2019-12-30
Ad aprile è cresciuta la rata dei mutui variabili: +5 euro su un finanziamento medio, ma le stime indicano ulteriori aumenti nei prossimi mesi. L’Euribor risale e le tensioni globali spingono verso un possibile nuovo giro di rialzi entro fine anno.
Nel mese di aprile 2026, i mutui a tasso variabile stanno vivendo un aumento delle rate, nonostante la Banca Centrale Europea non abbia agito ieri direttamente sui tassi di interesse. Secondo le stime di Facile.it, la rata di un mutuo variabile standard di 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro al mese, con previsioni di un ulteriore incremento anche nel mese di maggio 2026. Le previsioni suggeriscono un aumento consistente delle rate fino a fine anno, con impatti rilevanti per le famiglie italiane che hanno optato per finanziamenti a tasso variabile.
Questo aumento delle rate è strettamente legato all'andamento dell’Euribor, il tasso di interesse a cui sono generalmente agganciati i mutui variabili in Italia. L'Euribor ha visto un’inversione di tendenza importante, passando da un livello vicino al 2% a febbraio 2026 a un 2,15% a metà aprile. Questo rialzo è stato principalmente influenzato dalle tensioni geopolitiche e dall'aumento dei tassi d'interesse a livello globale.
Nel dettaglio, a gennaio 2022, l'Euribor era ancora sotto il 0%, il che ha reso i mutui variabili più convenienti per i cittadini. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente con l'inizio del conflitto internazionale che ha aumentato l'incertezza nei mercati finanziari. Gli ultimi aumenti hanno comportato un impatto diretto sulle rate mensili, che sono aumentate di circa 5 euro per i mutui variabili standard.
Gli esperti del settore si aspettano che la Bce, pur non intervenendo direttamente sui tassi a breve, stia preparando il terreno per un rialzo delle sue politiche monetarie nei mesi a venire. Le stime indicano che, entro il secondo semestre del 2026, i tassi d’interesse potrebbero essere aumentati nuovamente per contrastare l’inflazione, spingendo ulteriormente l’Euribor verso l’alto.
La previsione è che, nel mese di giugno 2026, l'Euribor possa salire fino al 3,66%, un livello che porterebbe la rata mensile di un mutuo medio a 642 euro, con un incremento di circa 21 euro rispetto ad aprile 2026. Allo stesso modo, a dicembre 2026, la rata potrebbe salire a 668 euro, con una differenza di 47 euro rispetto alla rata prevista per aprile 2026.
Questi aumenti non sono da sottovalutare. Per un mutuo medio italiano, che potrebbe coinvolgere importi come quelli da 126.000 euro, l'aumento delle rate si traduce in una crescita del pagamento mensile che può pesare significativamente sul budget familiare. Ad esempio, se si conferma l'aumento della rata di 47 euro a dicembre, si parla di una spesa annuale aggiuntiva di circa 564 euro, un impatto notevole per le famiglie che già affrontano l’incertezza economica dovuta a fattori come l’inflazione e l’aumento dei costi energetici.
Le proiezioni sui tassi mostrano che l’incremento delle rate potrebbe continuare nei mesi successivi, con l'Euribor che potrebbe persino raggiungere valori ancora più alti, in linea con le politiche monetarie della Bce tese a contenere la crescita dei prezzi. Nonostante l'aumento dei tassi sui mutui variabili, gli esperti suggeriscono che molti italiani potrebbero comunque preferire il tasso variabile per approfittare delle condizioni favorevoli, almeno fino a quando i tassi non raggiungeranno livelli insostenibili.
In risposta a questa situazione, molti mutuatari potrebbero considerare la possibilità di passare al tasso fisso, che sebbene offra maggiore stabilità, potrebbe risultare più costoso in un contesto di tassi elevati. Attualmente, le banche italiane stanno mantenendo spread relativamente contenuti sui tassi fissi, offrendo un'opzione ancora interessante per chi desidera bloccare le proprie rate a lungo termine.
Crédit Agricole Italia offre un tasso fisso del 2,99%, garantendo rate costanti per tutta la durata del mutuo. Questo tipo di tasso è ideale per chi cerca stabilità economica, evitando sorprese nei pagamenti mensili. Credem propone un tasso del 3,10%, legato all’indice Irs a 25 anni, con una riduzione dello 0,15%. Questo può essere vantaggioso per chi desidera sfruttare le fluttuazioni del mercato per ottenere condizioni favorevoli a lungo termine. Bper, con un tasso fisso del 3,25%, offre rate costanti e un mutuo stabile per chi preferisce la certezza nel lungo periodo. Infine, Banca Sella propone un tasso fisso di 3,30%, leggermente più elevato, ma adatto a chi predilige la sicurezza di pagamenti fissi e costanti.
La scelta del miglior mutuo dipende dalle preferenze personali. I tassi fissi, come quelli offerti da Crédit Agricole, Bper e Banca Sella, sono ideali per chi cerca stabilità, mentre la proposta di Credem con tasso variabile potrebbe essere conveniente per chi desidera approfittare delle fluttuazioni favorevoli dei tassi di mercato.
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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Alberto Gurrisi ci guida alla scoperta dell’organo Hammond, uno strumento che ha fatto la storia, dal rock al jazz. E ci parla del suo grande maestro, Franco Cerri, che verrà ricordato al Blue Note di Milano con un concerto speciale il 31 maggio.
Nella foto lo scacchista americano Bobby Fischer (a destra) e Boris Spassky si stringono la mano, seduti al tavolo degli scacchi, prima di dare inizio all'incontro. Sveti Stefan, 2 settembre 1992 (Ansa)
Da Fischer-Spassky alla Russia di Vladimir Putin, dall’Ucraina ai talebani, da Sara Khadem alle sorelle Polgár: il gioco più silenzioso del mondo resta un campo di battaglia politico, diplomatico e culturale.
C’è stato un tempo in cui bastava un’apertura “gambetto di donna” o cavallo in f3 per scatenare i giornali di mezzo mondo, sull’asse Washington e Mosca. I giornalisti arrivavano a mobilitare il Pentagono, il Cremlino e persino la paranoia nucleare. Eravamo negli anni Sessanta, quando Bobby Fischer, un ragazzo di Brooklyn, scontroso e preciso come un revisore dei conti, aveva deciso di sfidare non soltanto i grandi maestri sovietici, ma un’intera idea del mondo. Il duello simbolico arrivò al suo culmine nel 1972, a Reykjavík, quando Fischer batté Boris Spassky e divenne il primo americano nato negli Stati Uniti a conquistare il titolo mondiale, interrompendo la lunga egemonia sovietica sugli scacchi. Dal 1951 al 1969, ricordano enciclopedie e libri, campioni e sfidanti mondiali erano stati cittadini sovietici: gli scacchi erano quasi un ministero informale dell’intelligenza di Stato, quasi un distaccamento del palazzo della Lubjanka, la storica sede del Kgb, il servizio segreto sovietico.
A Reykjavík non si muovevano soltanto pedoni. Si muovevano sistemi politici. Fischer era l’individualismo americano portato fino alla nevrosi; Spassky era la scuola sovietica, disciplinata, collettiva, metodica, elegantissima. Uno chiedeva più soldi, più silenzio, meno telecamere, più condizioni; l’altro sedeva, aspettava, difendeva non solo un titolo ma un impero culturale. Da allora gli scacchi sono diventati qualcosa d’altro. Hanno continuato a presentarsi come un gioco — sessantaquattro caselle, due colori, nessun contatto fisico — ma ogni generazione vi ha scaricato sopra le proprie tensioni. Un tempo c’era la Guerra fredda , ora c’è la guerra tra Russia e Ucraina, l’Iran, l’Afghanistan o le rivalità tra islam e occidente.
Proprio il mese scorso, nel marzo 2026, il Tribunale arbitrale dello sport ha ordinato alla Federazione russa di scacchi di smettere di organizzare eventi e rivendicare controllo nei territori ucraini occupati entro 90 giorni, pena una sospensione fino a tre anni dalla Fide. Non si tratta di una cosa di poco conto. È una questione di sovranità: se una federazione organizza tornei, affilia circoli, riconosce comitati locali in Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson o Zaporizhzhia, sta implicitamente dicendo a chi appartengono quei luoghi.
La Fide, che dovrebbe amministrare il gioco più logico del mondo, si trova così nel posto meno logico e semplice possibile: tra diritto sportivo, diplomazia e guerra. Nel dicembre 2025 aveva votato per riammettere squadre russe e bielorusse nelle competizioni ufficiali, ripristinando i pieni diritti dei giocatori giovanili e lasciando però gli adulti sotto simboli neutrali in attesa di ulteriori consultazioni con il Comitato olimpico internazionale.
Dall’altra parte del conflitto, l’Ucraina racconta una storia speculare. Roman Dehtiarov, diciassettenne di Kharkiv, è diventato nel 2026 il primo giocatore nella storia a vincere il Campionato europeo senza essere ancora grande maestro. Tornato in patria, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky e insignito del premio “Future of Ukraine”.
La scena è perfetta per un’epoca che ha imparato a trasformare ogni immagine in messaggio diplomatico: un ragazzo, una medaglia e un presidente in guerra. Dehtiarov non è soltanto un talento precoce, è diventato una figura di continuità nazionale.
Poi c’è l’Uzbekistan, che dimostra come gli scacchi siano politici anche quando non c’è una guerra in corso. Javokhir Sindarov, ventenne, ha vinto il Torneo dei Candidati 2026 a Cipro e si è guadagnato il diritto di sfidare il campione del mondo indiano Dommaraju Gukesh. El País ha raccontato Sindarov come un prodigio cresciuto a Tashkent, innamorato di ogni gioco da tavolo fin dall’infanzia. Del resto ha chiuso il torneo imbattuto, con sei vittorie in tredici partite, conquistando il match mondiale con un turno d’anticipo.
L’Uzbekistan, nazione post-sovietica che cerca spazio nell’immaginario globale, ha trovato così negli scacchi una forma di prestigio pulita, poco costosa e molto efficace. Non servono stadi miliardari né Olimpiadi d’inverno nel deserto. Basta un ventenne che sappia sopravvivere a sei ore di aperture e chiusure per poi sorridere davanti alle telecamere.
La politica degli scacchi non riguarda soltanto Stati e bandiere. Riguarda anche le libertà individuali, in particolare delle donne. Sara Khadem, scacchista iraniana oggi cittadina spagnola, vive in Andalusia dopo essersi rifiutata di giocare con il velo al Mondiale rapid di Almaty nel dicembre 2022. In un’intervista del 2026 sempre a El País, ha parlato del suo obbligo morale di continuare a denunciare ciò che accade in Iran. Ma come non ricordare la storia delle sorelle Polgar, raccontate anche in un bel documentario (La Vera regina degli Scacchi) su Netflix. Le sorelle Susan, Sofia e Judit Polgár, cresciute in Bulgaria dal padre László con un esperimento educativo fondato sugli scacchi, demolirono l’idea che il genio scacchistico fosse maschile: Judit divenne la più forte giocatrice della storia e batté anche campioni del mondo come Kasparov, Karpov e Anand.
In Afghanistan, invece, la storia è diversa. Qui il potere ha scelto la via più brutale: proibire il gioco. Nel 2025 il governo talebano ha reintrodotto il divieto degli scacchi, sostenendo che possano favorire il gioco d’azzardo, proibito dalla loro interpretazione religiosa. Erano già stati vietati durante il primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, e poi tollerati dopo il ritorno al potere nel 2021, ma soltanto per gli uomini. Ora non si può più giocare.
Infine, non si può non citare Wijk aan Zee, uno sperduto villaggio olandese dove ogni gennaio il Tata Steel Chess Tournament viene chiamato, con una certa enfasi, il Wimbledon degli scacchi. Nel gennaio 2026 Extinction Rebellion ha bloccato l’ingresso della sede del torneo e scaricato 2.025 chili di carbone davanti al centro De Moriaan, ritardando l’inizio della competizione. Gli attivisti contestavano il ruolo dello sponsor industriale e hanno portato davanti alla sala da gioco la politica climatica, letteralmente in sacchi neri. Forse Fischer si sarebbe fatto una risata, o forse si sarebbe innervosito.
Dopo di lui, nessuno più di Garry Kasparov ha incarnato l’idea che gli scacchi siano una forma di comunicazione politica. Campione del mondo a 22 anni, simbolo dell’ultima grande scuola sovietica, Kasparov lasciò gli scacchi professionistici nel 2005 per entrare nell’opposizione a Vladimir Putin, fondando il Fronte Civico Unito e partecipando alla coalizione “L’Altra Russia”. «Negli scacchi abbiamo regole fisse e risultati imprevedibili. Nella Russia di Putin è esattamente il contrario.» è scritto sul suo sito.
Da anni Kasparov vive fuori dalla Russia; nel 2022 Mosca lo ha inserito nella lista degli “agenti stranieri” e nel 2024 lo ha aggiunto all’elenco dei “terroristi ed estremisti”. Ma lui continua a giocare e a farsi sentire, non solo sulla scacchiera.
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