True
2026-05-18
La difficile arte di non sparare: perché la polizia cerca nuove difese contro le aggressioni
True
Il progetto BJJ4Police al reparto mobile di Milano
A Milano il programma BJJ4Police porta il Brazilian Jiu-Jitsu dentro l’addestramento degli agenti. Non per aumentare la forza, ma per ridurre il momento in cui resta una sola alternativa: l’arma. Le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore
Quando un controllo delle forze dell'ordine degenera, il tempo per decidere si misura in pochi secondi. Un gesto improvviso, una resistenza fisica, una mano che si avvicina alla cintura o a una tasca possono trasformare un normale intervento in una colluttazione. Per un agente, però, la scelta non è quasi mai quella di allontanarsi: deve restare, contenere, proteggere sé stesso, i colleghi e anche la persona che ha di fronte. È in questo spazio stretto, tra l’aggressione subita e il rischio di dover ricorrere alla forza, che si inserisce il progetto BJJ4Police.
Al Reparto Mobile di Milano, per tre giorni, una quarantina di operatori della Polizia di Stato ha partecipato al programma BJJ4Police, formazione basata su tecniche di Brazilian Jiu-Jitsu adattate al lavoro di polizia. Non si tratta di addestramento sportivo, ma di strumenti pratici per gestire colluttazioni, immobilizzare persone violente e proteggere l’arma di ordinanza durante un intervento.
L’iniziativa, organizzata dal SIULP Milano, nasce dentro un problema sempre più visibile: le aggressioni alle forze dell’ordine durante controlli, interventi su strada, servizi in stazione o operazioni di ordine pubblico. Secondo i dati citati dal sindacato, si registrano 2.675 aggressioni annue agli operatori in divisa, più di sette al giorno, circa una ogni tre ore.
Il punto, per i sindacati di polizia, è che l’operatore non può sempre sottrarsi al rischio. Durante un controllo che degenera, un cittadino può allontanarsi; un agente, invece, deve spesso avvicinarsi, contenere e fermare la persona. È in quello spazio, tra il tentativo di dialogo e l’uso della forza, che si colloca la formazione proposta da BJJ4Police.
Gli esempi recenti mostrano quanto il margine operativo sia stretto. A Milano, nel 2024, il viceispettore Christian Di Martino venne accoltellato alla stazione di Lambrate mentre interveniva per bloccare un uomo che lanciava pietre contro treni e persone. Sempre a Milano, alla Stazione Centrale, un uomo in stato di alterazione avanzò contro gli agenti dopo il tentativo di fermarlo con il taser: uno dei poliziotti sparò, ferendolo alla spalla.
A Padova, nel dicembre 2024, due agenti furono minacciati da un uomo armato di ascia. Dopo un lungo tentativo di mediazione e l’uso di strumenti intermedi, uno dei poliziotti sparò alle gambe per fermarlo. A Crotone, nello stesso anno, un viceispettore sparò durante una colluttazione dopo un inseguimento: l’uomo colpito morì e l’agente venne indagato, oltre a riportare lesioni al volto.
Sono episodi diversi, ma indicano lo stesso problema: quando un intervento precipita nel corpo a corpo, gli agenti hanno pochi secondi per decidere. Ogni scelta può avere conseguenze fisiche, disciplinari, giudiziarie e mediatiche. Anche quando l’uso dell’arma viene ritenuto necessario, per l’operatore si apre spesso una fase complessa fatta di indagini, ricostruzioni e verifiche.
Da qui l’interesse del SIULP per tecniche di difesa e controllo che riducano il rischio di escalation. Il Brazilian Jiu-Jitsu applicato alla polizia serve soprattutto a controllare leve, distanza, postura e cadute. L’obiettivo non è aumentare la capacità offensiva degli agenti, ma dare loro più alternative prima di arrivare all’uso di strumenti più invasivi.
Secondo Andrea Varone, segretario generale del Siulp Milano, il progetto nasce per tutelare sia gli operatori sia le persone refrattarie ai controlli. La formazione, in questa prospettiva, diventa uno strumento di prevenzione: meno improvvisazione, più controllo, minore probabilità che una colluttazione finisca con feriti gravi o con il ricorso all’arma.
«Come diciamo da tempo, i numeri hanno sempre ragione, e le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore. Per noi non vale il principio del “commodus discessus”, la via di fuga comoda che viene presa in considerazione per i comuni cittadini nell’ambito della difesa legittima, per noi vale al contrario il detto “trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato” che per noi diventa il posto giusto al momento giusto, perché è nei momenti di difficoltà che la legge ci impone di agire e la gente ci chiede di essere». ricorda Varone.
Il tema resta centrale per le forze dell’ordine. Le aggressioni non sono solo un problema di sicurezza degli agenti, ma incidono sulla qualità dell’intervento pubblico. Un operatore formato a gestire il contatto fisico può proteggere meglio sé stesso, i colleghi e la persona da fermare. Per i sindacati, è una risposta concreta a una difficoltà quotidiana: difendersi senza superare il limite della proporzione, intervenire senza trasformare ogni scontro in un caso giudiziario.
Continua a leggereRiduci
Edizione 2026 del premio David di Donatello a Cinecittà (Getty Images)
Attori e registi di nessun talento, nonostante i ripetuti fiaschi al botteghino, continuano a ritenersi superiori. Per questo ci danno lezioni di morale e geopolitica. E si indignano perché vorrebbero che lo Stato versasse nelle loro tasche ancora più denaro pubblico.
Poche cose sono grandiose come il farsi mantenere e lo spillare quattrini in cambio di niente. Crea nel mantenuto una folle idea di un suo qualche valore: se mi mantengono, dovrò valere qualche cosa! Quindi, visto che valgo, ora racconto anche le mie idee, così contraccambio il favore. In nome del popolo italiano, dichiaro che ne abbiamo abbastanza di sovvenzionare cosiddetti registi e attori incapaci di fare film, con incassi spesso insufficienti a coprire le spese di produzione, e che vorremmo almeno essere esonerati dall’ascoltare i loro penosi sermoni.
Gli attori difficilmente hanno curriculum scolastici che garantiscano una loro competenza e, anche quando di rado sono buoni attori, è sempre una pena ascoltare le loro disquisizioni sociali e geopolitiche. Da Pasolini a Volonté, da Petri a Rosi, il cinema italiano ha vissuto stagioni di feroce «impegno civile». L’impegno civile era una fedeltà totale, oserei dire canina, ai dettami del Partito comunista italiano. D’altra parte lavorava solo chi in tasca aveva la tessera del Pci.
Perlomeno Petri e Rosi erano bravini, non eccelsi, bravini. Ma nessuno potrà mai sapere quanto sarebbero stati più bravi di loro quelli che non hanno potuto lavorare perché non facevano parte del giro. Ora dei film di questi tizi non importa più un fico a nessuno, non sono sopravvissuti alla loro epoca. Continuiamo invece a guardare i film di Don Camillo, che furono girati da un regista francese con un attore francese, perché ai mediocri e asserviti registi italiani faceva orrore girare un film dove si prendesse in giro il loro amato partito, composto da gente tanto intelligente da lavorare per instaurare una dittatura stalinista.
Perlomeno Petri, Rosi e tutti gli altri un qualche valore ce l’avevano. Non eccelso. Diciamo che non ci hanno fatto mai gridare al capolavoro. Ho sempre trovato insopportabile Pasolini: un film come Salò può essere concepito solo da una mente deforme. Pasolini era stato in gioventù un appassionato fascista. Mentre lui scriveva elegie del Duce, suo fratello minore Guido diventava partigiano con la gloriosa divisione Osoppo, poi massacrata dai partigiani comunisti. Le righe di sperticato affetto di PPP per il Partito comunista sono le parole di una persona per chi gli ha massacrato il fratello. Comunque questi un po’ di talento, complessità, e cultura ce l’avevano. Oggi troppo spesso resta soltanto la liturgia dell’indignazione.
La quantità di quattrini che gli esausti contribuenti italiani hanno versato - già ai tempi di Franceschini, ma anche ora con Giuli - a film talmente scadenti che nessuno li va a vedere, è esorbitante. Il concetto che il cinema di qualità vada sovvenzionato perché il popolo bue poi non va a vederlo, prevede due punti deboli: l’idea che il popolo sia idiota e che esista una qualche persona in grado, con il suo giudizio, di stabilire cosa è qualità senza che il tutto finisca nel cosiddetto amichettismo, che è una forma di corruzione gravissima. I soldi sperperati in film inguardabili sono fiumi. C’è da inorridire non tanto per gli sprechi, che in Italia hanno ormai assunto la rassicurante regolarità delle stagioni, ma per il tono morale con cui questo sistema continua a presentarsi al pubblico: come un’élite perseguitata, resistente, quasi clandestina.
Il cinema italiano contemporaneo sembra vivere dentro una curiosa anomalia psicologica: fallisce commercialmente ma si considera culturalmente vittorioso; perde spettatori ma impartisce lezioni e chiede finanziamenti pubblici con la stessa indignazione morale con cui un tempo i coraggiosi finivano in prigione. La 71ª edizione dei David di Donatello è stata la rappresentazione perfetta di questa deriva: quattro ore di autocelebrazione mesta, attraversata da sermoni geopolitici, slogan ideologici e appelli militanti pronunciati con la gravità sacerdotale di chi ritiene il proprio palco non un premio cinematografico ma una tribuna permanente delle proprie convinzioni scambiate per etica. Non era una cerimonia, ma un’assemblea di condominio del progressismo culturale italiano, con tanto di abiti da sera e orchestra.
Ed è qui che emerge il paradosso più interessante: il cinema italiano continua a parlare come se rappresentasse il popolo, mentre il popolo ha già lasciato la sala da tempo. I più grandi film, quelli più trionfalmente pieni di valori etici, sono stati tutti strepitosi successi al botteghino. C’è una differenza enorme tra arte impegnata e catechismo travestito da sceneggiatura. È qui che la questione smette di essere estetica e diventa politica. Perché, se davvero come sostengono diverse ricostruzioni giornalistiche, tra il 2017 e il 2025 il comparto cinematografico ha ricevuto oltre 7 miliardi di euro tra fondi, incentivi e tax credit, allora è inevitabile chiedersi quale sia stato il ritorno culturale, industriale e commerciale di questo investimento colossale. Sette miliardi sono il costo di una politica industriale. E una politica industriale dovrebbe produrre risultati tangibili: pubblico, esportazione culturale, occupazione stabile, competitività internazionale. Invece il cinema italiano contemporaneo sembra spesso produrre soprattutto festival, premi reciproci e dibattiti ideologici interni alla stessa élite culturale che li organizza. Alcuni casi appaiono perfino grotteschi. Film finanziati e mai realmente distribuiti. Produzioni incapaci di recuperare una minima parte dei costi. Opere viste da poche decine di spettatori ma sostenute da centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico. Titoli che sembrano esistere più per alimentare il circuito dei finanziamenti che per incontrare un pubblico reale. Forse il vero scandalo non sono nemmeno gli sprechi. In Italia gli sprechi passano quasi inosservati. Il vero scandalo è il tono con cui vengono difesi: come se criticare un sistema inefficiente equivalesse automaticamente ad attaccare l’arte, la libertà o addirittura la democrazia. Come ha detto Javier Milei, pirotecnico presidente dell’Argentina, pro life e fermamente convinto che al mondo ci siano solo maschi o femmine: «Se per vivere dell’arte hai bisogno di sussidi pubblici, non sei un artista, sei un impiegato statale. E se inoltre sei uno strumento di propaganda politica, stai facendo politica. Con l’arte non c’entra niente».
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri è ritenuto dai migliori un capolavoro. Io faccio parte dei peggiori. Qualcuno forse ha guardato più di una volta Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? A centinaia di migliaia abbiamo invece guardato decine di volte, se non centinaia, La vita è meravigliosa di Frank Capra, e tutte le volte ci sono colate le lacrime. Guardandolo, abbiamo giurato che avremmo fatto di tutto per essere migliori, coraggiosi, forti e onesti, fino all’ultimo atomo del nostro essere, nella speranza che in caso di guai tutto un paese avrebbe pregato per noi e che San Giuseppe ci avrebbe mandato in soccorso qualcuno, magari un angelo con il cervello di un coniglio e la fede di un bambino, che vuol dire la potenza di un leone. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è un film che leva coraggio: tanto fa tutto schifo, perché battersi? Il suo scopo è scoraggiare al punto tale che la gente viene convinta che tanto fa tutto schifo, tutto è senza speranza, e così si lascia irretire dal comunismo che, in mano ai servi dei sovietici, mantenuti con denaro che arrivava dal Paese dei gulag, si presentavano come il partito degli «onesti», parola usata anche da Pasolini per adulare da ossequioso servo gli assassini di suo fratello. La vita è meravigliosa serve a dare coraggio. Tutte le volte che in vita mia ho avuto bisogno di fare scelte difficili e di pagarle, mi sono ricordata anche di George Bailey e dell’angelo Clearance che San Giuseppe manda in suo soccorso, per essere certa che ne valesse la pena.
Continua a leggereRiduci
Un orfanotrofio cattolico in Mozambico (Getty Images)
- Ad aprile l’ultima incursione nel nord del Paese, che i jihadisti assediano da dieci anni. Una missione militare del Ruanda ha tolto agli islamici qualche roccaforte, ma dipende dai fondi di Bruxelles. Che ora sono a rischio.
- Con le riserve non sfruttate, il Paese potrebbe diventare uno dei primi esportatori di Gnl. Però l’avanzata degli estremisti rallenta i progetti delle multinazionali.
- Il missionario Fra Luca Santato: «Centinaia di famiglie sfollate. Ma nel sud, dove opero io, finora il terrorismo non è stato una minaccia».
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel pomeriggio di giovedì 30 aprile, i jihadisti di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, gruppo affiliato allo Stato Islamico, hanno assaltato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. I miliziani hanno incendiato la chiesa parrocchiale di São Luís de Monfort, simbolo storico della presenza cattolica nella regione fin dal 1946, insieme alla casa dei padri scolopi e all’asilo della missione. In poche ore l’intero complesso religioso è stato ridotto in macerie. A raccontare quanto accaduto è stata suor Laura Malnati, responsabile delle missionarie comboniane in Mozambico, intervistata da Avvenire. «Hanno bruciato la chiesa, la casa dei padri scolopi e l’asilo», ha spiegato la religiosa. I missionari erano riusciti a fuggire poco prima dell’arrivo dei terroristi grazie a un avvertimento ricevuto in anticipo. Diversi civili presenti nel villaggio sarebbero invece stati catturati e costretti ad assistere ai messaggi di propaganda dei jihadisti.
La conferma dell’attacco è arrivata anche da monsignor António Juliasse, vescovo di Pemba, capoluogo della provincia. Secondo il prelato, i miliziani sono entrati nella parrocchia nel tardo pomeriggio devastando tutto ciò che trovavano. «I missionari sono salvi, ma la comunità è sotto choc», ha dichiarato. «Ogni struttura è stata distrutta. Durante l’assalto i civili sono stati trattenuti e utilizzati come pubblico per messaggi d’odio». Nonostante la devastazione, il vescovo ha lanciato un messaggio di speranza: «La fede di questo popolo non sarà mai distrutta».
L’assalto di Meza rappresenta soltanto l’ultimo episodio della lunga offensiva jihadista che dal 2017 colpisce il nord del Mozambico. L’insurrezione è iniziata ufficialmente nell’ottobre di quell’anno con attacchi coordinati contro stazioni di polizia e sedi governative nella città di Mocímboa da Praia. Da allora la violenza si è progressivamente estesa in tutta la provincia di Cabo Delgado, trasformando la regione in uno dei principali fronti del jihadismo africano. Secondo le stime delle Nazioni Unite e del database internazionale Acled, il conflitto ha provocato circa 6.500 morti e oltre 1,3 milioni di sfollati. Interi villaggi sono stati abbandonati, migliaia di famiglie vivono nei campi profughi e vaste aree rurali sono ormai fuori dal controllo effettivo dello Stato.
Le autorità mozambicane hanno incontrato enormi difficoltà nel contrastare l’espansione dei jihadisti. Per anni l’esercito è stato accusato di scarsa preparazione, carenza di mezzi, corruzione e incapacità di controllare il territorio. I miliziani sfruttano infatti una geografia complessa fatta di foreste, villaggi isolati e aree costiere difficili da presidiare, riuscendo a spostarsi rapidamente e a colpire obiettivi civili prima dell’arrivo delle forze di sicurezza. Dopo che gli insorti avevano conquistato aree strategiche come Mocímboa da Praia e attaccato la città costiera di Palma, il governo di Maputo chiese assistenza internazionale. Nel 2021 il Ruanda ha dispiegato circa 1.000 soldati e poliziotti, riuscendo in breve tempo a riconquistare alcune roccaforti jihadiste e a mettere in sicurezza diverse aree chiave. Negli anni successivi il contingente ruandese è cresciuto fino a superare i 4.000 uomini, diventando il pilastro delle operazioni antiterrorismo nel nord del Paese. Nel 2024 Kigali ha inoltre rafforzato la propria presenza per colmare il vuoto lasciato dal progressivo ritiro della missione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc), anch’essa entrata in Mozambico nel 2021 ma indebolita da problemi logistici e finanziari. Tuttavia il futuro della missione ruandese appare incerto.
L’Unione europea aveva approvato nel 2024 un finanziamento di circa 23 milioni di dollari attraverso il Fondo europeo per la pace per sostenere le Forze di difesa del Ruanda impegnate a Cabo Delgado. I fondi erano destinati soprattutto a coprire costi logistici ed equipaggiamento. A marzo, però, funzionari europei hanno lasciato intendere che Bruxelles potrebbe non rinnovare il sostegno economico alla scadenza prevista per maggio. Il presidente ruandese Paul Kagame ha quindi avvertito che le truppe potrebbero ritirarsi in assenza di finanziamenti stabili e di lungo periodo mentre il portavoce del governo Yolande Makolo ha affermato che il costo reale del dispiegamento sarebbe almeno dieci volte superiore ai fondi europei ricevuti.
Le comunità cristiane sono diventate uno degli obiettivi principali della violenza jihadista. Chiese, scuole cattoliche, missioni e villaggi abitati da cristiani vengono frequentemente presi di mira come simboli della presenza occidentale e statale nella regione. In molte zone rurali sacerdoti, catechisti e religiosi vivono sotto costante minaccia. Numerosi villaggi sono stati svuotati dopo gli assalti e migliaia di famiglie cristiane sono fuggite verso le città costiere o nei campi per sfollati interni.
La guerra jihadista in Mozambico ha già colpito direttamente anche missionari e religiosi stranieri. Nel settembre 2022 venne uccisa suor Maria De Coppi, missionaria comboniana italiana originaria del Veneto, assassinata durante un attacco jihadista alla missione cattolica di Chipene, nella provincia di Nampula. I terroristi incendiarono la chiesa, l’ospedale e le opere della missione, mentre la religiosa, 83 anni, fu colpita mortalmente durante l’assalto. La sua morte scosse profondamente la Chiesa cattolica e divenne uno dei simboli della persecuzione contro le comunità cristiane nel nord del Mozambico.
Il Mozambico porta ancora oggi le profonde ferite della propria storia politica. Ex colonia portoghese fino al 1975, il Paese ottenne l’indipendenza dopo una lunga guerra guidata dal Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo), movimento marxista che prese il potere instaurando un sistema a partito unico vicino all’Unione sovietica e a Cuba. Poco dopo l’indipendenza scoppiò una devastante guerra civile contro la Renamo, gruppo ribelle sostenuto inizialmente dalla Rhodesia e poi dal Sudafrica dell’apartheid. Il conflitto, terminato ufficialmente nel 1992, provocò circa un milione di morti e lasciò il Paese distrutto economicamente e socialmente.
Nonostante gli accordi di pace e l’apertura al multipartitismo, il Mozambico non è mai riuscito a eliminare profonde disuguaglianze territoriali e sociali. Il Frelimo continua a dominare la vita politica nazionale, mentre molte regioni periferiche accusano il governo centrale di corruzione, esclusione economica e scarsa redistribuzione delle ricchezze. Cabo Delgado rappresenta l’esempio più evidente di questa frattura: una provincia ricchissima di risorse naturali ma tra le più povere del Paese. Sul fondo della guerra c’è infatti il controllo di una delle aree più ricche di risorse naturali dell’intera Africa australe. Cabo Delgado possiede enormi giacimenti di gas naturale offshore, oltre a rubini, grafite, oro, legname e altre materie prime strategiche. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nella regione, trasformandola in un territorio di enorme valore geopolitico ed economico senza però migliorare concretamente le condizioni della popolazione locale. Molti analisti ritengono che povertà estrema, marginalizzazione sociale, corruzione locale e competizione per le risorse abbiano favorito il radicamento del jihadismo. È in questo contesto di esclusione e fragilità che Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, nato come movimento islamista radicale nel nord del Paese e poi affiliatosi allo Stato Islamico nel 2019, è riuscito a trasformarsi in una delle organizzazioni jihadiste più pericolose dell’Africa australe.
Corsa a ostacoli per gas e terre rare
La provincia di Cabo Delgado, situata nell’estremo nord del Mozambico e affacciata sull’Oceano Indiano, è diventata negli ultimi anni uno dei territori più strategici dell’intero continente africano. L’area custodisce infatti enormi riserve di gas naturale offshore considerate tra le più importanti scoperte energetiche mondiali degli ultimi decenni. Secondo le stime internazionali, i giacimenti presenti nel bacino del Rovuma potrebbero trasformare il Mozambico in uno dei principali esportatori globali di gas naturale liquefatto, modificando profondamente gli equilibri energetici regionali, attirando l’interesse delle grandi potenze internazionali.
Accanto al gas, Cabo Delgado possiede anche immense ricchezze minerarie e naturali. La provincia è nota per i suoi giacimenti di rubini, considerati tra i più preziosi al mondo, ma dispone anche di grafite, oro, terre rare, legname pregiato e altre materie prime strategiche fondamentali per l’industria tecnologica e manifatturiera globale. La grafite, ad esempio, rappresenta una risorsa chiave per la produzione di batterie elettriche e tecnologie legate alla transizione energetica, aumentando ulteriormente il valore geopolitico della regione. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nello sviluppo dei progetti offshore e delle infrastrutture collegate. Aziende provenienti da Europa, Stati Uniti, Asia e Medio Oriente hanno avviato programmi per l’estrazione e l’esportazione di gas naturale liquefatto, mentre governi stranieri hanno rafforzato la propria presenza diplomatica e strategica nell’area. L’obiettivo è garantirsi accesso a risorse considerate decisive per il futuro energetico globale, soprattutto in una fase segnata dalle tensioni internazionali sui mercati dell’energia e dalla ricerca di alternative ai fornitori tradizionali.
Questa enorme ricchezza ha però trasformato Cabo Delgado anche in un territorio segnato da forti tensioni e instabilità. Negli ultimi anni la provincia è stata travolta dalla violenta insurrezione jihadista che ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. I gruppi armati affiliati allo Stato Islamico hanno colpito villaggi, infrastrutture e centri abitati, sfruttando il malcontento sociale, la povertà diffusa e le profonde disuguaglianze economiche presenti nella regione. Nonostante le enormi risorse naturali, gran parte della popolazione locale continua a vivere in condizioni estremamente difficili, con scarso accesso ai servizi essenziali e poche opportunità economiche. L’avanzata dei gruppi jihadisti ha messo in pericolo anche i grandi investimenti energetici internazionali. Alcuni progetti miliardari sono stati sospesi o rallentati a causa dell’insicurezza crescente, costringendo il governo mozambicano a chiedere supporto militare esterno. L’intervento delle forze straniere ha permesso di riconquistare alcune aree chiave, ma la situazione resta fragile e il rischio di nuovi attacchi continua a preoccupare governi e investitori.
La combinazione tra immense risorse naturali, interessi energetici globali, presenza jihadista e competizione geopolitica internazionale ha trasformato Cabo Delgado in uno dei fronti più delicati dell’Africa contemporanea. Il futuro della provincia non dipenderà soltanto dalla sicurezza militare, ma anche dalla capacità del Mozambico di distribuire in modo più equo la ricchezza generata dalle sue risorse naturali, evitando che il divario tra profitti miliardari e povertà locale continui ad alimentare instabilità e radicalizzazione. Ma su questo è lecito avere molti dubbi.
«Formiamo gli orfani perché investano sul loro territorio»
Fra Luca Santato è missionario cappuccino a Boane (Mozambico)
Fra Luca, da dove nasce l’idea di avviare il suo progetto in Mozambico e quali esigenze avete trovato sul territorio?
«Io sono arrivato in Mozambico nel 2016 e per i primi cinque anni ho vissuto al centro-nord del Paese, poi dal 2021 mi sono spostato nel sud, proprio nella capitale Maputo, e lì ho conosciuto la realtà delicata e nello stesso tempo preoccupante dei tanti bambini di strada, molti dei quali abbandonati e senza futuro. Di fronte a ciò nel gennaio del 2021 si è iniziato a studiare un progetto (che poi sono diventati due) per dare attenzione a loro: in modo particolare un’attenzione sanitaria adeguata e l’inserimento nella scuola. Il progetto “Fratelli tutti” (inaugurato nel maggio del 2024) si è posto tre obiettivi: centro pediatrico, centro nutrizionale e centro di alfabetizzazione. Il secondo progetto, “Casa San Francesco e Santa Chiara”, da gennaio 2027 ospiterà bambini e bambine orfani».
Temete che l’espansione del terrorismo nella regione possa rappresentare una minaccia anche per la vostra area operativa?
«La situazione della guerra nel nord del Paese preoccupa tantissimo, e dispiace per il grande dramma che stanno vivendo centinaia e centinaia di famiglie, molte di loro hanno perso o dovuto abbandonare la propria casa. È vero però che la guerra è distante circa 3.000 km da dove operiamo noi e questo ci rassicura sul presente e sul futuro. Fino ad oggi non abbiamo avuto nessun segnale o nessuna minaccia riguardo alla nostra presenza sul territorio e riguardo al nostro lavoro quotidiano».
Che cos’è la «Fattoria didattica per orfani» e quale ruolo svolge concretamente nella vita dei bambini che accoglie?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara”, l’orfanotrofio per bambini e bambine orfane, vuole avere la peculiarità di funzionare come una fattoria didattica, perché riteniamo che la conoscenza della terra e il poter offrire a loro, crescendo, una formazione agronoma, sia per gli orfani una possibilità per un domani di avere la capacità di lavorare la terra, e di poter investire proprio nel loro territorio. Noi ci crediamo parecchio all’agricoltura perché la terra del Mozambico è ricca d’acqua ed è molto fertile e queste sono risorse importanti per il futuro dei bambini e ragazzi. Per noi francescani la natura è molto importante, il cantico delle creature di San Francesco ci fa capire la bellezza e l’importanza del creato, speriamo che questo progetto possa trasmettere questi valori ai bambini che vivranno in questa casa, con la consapevolezza che la terra può essere ancora oggi una risorsa per la vita umana».
Quanti minori assistete oggi e quali sono le principali difficoltà che affrontano quotidianamente?
«Nel progetto “Fratelli tutti” ogni giorno accogliamo circa 500 tra bambini e ragazzi. La priorità è il centro pediatrico perché cerchiamo di assicurare a chi ha bisogno un’assistenza sanitaria adeguata, poi diamo attenzione al loro percorso scolastico, aiutandoli nello studio e procurando per i bambini e i ragazzi il materiale necessario per andare a scuola, e quando possiamo, in modo particolare il sabato e la domenica, offriamo loro un pasto caldo. Le spese sono davvero tante ma la Provvidenza mai ci ha abbandonato e l’attenzione è davvero tanta. Oltre a gestire queste attività nel progetto, quotidianamente, io vado nel campo “profughi” dove vivono circa 2.000 famiglie che hanno perso la loro casa a causa delle alluvioni che hanno colpito il Mozambico dal 2023 ad oggi, e lì la situazione è molto preoccupante: manca acqua e energia e il cibo scarseggia. Le condizioni igienico sanitarie sono preoccupanti e anche il percorso scolastico dei bambini e ragazzi che vivono in questa realtà non è garantito. Il lavoro da fare in questo campo è veramente tanto».
A che punto è il progetto e qual è l’obiettivo finale che vi siete prefissati?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara” è a buon punto, spero di completare il lavoro entro fine 2026 per accogliere i bambini già da gennaio 2027. Il refettorio, le cucine, le sale di studio e di formazione, il dormitorio maschile, le lavanderie e il posto medico sono quasi ultimati, ciò che facciamo fatica a completare è il dormitorio femminile, ci mancano circa 20.000 euro per poter pagare la ditta e costruire i padiglioni. Speriamo veramente che anche questa volta la Provvidenza ci aiuti. Una volta aperto il progetto, un’associazione italiana garantirà la permanenza dei bambini e bambine nel progetto con le adozioni a distanza».
Quando il progetto sarà completato, quale sarà il suo futuro impegno in Mozambico?
«L’esperienza di questi ultimi tre anni, legata alla progettazione e costruzione dei progetti, mi ha fatto conoscere la grande realtà di una rete sociale di carità e attenzione verso i nostri progetti. Fondazioni, banche, scuole, parrocchie, giornali, tv e privati hanno reso possibile tutto ciò seguendo e aiutando il percorso iniziale di queste nuove realtà della nostra presenza in Mozambico. Terminati i lavori mi piacerebbe tantissimo coltivare di più questi legami, condividendo il percorso futuro dei progetti, raccontando le storie dei bambini che ci vivranno, studiando insieme strategie future e dando la possibilità a chi potrà di poter vivere un’esperienza missionaria lì in Mozambico. Ci terrei veramente a costruire un ponte di idee, di risorse umane e strategie economiche per dare un cammino certo a tutto ciò che è stato costruito in questi ultimi tre anni. È stato importante chiedere aiuto, è importante ringraziare e sarà ancora più importante saper tener vivi questi legami di amicizia, di capacità e di disponibilità, in questo modo il Bene sarà ancora più grande. Mi vedo in futuro con un piede in Mozambico per seguire l’evolversi dei progetti, ma nello stesso tempo anche qui in Italia per tenere viva questa rete di solidarietà che è stata la carta vincente di questi nuovi progetti».
Continua a leggereRiduci
Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.







