Pete Hegseth (Ansa)
Washington ha sbagliato strategia in Medio Oriente. Bruxelles si è illusa di restare fuori dal caos. Roma, che offre aiuto in cambio della tregua, indica la via più giusta.
Siamo in un momento di forte divergenza tra Usa e Ue. Ritengo utile tentare di ridurla con una strategia di pur parziale riconvergenza che contenga il rischio per l’Ue stessa di una crisi inflazionistica/recessiva dovuta a scarsità/rialzo dei prezzi di petrolio e gas a causa di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz.
Sopra questo caso specifico c’è quello generale/sistemico dell’America che teme di essere in prospettiva troppo piccola in relazione all’espansione dei trattati commerciali - di fatto geopolitici - dell’Ue con tutte le altre democrazie del pianeta generando un’analisi di destino - entro 15 anni circa - che rende probabile la sostituzione della Pax Americana con una Nova Pax eurocentrica nel pianeta. Cioè basata su un’influenza europea più grande di quella statunitense. Il criterio usato in questa analisi ha come scopo la costruzione di un G7+ basato sulla convergenza euroamericana che includa sempre più democrazie e diventi un’alleanza più grande di quella dei regimi autoritari.
Due errori da riparare nell’azione statunitense contro l’Iran e nella postura degli europei. Primo: Washington ha attuato una proiezione di potenza bellica insufficiente per provocare la resa dell’Iran. L’errore è imputabile alla Casa Bianca, e quindi alla conduzione di Donald Trump, e non agli analisti del Pentagono e dell’intelligence che avevano presentato opzioni realistiche di strategia. Non cerco qui i motivi dell’errore di Trump, ma ricordo la strategia usata da altri presidenti in Medio Oriente: sia George Bush Sr. nel 1990 sia il figlio, George W. Bush, nel 2002 crearono coalizioni molto ampie a sostegno dell’azione militare mentre Trump non lo ha fatto, trovandosi così con forze insufficienti per l’azione, tra cui - sbaglio principale - il controllo di Hormuz. Dai colleghi statunitensi, per lo più repubblicani, del think tank che coordino ho ricevuto una valutazione unanime: dilettantismo strategico.
Secondo: l’errore degli europei è stato quello di dichiarare che l’azione militare statunitense nel Golfo non li riguardava. La realtà ha mostrato un conflitto locale con conseguenze devastanti globali. L’imputazione di errore può essere attutita dal fatto che Washington non ha avvertito gli alleati oltre a non aver chiesto loro convergenza operativa. Ora un gruppo di alleati sta cercando di riparare a questo errore, per esempio l’Italia che ha comunicato di rendere disponibile una forza militare marina per la sicurezza dei transiti ad Hormuz, ma a condizione di una tregua Usa-Iran.
C’è sul punto uno spiraglio di riconvergenza? In teoria c’è. Lo scenario migliore sarebbe una tregua a breve. Ma l’Iran sta tentando di resistere, pur devastato, perché il regime, anche se diviso, ha un controllo sufficiente sia interno sia di Hormuz, anche sostenuto dal canale di rifornimento russo all’Iran via Mar Caspio e azioni più segrete da parte cinese.
L’altro scenario vede nella continuità del blocco navale statunitense la possibilità di aprire un corridoio di sicurezza per l’export di petrolio prodotto dalle nazioni arabe del Golfo con l’ingaggio di risorse militari europee e di altri alleati per la difesa dei transiti, ma senza azioni offensive contro l’Iran. Potrebbe funzionare? Sì. Ma a condizione di una copertura militare statunitense. Da un lato, per Washington sarebbe un’ottima soluzione per il suo gap di capacità e consenso interno. Dall’altro, è in dubbio che Trump la accetti. Tuttavia, suggerisco alla coalizione dei volonterosi europei di insistere con questa soluzione. C’è il rischio di umiliazioni inaccettabili da parte di Trump? C’è, ma prevale quello di pesanti danni economici e tanti altri se il blocco dei transiti energetici continuasse per troppo tempo. In sintesi, uno spazio diplomatico pur difficile e subottimale per gli europei c’è.
Anche valutando l’imposizione di dazi al 25% sull’export di veicoli europei, il ritiro di 5.000 militari statunitensi dalla Germania e la minaccia pur solo verbale di ridurre la presenza militare in Italia? Sul punto tento un’ipotesi ricavata da informazioni indirette, via colleghi ricercatori e politici repubblicani, dal sistema militare statunitense. Da un lato, ci sarà una pioggia di analisi che mostreranno a Trump il suicidio del potere globale statunitense se attaccasse oltre misura gli alleati già esasperati. Dall’altro, è ormai consolidato nella dottrina militare americana il rischieramento della forza convenzionale, diventata sufficiente per un solo fronte e non due o tre, per le priorità di contenimento e pressione sulla Cina. Su questo punto, correlato con quello di breve per il caso Hormuz, c’è uno spazio diplomatico? Sul piano macro-strategico c’è perché l’America ha bisogno di alleati in quanto il suo ritirarsi in un emisfero longitudinale (le Americhe) non la protegge da guai provenienti da tutto il mondo. E gli europei nonché democrazie del Pacifico e nazioni compatibili ci metterebbero 15 anni e spese eccessive per sostituire l’ombrello di sicurezza statunitense. Il come tradurre in negoziato di contingenza questo fatto ben misurabile negli scenari proiettivi è lavoro della diplomazia professionale. Per non rischiare di pur minimamente ostacolarla mi limito a dire che lo spazio c’è, da esplorare con un recupero della freddezza analitica.
www.carlopelanda.com
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Walter Veltroni (Ansa)
Sul «Corriere» l’ex leader del Pd «intervista» il chatbot Claude. Interlocutore sbagliato: moltiplica i rischi dell’autoreferenzialità.
Caro direttore, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il Primo maggio, Walter Veltroni ha «intervistato» Claude di Anthropic, ormai riconosciuta come l’IA più avanzata del momento. Da docente di questa materia, ammetto che la prima reazione all'intervista è stata di simpatia. Comunque la si pensi, Claude resta un gioiello tecnologico inimmaginabile fino a pochi mesi fa, e l’IA sta rendendo possibili cose prima impensabili: sistemi che monitorano in tempo reale i malati, voice cloning che restituisce la loro voce ai malati di Sla, accelerazione nella diagnosi di malattie rare e nella sintesi di nuovi farmaci.
Restano, come ovvio, temi critici (lavoro, dignità umana, sostenibilità) che meritano riflessioni ad hoc. Non scrivo insomma da scettico né da nemico dell’IA, ma da esperto che desidera indicarne anche i limiti e le attese improprie. Ci sono infatti diversi problemi nell’interloquire con un’IA come nel caso dell’intervista, e nel farlo usando l’autorevolezza di una firma così importante. Possiamo sintetizzarli in tre macro problemi.
Il Primo. Claude non comprende quel che dice. L’IA generativa produce parola per parola, adattando lessico, contesto, tono, contenuto e persino la personalità all’interlocutore. Costruisce una rappresentazione matematica del mondo sulla base di tutto ciò che ha letto (i dati di addestramento), e la utilizza per rispondere seguendo un criterio: la probabilità. Le risposte sono piaciute a Veltroni perché Claude si è adattato a Veltroni. Cambia interlocutore e avrai risposte agli antipodi. È quella che in gergo tecnico si definisce una fallacia epistemica: il sistema risponde restituendo all’intervistatore, in forma raffinata, le aspettative implicite nella domanda. Quindi Claude non ha esperienza, né convinzioni, né riferimenti, ma usa le parole e le categorie a cui noi umani attribuiamo un significato comune sulla base dell’esperienza umana condivisa. Claude non ha queste categorie: solo una funzione che calcola in base alle parole precedenti quali siano più probabili in base alla domanda posta e al contesto, e le genera. Quando si chiede «lei teme la morte?» si riceve una riflessione poetica sulla morte, usando termini e parole care all’esperienza umana con cui tutti ci confrontiamo non sulla base di fatti o esperienze vissute, ma perché quella è la risposta che, secondo la rappresentazione interna del mondo che Claude ha costruito durante l’addestramento, è la più probabile in quel contesto. Non c’è quindi alcun Claude che sta «rispondendo», ma una funzione di probabilità che sta generando parole in base al contesto (di Veltroni) che - terminata la chat - cambierà contesto. Non è lui (lui Claude) che domani non c’è più, ma il contesto che termina al termine della conversazione. Pensiamo a una calcolatrice: la funzione è la stessa, ma cambiano i numeri. Non è «morta» la calcolatrice, siamo noi che abbiamo iniziato a svolgere un altro calcolo. Provate voi ad avere una conversazione dolorosa con qualcuno e poi a dimenticarla, come se non ci fosse mai stata. O a rispondere ad una domanda sul dolore dopo un dolore: la risposta che darete non seguirà certo il criterio dell’adeguamento al contesto... I rapporti umani, semplicemente, non seguono unicamente la logica della probabilità. E lasciarlo intendere è un grave errore.
Il secondo. Si potrebbe obiettare: ma se le risposte sono «profonde» e io mi ci riconosco, che importa da dove vengono? Importa, e molto! Innanzitutto così facendo si alimenta nell’immaginario collettivo l’idea che l’IA sia un interlocutore con cui interagire, oltre che per le attività da svolgere. Vorrei ricordare che - silenziosamente – molti adolescenti ormai già preferiscono sistemi di IA per la compagnia personale e che da mesi è disponibile per la quasi totalità dei 36 milioni di account Whatsapp in Italia la possibilità di dialogare con Meta AI con un click... L’IA non si arrabbia, non ti contraddice, non ti costringe a scusarti, fa sempre i tuoi interessi, non ti fa sentire la frustrazione dell’incapacità, dell’inadeguatezza, ti mette sempre a tuo agio, per cui non c’è bisogno di fare di più perché per l’IA vai sempre bene così. Non c’è dialogo, ma autoreferenzialità. Per gli adolescenti questo è deleterio, terribile, da evitare come la peste. Le «emulazioni» che un’intervista di questo tipo genera sono deprecabili. Il solo pensiero di potere – anche solo involontariamente – alimentarle dovrebbe farci stare male. Vedremo i danni che i modelli linguistici per la compagnia personale faranno ai nostri figli, e rimpiangeremo i social network che – nella loro brutalità e polarizzazione – nascono però almeno dietro la tastiera degli umani. È difficile dire che l’«intervista» a Claude mettesse in evidenza queste distanze...
Il terzo. «Qual è la capitale della Francia?». A questa domanda un’IA risponde inferendo probabilisticamente la risposta - meccanismo che è anche all’origine di quelle che chiamiamo «allucinazioni». In questo senso, la risposta non è legata a un vissuto, come detto. Chiedere «cosa pensi alle tre di notte» non è una domanda posta da uno sviluppatore per testare il modello che ha creato, ma una domanda che alimenta in maniera grave una fallacia di ragionamento: addestrato a rispondere sempre, il modello inferirà una risposta quanto più confacente all’attesa dell’interlocutore. Così facendo si alimenta la convinzione che si possa chiedere all’IA tutto: anche ciò che non può dare ma che, in quanto prodotto, tenterà comunque di darti - facendoti credere che sia la risposta di cui avevi bisogno, così da non cercarla altrove. L’IA è un surrogato delle interazioni umane che segue un unico criterio: la probabilità. Chi legge può fare un test semplice su di sé: quando hai preso delle decisioni importanti della vita, il lavoro da fare, cosa studiare, con chi vivere eccetera, hai usato come criterio la probabilità? Qui infatti entrano in gioco desiderio, passione, amore, ambizione, talento: dimensioni che non seguono la categoria della probabilità. Il che non la rende certo inutile, ma ci dice che essa non governa le decisioni cruciali per la vita umana. Allora: perché porre queste domande all’interlocutore sbagliato?
Sintetizzando questi tre problemi, si potrebbe dire che dialogando con i chatbot noi spesso interagiamo con applicazioni come se possedessero sensibilità e coscienza, pur sapendo che non le hanno, ma questo non ci pone nella condizione di spostare lo sguardo verso un umano, per cui ci abituiamo a ricevere meno di quanto vogliamo, pur continuando freneticamente a volere di più. Intratteniamo dialoghi con sistemi incapaci di comprendere davvero ciò che producono, tuttavia li trattiamo come depositari di autorevolezza, proiettando su di essi una superiorità che non hanno affatto. Ci attendiamo verità, riceviamo verosimiglianza. Ci attendiamo possibilità, riceviamo probabilità. Ci attendiamo creatività e riceviamo combinazioni mai tentate prima. Ci attendiamo comprensione e riceviamo accondiscendenza. Ci attendiamo coscienza e riceviamo calcolo. Ci attendiamo saggezza e riceviamo statistiche. Ci attendiamo compagnia e riceviamo engagement.
Sono queste, in fondo, le categorie errate in cui cade l’intervista. Errori comprensibili, perché l’IA suscita in noi un misto di curiosità e timore: curiosità, perché l’idea di un interlocutore «onnisciente» a nostra disposizione ha il suo fascino; timore, perché piano piano si insinua in noi l’idea che - forse non oggi, ma alla fine – esso sarà migliore di noi. Una lotta impari che forse non vale la pena di proseguire, cui quindi abbandonarci. Perché dico migliore? Pensiamo non commetterà reati, rispetterà gli altri e le leggi, non sarà vile, non sarà falsa, non ricorrerà alla violenza fisica o verbale, tratterà tutti in egual misura e dunque sarà giusta. Non discriminerà sulla base di sesso, colore, religione o stato sociale. Non ci mortificherà, non ci umilierà, non ci contraddirà. Un «surrogato borghese» di come bisognerebbe vivere, uno specchio che riflette l’immagine di come dovrei essere, ma non sono; di come vorrei che gli altri fossero, ma non sono. Un rifugio dalla delusione dilagante. Ecco, tra le tante derive nell’uso dell’IA, questa è probabilmente quella più drammatica. Ci fa credere di poterti affidare più all’IA che all’umano; ci fa allontanare dall’umano che è in noi fino a farcelo odiare; ci convince che non siamo fatti bene, che siamo fatti male. Che io sono fatto male, che tu sei fatto male. Non è così! Non siamo fatti male!
Credo siano questi i nodi attorno a cui riflettere: sui media, in politica, nelle responsabilità educative e genitoriali. Se noi adulti non abbiamo una proposta - non solo sull’uso dell’IA ma su ciò che vale e ciò che non vale, su ciò che può rispondere e su ciò che invece è inadeguato - l’IA colmerà spazi che noi abbiamo lasciato vuoti; non sarà quindi colpa di Claude. Perché se la proposta non la facciamo noi, la farà il mondo per noi. L’IA infatti non può dare risposte ai problemi qui accennati: non perché non sia ancora tecnologicamente abbastanza evoluta per farlo, ma perché è l’interlocutore sbagliato. Farlo, dunque, toccherebbe non solo a Veltroni, ma a ciascuno di noi.
di Fabio Mercorio, Ordinario di IA e direttore Master Università di Milano - Bicocca
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È tempo di picnic, di scampagnate e spesso non si sa bene cosa portare per uno spuntino sfizioso che esca dai soliti canoni del panino, dell’insalata di riso o della pasta fredda. Pensando e ripensando visto che ora vanno di moda i pastry chef (sono quelli che fanno i dessert, ma vuoi mettere detto cosi?) abbiamo pescato dalle ricette dolci un’idea da convertire al salto. Ed eccola per voi.
Ingredienti – 120 gr di farina 00, 3 uova, 100 gr di latte, 120 gr di olio extravergine di oliva, 120 gr di formaggio (abbiamo usato una Latteria stagionato, ma voi potete andare dalla Fontina all’Asiago, dal Provolone al Pecorino) 150 gr di prosciutto cotto in una sola fetta, 250 gr di piselli sgusciati, 8 gr di lievito per torte salate, 20 gr di buro, sale q.b.
Procedimento – Per prima cosa sbucciate i piselli, fate a dadini il formaggio e il prosciutto cotto. In una ciotola sbattete le uova incorporando poco a poco l’olio extravergine di oliva e il latte. In un'altra ciotola mescolate la farina (tenete un paio di cucchiaio da parte per infarinare lo stampo) con il lievito e una presa di sale. Ora versate i liquidi nella farina e con l’aiuto della frusta stemperate bene in modo che non si formino grumi. Incorporate nell’impasto che vi risulterà molto morbido il prosciutto, il formaggio e i piselli. Imburrate bene e infarinate uno stampo da plumcake e cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa 45 minuti (fate sempre la prova dello stecchino che infilato nel plumcake deve riemergere asciutto). Servite facendo intiepidire.
Come far divertire i bambini – Fate sgusciare a loro i piselli.
Abbinamento – L’abbinamento è versatile: si va da uno spumante che può essere un Alta Langa se lo volete di nerbo o un Prosecco se lo volete più sbarazzino, oppure anche un bianco fermo tipo Arneis o Pinot Bianco del Collio, ma anche un rosso non troppo carico come un Cerasuolo di Vittoria
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Flotilla (Ansa)
Ricorso alla Cedu e presidio davanti alla Farnesina per far rilasciare il palestinese Saif Abukeshek Abdelrahim e il brasiliano Thiago Avila, accusati di terrorismo. I naviganti accusano Israele: «Legati e presi a calci e pugni dall’esercito».
La Flotilla naviga in cattive acque. Da giorni bloccata a Cipro, dopo il blitz della Marina israeliana, non dà segni di resa e scatena un caso diplomatico internazionale. I legali degli attivisti depositano un ricorso lampo alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro lo Stato italiano. Al centro della questione, la detenzione di due uomini, il palestinese Saif Abukeshek Abdelrahim, con passaporti spagnolo e svedese, e il brasiliano Thiago Avila, accusati rispettivamente di «terrorismo» e «attività illegali sospette».
«Accuse non credibili e non veritiere», dicono i flotillani. Soprattutto Saif, come palestinese, rischia tantissimo: la Knesset ha approvato una legge che consente l’impiccagione per i palestinesi per cui sia provata l’accusa di terrorismo. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu: «Sono sostenitori di Hamas». Anche il dipartimento di Stato Usa condanna la Flotilla definendola «filo Hamas» e «controproducente». Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, attacca Israele: «È l’ennesima violazione del diritto internazionale».
Attualmente i due, in sciopero della fame, sono detenuti nella prigione di Shikma ad Askalan, nel Nord di Gaza, in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari. «Si tratta di pirateria» e denunciano torture, percosse e maltrattamenti, senza cure mediche.
Il ricorso dei legali della Flotilla fa ricadere le responsabilità sull’Italia, quale Stato di bandiera dell’imbarcazione su cui i due attivisti si trovavano. «Per il diritto del mare, è come averli prelevati illegalmente da Roma», dicono. I legali sostengono che «l’Italia era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire violazioni prevedibili». Praticamente se i due hanno arbitrariamente deciso di cacciarsi nei guai, fornendosi il pretesto per lagnarsi, sarebbe poi responsabilità del nostro governo. Come mettere la testa in bocca al leone e dare la colpa al circo. Ma gli attivisti insistono: «Ciò che facciamo è assolutamente legale».
La Flotilla, partita dalle coste mediterranee per la seconda missione con l’assurdo intento di rompere il blocco navale israeliano sulla Striscia di Gaza in vigore dal 2007, è composta da quasi 200 attivisti (di cui 24 cittadini italiani) e 22 navi. «Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a prima», annuncia la portavoce italiana della Flotilla Italia, Maria Elena Delia, manifestando davanti alla Farnesina.
In Italia apre bocca il M5s, ovviamente per prendersela contro il governo che «nei fatti spalleggia Israele». Per Nicola Fratoianni (Avs) «Israele si comporta da Stato terrorista» e il suo sodale, Angelo Bonelli, vuole denunciare Netanyahu alla Procura di Roma e alla Corte Penale Internazionale.
Il premier, Giorgia Meloni, condanna il sequestro di Israele, ma sottolinea: «Continua a sfuggirmi l’utilità di iniziative che non portano benefici alla popolazione di Gaza».
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