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2020-07-03
Giuseppi alle corde tende una mano a Fi. Berlusconi nicchia, pressing sui suoi
Ansa
«Tanto rumore per nulla, le elezioni non ci saranno»: è questo il commento che i big di Forza Italia, affidano a chi chiede cosa stia succedendo tra gli azzurri e se per davvero il partito di Silvio Berlusconi sia in procinto di andare a rafforzare la maggioranza, assai sfilacciata, di Giuseppi Conte. L'operazione «riabilitiamo Silvio» viene letta da molti osservatori come propedeutica a un accordo tra Forza Italia, il Pd e il M5s, ma la vicenda è assai più complessa. La giornata di ieri è segnata dall'intervista dell'ex premier a Repubblica. Alla domanda se Forza Italia sarebbe disponibile a un governo di unità nazionale, Berlusconi risponde così: «Non credo che ne esistano le condizioni e non credo servirebbe all'Italia un governo con forze politiche antitetiche fra loro. Noi e i 5 stelle, per esempio, abbiamo una visione diametralmente opposta su tutto. Se però in questo Parlamento si creassero davvero le condizioni per una maggioranza diversa, più efficiente, più rappresentativa della reale volontà degli italiani», aggiunge Berlusconi, «andrebbe verificata, naturalmente prima di tutto con i nostri alleati».
Berlusconi dice chiaramente quello che ripete dal marzo 2018, quando le urne diedero la vittoria relativa al centrodestra che però non riuscì a ottenere una maggioranza parlamentare: fosse per lui, manderebbe Conte a casa e recluterebbe qualche decina di «responsabili» disposti a tutto pur di evitare le elezioni anticipate, e quindi anche a sostenere un governo Lega-Fratelli d'Italia-Forza Italia.
Lo stesso Conte, commentando le parole del Cav, non si lascia trascinare da facili entusiasmi: «Ho letto un po' frettolosamente», dice Giuseppi, «l'intervista di Berlusconi: l'ho inteso non nel senso di chi vuole offrire un'indistinzione di ruoli o un mescolamento. Forza Italia si sta distinguendo ultimamente per un atteggiamento più costruttivo. Rimane un'opposizione che vuole dialogare veramente ed effettivamente col governo», aggiunge Conte, «e lo abbiamo visto anche in alcuni passaggi parlamentari. Tutto qui». Gli ha risposto subito Matteo Salvini: «Invece di dare giudizi sulle opposizioni, il governo si impegni a pagare la cassa integrazione e a dare i soldi promessi a famiglie e imprese».
Le parole di Berlusconi, però, scatenano il nervosismo della Lega: «La via maestra», attaccano dal Carroccio, «sono le elezioni. Mandare a casa un governo che blocca tutto è vitale per il futuro dell'Italia, certo sul Mes la posizione di Forza Italia è contro l'interesse nazionale italiano». A fonti rispondono fonti: «Invitiamo le fonti della Lega», rispondono da Forza Italia, «a leggere il testo delle interviste senza fermarsi ai titoli. Se l'avessero fatto, avrebbero scoperto che il presidente Berlusconi non si è mai detto a favore di un governo di unità nazionale, ma, al contrario, ritiene che non esistono le condizioni e che qualunque decisione andrebbe comunque verificata con gli alleati. Lo stesso dicasi sull'utilizzo dei fondi Mes, che Forza Italia considera irrinunciabile perché è senza condizioni, consente all'Italia di risparmiare, e che rappresenta l'unico tema sul quale, come recita l'intervista, abbiamo opinioni diverse dai nostri alleati. Il lavoro tra i leader di Fi, Lega e Fdi prosegue in modo proficuo e non si interromperà certo per questo scivolone».
Più pacata Giorgia Meloni: «Berlusconi», riflette la leader di Fdi a Sky Tg24, «non dice sono pronto a un'altra maggioranza, ma dice che se ci sono le condizioni per una coalizione coesa che affronti le cose che servono, allora ne parlerò con gli alleati. Berlusconi intende ciò che dice da inizio legislatura: una maggioranza di centrodestra con qualcuno di buona volontà. Raccontata così è un'altra cosa».
«Berlusconi», commenta Salvini, «dice che non ci sono le condizioni di un governo nazionale? Allora siamo d'accordo. Se non esistono le condizioni di un inciucio, la via sono le elezioni: siamo d'accordo con Forza Italia». Fin qui il botta e risposta ufficiale, ma La Verità è in grado di rivelare quello che pensa la maggior parte dei parlamentari di Forza Italia, 95 deputati e 60 senatori che, se si andasse alle urne, si ridurrebbero drasticamente a meno della metà. Il problema non è Berlusconi, ma l'istinto di sopravvivenza: «Se si aprisse una finestra elettorale, se la crisi che attraversa il M5s facesse mancare i numeri ai giallorossi», spiega un big azzurro di lungo corso, «decine di deputati e senatori lascerebbero Forza Italia diretti verso altri partiti anche di maggioranza. Forza Italia è priva di una organizzazione, l'unico che unisce tutti è Berlusconi. Lo showdown ci sarà dopo le regionali di settembre».
Il coordinatore del partito, Antonio Tajani, è sibillino: «Questo governo», commenta l'ex presidente del Parlamento europeo, «si sta dimostrando incapace, litigano su tutto e non so quanto potranno durare. Ecco perché serve un'alternativa. È una questione che affronteremo con i nostri alleati», aggiunge Tajani, «ma noi siamo pronti a dare un contributo. Questo governo è al capolinea». Intanto, il senatore campano Vincenzo Carbone ha lasciato Fi per approdare a Italia viva, rafforzando i giallorossi: fedelissimo del senatore Luigi Cesaro, Carbone ha detto addio agli azzurri a causa del diktat di Salvini che in Campania ha imposto di non ricandidare Armando Cesaro, capogruppo uscente azzurro e figlio di Luigi. Altri sette parlamentari vicini ai Cesaro sarebbero pronti ad approdare in Iv, vista la frattura con la Lega.
Sul tema è intervenuto a gamba tesa anche Carlo Calenda. Il leader di Azione ha detto che Pd e Fi «devono mettersi insieme e possibilmente in modo più allargato di così».
Intanto, ieri, Conte e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sono incontrati e hanno discusso per un'ora e mezza. Ai ferri corti da settimane, i due hanno tentato di dare un'immagine di compattezza dopo le polemiche incandescenti sul Mes e non solo. Al termine del colloquio, dichiarazioni di circostanza all'insegna del «tutto bene, tutto chiarito». Fino alla prossima bufera.
Il centrodestra in piazza domani con il rebus delle regole anti Covid
«Insieme per l'Italia del lavoro»: domani, 4 luglio, alle 10, il centrodestra scende in piazza a Roma contro il governo. È la prima manifestazione «vera» del post Covid, la location è piazza del Popolo, le regole di distanziamento sociale sono rigidissime, l'opportunità di mostrare la compattezza della coalizione, in queste ore di polemiche tra Lega e Forza Italia, casca al momento giusto.
Dunque: 4.500 persone, non una di più, potranno accede in piazza, entrando da via del Corso e defluendo, al termine della kermesse, da piazzale Flaminio. All'ingresso, i partecipanti verranno sottoposti alla misurazione della temperatura; mascherine obbligatorie e nessun simbolo di partito. Scottati dalle polemiche per la manifestazione del 2 giugno scorso, quando le regole di distanziamento sociale saltarono, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani stanno lavorando alacremente affinché tutto fili liscio. Sanno bene, i tre moschettieri del centrodestra italiano, di avere i riflettori di tutti i media puntati addosso: le sinistre sono pronte a scatenarsi sui social approfittando di eventuali lacune nell'organizzazione, e dunque massima allerta e selfie (si spera) ridotti al minimo indispensabile.
Questa è l'Italia di oggi: un Paese in cui sfila chiunque, in barba alle regole, dai centri sociali ai contestatori di professione, ma si sa che quando le regole le infrange la sinistra allora nessuno dice nulla, nel nome della libertà di manifestare. Se invece, come accaduto a Roma lo scorso 2 giugno, a creare assembramenti sono elettori moderati, allora scatta immediatamente l'indignazione generale.
«Nella manifestazione di Piazza del Popolo di sabato 4 luglio», annuncia la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «raccoglieremo le firme per chiedere che si possa votare in election day a settembre: si vota per le elezioni regionali, non si è capito perché non si possa votare anche per le politiche, atteso che questo governo oggettivamente rischia di non avere più i numeri e sicuramente non ha le idee e la compattezza necessari. Saremo a piazza del Popolo», aggiunge la Meloni, «per dare voce a milioni di italiani esasperati da questo governo di incapaci e anti italiani. L'Italia ha bisogno di un governo di patrioti che aiuti la nostra nazione a rialzarsi e a pensare in grande».
Dunque, il popolo del centrodestra si raduna a Roma per dare l'avviso di sfratto al governo di Giuseppe Conte, sempre più minoranza nel Paese e asserragliato nel palazzo grazie solo e soltanto al terrore di dover mollare le poltrone. Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, pur tra le inevitabili discussioni interne a una coalizione, si preparano ad affrontare uniti le prossime elezioni regionali e amministrative di settembre, occasione che vedrà invece, ancora una volta, Pd, M5s e Iv uno contro l'altro.
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Lega piccata per le parole del Cav sulla «maggioranza diversa». Poi arriva il chiarimento ufficiale. Ma molti azzurri sono tentati.Gli alleati si ritrovano a Roma proprio nel momento in cui la coalizione scricchiola.Lo speciale contiene due articoli.«Tanto rumore per nulla, le elezioni non ci saranno»: è questo il commento che i big di Forza Italia, affidano a chi chiede cosa stia succedendo tra gli azzurri e se per davvero il partito di Silvio Berlusconi sia in procinto di andare a rafforzare la maggioranza, assai sfilacciata, di Giuseppi Conte. L'operazione «riabilitiamo Silvio» viene letta da molti osservatori come propedeutica a un accordo tra Forza Italia, il Pd e il M5s, ma la vicenda è assai più complessa. La giornata di ieri è segnata dall'intervista dell'ex premier a Repubblica. Alla domanda se Forza Italia sarebbe disponibile a un governo di unità nazionale, Berlusconi risponde così: «Non credo che ne esistano le condizioni e non credo servirebbe all'Italia un governo con forze politiche antitetiche fra loro. Noi e i 5 stelle, per esempio, abbiamo una visione diametralmente opposta su tutto. Se però in questo Parlamento si creassero davvero le condizioni per una maggioranza diversa, più efficiente, più rappresentativa della reale volontà degli italiani», aggiunge Berlusconi, «andrebbe verificata, naturalmente prima di tutto con i nostri alleati».Berlusconi dice chiaramente quello che ripete dal marzo 2018, quando le urne diedero la vittoria relativa al centrodestra che però non riuscì a ottenere una maggioranza parlamentare: fosse per lui, manderebbe Conte a casa e recluterebbe qualche decina di «responsabili» disposti a tutto pur di evitare le elezioni anticipate, e quindi anche a sostenere un governo Lega-Fratelli d'Italia-Forza Italia.Lo stesso Conte, commentando le parole del Cav, non si lascia trascinare da facili entusiasmi: «Ho letto un po' frettolosamente», dice Giuseppi, «l'intervista di Berlusconi: l'ho inteso non nel senso di chi vuole offrire un'indistinzione di ruoli o un mescolamento. Forza Italia si sta distinguendo ultimamente per un atteggiamento più costruttivo. Rimane un'opposizione che vuole dialogare veramente ed effettivamente col governo», aggiunge Conte, «e lo abbiamo visto anche in alcuni passaggi parlamentari. Tutto qui». Gli ha risposto subito Matteo Salvini: «Invece di dare giudizi sulle opposizioni, il governo si impegni a pagare la cassa integrazione e a dare i soldi promessi a famiglie e imprese».Le parole di Berlusconi, però, scatenano il nervosismo della Lega: «La via maestra», attaccano dal Carroccio, «sono le elezioni. Mandare a casa un governo che blocca tutto è vitale per il futuro dell'Italia, certo sul Mes la posizione di Forza Italia è contro l'interesse nazionale italiano». A fonti rispondono fonti: «Invitiamo le fonti della Lega», rispondono da Forza Italia, «a leggere il testo delle interviste senza fermarsi ai titoli. Se l'avessero fatto, avrebbero scoperto che il presidente Berlusconi non si è mai detto a favore di un governo di unità nazionale, ma, al contrario, ritiene che non esistono le condizioni e che qualunque decisione andrebbe comunque verificata con gli alleati. Lo stesso dicasi sull'utilizzo dei fondi Mes, che Forza Italia considera irrinunciabile perché è senza condizioni, consente all'Italia di risparmiare, e che rappresenta l'unico tema sul quale, come recita l'intervista, abbiamo opinioni diverse dai nostri alleati. Il lavoro tra i leader di Fi, Lega e Fdi prosegue in modo proficuo e non si interromperà certo per questo scivolone».Più pacata Giorgia Meloni: «Berlusconi», riflette la leader di Fdi a Sky Tg24, «non dice sono pronto a un'altra maggioranza, ma dice che se ci sono le condizioni per una coalizione coesa che affronti le cose che servono, allora ne parlerò con gli alleati. Berlusconi intende ciò che dice da inizio legislatura: una maggioranza di centrodestra con qualcuno di buona volontà. Raccontata così è un'altra cosa». «Berlusconi», commenta Salvini, «dice che non ci sono le condizioni di un governo nazionale? Allora siamo d'accordo. Se non esistono le condizioni di un inciucio, la via sono le elezioni: siamo d'accordo con Forza Italia». Fin qui il botta e risposta ufficiale, ma La Verità è in grado di rivelare quello che pensa la maggior parte dei parlamentari di Forza Italia, 95 deputati e 60 senatori che, se si andasse alle urne, si ridurrebbero drasticamente a meno della metà. Il problema non è Berlusconi, ma l'istinto di sopravvivenza: «Se si aprisse una finestra elettorale, se la crisi che attraversa il M5s facesse mancare i numeri ai giallorossi», spiega un big azzurro di lungo corso, «decine di deputati e senatori lascerebbero Forza Italia diretti verso altri partiti anche di maggioranza. Forza Italia è priva di una organizzazione, l'unico che unisce tutti è Berlusconi. Lo showdown ci sarà dopo le regionali di settembre».Il coordinatore del partito, Antonio Tajani, è sibillino: «Questo governo», commenta l'ex presidente del Parlamento europeo, «si sta dimostrando incapace, litigano su tutto e non so quanto potranno durare. Ecco perché serve un'alternativa. È una questione che affronteremo con i nostri alleati», aggiunge Tajani, «ma noi siamo pronti a dare un contributo. Questo governo è al capolinea». Intanto, il senatore campano Vincenzo Carbone ha lasciato Fi per approdare a Italia viva, rafforzando i giallorossi: fedelissimo del senatore Luigi Cesaro, Carbone ha detto addio agli azzurri a causa del diktat di Salvini che in Campania ha imposto di non ricandidare Armando Cesaro, capogruppo uscente azzurro e figlio di Luigi. Altri sette parlamentari vicini ai Cesaro sarebbero pronti ad approdare in Iv, vista la frattura con la Lega.Sul tema è intervenuto a gamba tesa anche Carlo Calenda. Il leader di Azione ha detto che Pd e Fi «devono mettersi insieme e possibilmente in modo più allargato di così».Intanto, ieri, Conte e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sono incontrati e hanno discusso per un'ora e mezza. Ai ferri corti da settimane, i due hanno tentato di dare un'immagine di compattezza dopo le polemiche incandescenti sul Mes e non solo. Al termine del colloquio, dichiarazioni di circostanza all'insegna del «tutto bene, tutto chiarito». 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Dunque: 4.500 persone, non una di più, potranno accede in piazza, entrando da via del Corso e defluendo, al termine della kermesse, da piazzale Flaminio. All'ingresso, i partecipanti verranno sottoposti alla misurazione della temperatura; mascherine obbligatorie e nessun simbolo di partito. Scottati dalle polemiche per la manifestazione del 2 giugno scorso, quando le regole di distanziamento sociale saltarono, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani stanno lavorando alacremente affinché tutto fili liscio. Sanno bene, i tre moschettieri del centrodestra italiano, di avere i riflettori di tutti i media puntati addosso: le sinistre sono pronte a scatenarsi sui social approfittando di eventuali lacune nell'organizzazione, e dunque massima allerta e selfie (si spera) ridotti al minimo indispensabile. Questa è l'Italia di oggi: un Paese in cui sfila chiunque, in barba alle regole, dai centri sociali ai contestatori di professione, ma si sa che quando le regole le infrange la sinistra allora nessuno dice nulla, nel nome della libertà di manifestare. Se invece, come accaduto a Roma lo scorso 2 giugno, a creare assembramenti sono elettori moderati, allora scatta immediatamente l'indignazione generale. «Nella manifestazione di Piazza del Popolo di sabato 4 luglio», annuncia la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «raccoglieremo le firme per chiedere che si possa votare in election day a settembre: si vota per le elezioni regionali, non si è capito perché non si possa votare anche per le politiche, atteso che questo governo oggettivamente rischia di non avere più i numeri e sicuramente non ha le idee e la compattezza necessari. Saremo a piazza del Popolo», aggiunge la Meloni, «per dare voce a milioni di italiani esasperati da questo governo di incapaci e anti italiani. L'Italia ha bisogno di un governo di patrioti che aiuti la nostra nazione a rialzarsi e a pensare in grande». Dunque, il popolo del centrodestra si raduna a Roma per dare l'avviso di sfratto al governo di Giuseppe Conte, sempre più minoranza nel Paese e asserragliato nel palazzo grazie solo e soltanto al terrore di dover mollare le poltrone. Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, pur tra le inevitabili discussioni interne a una coalizione, si preparano ad affrontare uniti le prossime elezioni regionali e amministrative di settembre, occasione che vedrà invece, ancora una volta, Pd, M5s e Iv uno contro l'altro.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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