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2022-11-01
Gli ultrà del vaccino muti sulla sanità a pezzi
Nino Cartabellotta (imagoeconomica
È quasi isterica la reazione contro la decisione del governo di reintegrare da oggi i sanitari non vaccinati. Sono soprattutto i camici bianchi a scagliarsi contro quella che viene definita una «sanatoria», «un’amnistia anti-scientifica e diseducativa», secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gambe.
«Un colpo di spugna inaccettabile», copyright Walter Ricciardi, ex consigliere dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza; «una decisione politica che va contro coloro che si sono vaccinati», si unisce al coro di protesta il microbiologo Andrea Crisanti, neo senatore dem, convinto che sia un grave errore rinunciare a perseguire con la sospensione e la negazione dello stipendio medici e infermieri, che non hanno ceduto al ricatto vaccinale. In tanto schiamazzo, si invoca pure rispetto per i deceduti, come se rimettere in corsia e negli ambulatori professionisti indispensabili sia un insulto alla memoria di chi è stato stroncato dal virus, o da patologie cui il Covid ha dato il colpo fatale. «Non dimentichiamo i 180.000 italiani morti di Covid», ha strepitato il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Il ministero della Salute motiva la decisione, sottolineando la «preoccupante carenza di personale medico e sanitario segnalata dai responsabili delle strutture sanitarie e territoriali», che affligge milioni di cittadini, però è meglio ribadire l’integralismo ideologico come ha fatto il giornalista Andrea Vianello, secondo il quale «reintegrare i medici no vax sarebbe offensivo verso il periodo terribile che abbiamo vissuto».
L’attenzione, nei confronti di popolazioni che tanto hanno sofferto per il Covid si sarebbe dovuta tradurre in attenzione alla loro assistenza sanitaria. Guardiamo quanto è successo nella Val Seriana, falcidiata dal Covid 19. Nel gennaio del 2021, i sindaci di Gandellino, Gromo, Valbondione e Valgoglio scrissero all’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Bergamo per segnalare «la grave situazione di disagio in cui versa l’Alta Valle Seriana a causa della carenza di medici di base». Dicevano di non comprendere perché «gli abitanti non trovino alcuna attenzione da parte vostra». Nei piccoli Comuni montani c’erano disagi enormi, con anziani che rappresentano la metà della popolazione locale e che «necessitano di particolari tutela, cure e attenzioni», mentre il trasporto locale «è ridotto ai minimi termini».
Un anno dopo, nel gennaio 2022, era il sindaco di Castione della Presolana, Angelo Migliorati, a invocare provvedimenti urgenti in quanto «oltre 3.000 cittadini non hanno un medico di base nel pieno di una pandemia», e mentre tutti sostenevano la «necessità di una forte e radicata medicina territoriale».
Il sindaco fu durissimo: «La politica faccia la sua parte, non pensando solamente all’eccellenza ospedaliera, ma rendendosi conto che abbandonare i cittadini senza assistenza medica di base, vìola i diritti umani e costituzionali alla salute».
Non interessava sapere se i sanitari fossero o meno vaccinati (avrebbero utilizzato mascherine e tutte le cautele necessarie), serviva assistenza medica che non arrivava e che stava avendo conseguenze pesantissime sul territorio. Migliorati lo denunciò con maggior forza ad agosto, minacciando di denuncia penale l’Ats Bergamo se non ripristinava nel giro di 48 ore la Continuità assistenziale diurna nei locali messi a disposizione dal Comune. «I cittadini sono ancora senza medico di famiglia e sono costretti a fare 80 chilometri per una ricetta medica, ma spesso se non riescono a spostarsi, rinunciano a curarsi», dichiarò esasperato.
La conferma arrivava dall’alto numero di decessi, 30, che si era registrato già a luglio, mentre in tutto il 2021 in paese morirono 32 persone. Un possibile raddoppio della mortalità nel 2022, forse ha tra le sue cause un «diritto violato» a curarsi, tuonò il primo cittadino. E per fortuna che una targa, posta nell’ottobre del 2020, dovrebbe ricordare le 22 persone morte per Covid in quattro mesi a Castione. «Per non dimenticarli», è stato inciso sulla pietra. Bel modo di preoccuparsi della salute dei familiari di quelle vittime e dei cittadini tutti, che vissero quell’epidemia, lasciandoli senza medico di base. Magari c’era qualche dottore non vaccinato, pronto a prestare il suo operato, però sarebbe stato considerato un irresponsabile, da tenere sospeso.
E non dimentichiamo gli 8.000 pazienti di Treviglio, Brignano, Caravaggio, Casirate, abbandonati a sé stessi la scorsa estate senza servizio di continuità assistenziale diurno. Situazione analoga a Nembro, dove a inizio pandemia morirono in due mesi 188 persone. Altro che retorico rispetto per le vittime del Covid, gli abitanti di quei luoghi flagellati hanno diritto a una medicina del territorio capillare ed efficiente, che prevenga inutili morti.
Però questo interessa poco, ai talebani del vaccino. Preferiscono caldeggiare doppi richiami, vaccinazioni ai minori e dirsi certi che il virus provocherà altri guai, magari per colpa dei sanitari non vaccinati che sono tornati in corsia.
Prescrizioni dei monoclonali in calo. Inutilizzato il 90% degli antivirali
Acquistati, sottoutilizzati e in scadenza: è il destino degli anticorpi monoclonali e antivirali per il Covid.
Di fronte al potere assoluto conferito ai vaccini dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza, il dato non meraviglia, ma evidenzia ancora una volta non solo uno spreco di centinaia di milioni di euro ma, cosa più grave, la perdita di vite umane che si sarebbero potute (e si potrebbero) evitare, con un cambiamento di rotta. «Da più parti è stato lanciato l’allarme», dice alla Verità Maria Rita Gismondo, direttore del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’Ospedale Sacco di Milano. «Sono in scadenza - continua - ed è un peccato, per farmaci utili, utilissimi. Nel caso degli antivirali, il successo è del 91% dei casi. Per i monoclonali il discorso è diverso, perché non sono sempre somministrabili, hanno un impiego più selettivo, ma sono utili ed efficaci nei casi indicati. Su questi c’è stato uno scarsissimo utilizzo».
Lo dimostrano anche i numeri ufficiali dell’Agenzia del farmaco (Aifa) dell’ultimo monitoraggio settimanale, dal 13 al 19 ottobre. Dopo una fase di aumento, sono tornate a calare le prescrizioni di anticorpi monoclonali anti-Covid nell’ordine del 10%. In 7 giorni si è registrato un calo per le richieste di sotrovimab (Xevudy) di Gsk pari al 9,9%, e di Evusheld di Astrazenca (tixagevimab-cilgavimab) pari al 10,4%. L’unica cosa che aumenta, lievemente, è l’uso di Evusheld in profilassi, pari al +4%. Ma come termine di paragone basta considerare che dal 10 marzo 2021, da quando cioè sono stati autorizzati in via emergenziale nel nostro Paese, sono stati trattati 81.579 italiani e solo per il primo monoclonale disponibile, quello di Eli Lilly, sono state acquistate 150.000 dosi per un totale di un centinaio di milioni di euro.
Gli anticorpi monoclonali «devono essere sempre aggiornati perché sono specifici, se cambia il virus dobbiamo cambiare i monoclonali con cui vogliamo bloccarlo», spiega Gismondo osservando che «è un parere personale» perché «siamo ancora in una fase di analisi, ma gli antivirali potrebbero essere assolutamente sufficienti per combattere la patologia, se impiegati entro i 5 giorni della positività». Un’impresa tutt’altro che facile, come dimostrano i dati di Aifa al 5 ottobre. Le prescrizioni di Paxlovid, l’antivirale di Pfizer fanno + 6,97%. Dall’inizio della sua distribuzione sono stati utilizzati 67.886 trattamenti: le farmacie valgono 39.066 (+9,85%). Il punto è che a tre mesi dalla fine dell’anno, siamo di fronte a un netto sottoutilizzo rispetto alle 600.000 terapie opzionate per il 2022: è praticamente inutilizzato il 90% delle cure per le quali la spesa è certa e la scadenza, con questi ritmi d’impiego, incombente. Segna +2,64% anche Molnupiravir, l’antivirale di Merck che però è distribuito solo in ospedale, di cui son stati erogati 46.631 trattamenti.
Le cause di questa situazione, con sprechi di risorse e di possibili decessi? «Mancanza di informazione e reticenza da parte dei medici, bloccati da vecchie paure e minacce», sintetizza Gismondo. «Il discorso è generale. Tutte le energie sono state messe sui vaccini - sottolinea - quello che non era vaccino era antagonista. Ma le terapie, nelle infezioni sono complementari. I vaccini servivano nella prima fase, nelle persone anziane, con malattie croniche. La gravità del Covid - ricorda l’esperta - è per gli anziani e per i pazienti fragili, come accade in tutte le malattie virali. I vaccini, in quanto tali, non sono armi in alternativa o in opposizione alla terapia». Ora, cure efficaci rischiano di scadere perché «si è puntato solo sul vaccino e si è fatto intendere, in modo subdolo, che chi volesse intraprendere una terapia, fosse una sorta di fuorilegge», conclude.
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I vedovi dei diktat invocano le vittime del virus contro il reintegro dei renitenti. Propaganda becera che tace sulla mancata assistenza nelle zone più colpite. Come la Val Seriana, dove i cittadini sono rimasti senza sostegno medico in piena pandemia. E lo sono ancora.Anticorpi a rischio scadenza. Maria Rita Gismondo: «Vanno aggiornati. Sforzi spesi solo sui sieri».Lo speciale contiene due articoliÈ quasi isterica la reazione contro la decisione del governo di reintegrare da oggi i sanitari non vaccinati. Sono soprattutto i camici bianchi a scagliarsi contro quella che viene definita una «sanatoria», «un’amnistia anti-scientifica e diseducativa», secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gambe.«Un colpo di spugna inaccettabile», copyright Walter Ricciardi, ex consigliere dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza; «una decisione politica che va contro coloro che si sono vaccinati», si unisce al coro di protesta il microbiologo Andrea Crisanti, neo senatore dem, convinto che sia un grave errore rinunciare a perseguire con la sospensione e la negazione dello stipendio medici e infermieri, che non hanno ceduto al ricatto vaccinale. In tanto schiamazzo, si invoca pure rispetto per i deceduti, come se rimettere in corsia e negli ambulatori professionisti indispensabili sia un insulto alla memoria di chi è stato stroncato dal virus, o da patologie cui il Covid ha dato il colpo fatale. «Non dimentichiamo i 180.000 italiani morti di Covid», ha strepitato il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Il ministero della Salute motiva la decisione, sottolineando la «preoccupante carenza di personale medico e sanitario segnalata dai responsabili delle strutture sanitarie e territoriali», che affligge milioni di cittadini, però è meglio ribadire l’integralismo ideologico come ha fatto il giornalista Andrea Vianello, secondo il quale «reintegrare i medici no vax sarebbe offensivo verso il periodo terribile che abbiamo vissuto». L’attenzione, nei confronti di popolazioni che tanto hanno sofferto per il Covid si sarebbe dovuta tradurre in attenzione alla loro assistenza sanitaria. Guardiamo quanto è successo nella Val Seriana, falcidiata dal Covid 19. Nel gennaio del 2021, i sindaci di Gandellino, Gromo, Valbondione e Valgoglio scrissero all’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Bergamo per segnalare «la grave situazione di disagio in cui versa l’Alta Valle Seriana a causa della carenza di medici di base». Dicevano di non comprendere perché «gli abitanti non trovino alcuna attenzione da parte vostra». Nei piccoli Comuni montani c’erano disagi enormi, con anziani che rappresentano la metà della popolazione locale e che «necessitano di particolari tutela, cure e attenzioni», mentre il trasporto locale «è ridotto ai minimi termini». Un anno dopo, nel gennaio 2022, era il sindaco di Castione della Presolana, Angelo Migliorati, a invocare provvedimenti urgenti in quanto «oltre 3.000 cittadini non hanno un medico di base nel pieno di una pandemia», e mentre tutti sostenevano la «necessità di una forte e radicata medicina territoriale». Il sindaco fu durissimo: «La politica faccia la sua parte, non pensando solamente all’eccellenza ospedaliera, ma rendendosi conto che abbandonare i cittadini senza assistenza medica di base, vìola i diritti umani e costituzionali alla salute». Non interessava sapere se i sanitari fossero o meno vaccinati (avrebbero utilizzato mascherine e tutte le cautele necessarie), serviva assistenza medica che non arrivava e che stava avendo conseguenze pesantissime sul territorio. Migliorati lo denunciò con maggior forza ad agosto, minacciando di denuncia penale l’Ats Bergamo se non ripristinava nel giro di 48 ore la Continuità assistenziale diurna nei locali messi a disposizione dal Comune. «I cittadini sono ancora senza medico di famiglia e sono costretti a fare 80 chilometri per una ricetta medica, ma spesso se non riescono a spostarsi, rinunciano a curarsi», dichiarò esasperato. La conferma arrivava dall’alto numero di decessi, 30, che si era registrato già a luglio, mentre in tutto il 2021 in paese morirono 32 persone. Un possibile raddoppio della mortalità nel 2022, forse ha tra le sue cause un «diritto violato» a curarsi, tuonò il primo cittadino. E per fortuna che una targa, posta nell’ottobre del 2020, dovrebbe ricordare le 22 persone morte per Covid in quattro mesi a Castione. «Per non dimenticarli», è stato inciso sulla pietra. Bel modo di preoccuparsi della salute dei familiari di quelle vittime e dei cittadini tutti, che vissero quell’epidemia, lasciandoli senza medico di base. Magari c’era qualche dottore non vaccinato, pronto a prestare il suo operato, però sarebbe stato considerato un irresponsabile, da tenere sospeso. E non dimentichiamo gli 8.000 pazienti di Treviglio, Brignano, Caravaggio, Casirate, abbandonati a sé stessi la scorsa estate senza servizio di continuità assistenziale diurno. Situazione analoga a Nembro, dove a inizio pandemia morirono in due mesi 188 persone. Altro che retorico rispetto per le vittime del Covid, gli abitanti di quei luoghi flagellati hanno diritto a una medicina del territorio capillare ed efficiente, che prevenga inutili morti. Però questo interessa poco, ai talebani del vaccino. Preferiscono caldeggiare doppi richiami, vaccinazioni ai minori e dirsi certi che il virus provocherà altri guai, magari per colpa dei sanitari non vaccinati che sono tornati in corsia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-ultra-del-vaccino-muti-sulla-sanita-a-pezzi-2658576498.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prescrizioni-dei-monoclonali-in-calo-inutilizzato-il-90-degli-antivirali" data-post-id="2658576498" data-published-at="1667260440" data-use-pagination="False"> Prescrizioni dei monoclonali in calo. Inutilizzato il 90% degli antivirali Acquistati, sottoutilizzati e in scadenza: è il destino degli anticorpi monoclonali e antivirali per il Covid. Di fronte al potere assoluto conferito ai vaccini dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza, il dato non meraviglia, ma evidenzia ancora una volta non solo uno spreco di centinaia di milioni di euro ma, cosa più grave, la perdita di vite umane che si sarebbero potute (e si potrebbero) evitare, con un cambiamento di rotta. «Da più parti è stato lanciato l’allarme», dice alla Verità Maria Rita Gismondo, direttore del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’Ospedale Sacco di Milano. «Sono in scadenza - continua - ed è un peccato, per farmaci utili, utilissimi. Nel caso degli antivirali, il successo è del 91% dei casi. Per i monoclonali il discorso è diverso, perché non sono sempre somministrabili, hanno un impiego più selettivo, ma sono utili ed efficaci nei casi indicati. Su questi c’è stato uno scarsissimo utilizzo». Lo dimostrano anche i numeri ufficiali dell’Agenzia del farmaco (Aifa) dell’ultimo monitoraggio settimanale, dal 13 al 19 ottobre. Dopo una fase di aumento, sono tornate a calare le prescrizioni di anticorpi monoclonali anti-Covid nell’ordine del 10%. In 7 giorni si è registrato un calo per le richieste di sotrovimab (Xevudy) di Gsk pari al 9,9%, e di Evusheld di Astrazenca (tixagevimab-cilgavimab) pari al 10,4%. L’unica cosa che aumenta, lievemente, è l’uso di Evusheld in profilassi, pari al +4%. Ma come termine di paragone basta considerare che dal 10 marzo 2021, da quando cioè sono stati autorizzati in via emergenziale nel nostro Paese, sono stati trattati 81.579 italiani e solo per il primo monoclonale disponibile, quello di Eli Lilly, sono state acquistate 150.000 dosi per un totale di un centinaio di milioni di euro. Gli anticorpi monoclonali «devono essere sempre aggiornati perché sono specifici, se cambia il virus dobbiamo cambiare i monoclonali con cui vogliamo bloccarlo», spiega Gismondo osservando che «è un parere personale» perché «siamo ancora in una fase di analisi, ma gli antivirali potrebbero essere assolutamente sufficienti per combattere la patologia, se impiegati entro i 5 giorni della positività». Un’impresa tutt’altro che facile, come dimostrano i dati di Aifa al 5 ottobre. Le prescrizioni di Paxlovid, l’antivirale di Pfizer fanno + 6,97%. Dall’inizio della sua distribuzione sono stati utilizzati 67.886 trattamenti: le farmacie valgono 39.066 (+9,85%). Il punto è che a tre mesi dalla fine dell’anno, siamo di fronte a un netto sottoutilizzo rispetto alle 600.000 terapie opzionate per il 2022: è praticamente inutilizzato il 90% delle cure per le quali la spesa è certa e la scadenza, con questi ritmi d’impiego, incombente. Segna +2,64% anche Molnupiravir, l’antivirale di Merck che però è distribuito solo in ospedale, di cui son stati erogati 46.631 trattamenti. Le cause di questa situazione, con sprechi di risorse e di possibili decessi? «Mancanza di informazione e reticenza da parte dei medici, bloccati da vecchie paure e minacce», sintetizza Gismondo. «Il discorso è generale. Tutte le energie sono state messe sui vaccini - sottolinea - quello che non era vaccino era antagonista. Ma le terapie, nelle infezioni sono complementari. I vaccini servivano nella prima fase, nelle persone anziane, con malattie croniche. La gravità del Covid - ricorda l’esperta - è per gli anziani e per i pazienti fragili, come accade in tutte le malattie virali. I vaccini, in quanto tali, non sono armi in alternativa o in opposizione alla terapia». Ora, cure efficaci rischiano di scadere perché «si è puntato solo sul vaccino e si è fatto intendere, in modo subdolo, che chi volesse intraprendere una terapia, fosse una sorta di fuorilegge», conclude.
Navi da guerra cinesi al largo di Città del Capo (Ansa)
Insomma, è sempre più chiaro come stiano aumentando le fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e i Brics. Non si tratta d’altronde di una novità. Già a gennaio dell’anno scorso, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò esplicitamente il blocco, qualora avesse proseguito nei suoi propositi di de-dollarizzazione. Del resto, proprio il contrasto alla de-dollarizzazione ha rappresentato uno dei principali crucci di Donald Trump negli ultimi dodici mesi.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, la settimana scorsa, il presidente americano abbia chiaramente affermato che gli Stati Uniti sono disposti a vendere il greggio venezuelano a Cina e Russia: greggio che, in questi anni, la Repubblica popolare ha acquistato pagando in yuan e aggirando le sanzioni di Washington. In tal senso, la pressione americana su Teheran ha un risvolto petrolifero. Anche il greggio iraniano è infatti comprato da Pechino in yuan e in violazione delle sanzioni degli Usa.
È quindi abbastanza evidente come Trump punti a preservare il predominio globale del dollaro, oltre che a rilanciare l’influenza geopolitica statunitense sull’Emisfero occidentale, in ossequio a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Non dimentichiamo che la Casa Bianca vuole il controllo della Groenlandia per frenare le ambizioni di Mosca e Pechino nell'Artico. Inoltre, Washington non ha mai visto di buon occhio gli storici legami del regime chavista con Cina, Russia e Iran. La competizione geopolitica degli Usa con i Brics, o con alcuni loro importanti membri, riguarda quindi vari fronti interconnessi: dalla finanza all’energia, passando per la sfera militare. E’ dunque anche in quest’ottica che vanno lette le esercitazioni navali avviate sabato nei pressi di Città del Capo.
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Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali.
L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.
Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.
In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.
Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare.
Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.
«Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul»
Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).
Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?
«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».
Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?
«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».
I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli?
«Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».
In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?
«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».
Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?
«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».
Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?
«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».
Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?
«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
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Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni detenuto in Venezuela da 423 giorni è stato liberato insieme all'imprenditore torinese Mario Burlò. Il premier Meloni ha ringraziato la presidente Rodriguez per la collaborazione.
A sinistra, proteste a Teheran. A destra, le vittime degli scontri (Ansa)
In questo quadro, Reuters ha riferito che, durante una telefonata avvenuta sabato, Netanyahu e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, avrebbero discusso di un eventuale intervento militare degli Stati Uniti in Iran. A tal proposito, alcuni funzionari di Washington hanno tuttavia riferito a Nbc News che Donald Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e che sarebbero attualmente sulla sua scrivania varie opzioni (militari e non). Secondo il Wall Street Journal, è possibile che il presidente statunitense faccia la sua scelta durante una riunione in programma per domani.
Nel frattempo, è indubitabile come, negli ultimi giorni, Trump abbia ulteriormente aumentato la pressione sul regime khomeinista. «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Usa sono pronti ad aiutare!», ha dichiarato l’altro ieri su Truth. Parole, quelle dell’inquilino della Casa Bianca, che hanno innescato la dura reazione di Teheran. «In caso di attacco all’Iran, sia il territorio occupato, sia tutti i centri militari americani, le basi e le navi nella regione saranno i nostri obiettivi legittimi», ha tuonato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, riferendosi a Israele come «territorio occupato».
Ma non è tutto. Ieri Trump ha ripreso a mettere sotto pressione Cuba: il che non è certo una buona notizia per gli ayatollah. «Cuba ha vissuto per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “Servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più!», ha affermato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Non ci sarà più petrolio o denaro a Cuba: zero! Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi».
Non dimentichiamo che, soprattutto a partire dal 2023, L’Avana e Teheran hanno significativamente rafforzato i loro rapporti. Mettendo sotto pressione il regime castrista, Trump punta a conseguire due obiettivi: proseguire nel rilancio della Dottrina Monroe e, al contempo, isolare ancora di più l’Iran dal punto di vista internazionale. Non è d’altronde un mistero che la recente cattura di Nicolás Maduro abbia inferto un duro colpo all’influenza del regime khomeinista in America Latina: i rapporti tra l’Iran e il governo chavista erano infatti particolarmente solidi.
E attenzione: per Washington il dossier iraniano si collega alla questione dei Brics. Sabato, Teheran ha avviato delle esercitazioni navali in Sudafrica assieme a Pechino e a Mosca. Ebbene, in caso di caduta di Ali Khamenei, è probabile che Trump miri a incamerare il petrolio di Teheran così come ha fatto con quello di Caracas. L’obiettivo, da questo punto di vista, è quello di preservare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere, colpendo così i propositi di de-dollarizzazione portati avanti dai Brics principalmente su input della Cina.
Certo, in caso di regime change a Teheran, non è ancora chiaro chi dovrebbe detenere il potere. Ieri, il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a dirsi disponibile a guidare una «transizione». A settembre, il ministro per la Scienza israeliano, Gila Gamliel, gli aveva garantito il sostegno di Gerusalemme. Tuttavia, giovedì scorso, Trump ha reso noto di non essere ancora pronto a incontrarlo. Segno questo del fatto che, forse, in caso di caduta di Khamenei, il presidente americano potrebbe puntare, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana», addomesticando, cioè, un pezzo del vecchio regime.
Continua intanto a tenere banco lo strabismo morale di quei presunti paladini dei diritti umani che, soprattutto in area progressista, sembrano ignorare le proteste in atto contro gli ayatollah: proteste nel cui ambito, secondo la Human rights activists news agency, si sarebbero finora registrati circa 10.000 arresti e 538 vittime. «Se affermate di sostenere i diritti umani ma non riuscite a mostrare solidarietà a chi lotta per la propria liberà in Iran, vi rivelate per quello che siete. Non vi importa nulla dell’oppressione delle persone, finché a farlo sono i nemici dei vostri nemici», ha detto, a tal proposito, la scrittrice britannica J.K. Rowling.
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