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2022-12-28
Il governo pone la fiducia sul dl Rave. Addio a pass, tamponi e sospensioni
Ansa
Corsa contro il tempo per la conversione in legge del cosiddetto «decreto Rave», che dopo l’ok del Senato deve essere approvato anche dalla Camera dei deputati entro 60 giorni dal varo da parte del Consiglio dei ministri. Il termine ultimo per il via libera dell’Aula di Montecitorio è dopodomani, 30 dicembre: se non si arrivasse all’approvazione, il decreto decadrebbe. Ieri pomeriggio, alle 17 e 20, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani di Fdi, ha annunciato la decisione del governo di porre la questione di fiducia. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che oggi alle 15 e 45 inizieranno le dichiarazioni di voto, mentre la votazione avrà inizio alle 17 e 25.
Quanto al prosieguo dei lavori, bisognerà attendere cosa succederà: l’opposizione infatti, a quanto apprende la Verità da fonti parlamentari sia del Pd che del M5s, ha intenzione di provare a mettere in campo ogni possibile espediente parlamentare per mettere i bastoni tra le ruote al governo e arrivare alla decadenza del provvedimento: la strategia consiste nell’allungare a dismisura i tempi, attraverso interventi a raffica sugli ordini del giorno. Per questo motivo, è già stata convocata per oggi alle 14 e 30 una nuova conferenza dei capigruppo: in mancanza di accordi, la maggioranza potrebbe chiedere la seduta fiume, che si interrompe solo con il voto finale sul provvedimento. La seduta fiume, ricordiamolo, una volta deliberata prosegue senza soluzione di continuità, eccezion fatta per alcune pause tecniche, fino all’esaurimento dei punti al suo ordine del giorno. Anche se la seduta si prolunga per più giorni, il resoconto stenografico sarà quello riferito al giorno in cui è iniziata, e dunque il problema della decadenza sarebbe superato.
La mossa di porre la fiducia si è resa indispensabile, poiché le opposizioni hanno dato vita anche ieri a una azione di massiccio ostruzionismo: in apertura di discussione generale, si erano iscritti a parlare ben 98 deputati di Pd, M5s, Azione-Italia viva, Alleanza Verdi Sinistra e altre minoranze.
Considerato che ciascun deputato può intervenire per 30 minuti, la sola discussione generale sarebbe durata 49 ore, quindi più di due giorni. Per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni, già intorno alle 16 la maggioranza ha proposto la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla Camera con 169 voti favorevoli, 116 contrari e 2 astenuti.
Si è così passati alle pregiudiziali di costituzionalità del provvedimento, presentate da Partito democratico, M5s, Azione-Italia viva ed Alleanza Verdi e Sinistra. Bocciate le pregiudiziali con 127 voti favorevoli e 170 contrari, Ciriani è intervenuto per annunciare la fiducia.
La norma per contrastare i rave party introduce un nuovo articolo del codice penale, il 633-bis, che punisce con il carcere da 3 a 6 anni chi organizza grandi raduni musicali su terreni altrui, in cui si faccia anche uso di sostanze stupefacenti. Il decreto contiene però misure riguardanti anche altri argomenti. Per quel che concerne il Covid, il decreto prevede lo stop all’obbligo del green pass per le visite in Rsa e ospedali, lo stop all’obbligo del tampone negativo per i contagiati che escono dalla quarantena di 5 giorni, l’alleggerimento degli obblighi per i contatti stretti dei positivi, che al chiuso o nei luoghi affollati dovranno indossare la mascherina Ffp2 non più per 10 ma per 5 giorni, il rinvio di sei mesi, quindi al 30 giugno prossimo, dell’invio delle multe da 100 euro comminate agli over 50 non vaccinati (che verranno poi cancellate con un apposito provvedimento, salvo imprevisti), lo stop all’obbligo del tampone per chi entra come paziente nei pronto soccorso e il reintegro al lavoro dei sanitari che non si sono vaccinati.
Questo ultimo aspetto, quando il decreto è stato approvato al Senato, lo scorso 12 dicembre, ha provocato il clamoroso strappo della capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, che non ha votato a favore. Una scelta «a titolo personale» poiché l’obbligo vaccinale, in particolare per il personale sanitario, è sempre stato, spiegò la Ronzulli, «una sua battaglia». Il resto della truppa berlusconiana votò a favore.
Il decreto Rave contiene anche una modifica della lista dei reati per i quali non è prevista la possibilità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale da parte di detenuti condannati, i cosiddetti «reati ostativi»: da questo elenco vengono eliminati i reati contro la pubblica amministrazione.
Il decreto contiene poi una stretta ai requisiti previsti per accedere a misure premiali da parte dei detenuti: oltre all’obbligo di risarcire i danni provocati, sarà il giudice di sorveglianza a dover effettuare una certosina valutazione della richiesta, attraverso elementi che consentano di escludere il persistere di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata o il rischio di ripristino di tali contatti.
Slitta il voto finale sulla Manovra
La giornata della manovra in Senato sembrava iniziata tranquilla, o meglio poteva essere così, dopo il passaggio alla Camera passato non senza sofferenze. Eppure, tra rinvii, ritardi tecnici del Mef, sospensioni e soprattutto barricate, in poche ore è cambiato tutto.
L’iter iniziato ieri si sarebbe dovuto concludere inizialmente stasera, come annunciato nel primo pomeriggio dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che allo stesso tempo, come atteso, ha anche posto la questione di fiducia per evitare che venisse modificato il testo finale. Alla fine, però, un lungo pomeriggio di tensione ha portato il voto a slittare a domani mattina: si inizierà alle 9 con le intenzioni di voto. Prima di tutto i ritardi del Mef che ha fatto attendere la consegna della relazione tecnica.
Poi il capogruppo del Partito democratico, Simona Malpezzi, ha chiesto e ottenuto una nuova capigruppo per ridefinire i tempi di esame sulla manovra: «Chiediamo al presidente La Russa di convocare una nuova capigruppo» e ha chiarito «Non si tratta di fare ostruzionismo o di rischiare l’esercizio provvisorio ma solo di provare a dare dignità alla discussione. La giornata a disposizione c’è e si potrebbe usare, è quella di domani (oggi, ndr)». «L’opposizione è unita - sottolinea Raffaella Paita - in questa battaglia comune per fare una discussione ordinata». Dopo poco, in protesta contro le tempistiche per l’esame della Manovra, le opposizioni hanno occupato la commissione Bilancio di Palazzo Madama, impedendo la ripresa dei lavori, prevista alle 17.30. Una ventina di senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Terzo polo e Alleanza Verdi Sinistra hanno preso posto ai banchi della presidenza, scattandosi anche delle foto con i telefonini, nonostante i commessi di Palazzo Madama ricordassero che non è consentito.
Dopo qualche minuto, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, ha cominciato a leggere ad alta voce la Relazione tecnica di passaggio della manovra da una Camera all’altra. Le barricate insomma hanno funzionato solo nella forma ma non nella sostanza. Per la maggioranza il risultato è assicurato. Secondo le stime, la manovra potrebbe essere approvata con un giorno d’anticipo rispetto a quelle degli ultimi due anni. Il testo è blindatissimo e, grazie alla questione di fiducia, l’esito scontato. La parte difficile, quella della Camera, è ormai alle spalle, ora è il tempo dello show, per dimostrare all’elettorato di aver fatto opposizione. Il testo in Senato, comunque vada, non si potrà modificare, i contenuti del testo sono definitivi: dalla flat tax per gli autonomi, allo stop della legge Fornero con l’introduzione di quota 103. Dalla stretta al Reddito di cittadinanza, alla tregua fiscale. Intoccabili fin dall’inizio i 21 miliardi contro il caro energia, mentre qualche misura è saltata, come quella della soglia dei 60 euro sul Pos. Per altre si sarebbe voluto fare di più come nel caso di Opzione Donna, depotenziata rispetto all’anno scorso. «È una manovra economica di cui vado orgoglioso come vicepremier e segretario della Lega - sottolinea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini - perché in un momento difficile aiuta milioni di italiani in difficoltà».
Soddisfatto anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: «Considero questa manovra la migliore possibile nelle condizioni date - ha spiegato - La gravissima crisi legata ai costi dell’energia e delle materie prime richiedeva una risposta urgente e ci ha costretto a dedicare gran parte delle risorse disponibili per limitare gli effetti dei rincari».
Insomma, manca poco per l’approvazione finale di questa manovra, una Finanziaria che alla fine si chiuderà con un giorno d’anticipo rispetto alle ultime due (quella di Giuseppe Conte del 2020 e quella di Mario Draghi del 2021) e soprattutto frutto di una corsa contro il tempo, essendo stata concepita in appena due mesi.
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Oggi le votazioni per la conversione del decreto, in scadenza venerdì. Al suo interno, oltre alla norma sui raduni illegali, lo stop al certificato in ospedali e Rsa, ai test a raffica in pronto soccorso e per uscire dall’isolamento.Ritardi dal Mef, scontri sui tempi e commissione Bilancio occupata fanno guadagnare all’opposizione un giorno. Il via libera alla legge, blindata al Senato, è atteso per domani.Lo speciale contiene due articoli.Corsa contro il tempo per la conversione in legge del cosiddetto «decreto Rave», che dopo l’ok del Senato deve essere approvato anche dalla Camera dei deputati entro 60 giorni dal varo da parte del Consiglio dei ministri. Il termine ultimo per il via libera dell’Aula di Montecitorio è dopodomani, 30 dicembre: se non si arrivasse all’approvazione, il decreto decadrebbe. Ieri pomeriggio, alle 17 e 20, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani di Fdi, ha annunciato la decisione del governo di porre la questione di fiducia. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che oggi alle 15 e 45 inizieranno le dichiarazioni di voto, mentre la votazione avrà inizio alle 17 e 25. Quanto al prosieguo dei lavori, bisognerà attendere cosa succederà: l’opposizione infatti, a quanto apprende la Verità da fonti parlamentari sia del Pd che del M5s, ha intenzione di provare a mettere in campo ogni possibile espediente parlamentare per mettere i bastoni tra le ruote al governo e arrivare alla decadenza del provvedimento: la strategia consiste nell’allungare a dismisura i tempi, attraverso interventi a raffica sugli ordini del giorno. Per questo motivo, è già stata convocata per oggi alle 14 e 30 una nuova conferenza dei capigruppo: in mancanza di accordi, la maggioranza potrebbe chiedere la seduta fiume, che si interrompe solo con il voto finale sul provvedimento. La seduta fiume, ricordiamolo, una volta deliberata prosegue senza soluzione di continuità, eccezion fatta per alcune pause tecniche, fino all’esaurimento dei punti al suo ordine del giorno. Anche se la seduta si prolunga per più giorni, il resoconto stenografico sarà quello riferito al giorno in cui è iniziata, e dunque il problema della decadenza sarebbe superato. La mossa di porre la fiducia si è resa indispensabile, poiché le opposizioni hanno dato vita anche ieri a una azione di massiccio ostruzionismo: in apertura di discussione generale, si erano iscritti a parlare ben 98 deputati di Pd, M5s, Azione-Italia viva, Alleanza Verdi Sinistra e altre minoranze.Considerato che ciascun deputato può intervenire per 30 minuti, la sola discussione generale sarebbe durata 49 ore, quindi più di due giorni. Per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni, già intorno alle 16 la maggioranza ha proposto la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla Camera con 169 voti favorevoli, 116 contrari e 2 astenuti. Si è così passati alle pregiudiziali di costituzionalità del provvedimento, presentate da Partito democratico, M5s, Azione-Italia viva ed Alleanza Verdi e Sinistra. Bocciate le pregiudiziali con 127 voti favorevoli e 170 contrari, Ciriani è intervenuto per annunciare la fiducia. La norma per contrastare i rave party introduce un nuovo articolo del codice penale, il 633-bis, che punisce con il carcere da 3 a 6 anni chi organizza grandi raduni musicali su terreni altrui, in cui si faccia anche uso di sostanze stupefacenti. Il decreto contiene però misure riguardanti anche altri argomenti. Per quel che concerne il Covid, il decreto prevede lo stop all’obbligo del green pass per le visite in Rsa e ospedali, lo stop all’obbligo del tampone negativo per i contagiati che escono dalla quarantena di 5 giorni, l’alleggerimento degli obblighi per i contatti stretti dei positivi, che al chiuso o nei luoghi affollati dovranno indossare la mascherina Ffp2 non più per 10 ma per 5 giorni, il rinvio di sei mesi, quindi al 30 giugno prossimo, dell’invio delle multe da 100 euro comminate agli over 50 non vaccinati (che verranno poi cancellate con un apposito provvedimento, salvo imprevisti), lo stop all’obbligo del tampone per chi entra come paziente nei pronto soccorso e il reintegro al lavoro dei sanitari che non si sono vaccinati.Questo ultimo aspetto, quando il decreto è stato approvato al Senato, lo scorso 12 dicembre, ha provocato il clamoroso strappo della capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, che non ha votato a favore. Una scelta «a titolo personale» poiché l’obbligo vaccinale, in particolare per il personale sanitario, è sempre stato, spiegò la Ronzulli, «una sua battaglia». Il resto della truppa berlusconiana votò a favore. Il decreto Rave contiene anche una modifica della lista dei reati per i quali non è prevista la possibilità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale da parte di detenuti condannati, i cosiddetti «reati ostativi»: da questo elenco vengono eliminati i reati contro la pubblica amministrazione. Il decreto contiene poi una stretta ai requisiti previsti per accedere a misure premiali da parte dei detenuti: oltre all’obbligo di risarcire i danni provocati, sarà il giudice di sorveglianza a dover effettuare una certosina valutazione della richiesta, attraverso elementi che consentano di escludere il persistere di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata o il rischio di ripristino di tali contatti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-fiducia-dl-rave-2659016034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="slitta-il-voto-finale-sulla-manovra" data-post-id="2659016034" data-published-at="1672170327" data-use-pagination="False"> Slitta il voto finale sulla Manovra La giornata della manovra in Senato sembrava iniziata tranquilla, o meglio poteva essere così, dopo il passaggio alla Camera passato non senza sofferenze. Eppure, tra rinvii, ritardi tecnici del Mef, sospensioni e soprattutto barricate, in poche ore è cambiato tutto. L’iter iniziato ieri si sarebbe dovuto concludere inizialmente stasera, come annunciato nel primo pomeriggio dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che allo stesso tempo, come atteso, ha anche posto la questione di fiducia per evitare che venisse modificato il testo finale. Alla fine, però, un lungo pomeriggio di tensione ha portato il voto a slittare a domani mattina: si inizierà alle 9 con le intenzioni di voto. Prima di tutto i ritardi del Mef che ha fatto attendere la consegna della relazione tecnica. Poi il capogruppo del Partito democratico, Simona Malpezzi, ha chiesto e ottenuto una nuova capigruppo per ridefinire i tempi di esame sulla manovra: «Chiediamo al presidente La Russa di convocare una nuova capigruppo» e ha chiarito «Non si tratta di fare ostruzionismo o di rischiare l’esercizio provvisorio ma solo di provare a dare dignità alla discussione. La giornata a disposizione c’è e si potrebbe usare, è quella di domani (oggi, ndr)». «L’opposizione è unita - sottolinea Raffaella Paita - in questa battaglia comune per fare una discussione ordinata». Dopo poco, in protesta contro le tempistiche per l’esame della Manovra, le opposizioni hanno occupato la commissione Bilancio di Palazzo Madama, impedendo la ripresa dei lavori, prevista alle 17.30. Una ventina di senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Terzo polo e Alleanza Verdi Sinistra hanno preso posto ai banchi della presidenza, scattandosi anche delle foto con i telefonini, nonostante i commessi di Palazzo Madama ricordassero che non è consentito. Dopo qualche minuto, la senatrice del Movimento 5 Stelle, Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, ha cominciato a leggere ad alta voce la Relazione tecnica di passaggio della manovra da una Camera all’altra. Le barricate insomma hanno funzionato solo nella forma ma non nella sostanza. Per la maggioranza il risultato è assicurato. Secondo le stime, la manovra potrebbe essere approvata con un giorno d’anticipo rispetto a quelle degli ultimi due anni. Il testo è blindatissimo e, grazie alla questione di fiducia, l’esito scontato. La parte difficile, quella della Camera, è ormai alle spalle, ora è il tempo dello show, per dimostrare all’elettorato di aver fatto opposizione. Il testo in Senato, comunque vada, non si potrà modificare, i contenuti del testo sono definitivi: dalla flat tax per gli autonomi, allo stop della legge Fornero con l’introduzione di quota 103. Dalla stretta al Reddito di cittadinanza, alla tregua fiscale. Intoccabili fin dall’inizio i 21 miliardi contro il caro energia, mentre qualche misura è saltata, come quella della soglia dei 60 euro sul Pos. Per altre si sarebbe voluto fare di più come nel caso di Opzione Donna, depotenziata rispetto all’anno scorso. «È una manovra economica di cui vado orgoglioso come vicepremier e segretario della Lega - sottolinea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini - perché in un momento difficile aiuta milioni di italiani in difficoltà». Soddisfatto anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: «Considero questa manovra la migliore possibile nelle condizioni date - ha spiegato - La gravissima crisi legata ai costi dell’energia e delle materie prime richiedeva una risposta urgente e ci ha costretto a dedicare gran parte delle risorse disponibili per limitare gli effetti dei rincari». Insomma, manca poco per l’approvazione finale di questa manovra, una Finanziaria che alla fine si chiuderà con un giorno d’anticipo rispetto alle ultime due (quella di Giuseppe Conte del 2020 e quella di Mario Draghi del 2021) e soprattutto frutto di una corsa contro il tempo, essendo stata concepita in appena due mesi.
Ansa
L’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) ha fatto il diavolo a quattro pretendendo, dapprima, che la marcia di Lione fosse vietata dalla prefettura e, poi, gridando al pericolo fascista pronto a incombere sulla città attraverso un’orda di militanti di estrema destra provenienti da mezza Europa. Come se negli ultimi anni gli antifa (anche francesi) non avessero scorrazzato in tutto il continente per andare a picchiare quelli che, secondo loro, erano i fascisti del momento. Il primo a chiedere lo stop del corteo è stato il sindaco ecologista di Lione, Grégory Doucet. Su X, il coordinatore di Lfi, Manuel Bompard, ha auspicato che la manifestazione fosse annullata definendola una «vera dimostrazione fascista» e una «minaccia per gli abitanti».
Ma nonostante le pretese di Lfi e affini, il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha autorizzato lo svolgimento del corteo. Ai microfoni di Rtl, Nunez ha detto che «l’organizzatrice si è impegnata a rispettare scrupolosamente le indicazioni fornite», in particolare che «questa marcia abbia un carattere pacifico e che non dia luogo ad alcuna espressione politica». Il ministro ha confermato un importante dispiegamento di forze dell’ordine.
Le allerte per la calata dei fascisti sono state riprese da vari media. Sul sito di France inter si potevano leggere le testimonianze, raccolte a Lione dagli inviati di questa emittente radiofonica di Stato. Una certa Lucie, presentata come una «lavoratrice sociale», sarebbe andata ad avvertire le persone «razzializzate» dicendo loro «evitate di essere lì (sul percorso della marcia, ndr), è possibile che arrivi gente di estrema destra», gente che «ha voglia di battersi». Un altro testimone, un tal Bilel, dipendente di una macelleria, ha dichiarato di aver ricevuto «un volantino distribuito nelle vie della zona» sul quale c’era scritto «fate attenzione, prendete le disposizioni necessarie per la vostra sicurezza e per quella delle persone vulnerabili del vostro entourage». L’edizione francese di Huffington ha fatto una sintesi delle informazioni pubblicate da altre testate con un focus sul profilo dell’organizzatrice della marcia: Aliette Espieux. È stato citato Le Monde, secondo cui la ragazza sarebbe legata alla «galassia di Pierre-Edouard Stérin, in particolare attraverso l’associazione di preghiera Hozanna». Stérin è stato un importante finanziatore dell’applicazione The Fork e cofondatore di Smartbox. Un imprenditore di successo che, però, per i media mainstream transalpini ha un grandissimo difetto: è cattolico e sostiene iniziative ispirate alla sua fede. L’Huffington cita anche il sito StreetPress che rivela un’altra informazione: «Aliette Espieux è sposata con Eliot Bertin, l’ex leader neonazista del disciolto gruppo Lyon Populaire» e «indagato» dopo «l’attacco a una conferenza sulla Palestina. La violenza va sempre condannata ma, scorrendo alcuni media d’Oltralpe, sembra di assistere a un macabro calcolo.
È come se si dicesse, semplificando in maniera un po’ cavaliera: gli antifa hanno ammazzato, ma siccome anche i neonazisti lo hanno fatto, allora siamo pari. Chissà cosa avrebbero scritto varie testate transalpine se avessero indagato sulle azioni e le frequentazioni di certi militanti dell’ultrasinistra antifa. Forse, come ha fatto nei giorni scorsi Adriano Scianca sulla Verità, avrebbero scoperto che alcuni di loro sono venuti a Roma e sono stati persino premiati da un municipio.
Lasciando da parte il trattamento riservato da molti media francesi alla tragedia di Lione, è indubbio che oggi, nell’ex capitale delle Gallie, la tensione sarà alle stelle. Tra l’altro, la famiglia di Quentin non parteciperà al corteo in memoria del giovane e già da giorni invita alla calma. Anche i rappresentanti del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen non parteciperanno alla marcia di oggi né ad altre iniziative simili. «Vi chiediamo», ha scritto ai dirigenti del suo partito Jordan Bardella, «di non partecipare a queste iniziative né di associarvi il Rassemblement national». Questo perché, ha spiegato ancora il leader di Rn, gli organizzatori di tali eventi «non sono certi» e sembra che la famiglia di Quentin «non sia all’origine di nessuno di essi». Anche il candidato della destra moderata alle comunali di Lione nonché ex presidente dell’Olympique Lyonnais, Jean-Michel Aulas, non sarà presente alla marcia.
Sul fronte delle indagini sui presunti autori del linciaggio di Quentin, Le Figaro ha scritto che uno dei fermati è indagato anche a Parigi. L’individuo sarebbe sospettato di aver partecipato, nel 2024, a un’aggressione ai danni di un adolescente definito «sionista» che è stato obbligato a gridare «viva la Palestina».
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Luigi Di Maio (Imagoeconomica)
La notizia è stata data direttamente su Linkedin da Di Maio, che grazie all’esperienza come ministro degli Esteri nel maggio 2023 è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nelle scorse settimane il suo nome è circolato anche come possibile coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. «Assumerò questo nuovo ruolo con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche», ha scritto l’ex ministro.
Il post con la sua nomina ha scatenato gli applausi e i complimenti di sceicchi e manager di fondi e grandi aziende saudite, emiratine e del Qatar. Non è un caso, ovviamente. Si vede che l’ex delfino di Beppe Grillo, in questi due anni e mezzo, si è fatto ben volere da banchieri e manager in tunica bianca. Del resto, come abbiamo imparato a nostre spese, sveglio è sveglio. E anche se da giovane ha pensato più a fare politica che a studiare (ha la maturità classica), tutti coloro che hanno lavorato con lui, ambasciatori compresi, gli riconoscono una grande umiltà e molta voglia di apprendere.
Al King’s College, poi, non fanno certo la carità: i cv li sanno leggere, ma sanno anche pesare le reti relazionali. Così hanno ingaggiato Di Maio per rafforzare il loro prestigioso Dipartimento, dove sui banchi dei master arriva la crema degli ufficiali di Sua Maestà. Di Maio, professionalmente, proviene dal Golfo Persico e guarda caso il primo mercato per l’industria bellica britannica è proprio quello, con l’Arabia saudita in testa alle classifiche con vendite per 4,5 miliardi di sterline tra il 2021 e il 2025 (fonte: governo Regno Unito). E l’anno scorso, per il governo britannico, si è registrato il valore più alto di esportazioni di armi da oltre 40 anni (20 miliardi di sterline).
Di Maio, comunque, era amato a Londra anche prima di essere spedito tra le dune dall’Onu. Ha servito come ministro degli Esteri nel Conte II (2019-2021) e nel governo Draghi (2021-2022) e ha sempre tenuto a rafforzare il più possibile i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit e i tanti dispettucci inglesi ai nostri emigrati. Da ministro e da vicepremier, lo statista di Pomigliano d’Arco ha sempre sostenuto che l’Unione europea non dovesse «punire» il Regno Unito per la sua uscita, allo scopo di evitare choc economici da entrambe le parti. Di Maio ha più volte ribadito «l’amicizia solida» con Londra, anche quando fu eletto Boris Johnson (2019) e ha stretto un grande rapporto con Dominic Raab, ex sottosegretario agli Esteri. Tra i vari campi nei quali ha collaborato con Londra c’è stato anche quello della ricerca sui vaccini. Ma forse uno dei dossier che oggi pesa di più, per la carriera inglese dell’ex grillino, è quello della stabilizzazione della Libia.
L’incarico di docente onorario ha poco peso dal punto di vista didattico, ma consente di fare ricerca. E non è poco per un Di Maio che da ragazzo si iscrisse senza fortuna prima a ingegneria informatica e poi a giurisprudenza. In soli sei anni, è passato da lanciare Lino Banfi sul palco del Teatro Brancaccio come rappresentante dell’Italia all’Unesco a lanciare sé stesso in uno degli atenei più prestigiosi del mondo. Un ateneo che ha sfornato 14 premi Nobel. Difficile che il quindicesimo sia il nostro «Giggino», quello che annunciava da Palazzo Chigi: «Abbiamo abolito la povertà». Ma con uno come lui, mai dire mai.
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Ansa
L’agente, riferiscono ambienti della difesa, è profondamente provato da quanto sta emergendo. Non solo per il peso dell’accusa, ma per la rappresentazione che, giorno dopo giorno, viene restituita del suo operato. Al legale ha ribadito di non aver mai avuto rapporti con gli spacciatori della zona, né contatti opachi con il mondo del boschetto. Una ricostruzione che respinge con decisione e che - sostiene - non ha nulla a che vedere con la sua storia professionale.
Dal punto di vista tecnico, la linea difensiva resta immutata. Per Porciani è difficile sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario a fronte di uno sparo esploso a oltre venti metri di distanza, in un contesto di scarsa visibilità, con una traiettoria che - come emerso dagli accertamenti autoptici - non presenta le caratteristiche di un colpo d’esecuzione. Un solo proiettile, esploso in pochi istanti, dopo essersi visto puntare contro quella che appariva come un’arma vera. «Non avevo alcuna intenzione di uccidere», è il concetto che l’assistente capo continua a ribadire.
In parallelo, dagli interrogatori degli altri poliziotti - difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini - emerge una linea difensiva distinta ma convergente su un punto: nessuno di loro avrebbe avuto un ruolo nello sparo. Tutti hanno risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia chiarendo di essere arrivati in momenti diversi sulla scena: uno era vicino a C.C. al momento del colpo, gli altri sono giunti subito dopo. Nei verbali, però, ciascuno ha riferito che le fasi successive sarebbero state gestite dal collega più anziano, indicato come il più esperto del gruppo, anche attraverso comunicazioni non veritiere, come quella - contestata - sulla chiamata dell’ambulanza. Per la Procura di Milano uno dei passaggi chiave dell’inchiesta riguarda ciò che sarebbe accaduto nei minuti successivi allo sparo. Dalle verifiche emergerebbe che il collega più vicino all’agente, prima della chiamata al 118 si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per poi tornare sul posto con una borsa, di cui gli altri poliziotti avrebbero detto di ignorare il contenuto. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa secondo cui la pistola a salve trovata accanto al corpo possa essere stata collocata dopo, tesi sostenuta anche dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri. Sullo sfondo c’è poi il ritardo di circa 23 minuti nell’allertare i soccorsi, punto centrale dell’accusa di omissione contestata agli agenti.
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità ciò che emergerà».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
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