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2021-10-24
«Gli studi sulle terapie ci sono, vanno usati»
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Fino ad ora abbiamo combattuto la pandemia con una solo unica vera strategia: quella vaccinale. Ora che si rischia di diventare tutti «abbonati» a vita ai vaccini anti Covid, aumentando la dipendenza del nostro Paese da Big pharma, è forse arrivato il momento di definire una strategia di strategie. Tra quelle operative proposte dalla Fondazione Allineare sanità e salute, oltre l'educazione sanitaria per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre nuove misure di prevenzione, c'è pure la promozione di terapie, anche precoci, che a domicilio del malato si mostrino sicure, economiche, sostenibili e di ragionevole efficacia.
Lo ha spiegato ieri Alberto Donzelli, medico, già dirigente di Sanità pubblica, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione nella sua relazione nella conferenza organizzata a Milano e con la quale ha suggerito anche un campo neutro da proporre alla politica, libero da conflitti d'interessi, nel quale la scienza possa confrontarsi con libertà e senza pregiudizi per mettere a punto prevenzione e cura contro un virus che da due anni, malgrado vaccinazioni a tappeto, non ci abbandona. Un campo utile per aggiungere anche altri approcci alla malattia, e renderne più consapevoli i sanitari e gli assistiti promuovendo terapie appropriate che si mostrino evidence-based, sicure e sostenibili.
Un punto chiave delle cure precoci e domiciliari è togliere la paura dell'infezione come «condanna a morte» e ricorrere a prodotti o principi attivi sicuri, biologicamente plausibili, economici (con un costo-opportunità molto favorevole), accessibili (o che possono rapidamente diventarlo) e senza megasponsor commerciali né ricercatori con grandi conflitti d'interesse.
Come ha sottolineato, aprendo l'evento, il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, «già lo scorso aprile abbiamo approvato all'unanimità un ordine del giorno sulle cure precoci e domiciliari messe a punto da studi e pratiche di medici, su cui bisogna investire proprio per superare il protocollo ministeriale su vigile attesa e paracetamolo. Perché, come dice Gianni Rezza, direttore Iss, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l'immunità di gregge con questo virus è una chimera e per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo». Oltre agli anticorpi monoclonali di provata efficacia, gli altri principi attivi o prodotti identificati, senza pretesa di esaustività sono: l'Ivermectina; Budesonide inalatorio; Iodopovidone; Fluvoxamina; Indometacina; Curcumina + piperina; Nigella sativa; Quercetina; Melatonina; Iota-carragenano. «Questi principi o prodotti da usare sempre d'intesa tra medico e paziente» ha spiegato Donzelli, «sono stati scelti e inseriti perché hanno un'efficacia molto promettente, vantano studi randomizzati controllati (Rct) favorevoli e di discreta/sufficiente validità, integrati da studi osservazionali coerenti».
Molti di questi prodotti sono stati oggetto di scherno e ironia perché usati per altre finalità, a cominciare dall'ivermectina, farmaco antiparassitario ad ampio spettro (i cui scopritori nel 1975 furono insigniti del Nobel) usato contro la scabbia e altre parassitosi, in campo dermatologico per la cura della rosacea, ma anche in campo veterinario. Malgrado 25 studi, di cui 20 a favore, con zero mortalità dopo l'uso, l'Oms non riconosce la meta-analisi Cochrane, perché le prove effettuate sono «ridotte». O forse perché, sottolinea Donzelli, «è estremamente economico e il colosso Merck punta più al business di farmaci più promettevoli»?
Il conflitto d'interessi delle grandi industrie farmaceutiche è l'altro motivo che rallenta studi e ricerche su principi troppo economici e poco convenienti, benché sia confermata la loro sicurezza e ci sia una tendenza al beneficio. Un altro prodotto inserito nella lista - e che non è una «indianeria» - è la curcuma, con 8 trial randomizzati a favore, con un miglioramento del paziente dell'84% usato in fase precoce, al 60% in fase avanzata. La curcuma alimentare va usata insieme al pepe e non dà episodi di epatite biliare evidenziati dal ministero della Salute nel caso di integratori contenenti estratti di «curcuma longa».
Donzelli ha poi evidenziato i benefici di Nigella sativa o più semplicemente cumino nero, ma anche della quercetina e della melatonina senza dimenticare il Sitagliptin su cui ha fatto studi il medico napoletano Ferdinando Carotenuto, già considerato sicuro contro il diabete, facile da usare, in grado di immunizzare e decisamente economico: sitagliptin per 10 giorni costa solo 21 euro. L'Aifa l'ha preso in considerazione, ma ci sarebbe bisogno di una ricerca ulteriore dal costo di 200.000 euro che la sanità pubblica non intende sborsar. Anche se, come ha ribadito nei giorni scorsi il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, la sovvenzione pubblica per la ricerca è necessaria altrimenti il privato fa soltanto i suoi interessi.
Alberto Contri, docente di comunicazione sociale ed ex consigliere Rai, ha sottolineato che «oltre a una narrazione dogmatica di una certa tendenza e le mancate dichiarazioni di conflitto d'interessi dei vari virologi o infettivologi, c'è una delegittimazione di queste cure che cominciano ad avere prove di efficacia e serietà. Se la scienza è a base di dubbi si deve immunizzare contro le critiche, non si possono radiare i medici e dobbiamo ricordare che le grandi multinazionali farmaceutiche, tutte fondate da grandi ricercatori, che prima cercavano equilibrio tra business e ricerca con i grandi farmaci, oggi, tutte partecipate da grandi fondi di investimento».
Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi?
La validità del green pass è stata estesa a dodici mesi, ma a otto mesi dalla seconda dose rimane l'1% di anticorpi totali anti-Sars-Cov-2. Un gruppo di matematici e statistici canadesi, guidati dal fisico Chapin S. Korosec, analista di dati, ricercatore computazionale della York University di Toronto, hanno appena pubblicato su medRxiv uno studio molto esteso dal quale risulta che dopo due dosi di vaccino mRna-1273 (Moderna) o Bnt162b2 (Pfizer) le persone perdono più del 99% dell'immunità umorale.
«Prevediamo che entro otto mesi dall'ultima somministrazione esista un periodo di tempo più lungo di un mese in cui un individuo ha un'immunità umorale inferiore al 99% rispetto al picco immunitario, indipendentemente dal vaccino somministrato», dichiarano gli esperti. A fianco dell'immunità innata, che è la prima difesa contro i microbi, esiste l'immunità adattativa, o secondaria, che produce un numero enorme di linfociti in seguito alla stimolazione da parte di un antigene. «L'immunità umorale consiste nell'attivazione dei linfociti B che, divenuti plasmacellule, hanno il compito di produrre grandi quantità di anticorpi», i quali riconoscono gli antigeni microbici e neutralizzano la loro infettività, aveva spiegato Antonella Viola, ordinaria di patologia generale presso il dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Padova.
Precisava: «L'immunità umorale che si mantiene nel tempo, con un titolo anticorpale alto, viene definita “immunità sterilizzante" dal momento che ci permette di evitare una seconda infezione, in quanto il virus viene bloccato dagli anticorpi neutralizzanti. Infatti, questo è un tipo di immunità altamente protettiva e che i ricercatori cercano di ottenere tramite lo sviluppo di vaccini».
Se gli anticorpi da vaccino anti Covid che abbiamo a disposizione svaniscono e per di più, a differenza di quello che capita dopo l'infezione naturale, non si forma alcuna memoria immunitaria, saremo condannati a fare nel tempo un numero imprecisato di dosi? Nelle loro Previsioni a lungo termine dell'immunità umorale dopo due dosi di Pfizer o Moderna, in gruppi di età 18-55, 56-70 e over 70, anche distinti per sesso, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello matematico che, su un alto numero di dati clinici, descrive la risposta immunitaria umorale dei vaccini mRna per prevedere l'immunità a lungo termine. «Entro il giorno 265, si prevede che sia l'mRna-1273 che il Bnt162b2 portino a conteggi di anticorpi inferiori al 99,5% di perdita di picco», scrivono nel documento. Negli anziani il degrado delle plasmacellule B è più veloce rispetto a quanto accade negli individui della coorte 18-55 anni, «tuttavia» nei più giovani «questo vantaggio decade rapidamente».
Osservano anche che la maggior presenza iniziale nei maschi, rispetto alle femmine, di anticorpi IgG che aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria nelle esposizioni successive, poi si perde. Entro l'ottavo mese dalla seconda dose di vaccino anti Covid ad acido ribonucleico messaggero, il rapporto tra la risposta delle IgG maschili e femminili è equivalente a 1. Si perde dunque la «memoria» del sistema immunitario, che non si ricorda dei microrganismi con cui è già entrato in contatto e non più è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione.
In fondo lo ha appena confermato Rino Rappuoli, microbiologo, direttore scientifico e responsabile ricerca e sviluppo Gsk vaccines, in un paper appena uscito su Nature. Il professore in maniera dissimulata parla di immunizzazioni «ibride», riferendosi all'evidenza che il vaccino aiuta la memoria immunitaria solo in soggetti già infettati. Senza infezione, per avere una finestra di protezione di 2-3 mesi, sembra proprio che l'unica memoria in grado di aiutare sia ricordarsi di andare a fare la terza dose, poi la quarta. A oltranza.
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Convegno a Milano. Alberto Donzelli, fondatore di Allineare sanità e salute, propone alla politica un campo libero da conflitti d'interessi. Per un confronto senza pregiudizi che permetta di discutere di prevenzione e cure, utilizzando anche altri approcci alla malattia.Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi? Studio canadese esclude che il farmaco anti Covid garantisca immunità a lungo termine.Lo speciale comprende due articoli.Fino ad ora abbiamo combattuto la pandemia con una solo unica vera strategia: quella vaccinale. Ora che si rischia di diventare tutti «abbonati» a vita ai vaccini anti Covid, aumentando la dipendenza del nostro Paese da Big pharma, è forse arrivato il momento di definire una strategia di strategie. Tra quelle operative proposte dalla Fondazione Allineare sanità e salute, oltre l'educazione sanitaria per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre nuove misure di prevenzione, c'è pure la promozione di terapie, anche precoci, che a domicilio del malato si mostrino sicure, economiche, sostenibili e di ragionevole efficacia. Lo ha spiegato ieri Alberto Donzelli, medico, già dirigente di Sanità pubblica, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione nella sua relazione nella conferenza organizzata a Milano e con la quale ha suggerito anche un campo neutro da proporre alla politica, libero da conflitti d'interessi, nel quale la scienza possa confrontarsi con libertà e senza pregiudizi per mettere a punto prevenzione e cura contro un virus che da due anni, malgrado vaccinazioni a tappeto, non ci abbandona. Un campo utile per aggiungere anche altri approcci alla malattia, e renderne più consapevoli i sanitari e gli assistiti promuovendo terapie appropriate che si mostrino evidence-based, sicure e sostenibili. Un punto chiave delle cure precoci e domiciliari è togliere la paura dell'infezione come «condanna a morte» e ricorrere a prodotti o principi attivi sicuri, biologicamente plausibili, economici (con un costo-opportunità molto favorevole), accessibili (o che possono rapidamente diventarlo) e senza megasponsor commerciali né ricercatori con grandi conflitti d'interesse.Come ha sottolineato, aprendo l'evento, il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, «già lo scorso aprile abbiamo approvato all'unanimità un ordine del giorno sulle cure precoci e domiciliari messe a punto da studi e pratiche di medici, su cui bisogna investire proprio per superare il protocollo ministeriale su vigile attesa e paracetamolo. Perché, come dice Gianni Rezza, direttore Iss, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l'immunità di gregge con questo virus è una chimera e per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo». Oltre agli anticorpi monoclonali di provata efficacia, gli altri principi attivi o prodotti identificati, senza pretesa di esaustività sono: l'Ivermectina; Budesonide inalatorio; Iodopovidone; Fluvoxamina; Indometacina; Curcumina + piperina; Nigella sativa; Quercetina; Melatonina; Iota-carragenano. «Questi principi o prodotti da usare sempre d'intesa tra medico e paziente» ha spiegato Donzelli, «sono stati scelti e inseriti perché hanno un'efficacia molto promettente, vantano studi randomizzati controllati (Rct) favorevoli e di discreta/sufficiente validità, integrati da studi osservazionali coerenti». Molti di questi prodotti sono stati oggetto di scherno e ironia perché usati per altre finalità, a cominciare dall'ivermectina, farmaco antiparassitario ad ampio spettro (i cui scopritori nel 1975 furono insigniti del Nobel) usato contro la scabbia e altre parassitosi, in campo dermatologico per la cura della rosacea, ma anche in campo veterinario. Malgrado 25 studi, di cui 20 a favore, con zero mortalità dopo l'uso, l'Oms non riconosce la meta-analisi Cochrane, perché le prove effettuate sono «ridotte». O forse perché, sottolinea Donzelli, «è estremamente economico e il colosso Merck punta più al business di farmaci più promettevoli»?Il conflitto d'interessi delle grandi industrie farmaceutiche è l'altro motivo che rallenta studi e ricerche su principi troppo economici e poco convenienti, benché sia confermata la loro sicurezza e ci sia una tendenza al beneficio. Un altro prodotto inserito nella lista - e che non è una «indianeria» - è la curcuma, con 8 trial randomizzati a favore, con un miglioramento del paziente dell'84% usato in fase precoce, al 60% in fase avanzata. La curcuma alimentare va usata insieme al pepe e non dà episodi di epatite biliare evidenziati dal ministero della Salute nel caso di integratori contenenti estratti di «curcuma longa». Donzelli ha poi evidenziato i benefici di Nigella sativa o più semplicemente cumino nero, ma anche della quercetina e della melatonina senza dimenticare il Sitagliptin su cui ha fatto studi il medico napoletano Ferdinando Carotenuto, già considerato sicuro contro il diabete, facile da usare, in grado di immunizzare e decisamente economico: sitagliptin per 10 giorni costa solo 21 euro. L'Aifa l'ha preso in considerazione, ma ci sarebbe bisogno di una ricerca ulteriore dal costo di 200.000 euro che la sanità pubblica non intende sborsar. Anche se, come ha ribadito nei giorni scorsi il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, la sovvenzione pubblica per la ricerca è necessaria altrimenti il privato fa soltanto i suoi interessi.Alberto Contri, docente di comunicazione sociale ed ex consigliere Rai, ha sottolineato che «oltre a una narrazione dogmatica di una certa tendenza e le mancate dichiarazioni di conflitto d'interessi dei vari virologi o infettivologi, c'è una delegittimazione di queste cure che cominciano ad avere prove di efficacia e serietà. Se la scienza è a base di dubbi si deve immunizzare contro le critiche, non si possono radiare i medici e dobbiamo ricordare che le grandi multinazionali farmaceutiche, tutte fondate da grandi ricercatori, che prima cercavano equilibrio tra business e ricerca con i grandi farmaci, oggi, tutte partecipate da grandi fondi di investimento».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-studi-sulle-terapie-ci-sono-vanno-usati-2655353394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-gli-anticorpi-svaniscono-in-fretta-saremo-dipendenti-a-vita-delle-dosi" data-post-id="2655353394" data-published-at="1635028662" data-use-pagination="False"> Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi? La validità del green pass è stata estesa a dodici mesi, ma a otto mesi dalla seconda dose rimane l'1% di anticorpi totali anti-Sars-Cov-2. Un gruppo di matematici e statistici canadesi, guidati dal fisico Chapin S. Korosec, analista di dati, ricercatore computazionale della York University di Toronto, hanno appena pubblicato su medRxiv uno studio molto esteso dal quale risulta che dopo due dosi di vaccino mRna-1273 (Moderna) o Bnt162b2 (Pfizer) le persone perdono più del 99% dell'immunità umorale. «Prevediamo che entro otto mesi dall'ultima somministrazione esista un periodo di tempo più lungo di un mese in cui un individuo ha un'immunità umorale inferiore al 99% rispetto al picco immunitario, indipendentemente dal vaccino somministrato», dichiarano gli esperti. A fianco dell'immunità innata, che è la prima difesa contro i microbi, esiste l'immunità adattativa, o secondaria, che produce un numero enorme di linfociti in seguito alla stimolazione da parte di un antigene. «L'immunità umorale consiste nell'attivazione dei linfociti B che, divenuti plasmacellule, hanno il compito di produrre grandi quantità di anticorpi», i quali riconoscono gli antigeni microbici e neutralizzano la loro infettività, aveva spiegato Antonella Viola, ordinaria di patologia generale presso il dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Padova. Precisava: «L'immunità umorale che si mantiene nel tempo, con un titolo anticorpale alto, viene definita “immunità sterilizzante" dal momento che ci permette di evitare una seconda infezione, in quanto il virus viene bloccato dagli anticorpi neutralizzanti. Infatti, questo è un tipo di immunità altamente protettiva e che i ricercatori cercano di ottenere tramite lo sviluppo di vaccini». Se gli anticorpi da vaccino anti Covid che abbiamo a disposizione svaniscono e per di più, a differenza di quello che capita dopo l'infezione naturale, non si forma alcuna memoria immunitaria, saremo condannati a fare nel tempo un numero imprecisato di dosi? Nelle loro Previsioni a lungo termine dell'immunità umorale dopo due dosi di Pfizer o Moderna, in gruppi di età 18-55, 56-70 e over 70, anche distinti per sesso, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello matematico che, su un alto numero di dati clinici, descrive la risposta immunitaria umorale dei vaccini mRna per prevedere l'immunità a lungo termine. «Entro il giorno 265, si prevede che sia l'mRna-1273 che il Bnt162b2 portino a conteggi di anticorpi inferiori al 99,5% di perdita di picco», scrivono nel documento. Negli anziani il degrado delle plasmacellule B è più veloce rispetto a quanto accade negli individui della coorte 18-55 anni, «tuttavia» nei più giovani «questo vantaggio decade rapidamente». Osservano anche che la maggior presenza iniziale nei maschi, rispetto alle femmine, di anticorpi IgG che aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria nelle esposizioni successive, poi si perde. Entro l'ottavo mese dalla seconda dose di vaccino anti Covid ad acido ribonucleico messaggero, il rapporto tra la risposta delle IgG maschili e femminili è equivalente a 1. Si perde dunque la «memoria» del sistema immunitario, che non si ricorda dei microrganismi con cui è già entrato in contatto e non più è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione. In fondo lo ha appena confermato Rino Rappuoli, microbiologo, direttore scientifico e responsabile ricerca e sviluppo Gsk vaccines, in un paper appena uscito su Nature. Il professore in maniera dissimulata parla di immunizzazioni «ibride», riferendosi all'evidenza che il vaccino aiuta la memoria immunitaria solo in soggetti già infettati. Senza infezione, per avere una finestra di protezione di 2-3 mesi, sembra proprio che l'unica memoria in grado di aiutare sia ricordarsi di andare a fare la terza dose, poi la quarta. A oltranza.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.