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2021-10-24
«Gli studi sulle terapie ci sono, vanno usati»
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Fino ad ora abbiamo combattuto la pandemia con una solo unica vera strategia: quella vaccinale. Ora che si rischia di diventare tutti «abbonati» a vita ai vaccini anti Covid, aumentando la dipendenza del nostro Paese da Big pharma, è forse arrivato il momento di definire una strategia di strategie. Tra quelle operative proposte dalla Fondazione Allineare sanità e salute, oltre l'educazione sanitaria per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre nuove misure di prevenzione, c'è pure la promozione di terapie, anche precoci, che a domicilio del malato si mostrino sicure, economiche, sostenibili e di ragionevole efficacia.
Lo ha spiegato ieri Alberto Donzelli, medico, già dirigente di Sanità pubblica, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione nella sua relazione nella conferenza organizzata a Milano e con la quale ha suggerito anche un campo neutro da proporre alla politica, libero da conflitti d'interessi, nel quale la scienza possa confrontarsi con libertà e senza pregiudizi per mettere a punto prevenzione e cura contro un virus che da due anni, malgrado vaccinazioni a tappeto, non ci abbandona. Un campo utile per aggiungere anche altri approcci alla malattia, e renderne più consapevoli i sanitari e gli assistiti promuovendo terapie appropriate che si mostrino evidence-based, sicure e sostenibili.
Un punto chiave delle cure precoci e domiciliari è togliere la paura dell'infezione come «condanna a morte» e ricorrere a prodotti o principi attivi sicuri, biologicamente plausibili, economici (con un costo-opportunità molto favorevole), accessibili (o che possono rapidamente diventarlo) e senza megasponsor commerciali né ricercatori con grandi conflitti d'interesse.
Come ha sottolineato, aprendo l'evento, il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, «già lo scorso aprile abbiamo approvato all'unanimità un ordine del giorno sulle cure precoci e domiciliari messe a punto da studi e pratiche di medici, su cui bisogna investire proprio per superare il protocollo ministeriale su vigile attesa e paracetamolo. Perché, come dice Gianni Rezza, direttore Iss, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l'immunità di gregge con questo virus è una chimera e per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo». Oltre agli anticorpi monoclonali di provata efficacia, gli altri principi attivi o prodotti identificati, senza pretesa di esaustività sono: l'Ivermectina; Budesonide inalatorio; Iodopovidone; Fluvoxamina; Indometacina; Curcumina + piperina; Nigella sativa; Quercetina; Melatonina; Iota-carragenano. «Questi principi o prodotti da usare sempre d'intesa tra medico e paziente» ha spiegato Donzelli, «sono stati scelti e inseriti perché hanno un'efficacia molto promettente, vantano studi randomizzati controllati (Rct) favorevoli e di discreta/sufficiente validità, integrati da studi osservazionali coerenti».
Molti di questi prodotti sono stati oggetto di scherno e ironia perché usati per altre finalità, a cominciare dall'ivermectina, farmaco antiparassitario ad ampio spettro (i cui scopritori nel 1975 furono insigniti del Nobel) usato contro la scabbia e altre parassitosi, in campo dermatologico per la cura della rosacea, ma anche in campo veterinario. Malgrado 25 studi, di cui 20 a favore, con zero mortalità dopo l'uso, l'Oms non riconosce la meta-analisi Cochrane, perché le prove effettuate sono «ridotte». O forse perché, sottolinea Donzelli, «è estremamente economico e il colosso Merck punta più al business di farmaci più promettevoli»?
Il conflitto d'interessi delle grandi industrie farmaceutiche è l'altro motivo che rallenta studi e ricerche su principi troppo economici e poco convenienti, benché sia confermata la loro sicurezza e ci sia una tendenza al beneficio. Un altro prodotto inserito nella lista - e che non è una «indianeria» - è la curcuma, con 8 trial randomizzati a favore, con un miglioramento del paziente dell'84% usato in fase precoce, al 60% in fase avanzata. La curcuma alimentare va usata insieme al pepe e non dà episodi di epatite biliare evidenziati dal ministero della Salute nel caso di integratori contenenti estratti di «curcuma longa».
Donzelli ha poi evidenziato i benefici di Nigella sativa o più semplicemente cumino nero, ma anche della quercetina e della melatonina senza dimenticare il Sitagliptin su cui ha fatto studi il medico napoletano Ferdinando Carotenuto, già considerato sicuro contro il diabete, facile da usare, in grado di immunizzare e decisamente economico: sitagliptin per 10 giorni costa solo 21 euro. L'Aifa l'ha preso in considerazione, ma ci sarebbe bisogno di una ricerca ulteriore dal costo di 200.000 euro che la sanità pubblica non intende sborsar. Anche se, come ha ribadito nei giorni scorsi il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, la sovvenzione pubblica per la ricerca è necessaria altrimenti il privato fa soltanto i suoi interessi.
Alberto Contri, docente di comunicazione sociale ed ex consigliere Rai, ha sottolineato che «oltre a una narrazione dogmatica di una certa tendenza e le mancate dichiarazioni di conflitto d'interessi dei vari virologi o infettivologi, c'è una delegittimazione di queste cure che cominciano ad avere prove di efficacia e serietà. Se la scienza è a base di dubbi si deve immunizzare contro le critiche, non si possono radiare i medici e dobbiamo ricordare che le grandi multinazionali farmaceutiche, tutte fondate da grandi ricercatori, che prima cercavano equilibrio tra business e ricerca con i grandi farmaci, oggi, tutte partecipate da grandi fondi di investimento».
Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi?
La validità del green pass è stata estesa a dodici mesi, ma a otto mesi dalla seconda dose rimane l'1% di anticorpi totali anti-Sars-Cov-2. Un gruppo di matematici e statistici canadesi, guidati dal fisico Chapin S. Korosec, analista di dati, ricercatore computazionale della York University di Toronto, hanno appena pubblicato su medRxiv uno studio molto esteso dal quale risulta che dopo due dosi di vaccino mRna-1273 (Moderna) o Bnt162b2 (Pfizer) le persone perdono più del 99% dell'immunità umorale.
«Prevediamo che entro otto mesi dall'ultima somministrazione esista un periodo di tempo più lungo di un mese in cui un individuo ha un'immunità umorale inferiore al 99% rispetto al picco immunitario, indipendentemente dal vaccino somministrato», dichiarano gli esperti. A fianco dell'immunità innata, che è la prima difesa contro i microbi, esiste l'immunità adattativa, o secondaria, che produce un numero enorme di linfociti in seguito alla stimolazione da parte di un antigene. «L'immunità umorale consiste nell'attivazione dei linfociti B che, divenuti plasmacellule, hanno il compito di produrre grandi quantità di anticorpi», i quali riconoscono gli antigeni microbici e neutralizzano la loro infettività, aveva spiegato Antonella Viola, ordinaria di patologia generale presso il dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Padova.
Precisava: «L'immunità umorale che si mantiene nel tempo, con un titolo anticorpale alto, viene definita “immunità sterilizzante" dal momento che ci permette di evitare una seconda infezione, in quanto il virus viene bloccato dagli anticorpi neutralizzanti. Infatti, questo è un tipo di immunità altamente protettiva e che i ricercatori cercano di ottenere tramite lo sviluppo di vaccini».
Se gli anticorpi da vaccino anti Covid che abbiamo a disposizione svaniscono e per di più, a differenza di quello che capita dopo l'infezione naturale, non si forma alcuna memoria immunitaria, saremo condannati a fare nel tempo un numero imprecisato di dosi? Nelle loro Previsioni a lungo termine dell'immunità umorale dopo due dosi di Pfizer o Moderna, in gruppi di età 18-55, 56-70 e over 70, anche distinti per sesso, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello matematico che, su un alto numero di dati clinici, descrive la risposta immunitaria umorale dei vaccini mRna per prevedere l'immunità a lungo termine. «Entro il giorno 265, si prevede che sia l'mRna-1273 che il Bnt162b2 portino a conteggi di anticorpi inferiori al 99,5% di perdita di picco», scrivono nel documento. Negli anziani il degrado delle plasmacellule B è più veloce rispetto a quanto accade negli individui della coorte 18-55 anni, «tuttavia» nei più giovani «questo vantaggio decade rapidamente».
Osservano anche che la maggior presenza iniziale nei maschi, rispetto alle femmine, di anticorpi IgG che aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria nelle esposizioni successive, poi si perde. Entro l'ottavo mese dalla seconda dose di vaccino anti Covid ad acido ribonucleico messaggero, il rapporto tra la risposta delle IgG maschili e femminili è equivalente a 1. Si perde dunque la «memoria» del sistema immunitario, che non si ricorda dei microrganismi con cui è già entrato in contatto e non più è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione.
In fondo lo ha appena confermato Rino Rappuoli, microbiologo, direttore scientifico e responsabile ricerca e sviluppo Gsk vaccines, in un paper appena uscito su Nature. Il professore in maniera dissimulata parla di immunizzazioni «ibride», riferendosi all'evidenza che il vaccino aiuta la memoria immunitaria solo in soggetti già infettati. Senza infezione, per avere una finestra di protezione di 2-3 mesi, sembra proprio che l'unica memoria in grado di aiutare sia ricordarsi di andare a fare la terza dose, poi la quarta. A oltranza.
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Convegno a Milano. Alberto Donzelli, fondatore di Allineare sanità e salute, propone alla politica un campo libero da conflitti d'interessi. Per un confronto senza pregiudizi che permetta di discutere di prevenzione e cure, utilizzando anche altri approcci alla malattia.Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi? Studio canadese esclude che il farmaco anti Covid garantisca immunità a lungo termine.Lo speciale comprende due articoli.Fino ad ora abbiamo combattuto la pandemia con una solo unica vera strategia: quella vaccinale. Ora che si rischia di diventare tutti «abbonati» a vita ai vaccini anti Covid, aumentando la dipendenza del nostro Paese da Big pharma, è forse arrivato il momento di definire una strategia di strategie. Tra quelle operative proposte dalla Fondazione Allineare sanità e salute, oltre l'educazione sanitaria per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre nuove misure di prevenzione, c'è pure la promozione di terapie, anche precoci, che a domicilio del malato si mostrino sicure, economiche, sostenibili e di ragionevole efficacia. Lo ha spiegato ieri Alberto Donzelli, medico, già dirigente di Sanità pubblica, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione nella sua relazione nella conferenza organizzata a Milano e con la quale ha suggerito anche un campo neutro da proporre alla politica, libero da conflitti d'interessi, nel quale la scienza possa confrontarsi con libertà e senza pregiudizi per mettere a punto prevenzione e cura contro un virus che da due anni, malgrado vaccinazioni a tappeto, non ci abbandona. Un campo utile per aggiungere anche altri approcci alla malattia, e renderne più consapevoli i sanitari e gli assistiti promuovendo terapie appropriate che si mostrino evidence-based, sicure e sostenibili. Un punto chiave delle cure precoci e domiciliari è togliere la paura dell'infezione come «condanna a morte» e ricorrere a prodotti o principi attivi sicuri, biologicamente plausibili, economici (con un costo-opportunità molto favorevole), accessibili (o che possono rapidamente diventarlo) e senza megasponsor commerciali né ricercatori con grandi conflitti d'interesse.Come ha sottolineato, aprendo l'evento, il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, «già lo scorso aprile abbiamo approvato all'unanimità un ordine del giorno sulle cure precoci e domiciliari messe a punto da studi e pratiche di medici, su cui bisogna investire proprio per superare il protocollo ministeriale su vigile attesa e paracetamolo. Perché, come dice Gianni Rezza, direttore Iss, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l'immunità di gregge con questo virus è una chimera e per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo». Oltre agli anticorpi monoclonali di provata efficacia, gli altri principi attivi o prodotti identificati, senza pretesa di esaustività sono: l'Ivermectina; Budesonide inalatorio; Iodopovidone; Fluvoxamina; Indometacina; Curcumina + piperina; Nigella sativa; Quercetina; Melatonina; Iota-carragenano. «Questi principi o prodotti da usare sempre d'intesa tra medico e paziente» ha spiegato Donzelli, «sono stati scelti e inseriti perché hanno un'efficacia molto promettente, vantano studi randomizzati controllati (Rct) favorevoli e di discreta/sufficiente validità, integrati da studi osservazionali coerenti». Molti di questi prodotti sono stati oggetto di scherno e ironia perché usati per altre finalità, a cominciare dall'ivermectina, farmaco antiparassitario ad ampio spettro (i cui scopritori nel 1975 furono insigniti del Nobel) usato contro la scabbia e altre parassitosi, in campo dermatologico per la cura della rosacea, ma anche in campo veterinario. Malgrado 25 studi, di cui 20 a favore, con zero mortalità dopo l'uso, l'Oms non riconosce la meta-analisi Cochrane, perché le prove effettuate sono «ridotte». O forse perché, sottolinea Donzelli, «è estremamente economico e il colosso Merck punta più al business di farmaci più promettevoli»?Il conflitto d'interessi delle grandi industrie farmaceutiche è l'altro motivo che rallenta studi e ricerche su principi troppo economici e poco convenienti, benché sia confermata la loro sicurezza e ci sia una tendenza al beneficio. Un altro prodotto inserito nella lista - e che non è una «indianeria» - è la curcuma, con 8 trial randomizzati a favore, con un miglioramento del paziente dell'84% usato in fase precoce, al 60% in fase avanzata. La curcuma alimentare va usata insieme al pepe e non dà episodi di epatite biliare evidenziati dal ministero della Salute nel caso di integratori contenenti estratti di «curcuma longa». Donzelli ha poi evidenziato i benefici di Nigella sativa o più semplicemente cumino nero, ma anche della quercetina e della melatonina senza dimenticare il Sitagliptin su cui ha fatto studi il medico napoletano Ferdinando Carotenuto, già considerato sicuro contro il diabete, facile da usare, in grado di immunizzare e decisamente economico: sitagliptin per 10 giorni costa solo 21 euro. L'Aifa l'ha preso in considerazione, ma ci sarebbe bisogno di una ricerca ulteriore dal costo di 200.000 euro che la sanità pubblica non intende sborsar. Anche se, come ha ribadito nei giorni scorsi il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, la sovvenzione pubblica per la ricerca è necessaria altrimenti il privato fa soltanto i suoi interessi.Alberto Contri, docente di comunicazione sociale ed ex consigliere Rai, ha sottolineato che «oltre a una narrazione dogmatica di una certa tendenza e le mancate dichiarazioni di conflitto d'interessi dei vari virologi o infettivologi, c'è una delegittimazione di queste cure che cominciano ad avere prove di efficacia e serietà. Se la scienza è a base di dubbi si deve immunizzare contro le critiche, non si possono radiare i medici e dobbiamo ricordare che le grandi multinazionali farmaceutiche, tutte fondate da grandi ricercatori, che prima cercavano equilibrio tra business e ricerca con i grandi farmaci, oggi, tutte partecipate da grandi fondi di investimento».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-studi-sulle-terapie-ci-sono-vanno-usati-2655353394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-gli-anticorpi-svaniscono-in-fretta-saremo-dipendenti-a-vita-delle-dosi" data-post-id="2655353394" data-published-at="1635028662" data-use-pagination="False"> Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi? La validità del green pass è stata estesa a dodici mesi, ma a otto mesi dalla seconda dose rimane l'1% di anticorpi totali anti-Sars-Cov-2. Un gruppo di matematici e statistici canadesi, guidati dal fisico Chapin S. Korosec, analista di dati, ricercatore computazionale della York University di Toronto, hanno appena pubblicato su medRxiv uno studio molto esteso dal quale risulta che dopo due dosi di vaccino mRna-1273 (Moderna) o Bnt162b2 (Pfizer) le persone perdono più del 99% dell'immunità umorale. «Prevediamo che entro otto mesi dall'ultima somministrazione esista un periodo di tempo più lungo di un mese in cui un individuo ha un'immunità umorale inferiore al 99% rispetto al picco immunitario, indipendentemente dal vaccino somministrato», dichiarano gli esperti. A fianco dell'immunità innata, che è la prima difesa contro i microbi, esiste l'immunità adattativa, o secondaria, che produce un numero enorme di linfociti in seguito alla stimolazione da parte di un antigene. «L'immunità umorale consiste nell'attivazione dei linfociti B che, divenuti plasmacellule, hanno il compito di produrre grandi quantità di anticorpi», i quali riconoscono gli antigeni microbici e neutralizzano la loro infettività, aveva spiegato Antonella Viola, ordinaria di patologia generale presso il dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Padova. Precisava: «L'immunità umorale che si mantiene nel tempo, con un titolo anticorpale alto, viene definita “immunità sterilizzante" dal momento che ci permette di evitare una seconda infezione, in quanto il virus viene bloccato dagli anticorpi neutralizzanti. Infatti, questo è un tipo di immunità altamente protettiva e che i ricercatori cercano di ottenere tramite lo sviluppo di vaccini». Se gli anticorpi da vaccino anti Covid che abbiamo a disposizione svaniscono e per di più, a differenza di quello che capita dopo l'infezione naturale, non si forma alcuna memoria immunitaria, saremo condannati a fare nel tempo un numero imprecisato di dosi? Nelle loro Previsioni a lungo termine dell'immunità umorale dopo due dosi di Pfizer o Moderna, in gruppi di età 18-55, 56-70 e over 70, anche distinti per sesso, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello matematico che, su un alto numero di dati clinici, descrive la risposta immunitaria umorale dei vaccini mRna per prevedere l'immunità a lungo termine. «Entro il giorno 265, si prevede che sia l'mRna-1273 che il Bnt162b2 portino a conteggi di anticorpi inferiori al 99,5% di perdita di picco», scrivono nel documento. Negli anziani il degrado delle plasmacellule B è più veloce rispetto a quanto accade negli individui della coorte 18-55 anni, «tuttavia» nei più giovani «questo vantaggio decade rapidamente». Osservano anche che la maggior presenza iniziale nei maschi, rispetto alle femmine, di anticorpi IgG che aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria nelle esposizioni successive, poi si perde. Entro l'ottavo mese dalla seconda dose di vaccino anti Covid ad acido ribonucleico messaggero, il rapporto tra la risposta delle IgG maschili e femminili è equivalente a 1. Si perde dunque la «memoria» del sistema immunitario, che non si ricorda dei microrganismi con cui è già entrato in contatto e non più è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione. In fondo lo ha appena confermato Rino Rappuoli, microbiologo, direttore scientifico e responsabile ricerca e sviluppo Gsk vaccines, in un paper appena uscito su Nature. Il professore in maniera dissimulata parla di immunizzazioni «ibride», riferendosi all'evidenza che il vaccino aiuta la memoria immunitaria solo in soggetti già infettati. Senza infezione, per avere una finestra di protezione di 2-3 mesi, sembra proprio che l'unica memoria in grado di aiutare sia ricordarsi di andare a fare la terza dose, poi la quarta. A oltranza.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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