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2022-11-01
Gli ultrà del vaccino muti sulla sanità a pezzi
Nino Cartabellotta (imagoeconomica
È quasi isterica la reazione contro la decisione del governo di reintegrare da oggi i sanitari non vaccinati. Sono soprattutto i camici bianchi a scagliarsi contro quella che viene definita una «sanatoria», «un’amnistia anti-scientifica e diseducativa», secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gambe.
«Un colpo di spugna inaccettabile», copyright Walter Ricciardi, ex consigliere dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza; «una decisione politica che va contro coloro che si sono vaccinati», si unisce al coro di protesta il microbiologo Andrea Crisanti, neo senatore dem, convinto che sia un grave errore rinunciare a perseguire con la sospensione e la negazione dello stipendio medici e infermieri, che non hanno ceduto al ricatto vaccinale. In tanto schiamazzo, si invoca pure rispetto per i deceduti, come se rimettere in corsia e negli ambulatori professionisti indispensabili sia un insulto alla memoria di chi è stato stroncato dal virus, o da patologie cui il Covid ha dato il colpo fatale. «Non dimentichiamo i 180.000 italiani morti di Covid», ha strepitato il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Il ministero della Salute motiva la decisione, sottolineando la «preoccupante carenza di personale medico e sanitario segnalata dai responsabili delle strutture sanitarie e territoriali», che affligge milioni di cittadini, però è meglio ribadire l’integralismo ideologico come ha fatto il giornalista Andrea Vianello, secondo il quale «reintegrare i medici no vax sarebbe offensivo verso il periodo terribile che abbiamo vissuto».
L’attenzione, nei confronti di popolazioni che tanto hanno sofferto per il Covid si sarebbe dovuta tradurre in attenzione alla loro assistenza sanitaria. Guardiamo quanto è successo nella Val Seriana, falcidiata dal Covid 19. Nel gennaio del 2021, i sindaci di Gandellino, Gromo, Valbondione e Valgoglio scrissero all’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Bergamo per segnalare «la grave situazione di disagio in cui versa l’Alta Valle Seriana a causa della carenza di medici di base». Dicevano di non comprendere perché «gli abitanti non trovino alcuna attenzione da parte vostra». Nei piccoli Comuni montani c’erano disagi enormi, con anziani che rappresentano la metà della popolazione locale e che «necessitano di particolari tutela, cure e attenzioni», mentre il trasporto locale «è ridotto ai minimi termini».
Un anno dopo, nel gennaio 2022, era il sindaco di Castione della Presolana, Angelo Migliorati, a invocare provvedimenti urgenti in quanto «oltre 3.000 cittadini non hanno un medico di base nel pieno di una pandemia», e mentre tutti sostenevano la «necessità di una forte e radicata medicina territoriale».
Il sindaco fu durissimo: «La politica faccia la sua parte, non pensando solamente all’eccellenza ospedaliera, ma rendendosi conto che abbandonare i cittadini senza assistenza medica di base, vìola i diritti umani e costituzionali alla salute».
Non interessava sapere se i sanitari fossero o meno vaccinati (avrebbero utilizzato mascherine e tutte le cautele necessarie), serviva assistenza medica che non arrivava e che stava avendo conseguenze pesantissime sul territorio. Migliorati lo denunciò con maggior forza ad agosto, minacciando di denuncia penale l’Ats Bergamo se non ripristinava nel giro di 48 ore la Continuità assistenziale diurna nei locali messi a disposizione dal Comune. «I cittadini sono ancora senza medico di famiglia e sono costretti a fare 80 chilometri per una ricetta medica, ma spesso se non riescono a spostarsi, rinunciano a curarsi», dichiarò esasperato.
La conferma arrivava dall’alto numero di decessi, 30, che si era registrato già a luglio, mentre in tutto il 2021 in paese morirono 32 persone. Un possibile raddoppio della mortalità nel 2022, forse ha tra le sue cause un «diritto violato» a curarsi, tuonò il primo cittadino. E per fortuna che una targa, posta nell’ottobre del 2020, dovrebbe ricordare le 22 persone morte per Covid in quattro mesi a Castione. «Per non dimenticarli», è stato inciso sulla pietra. Bel modo di preoccuparsi della salute dei familiari di quelle vittime e dei cittadini tutti, che vissero quell’epidemia, lasciandoli senza medico di base. Magari c’era qualche dottore non vaccinato, pronto a prestare il suo operato, però sarebbe stato considerato un irresponsabile, da tenere sospeso.
E non dimentichiamo gli 8.000 pazienti di Treviglio, Brignano, Caravaggio, Casirate, abbandonati a sé stessi la scorsa estate senza servizio di continuità assistenziale diurno. Situazione analoga a Nembro, dove a inizio pandemia morirono in due mesi 188 persone. Altro che retorico rispetto per le vittime del Covid, gli abitanti di quei luoghi flagellati hanno diritto a una medicina del territorio capillare ed efficiente, che prevenga inutili morti.
Però questo interessa poco, ai talebani del vaccino. Preferiscono caldeggiare doppi richiami, vaccinazioni ai minori e dirsi certi che il virus provocherà altri guai, magari per colpa dei sanitari non vaccinati che sono tornati in corsia.
Prescrizioni dei monoclonali in calo. Inutilizzato il 90% degli antivirali
Acquistati, sottoutilizzati e in scadenza: è il destino degli anticorpi monoclonali e antivirali per il Covid.
Di fronte al potere assoluto conferito ai vaccini dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza, il dato non meraviglia, ma evidenzia ancora una volta non solo uno spreco di centinaia di milioni di euro ma, cosa più grave, la perdita di vite umane che si sarebbero potute (e si potrebbero) evitare, con un cambiamento di rotta. «Da più parti è stato lanciato l’allarme», dice alla Verità Maria Rita Gismondo, direttore del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’Ospedale Sacco di Milano. «Sono in scadenza - continua - ed è un peccato, per farmaci utili, utilissimi. Nel caso degli antivirali, il successo è del 91% dei casi. Per i monoclonali il discorso è diverso, perché non sono sempre somministrabili, hanno un impiego più selettivo, ma sono utili ed efficaci nei casi indicati. Su questi c’è stato uno scarsissimo utilizzo».
Lo dimostrano anche i numeri ufficiali dell’Agenzia del farmaco (Aifa) dell’ultimo monitoraggio settimanale, dal 13 al 19 ottobre. Dopo una fase di aumento, sono tornate a calare le prescrizioni di anticorpi monoclonali anti-Covid nell’ordine del 10%. In 7 giorni si è registrato un calo per le richieste di sotrovimab (Xevudy) di Gsk pari al 9,9%, e di Evusheld di Astrazenca (tixagevimab-cilgavimab) pari al 10,4%. L’unica cosa che aumenta, lievemente, è l’uso di Evusheld in profilassi, pari al +4%. Ma come termine di paragone basta considerare che dal 10 marzo 2021, da quando cioè sono stati autorizzati in via emergenziale nel nostro Paese, sono stati trattati 81.579 italiani e solo per il primo monoclonale disponibile, quello di Eli Lilly, sono state acquistate 150.000 dosi per un totale di un centinaio di milioni di euro.
Gli anticorpi monoclonali «devono essere sempre aggiornati perché sono specifici, se cambia il virus dobbiamo cambiare i monoclonali con cui vogliamo bloccarlo», spiega Gismondo osservando che «è un parere personale» perché «siamo ancora in una fase di analisi, ma gli antivirali potrebbero essere assolutamente sufficienti per combattere la patologia, se impiegati entro i 5 giorni della positività». Un’impresa tutt’altro che facile, come dimostrano i dati di Aifa al 5 ottobre. Le prescrizioni di Paxlovid, l’antivirale di Pfizer fanno + 6,97%. Dall’inizio della sua distribuzione sono stati utilizzati 67.886 trattamenti: le farmacie valgono 39.066 (+9,85%). Il punto è che a tre mesi dalla fine dell’anno, siamo di fronte a un netto sottoutilizzo rispetto alle 600.000 terapie opzionate per il 2022: è praticamente inutilizzato il 90% delle cure per le quali la spesa è certa e la scadenza, con questi ritmi d’impiego, incombente. Segna +2,64% anche Molnupiravir, l’antivirale di Merck che però è distribuito solo in ospedale, di cui son stati erogati 46.631 trattamenti.
Le cause di questa situazione, con sprechi di risorse e di possibili decessi? «Mancanza di informazione e reticenza da parte dei medici, bloccati da vecchie paure e minacce», sintetizza Gismondo. «Il discorso è generale. Tutte le energie sono state messe sui vaccini - sottolinea - quello che non era vaccino era antagonista. Ma le terapie, nelle infezioni sono complementari. I vaccini servivano nella prima fase, nelle persone anziane, con malattie croniche. La gravità del Covid - ricorda l’esperta - è per gli anziani e per i pazienti fragili, come accade in tutte le malattie virali. I vaccini, in quanto tali, non sono armi in alternativa o in opposizione alla terapia». Ora, cure efficaci rischiano di scadere perché «si è puntato solo sul vaccino e si è fatto intendere, in modo subdolo, che chi volesse intraprendere una terapia, fosse una sorta di fuorilegge», conclude.
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I vedovi dei diktat invocano le vittime del virus contro il reintegro dei renitenti. Propaganda becera che tace sulla mancata assistenza nelle zone più colpite. Come la Val Seriana, dove i cittadini sono rimasti senza sostegno medico in piena pandemia. E lo sono ancora.Anticorpi a rischio scadenza. Maria Rita Gismondo: «Vanno aggiornati. Sforzi spesi solo sui sieri».Lo speciale contiene due articoliÈ quasi isterica la reazione contro la decisione del governo di reintegrare da oggi i sanitari non vaccinati. Sono soprattutto i camici bianchi a scagliarsi contro quella che viene definita una «sanatoria», «un’amnistia anti-scientifica e diseducativa», secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gambe.«Un colpo di spugna inaccettabile», copyright Walter Ricciardi, ex consigliere dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza; «una decisione politica che va contro coloro che si sono vaccinati», si unisce al coro di protesta il microbiologo Andrea Crisanti, neo senatore dem, convinto che sia un grave errore rinunciare a perseguire con la sospensione e la negazione dello stipendio medici e infermieri, che non hanno ceduto al ricatto vaccinale. In tanto schiamazzo, si invoca pure rispetto per i deceduti, come se rimettere in corsia e negli ambulatori professionisti indispensabili sia un insulto alla memoria di chi è stato stroncato dal virus, o da patologie cui il Covid ha dato il colpo fatale. «Non dimentichiamo i 180.000 italiani morti di Covid», ha strepitato il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Il ministero della Salute motiva la decisione, sottolineando la «preoccupante carenza di personale medico e sanitario segnalata dai responsabili delle strutture sanitarie e territoriali», che affligge milioni di cittadini, però è meglio ribadire l’integralismo ideologico come ha fatto il giornalista Andrea Vianello, secondo il quale «reintegrare i medici no vax sarebbe offensivo verso il periodo terribile che abbiamo vissuto». L’attenzione, nei confronti di popolazioni che tanto hanno sofferto per il Covid si sarebbe dovuta tradurre in attenzione alla loro assistenza sanitaria. Guardiamo quanto è successo nella Val Seriana, falcidiata dal Covid 19. Nel gennaio del 2021, i sindaci di Gandellino, Gromo, Valbondione e Valgoglio scrissero all’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Bergamo per segnalare «la grave situazione di disagio in cui versa l’Alta Valle Seriana a causa della carenza di medici di base». Dicevano di non comprendere perché «gli abitanti non trovino alcuna attenzione da parte vostra». Nei piccoli Comuni montani c’erano disagi enormi, con anziani che rappresentano la metà della popolazione locale e che «necessitano di particolari tutela, cure e attenzioni», mentre il trasporto locale «è ridotto ai minimi termini». Un anno dopo, nel gennaio 2022, era il sindaco di Castione della Presolana, Angelo Migliorati, a invocare provvedimenti urgenti in quanto «oltre 3.000 cittadini non hanno un medico di base nel pieno di una pandemia», e mentre tutti sostenevano la «necessità di una forte e radicata medicina territoriale». Il sindaco fu durissimo: «La politica faccia la sua parte, non pensando solamente all’eccellenza ospedaliera, ma rendendosi conto che abbandonare i cittadini senza assistenza medica di base, vìola i diritti umani e costituzionali alla salute». Non interessava sapere se i sanitari fossero o meno vaccinati (avrebbero utilizzato mascherine e tutte le cautele necessarie), serviva assistenza medica che non arrivava e che stava avendo conseguenze pesantissime sul territorio. Migliorati lo denunciò con maggior forza ad agosto, minacciando di denuncia penale l’Ats Bergamo se non ripristinava nel giro di 48 ore la Continuità assistenziale diurna nei locali messi a disposizione dal Comune. «I cittadini sono ancora senza medico di famiglia e sono costretti a fare 80 chilometri per una ricetta medica, ma spesso se non riescono a spostarsi, rinunciano a curarsi», dichiarò esasperato. La conferma arrivava dall’alto numero di decessi, 30, che si era registrato già a luglio, mentre in tutto il 2021 in paese morirono 32 persone. Un possibile raddoppio della mortalità nel 2022, forse ha tra le sue cause un «diritto violato» a curarsi, tuonò il primo cittadino. E per fortuna che una targa, posta nell’ottobre del 2020, dovrebbe ricordare le 22 persone morte per Covid in quattro mesi a Castione. «Per non dimenticarli», è stato inciso sulla pietra. Bel modo di preoccuparsi della salute dei familiari di quelle vittime e dei cittadini tutti, che vissero quell’epidemia, lasciandoli senza medico di base. Magari c’era qualche dottore non vaccinato, pronto a prestare il suo operato, però sarebbe stato considerato un irresponsabile, da tenere sospeso. E non dimentichiamo gli 8.000 pazienti di Treviglio, Brignano, Caravaggio, Casirate, abbandonati a sé stessi la scorsa estate senza servizio di continuità assistenziale diurno. Situazione analoga a Nembro, dove a inizio pandemia morirono in due mesi 188 persone. Altro che retorico rispetto per le vittime del Covid, gli abitanti di quei luoghi flagellati hanno diritto a una medicina del territorio capillare ed efficiente, che prevenga inutili morti. Però questo interessa poco, ai talebani del vaccino. Preferiscono caldeggiare doppi richiami, vaccinazioni ai minori e dirsi certi che il virus provocherà altri guai, magari per colpa dei sanitari non vaccinati che sono tornati in corsia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-ultra-del-vaccino-muti-sulla-sanita-a-pezzi-2658576498.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prescrizioni-dei-monoclonali-in-calo-inutilizzato-il-90-degli-antivirali" data-post-id="2658576498" data-published-at="1667260440" data-use-pagination="False"> Prescrizioni dei monoclonali in calo. Inutilizzato il 90% degli antivirali Acquistati, sottoutilizzati e in scadenza: è il destino degli anticorpi monoclonali e antivirali per il Covid. Di fronte al potere assoluto conferito ai vaccini dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza, il dato non meraviglia, ma evidenzia ancora una volta non solo uno spreco di centinaia di milioni di euro ma, cosa più grave, la perdita di vite umane che si sarebbero potute (e si potrebbero) evitare, con un cambiamento di rotta. «Da più parti è stato lanciato l’allarme», dice alla Verità Maria Rita Gismondo, direttore del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’Ospedale Sacco di Milano. «Sono in scadenza - continua - ed è un peccato, per farmaci utili, utilissimi. Nel caso degli antivirali, il successo è del 91% dei casi. Per i monoclonali il discorso è diverso, perché non sono sempre somministrabili, hanno un impiego più selettivo, ma sono utili ed efficaci nei casi indicati. Su questi c’è stato uno scarsissimo utilizzo». Lo dimostrano anche i numeri ufficiali dell’Agenzia del farmaco (Aifa) dell’ultimo monitoraggio settimanale, dal 13 al 19 ottobre. Dopo una fase di aumento, sono tornate a calare le prescrizioni di anticorpi monoclonali anti-Covid nell’ordine del 10%. In 7 giorni si è registrato un calo per le richieste di sotrovimab (Xevudy) di Gsk pari al 9,9%, e di Evusheld di Astrazenca (tixagevimab-cilgavimab) pari al 10,4%. L’unica cosa che aumenta, lievemente, è l’uso di Evusheld in profilassi, pari al +4%. Ma come termine di paragone basta considerare che dal 10 marzo 2021, da quando cioè sono stati autorizzati in via emergenziale nel nostro Paese, sono stati trattati 81.579 italiani e solo per il primo monoclonale disponibile, quello di Eli Lilly, sono state acquistate 150.000 dosi per un totale di un centinaio di milioni di euro. Gli anticorpi monoclonali «devono essere sempre aggiornati perché sono specifici, se cambia il virus dobbiamo cambiare i monoclonali con cui vogliamo bloccarlo», spiega Gismondo osservando che «è un parere personale» perché «siamo ancora in una fase di analisi, ma gli antivirali potrebbero essere assolutamente sufficienti per combattere la patologia, se impiegati entro i 5 giorni della positività». Un’impresa tutt’altro che facile, come dimostrano i dati di Aifa al 5 ottobre. Le prescrizioni di Paxlovid, l’antivirale di Pfizer fanno + 6,97%. Dall’inizio della sua distribuzione sono stati utilizzati 67.886 trattamenti: le farmacie valgono 39.066 (+9,85%). Il punto è che a tre mesi dalla fine dell’anno, siamo di fronte a un netto sottoutilizzo rispetto alle 600.000 terapie opzionate per il 2022: è praticamente inutilizzato il 90% delle cure per le quali la spesa è certa e la scadenza, con questi ritmi d’impiego, incombente. Segna +2,64% anche Molnupiravir, l’antivirale di Merck che però è distribuito solo in ospedale, di cui son stati erogati 46.631 trattamenti. Le cause di questa situazione, con sprechi di risorse e di possibili decessi? «Mancanza di informazione e reticenza da parte dei medici, bloccati da vecchie paure e minacce», sintetizza Gismondo. «Il discorso è generale. Tutte le energie sono state messe sui vaccini - sottolinea - quello che non era vaccino era antagonista. Ma le terapie, nelle infezioni sono complementari. I vaccini servivano nella prima fase, nelle persone anziane, con malattie croniche. La gravità del Covid - ricorda l’esperta - è per gli anziani e per i pazienti fragili, come accade in tutte le malattie virali. I vaccini, in quanto tali, non sono armi in alternativa o in opposizione alla terapia». Ora, cure efficaci rischiano di scadere perché «si è puntato solo sul vaccino e si è fatto intendere, in modo subdolo, che chi volesse intraprendere una terapia, fosse una sorta di fuorilegge», conclude.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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