paita - in questa battaglia comune per fare una discussione ordinata». Dopo poco, in protesta contro le tempistiche per l’esame della Manovra, le opposizioni hanno occupato la commissione Bilancio di Palazzo Madama, impedendo la ripresa dei lavori, prevista alle 17.30. Una ventina di senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Terzo polo e Alleanza Verdi Sinistra hanno preso posto ai banchi della presidenza, scattandosi anche delle foto con i telefonini, nonostante i commessi di Palazzo Madama ricordassero che non è consentito.
Dopo qualche minuto, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, ha cominciato a leggere ad alta voce la Relazione tecnica di passaggio della manovra da una Camera all’altra. Le barricate insomma hanno funzionato solo nella forma ma non nella sostanza. Per la maggioranza il risultato è assicurato. Secondo le stime, la manovra potrebbe essere approvata con un giorno d’anticipo rispetto a quelle degli ultimi due anni. Il testo è blindatissimo e, grazie alla questione di fiducia, l’esito scontato. La parte difficile, quella della Camera, è ormai alle spalle, ora è il tempo dello show, per dimostrare all’elettorato di aver fatto opposizione. Il testo in Senato, comunque vada, non si potrà modificare, i contenuti del testo sono definitivi: dalla flat tax per gli autonomi, allo stop della legge Fornero con l’introduzione di quota 103. Dalla stretta al Reddito di cittadinanza, alla tregua fiscale. Intoccabili fin dall’inizio i 21 miliardi contro il caro energia, mentre qualche misura è saltata, come quella della soglia dei 60 euro sul Pos. Per altre si sarebbe voluto fare di più come nel caso di Opzione Donna, depotenziata rispetto all’anno scorso. «È una manovra economica di cui vado orgoglioso come vicepremier e segretario della Lega - sottolinea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini - perché in un momento difficile aiuta milioni di italiani in difficoltà».
Soddisfatto anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: «Considero questa manovra la migliore possibile nelle condizioni date - ha spiegato - La gravissima crisi legata ai costi dell’energia e delle materie prime richiedeva una risposta urgente e ci ha costretto a dedicare gran parte delle risorse disponibili per limitare gli effetti dei rincari».
Insomma, manca poco per l’approvazione finale di questa manovra, una Finanziaria che alla fine si chiuderà con un giorno d’anticipo rispetto alle ultime due (quella di Giuseppe Conte del 2020 e quella di Mario Draghi del 2021) e soprattutto frutto di una corsa contro il tempo, essendo stata concepita in appena due mesi.
Continua a leggereRiduci
Oggi le votazioni per la conversione del decreto, in scadenza venerdì. Al suo interno, oltre alla norma sui raduni illegali, lo stop al certificato in ospedali e Rsa, ai test a raffica in pronto soccorso e per uscire dall’isolamento.Ritardi dal Mef, scontri sui tempi e commissione Bilancio occupata fanno guadagnare all’opposizione un giorno. Il via libera alla legge, blindata al Senato, è atteso per domani.Lo speciale contiene due articoli.Corsa contro il tempo per la conversione in legge del cosiddetto «decreto Rave», che dopo l’ok del Senato deve essere approvato anche dalla Camera dei deputati entro 60 giorni dal varo da parte del Consiglio dei ministri. Il termine ultimo per il via libera dell’Aula di Montecitorio è dopodomani, 30 dicembre: se non si arrivasse all’approvazione, il decreto decadrebbe. Ieri pomeriggio, alle 17 e 20, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani di Fdi, ha annunciato la decisione del governo di porre la questione di fiducia. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che oggi alle 15 e 45 inizieranno le dichiarazioni di voto, mentre la votazione avrà inizio alle 17 e 25. Quanto al prosieguo dei lavori, bisognerà attendere cosa succederà: l’opposizione infatti, a quanto apprende la Verità da fonti parlamentari sia del Pd che del M5s, ha intenzione di provare a mettere in campo ogni possibile espediente parlamentare per mettere i bastoni tra le ruote al governo e arrivare alla decadenza del provvedimento: la strategia consiste nell’allungare a dismisura i tempi, attraverso interventi a raffica sugli ordini del giorno. Per questo motivo, è già stata convocata per oggi alle 14 e 30 una nuova conferenza dei capigruppo: in mancanza di accordi, la maggioranza potrebbe chiedere la seduta fiume, che si interrompe solo con il voto finale sul provvedimento. La seduta fiume, ricordiamolo, una volta deliberata prosegue senza soluzione di continuità, eccezion fatta per alcune pause tecniche, fino all’esaurimento dei punti al suo ordine del giorno. Anche se la seduta si prolunga per più giorni, il resoconto stenografico sarà quello riferito al giorno in cui è iniziata, e dunque il problema della decadenza sarebbe superato. La mossa di porre la fiducia si è resa indispensabile, poiché le opposizioni hanno dato vita anche ieri a una azione di massiccio ostruzionismo: in apertura di discussione generale, si erano iscritti a parlare ben 98 deputati di Pd, M5s, Azione-Italia viva, Alleanza Verdi Sinistra e altre minoranze.Considerato che ciascun deputato può intervenire per 30 minuti, la sola discussione generale sarebbe durata 49 ore, quindi più di due giorni. Per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni, già intorno alle 16 la maggioranza ha proposto la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla Camera con 169 voti favorevoli, 116 contrari e 2 astenuti. Si è così passati alle pregiudiziali di costituzionalità del provvedimento, presentate da Partito democratico, M5s, Azione-Italia viva ed Alleanza Verdi e Sinistra. Bocciate le pregiudiziali con 127 voti favorevoli e 170 contrari, Ciriani è intervenuto per annunciare la fiducia. La norma per contrastare i rave party introduce un nuovo articolo del codice penale, il 633-bis, che punisce con il carcere da 3 a 6 anni chi organizza grandi raduni musicali su terreni altrui, in cui si faccia anche uso di sostanze stupefacenti. Il decreto contiene però misure riguardanti anche altri argomenti. Per quel che concerne il Covid, il decreto prevede lo stop all’obbligo del green pass per le visite in Rsa e ospedali, lo stop all’obbligo del tampone negativo per i contagiati che escono dalla quarantena di 5 giorni, l’alleggerimento degli obblighi per i contatti stretti dei positivi, che al chiuso o nei luoghi affollati dovranno indossare la mascherina Ffp2 non più per 10 ma per 5 giorni, il rinvio di sei mesi, quindi al 30 giugno prossimo, dell’invio delle multe da 100 euro comminate agli over 50 non vaccinati (che verranno poi cancellate con un apposito provvedimento, salvo imprevisti), lo stop all’obbligo del tampone per chi entra come paziente nei pronto soccorso e il reintegro al lavoro dei sanitari che non si sono vaccinati.Questo ultimo aspetto, quando il decreto è stato approvato al Senato, lo scorso 12 dicembre, ha provocato il clamoroso strappo della capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, che non ha votato a favore. Una scelta «a titolo personale» poiché l’obbligo vaccinale, in particolare per il personale sanitario, è sempre stato, spiegò la Ronzulli, «una sua battaglia». Il resto della truppa berlusconiana votò a favore. Il decreto Rave contiene anche una modifica della lista dei reati per i quali non è prevista la possibilità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale da parte di detenuti condannati, i cosiddetti «reati ostativi»: da questo elenco vengono eliminati i reati contro la pubblica amministrazione. Il decreto contiene poi una stretta ai requisiti previsti per accedere a misure premiali da parte dei detenuti: oltre all’obbligo di risarcire i danni provocati, sarà il giudice di sorveglianza a dover effettuare una certosina valutazione della richiesta, attraverso elementi che consentano di escludere il persistere di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata o il rischio di ripristino di tali contatti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-fiducia-dl-rave-2659016034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="slitta-il-voto-finale-sulla-manovra" data-post-id="2659016034" data-published-at="1672170327" data-use-pagination="False"> Slitta il voto finale sulla Manovra La giornata della manovra in Senato sembrava iniziata tranquilla, o meglio poteva essere così, dopo il passaggio alla Camera passato non senza sofferenze. Eppure, tra rinvii, ritardi tecnici del Mef, sospensioni e soprattutto barricate, in poche ore è cambiato tutto. L’iter iniziato ieri si sarebbe dovuto concludere inizialmente stasera, come annunciato nel primo pomeriggio dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che allo stesso tempo, come atteso, ha anche posto la questione di fiducia per evitare che venisse modificato il testo finale. Alla fine, però, un lungo pomeriggio di tensione ha portato il voto a slittare a domani mattina: si inizierà alle 9 con le intenzioni di voto. Prima di tutto i ritardi del Mef che ha fatto attendere la consegna della relazione tecnica. Poi il capogruppo del Partito democratico, Simona Malpezzi, ha chiesto e ottenuto una nuova capigruppo per ridefinire i tempi di esame sulla manovra: «Chiediamo al presidente La Russa di convocare una nuova capigruppo» e ha chiarito «Non si tratta di fare ostruzionismo o di rischiare l’esercizio provvisorio ma solo di provare a dare dignità alla discussione. La giornata a disposizione c’è e si potrebbe usare, è quella di domani (oggi, ndr)». «L’opposizione è unita - sottolinea Raffaella Paita - in questa battaglia comune per fare una discussione ordinata». Dopo poco, in protesta contro le tempistiche per l’esame della Manovra, le opposizioni hanno occupato la commissione Bilancio di Palazzo Madama, impedendo la ripresa dei lavori, prevista alle 17.30. Una ventina di senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Terzo polo e Alleanza Verdi Sinistra hanno preso posto ai banchi della presidenza, scattandosi anche delle foto con i telefonini, nonostante i commessi di Palazzo Madama ricordassero che non è consentito. Dopo qualche minuto, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, ha cominciato a leggere ad alta voce la Relazione tecnica di passaggio della manovra da una Camera all’altra. Le barricate insomma hanno funzionato solo nella forma ma non nella sostanza. Per la maggioranza il risultato è assicurato. Secondo le stime, la manovra potrebbe essere approvata con un giorno d’anticipo rispetto a quelle degli ultimi due anni. Il testo è blindatissimo e, grazie alla questione di fiducia, l’esito scontato. La parte difficile, quella della Camera, è ormai alle spalle, ora è il tempo dello show, per dimostrare all’elettorato di aver fatto opposizione. Il testo in Senato, comunque vada, non si potrà modificare, i contenuti del testo sono definitivi: dalla flat tax per gli autonomi, allo stop della legge Fornero con l’introduzione di quota 103. Dalla stretta al Reddito di cittadinanza, alla tregua fiscale. Intoccabili fin dall’inizio i 21 miliardi contro il caro energia, mentre qualche misura è saltata, come quella della soglia dei 60 euro sul Pos. Per altre si sarebbe voluto fare di più come nel caso di Opzione Donna, depotenziata rispetto all’anno scorso. «È una manovra economica di cui vado orgoglioso come vicepremier e segretario della Lega - sottolinea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini - perché in un momento difficile aiuta milioni di italiani in difficoltà». Soddisfatto anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: «Considero questa manovra la migliore possibile nelle condizioni date - ha spiegato - La gravissima crisi legata ai costi dell’energia e delle materie prime richiedeva una risposta urgente e ci ha costretto a dedicare gran parte delle risorse disponibili per limitare gli effetti dei rincari». Insomma, manca poco per l’approvazione finale di questa manovra, una Finanziaria che alla fine si chiuderà con un giorno d’anticipo rispetto alle ultime due (quella di Giuseppe Conte del 2020 e quella di Mario Draghi del 2021) e soprattutto frutto di una corsa contro il tempo, essendo stata concepita in appena due mesi.
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
Continua a leggereRiduci