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2021-10-24
«Gli studi sulle terapie ci sono, vanno usati»
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Fino ad ora abbiamo combattuto la pandemia con una solo unica vera strategia: quella vaccinale. Ora che si rischia di diventare tutti «abbonati» a vita ai vaccini anti Covid, aumentando la dipendenza del nostro Paese da Big pharma, è forse arrivato il momento di definire una strategia di strategie. Tra quelle operative proposte dalla Fondazione Allineare sanità e salute, oltre l'educazione sanitaria per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre nuove misure di prevenzione, c'è pure la promozione di terapie, anche precoci, che a domicilio del malato si mostrino sicure, economiche, sostenibili e di ragionevole efficacia.
Lo ha spiegato ieri Alberto Donzelli, medico, già dirigente di Sanità pubblica, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione nella sua relazione nella conferenza organizzata a Milano e con la quale ha suggerito anche un campo neutro da proporre alla politica, libero da conflitti d'interessi, nel quale la scienza possa confrontarsi con libertà e senza pregiudizi per mettere a punto prevenzione e cura contro un virus che da due anni, malgrado vaccinazioni a tappeto, non ci abbandona. Un campo utile per aggiungere anche altri approcci alla malattia, e renderne più consapevoli i sanitari e gli assistiti promuovendo terapie appropriate che si mostrino evidence-based, sicure e sostenibili.
Un punto chiave delle cure precoci e domiciliari è togliere la paura dell'infezione come «condanna a morte» e ricorrere a prodotti o principi attivi sicuri, biologicamente plausibili, economici (con un costo-opportunità molto favorevole), accessibili (o che possono rapidamente diventarlo) e senza megasponsor commerciali né ricercatori con grandi conflitti d'interesse.
Come ha sottolineato, aprendo l'evento, il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, «già lo scorso aprile abbiamo approvato all'unanimità un ordine del giorno sulle cure precoci e domiciliari messe a punto da studi e pratiche di medici, su cui bisogna investire proprio per superare il protocollo ministeriale su vigile attesa e paracetamolo. Perché, come dice Gianni Rezza, direttore Iss, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l'immunità di gregge con questo virus è una chimera e per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo». Oltre agli anticorpi monoclonali di provata efficacia, gli altri principi attivi o prodotti identificati, senza pretesa di esaustività sono: l'Ivermectina; Budesonide inalatorio; Iodopovidone; Fluvoxamina; Indometacina; Curcumina + piperina; Nigella sativa; Quercetina; Melatonina; Iota-carragenano. «Questi principi o prodotti da usare sempre d'intesa tra medico e paziente» ha spiegato Donzelli, «sono stati scelti e inseriti perché hanno un'efficacia molto promettente, vantano studi randomizzati controllati (Rct) favorevoli e di discreta/sufficiente validità, integrati da studi osservazionali coerenti».
Molti di questi prodotti sono stati oggetto di scherno e ironia perché usati per altre finalità, a cominciare dall'ivermectina, farmaco antiparassitario ad ampio spettro (i cui scopritori nel 1975 furono insigniti del Nobel) usato contro la scabbia e altre parassitosi, in campo dermatologico per la cura della rosacea, ma anche in campo veterinario. Malgrado 25 studi, di cui 20 a favore, con zero mortalità dopo l'uso, l'Oms non riconosce la meta-analisi Cochrane, perché le prove effettuate sono «ridotte». O forse perché, sottolinea Donzelli, «è estremamente economico e il colosso Merck punta più al business di farmaci più promettevoli»?
Il conflitto d'interessi delle grandi industrie farmaceutiche è l'altro motivo che rallenta studi e ricerche su principi troppo economici e poco convenienti, benché sia confermata la loro sicurezza e ci sia una tendenza al beneficio. Un altro prodotto inserito nella lista - e che non è una «indianeria» - è la curcuma, con 8 trial randomizzati a favore, con un miglioramento del paziente dell'84% usato in fase precoce, al 60% in fase avanzata. La curcuma alimentare va usata insieme al pepe e non dà episodi di epatite biliare evidenziati dal ministero della Salute nel caso di integratori contenenti estratti di «curcuma longa».
Donzelli ha poi evidenziato i benefici di Nigella sativa o più semplicemente cumino nero, ma anche della quercetina e della melatonina senza dimenticare il Sitagliptin su cui ha fatto studi il medico napoletano Ferdinando Carotenuto, già considerato sicuro contro il diabete, facile da usare, in grado di immunizzare e decisamente economico: sitagliptin per 10 giorni costa solo 21 euro. L'Aifa l'ha preso in considerazione, ma ci sarebbe bisogno di una ricerca ulteriore dal costo di 200.000 euro che la sanità pubblica non intende sborsar. Anche se, come ha ribadito nei giorni scorsi il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, la sovvenzione pubblica per la ricerca è necessaria altrimenti il privato fa soltanto i suoi interessi.
Alberto Contri, docente di comunicazione sociale ed ex consigliere Rai, ha sottolineato che «oltre a una narrazione dogmatica di una certa tendenza e le mancate dichiarazioni di conflitto d'interessi dei vari virologi o infettivologi, c'è una delegittimazione di queste cure che cominciano ad avere prove di efficacia e serietà. Se la scienza è a base di dubbi si deve immunizzare contro le critiche, non si possono radiare i medici e dobbiamo ricordare che le grandi multinazionali farmaceutiche, tutte fondate da grandi ricercatori, che prima cercavano equilibrio tra business e ricerca con i grandi farmaci, oggi, tutte partecipate da grandi fondi di investimento».
Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi?
La validità del green pass è stata estesa a dodici mesi, ma a otto mesi dalla seconda dose rimane l'1% di anticorpi totali anti-Sars-Cov-2. Un gruppo di matematici e statistici canadesi, guidati dal fisico Chapin S. Korosec, analista di dati, ricercatore computazionale della York University di Toronto, hanno appena pubblicato su medRxiv uno studio molto esteso dal quale risulta che dopo due dosi di vaccino mRna-1273 (Moderna) o Bnt162b2 (Pfizer) le persone perdono più del 99% dell'immunità umorale.
«Prevediamo che entro otto mesi dall'ultima somministrazione esista un periodo di tempo più lungo di un mese in cui un individuo ha un'immunità umorale inferiore al 99% rispetto al picco immunitario, indipendentemente dal vaccino somministrato», dichiarano gli esperti. A fianco dell'immunità innata, che è la prima difesa contro i microbi, esiste l'immunità adattativa, o secondaria, che produce un numero enorme di linfociti in seguito alla stimolazione da parte di un antigene. «L'immunità umorale consiste nell'attivazione dei linfociti B che, divenuti plasmacellule, hanno il compito di produrre grandi quantità di anticorpi», i quali riconoscono gli antigeni microbici e neutralizzano la loro infettività, aveva spiegato Antonella Viola, ordinaria di patologia generale presso il dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Padova.
Precisava: «L'immunità umorale che si mantiene nel tempo, con un titolo anticorpale alto, viene definita “immunità sterilizzante" dal momento che ci permette di evitare una seconda infezione, in quanto il virus viene bloccato dagli anticorpi neutralizzanti. Infatti, questo è un tipo di immunità altamente protettiva e che i ricercatori cercano di ottenere tramite lo sviluppo di vaccini».
Se gli anticorpi da vaccino anti Covid che abbiamo a disposizione svaniscono e per di più, a differenza di quello che capita dopo l'infezione naturale, non si forma alcuna memoria immunitaria, saremo condannati a fare nel tempo un numero imprecisato di dosi? Nelle loro Previsioni a lungo termine dell'immunità umorale dopo due dosi di Pfizer o Moderna, in gruppi di età 18-55, 56-70 e over 70, anche distinti per sesso, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello matematico che, su un alto numero di dati clinici, descrive la risposta immunitaria umorale dei vaccini mRna per prevedere l'immunità a lungo termine. «Entro il giorno 265, si prevede che sia l'mRna-1273 che il Bnt162b2 portino a conteggi di anticorpi inferiori al 99,5% di perdita di picco», scrivono nel documento. Negli anziani il degrado delle plasmacellule B è più veloce rispetto a quanto accade negli individui della coorte 18-55 anni, «tuttavia» nei più giovani «questo vantaggio decade rapidamente».
Osservano anche che la maggior presenza iniziale nei maschi, rispetto alle femmine, di anticorpi IgG che aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria nelle esposizioni successive, poi si perde. Entro l'ottavo mese dalla seconda dose di vaccino anti Covid ad acido ribonucleico messaggero, il rapporto tra la risposta delle IgG maschili e femminili è equivalente a 1. Si perde dunque la «memoria» del sistema immunitario, che non si ricorda dei microrganismi con cui è già entrato in contatto e non più è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione.
In fondo lo ha appena confermato Rino Rappuoli, microbiologo, direttore scientifico e responsabile ricerca e sviluppo Gsk vaccines, in un paper appena uscito su Nature. Il professore in maniera dissimulata parla di immunizzazioni «ibride», riferendosi all'evidenza che il vaccino aiuta la memoria immunitaria solo in soggetti già infettati. Senza infezione, per avere una finestra di protezione di 2-3 mesi, sembra proprio che l'unica memoria in grado di aiutare sia ricordarsi di andare a fare la terza dose, poi la quarta. A oltranza.
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Convegno a Milano. Alberto Donzelli, fondatore di Allineare sanità e salute, propone alla politica un campo libero da conflitti d'interessi. Per un confronto senza pregiudizi che permetta di discutere di prevenzione e cure, utilizzando anche altri approcci alla malattia.Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi? Studio canadese esclude che il farmaco anti Covid garantisca immunità a lungo termine.Lo speciale comprende due articoli.Fino ad ora abbiamo combattuto la pandemia con una solo unica vera strategia: quella vaccinale. Ora che si rischia di diventare tutti «abbonati» a vita ai vaccini anti Covid, aumentando la dipendenza del nostro Paese da Big pharma, è forse arrivato il momento di definire una strategia di strategie. Tra quelle operative proposte dalla Fondazione Allineare sanità e salute, oltre l'educazione sanitaria per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre nuove misure di prevenzione, c'è pure la promozione di terapie, anche precoci, che a domicilio del malato si mostrino sicure, economiche, sostenibili e di ragionevole efficacia. Lo ha spiegato ieri Alberto Donzelli, medico, già dirigente di Sanità pubblica, coordinatore del comitato scientifico della Fondazione nella sua relazione nella conferenza organizzata a Milano e con la quale ha suggerito anche un campo neutro da proporre alla politica, libero da conflitti d'interessi, nel quale la scienza possa confrontarsi con libertà e senza pregiudizi per mettere a punto prevenzione e cura contro un virus che da due anni, malgrado vaccinazioni a tappeto, non ci abbandona. Un campo utile per aggiungere anche altri approcci alla malattia, e renderne più consapevoli i sanitari e gli assistiti promuovendo terapie appropriate che si mostrino evidence-based, sicure e sostenibili. Un punto chiave delle cure precoci e domiciliari è togliere la paura dell'infezione come «condanna a morte» e ricorrere a prodotti o principi attivi sicuri, biologicamente plausibili, economici (con un costo-opportunità molto favorevole), accessibili (o che possono rapidamente diventarlo) e senza megasponsor commerciali né ricercatori con grandi conflitti d'interesse.Come ha sottolineato, aprendo l'evento, il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo, «già lo scorso aprile abbiamo approvato all'unanimità un ordine del giorno sulle cure precoci e domiciliari messe a punto da studi e pratiche di medici, su cui bisogna investire proprio per superare il protocollo ministeriale su vigile attesa e paracetamolo. Perché, come dice Gianni Rezza, direttore Iss, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l'immunità di gregge con questo virus è una chimera e per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo». Oltre agli anticorpi monoclonali di provata efficacia, gli altri principi attivi o prodotti identificati, senza pretesa di esaustività sono: l'Ivermectina; Budesonide inalatorio; Iodopovidone; Fluvoxamina; Indometacina; Curcumina + piperina; Nigella sativa; Quercetina; Melatonina; Iota-carragenano. «Questi principi o prodotti da usare sempre d'intesa tra medico e paziente» ha spiegato Donzelli, «sono stati scelti e inseriti perché hanno un'efficacia molto promettente, vantano studi randomizzati controllati (Rct) favorevoli e di discreta/sufficiente validità, integrati da studi osservazionali coerenti». Molti di questi prodotti sono stati oggetto di scherno e ironia perché usati per altre finalità, a cominciare dall'ivermectina, farmaco antiparassitario ad ampio spettro (i cui scopritori nel 1975 furono insigniti del Nobel) usato contro la scabbia e altre parassitosi, in campo dermatologico per la cura della rosacea, ma anche in campo veterinario. Malgrado 25 studi, di cui 20 a favore, con zero mortalità dopo l'uso, l'Oms non riconosce la meta-analisi Cochrane, perché le prove effettuate sono «ridotte». O forse perché, sottolinea Donzelli, «è estremamente economico e il colosso Merck punta più al business di farmaci più promettevoli»?Il conflitto d'interessi delle grandi industrie farmaceutiche è l'altro motivo che rallenta studi e ricerche su principi troppo economici e poco convenienti, benché sia confermata la loro sicurezza e ci sia una tendenza al beneficio. Un altro prodotto inserito nella lista - e che non è una «indianeria» - è la curcuma, con 8 trial randomizzati a favore, con un miglioramento del paziente dell'84% usato in fase precoce, al 60% in fase avanzata. La curcuma alimentare va usata insieme al pepe e non dà episodi di epatite biliare evidenziati dal ministero della Salute nel caso di integratori contenenti estratti di «curcuma longa». Donzelli ha poi evidenziato i benefici di Nigella sativa o più semplicemente cumino nero, ma anche della quercetina e della melatonina senza dimenticare il Sitagliptin su cui ha fatto studi il medico napoletano Ferdinando Carotenuto, già considerato sicuro contro il diabete, facile da usare, in grado di immunizzare e decisamente economico: sitagliptin per 10 giorni costa solo 21 euro. L'Aifa l'ha preso in considerazione, ma ci sarebbe bisogno di una ricerca ulteriore dal costo di 200.000 euro che la sanità pubblica non intende sborsar. Anche se, come ha ribadito nei giorni scorsi il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, la sovvenzione pubblica per la ricerca è necessaria altrimenti il privato fa soltanto i suoi interessi.Alberto Contri, docente di comunicazione sociale ed ex consigliere Rai, ha sottolineato che «oltre a una narrazione dogmatica di una certa tendenza e le mancate dichiarazioni di conflitto d'interessi dei vari virologi o infettivologi, c'è una delegittimazione di queste cure che cominciano ad avere prove di efficacia e serietà. Se la scienza è a base di dubbi si deve immunizzare contro le critiche, non si possono radiare i medici e dobbiamo ricordare che le grandi multinazionali farmaceutiche, tutte fondate da grandi ricercatori, che prima cercavano equilibrio tra business e ricerca con i grandi farmaci, oggi, tutte partecipate da grandi fondi di investimento».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-studi-sulle-terapie-ci-sono-vanno-usati-2655353394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-gli-anticorpi-svaniscono-in-fretta-saremo-dipendenti-a-vita-delle-dosi" data-post-id="2655353394" data-published-at="1635028662" data-use-pagination="False"> Se gli anticorpi svaniscono in fretta saremo dipendenti a vita delle dosi? La validità del green pass è stata estesa a dodici mesi, ma a otto mesi dalla seconda dose rimane l'1% di anticorpi totali anti-Sars-Cov-2. Un gruppo di matematici e statistici canadesi, guidati dal fisico Chapin S. Korosec, analista di dati, ricercatore computazionale della York University di Toronto, hanno appena pubblicato su medRxiv uno studio molto esteso dal quale risulta che dopo due dosi di vaccino mRna-1273 (Moderna) o Bnt162b2 (Pfizer) le persone perdono più del 99% dell'immunità umorale. «Prevediamo che entro otto mesi dall'ultima somministrazione esista un periodo di tempo più lungo di un mese in cui un individuo ha un'immunità umorale inferiore al 99% rispetto al picco immunitario, indipendentemente dal vaccino somministrato», dichiarano gli esperti. A fianco dell'immunità innata, che è la prima difesa contro i microbi, esiste l'immunità adattativa, o secondaria, che produce un numero enorme di linfociti in seguito alla stimolazione da parte di un antigene. «L'immunità umorale consiste nell'attivazione dei linfociti B che, divenuti plasmacellule, hanno il compito di produrre grandi quantità di anticorpi», i quali riconoscono gli antigeni microbici e neutralizzano la loro infettività, aveva spiegato Antonella Viola, ordinaria di patologia generale presso il dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Padova. Precisava: «L'immunità umorale che si mantiene nel tempo, con un titolo anticorpale alto, viene definita “immunità sterilizzante" dal momento che ci permette di evitare una seconda infezione, in quanto il virus viene bloccato dagli anticorpi neutralizzanti. Infatti, questo è un tipo di immunità altamente protettiva e che i ricercatori cercano di ottenere tramite lo sviluppo di vaccini». Se gli anticorpi da vaccino anti Covid che abbiamo a disposizione svaniscono e per di più, a differenza di quello che capita dopo l'infezione naturale, non si forma alcuna memoria immunitaria, saremo condannati a fare nel tempo un numero imprecisato di dosi? Nelle loro Previsioni a lungo termine dell'immunità umorale dopo due dosi di Pfizer o Moderna, in gruppi di età 18-55, 56-70 e over 70, anche distinti per sesso, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello matematico che, su un alto numero di dati clinici, descrive la risposta immunitaria umorale dei vaccini mRna per prevedere l'immunità a lungo termine. «Entro il giorno 265, si prevede che sia l'mRna-1273 che il Bnt162b2 portino a conteggi di anticorpi inferiori al 99,5% di perdita di picco», scrivono nel documento. Negli anziani il degrado delle plasmacellule B è più veloce rispetto a quanto accade negli individui della coorte 18-55 anni, «tuttavia» nei più giovani «questo vantaggio decade rapidamente». Osservano anche che la maggior presenza iniziale nei maschi, rispetto alle femmine, di anticorpi IgG che aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria nelle esposizioni successive, poi si perde. Entro l'ottavo mese dalla seconda dose di vaccino anti Covid ad acido ribonucleico messaggero, il rapporto tra la risposta delle IgG maschili e femminili è equivalente a 1. Si perde dunque la «memoria» del sistema immunitario, che non si ricorda dei microrganismi con cui è già entrato in contatto e non più è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione. In fondo lo ha appena confermato Rino Rappuoli, microbiologo, direttore scientifico e responsabile ricerca e sviluppo Gsk vaccines, in un paper appena uscito su Nature. Il professore in maniera dissimulata parla di immunizzazioni «ibride», riferendosi all'evidenza che il vaccino aiuta la memoria immunitaria solo in soggetti già infettati. Senza infezione, per avere una finestra di protezione di 2-3 mesi, sembra proprio che l'unica memoria in grado di aiutare sia ricordarsi di andare a fare la terza dose, poi la quarta. A oltranza.
Una manifestazione contro il collettivo «Némésis». A destra, due immagini dell'aggressione di Lione (Ansa)
E probabilmente è proprio questo che non è andato giù agli antifascisti della Jeune garde, movimento vicino alla France insoumise, il partito di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon.
La tragedia si è consumata l’altro ieri a Lione, a margine di una protesta che le sei attiviste di Némésis avevano organizzato davanti all’Institut d’études politiques (Iep), al cui interno si stava svolgendo una conferenza con Rima Hassan, controversa eurodeputata franco-palestinese, eletta tra le file della France insoumise. Le ragazze di Némésis, durante un flash-mob, si erano limitate a srotolare uno striscione su cui era scritto Islamo-gauchistes hors de nos facs, cioè «islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università». Tanto è bastato per scatenare la violenta reazione degli «antagonisti», che non si sono fatti scrupoli ad aggredire le attiviste disarmate. Una di loro, una giovane di 19 anni, è stata trascinata a terra e strangolata, come mostra un video diffuso sui social dall’associazione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quentin si trovava insieme ad altri attivisti identitari a una certa distanza dal flash-mob organizzato dalle ragazze, pronto a intervenire in caso le cose si fossero messe male. «Di solito non chiamiamo il servizio d’ordine, perché sappiamo benissimo che gli antifascisti sono violenti e più numerosi di noi», ha dichiarato alla Verità Astrid, portavoce di Némésis. «In questo caso però, vista la situazione tesa, una delle nostre ragazze ha chiesto al fidanzato di portare con sé degli attivisti maschi, giusto per stare tranquille». Tra questi ragazzi c’era, appunto, anche Quentin.
Una volta terminato il flash-mob, Quentin si è allontanato dalla zona con un suo amico per rincasare. Un commando di 30 antifascisti, tuttavia, li ha seguiti per poi aggredirli di sorpresa in una strada più defilata. Quentin è stato fatto cadere con uno sgambetto, che gli ha fatto battere violentemente la testa sull’asfalto, e successivamente è stato massacrato con numerosi calci mentre era già a terra. L’amico, ferito in modo lieve, lo ha aiutato a rientrare, ma durante il tragitto Quentin è svenuto. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard Herriot, il giovane è stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un’emorragia cerebrale. Ieri mattina Quentin, fervente cattolico impegnato nella vita pastorale, ha ricevuto l’estrema unzione, una volta che ai suoi genitori è stata comunicata la morte cerebrale del figlio.
«Siamo terribilmente addolorate, ma anche profondamente arrabbiate», ci dice la portavoce di Némésis. «Siamo tutte sotto choc», ha proseguito, «ma quello che non possiamo in alcun modo tollerare è l’impunità di cui godono questi criminali, che sono protetti dalla stampa e dai partiti francesi. Molti media stanno già parlando di “rissa”, ma qui c’è stato un vero e proprio agguato che è sfociato in un omicidio politico». Anche l’avvocato della famiglia della vittima, Fabien Rajon, ha contestato ufficialmente l’ipotesi della «rissa», parlando di un «linciaggio gratuito» e specificando che Quentin «non ha precedenti, tanto meno per violenze: la sua fedina penale è pulita».
In questo momento, prosegue la portavoce di Némésis, «è ancora presto per capire che cosa fare, adesso è il momento del lutto. Di sicuro vogliamo organizzare una “marche blanche” (manifestazione in cui i partecipanti, vestiti di bianco, sfilano in silenzio per chiedere giustizia ed esprimere solidarietà alla famiglia della vittima di violenza, ndr)». Inoltre, sottolinea Astrid, «stiamo valutando se ingaggiare una scorta privata per le nostre attiviste più conosciute: costa tanto, è vero, ma non possiamo più permetterci di lasciarle indifese».
Il collettivo Némésis, in ogni caso, ha intenzione di chiedere che gli antifascisti siano inseriti nell’elenco delle organizzazioni terroriste, un po’ come ha proposto Donald Trump negli Stati Uniti. «Questi estremisti di sinistra sono molto pericolosi e adottano i metodi violenti usati dalle gang nelle banlieue», afferma Astrid. «È inconcepibile che lo Stato francese non tuteli noi, che siamo un’associazione pacifica, ma protegga invece questi criminali». Tra i partiti che offrono protezione alla Jeune garde, spiega la portavoce di Némésis, «c’è soprattutto il partito di Mélenchon». Il collettivo, anzi, ha fatto sapere in un comunicato che «tra gli aggressori, riconosciuti dalle nostre militanti, vi è un uomo di nome Jacques-Élie Favrot, collaboratore del deputato del partito di estrema sinistra La France insoumise Raphaël Arnault e membro attivo del gruppo antifascista Jeune garde». Arnault, da parte sua, ha negato questo coinvolgimento. Nel frattempo, la Procura di Lione ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per violenza aggravata.
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Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
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(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
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